Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)

Part 18

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Fino alla battaglia di Pavia, Francesco I era stato egualmente sordo alle lagnanze de' popoli, ed insensibile alle loro calamità. Gloriavasi d'avere liberati i re di Francia dalla tutela de' paggi (_hors de pages_), ossia di essersi condotto a seconda delle sue fantasie senza ascoltare le rimostranze, o senza consultare gl'interessi de' suoi sudditi. Egli non era insensibile, e la vista de' patimenti da lui cagionati avrebbero potuto commoverlo, se l'estrema sua leggerezza e la sua estrema inclinazione per i piaceri non avessero sempre distratta la sua attenzione da' suoi doveri. Mentre le sue armate si disperdevano per non essere pagate; che le sue città mal provvedute e peggio difese venivano prese d'assalto; che le requisizioni de' suoi generali facevano che in Italia si avesse in orrore il nome della Francia; egli prodigalizzava alle sue amanti il danaro dello stato, dissipava in feste inutili i tesori che sarebbero bastati per difendere l'indipendenza e la gloria nazionale. Finalmente la cattività aveva tutt'ad un tratto manifestato a Francesco I, e l'esistenza della sventura, e i pericoli del suo regno, ed il bisogno che i suoi popoli avevano della pace. Dopo quest'epoca aveva perduta l'antica sua confidenza nella propria fortuna, il suo allegro carattere aveva sentito gli effetti della calamità; ed egli, obbligato a continuare la guerra, lo aveva fatto senza ardore, e sempre desiderando, sempre cercando una pace che gli restituisse i suoi figliuoli, e facesse cessare quello stato d'inquietudine e di timore in cui si trovava.

Ma una dura esperienza può cambiare un carattere debole ed incostante, senza per altro riformarlo. Francesco I nella sua prosperità intraprendeva la guerra con leggerezza, ed in appresso la trascurava per instabilità di carattere: dopo avere provata la disgrazia, ascoltò i consiglj di una timidità fin allora a lui sconosciuta; prima di tutto più non volle esporsi; e desiderando la pace, non seppe vedere che uno de' mezzi di ottenerla era quello di spingere vigorosamente la guerra nel momento favorevole. Egli mai non seppe risolversi a dare agl'Italiani quegli ajuti che gli avrebbero fatto infallibilmente trionfare; lasciò che fossero oppressi, prima di muoversi di buona fede, e le loro perdite, cagionate dalle sue lentezze, gli costarono assai più sangue e danaro che non abbisognavano due anni prima per ottenere le più luminose vittorie. Le afflizioni, abbattendo il suo coraggio, non distrussero il suo gusto per i piaceri, l'abitudine del dissipamento era inveterato in lui; la distrazione sembravagli tanto più necessaria, quanto maggiori erano le sue inquietudini; ed una continuata applicazione era per lui diventato un insopportabile peso. I suoi amori, la sua galanteria non lo occupavano meno che avanti la prigionia, e la loro influenza non gli fu dopo quest'epoca meno funesta[324].

[324] Quanto è qui accennato dal nostro autore trovasi diffusamente raccontato, sebbene per diverse cagioni, da Benvenuto Cellini nelle Memorie della sua vita, e forse niuno meglio di lui ci fa conoscere col racconto de' fatti il carattere di Francesco I. _N. d. T._

Giammai le calamità della guerra non avrebbero dovuto far desiderare più vivamente la pace ai sovrani, che dopo la presa di Roma. Gli è il vero che l'imperatore aveva fatta un'insperata conquista, ma l'aveva ottenuta con un'armata che da molto tempo egli non era più in istato di pagare, e che in certo modo non era più dipendente da' suoi ordini. I suoi soldati ben potevano ruinare affatto i suoi nemici; ma essi più non conoscevano i di lui ordini, nè ubbidivano ai di lui generali, nè gli davano veruna guarenzia per l'avvenire. Così Carlo V dopo il sacco di Roma si trovava tanto lontano dal compimento de' suoi progetti, quanto lo era prima della guerra. Dal canto loro gli alleati avevano sperimentato quanto poco dovessero fidarsi gli uni degli altri; avevano veduto che ognuno di loro cercava di rigettare sui suoi alleati il peso della guerra, e di sottrarsi all'adempimento delle più positive obbligazioni; avevano veduto che il loro generale, il duca d'Urbino, giugneva sempre a tempo per essere testimonio delle calamità delle loro province, giammai per prevenirle; e ben potevano essere persuasi che il generale esaurimento, che la vicendevole diffidenza, e che lo scoraggiamento delle truppe, andrebbero ogni anno crescendo senza ch'essi potessero apporvi rimedio.

La notizia della presa e del sacco di Roma comprese d'orrore e di spavento tutta l'Europa. Lo stesso Carlo V non volle agli occhi de' suoi sudditi rendersi risponsabile delle atrocità commesse in suo nome. Fece sospendere le feste che erano state ordinate in Ispagna per la nascita di suo figlio Filippo; ordinò preghiere per la libertà del papa, come se non fosse in sua mano l'accordarla; e scrisse il 2 di agosto al re d'Inghilterra ed a tutti gli altri sovrani, per giustificarsi di una violenza, che protestava essere stata commessa contro il suo volere[325].

[325] _Lett. de' Princ., t. II, f. 76. — Alfonso d'Ulloa Vita di Carlo V, l. II, f. 111. — P. Paruta, l. VI, p. 399._

Ma d'altra parte i re di Francia e d'Inghilterra, partecipando ai sentimenti de' loro sudditi e di tutta l'Europa, sembravano disposti a vendicare il papa ed a rendergli colla forza delle armi una libertà ch'egli non aveva perduta che per essere stato da loro abbandonato. Il cardinale Wolsey partì da Londra il 3 di luglio per venire ad abboccarsi in Amiens con Francesco I. Cammino facendo, ricevette le proposizioni che Carlo V avea fatte per la pace generale dopo la notizia degli affari d'Italia, e sebbene le sue proposizioni si avvicinassero alle domande di Francesco I, i due re non vollero accettarle. Il 18 di agosto sottoscrissero un trattato d'alleanza, il di cui scopo era di far rimettere in libertà il papa ed i due figli del re di Francia, fissando il prezzo del riscatto degli ultimi due a due milioni di scudi d'oro, lasciando la Borgogna a Francesco I, ed il ducato di Milano alla casa Sforza. Domandò Enrico VIII che il comando dell'armata francese che scenderebbe in Italia si confidasse al signore di Lautrec, e promise di pagare trentadue mila ducati al mese per le spese della guerra[326].

[326] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 458. — Ben. Varchi, t. II, l. V, p. 8. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 301. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 598. — Arn. Ferroni, l. VIII, p. 165. — Rymer Acta pub., t. XIV, p. 198. — Hist. de la diplom. franç., t. I, p. 330. — Gal. Capella, l. VII, f. 74._

Nello stesso tempo il cardinale Cibo invitava i cardinali suoi confratelli, che non si trovavano in potere degli Spagnuoli, a riunirsi a Bologna o a Parma, sebbene il re di Francia preferisse Avignone, per occuparsi della liberazione del capo della Chiesa, e per impedire che gli atti che gli si potessero strappare colla violenza in tempo della sua prigionia, non riuscissero pregiudicievoli alla Cristianità. Dopo qualche dubitazione il collegio de' cardinali si adunò a Parma, e di là cominciò a trattare in nome della Chiesa romana cogli alleati[327].

[327] Lettera del card. Cibo al card. Salviati del 27 luglio 1527, e risposta di questi. _Lett. de' Princ., t. II, f. 78 e seg._

La peste erasi aggiunta a tutti gli altri flagelli che avevano fin allora desolata l'Italia. L'universale miseria, il cattivo alimento de' poveri, i martirj dell'animo che si accoppiavano ai patimenti del corpo avevano preparato il popolo a contrarre la contagione. Dessa era scoppiata nella parte settentrionale dell'Italia, e si era in appresso sparsa di città in città per mezzo delle licenziose armate che trascuravano ogni pulizia, e ricusavano di assoggettarsi ad ogni regolamento sanitario.

I mali trattamenti che i Romani aveano sofferti dall'armata imperiale non gli avevano che troppo disposti a ricevere la comunicazione di questo flagello. Infatti non si fu appena la peste manifestata in Roma, che vi prese un carattere ancora più spaventoso che in tutte le altre parti d'Italia. Il marchese del Guasto e don Ugo di Moncade avevano condotte in questa città le truppe che stavano nel regno di Napoli; ma bentosto l'indisciplina de' loro soldati gli aveva costretti a fuggire per porre in salvo la propria vita. Così pure il principe d'Orange aveva abbandonata l'armata per recarsi a Siena, sotto pretesto di calmare i movimenti sediziosi di quella città. Finalmente il vicerè di Napoli, Carlo di Lannoy, che si era pure allontanato, morì in Aversa in sul declinare di settembre, mentre tornava a Napoli[328].

[328] _Mar. Guazzo Ist. de' suoi tempi, f. 53. — Lett. de' Princ., t. II, f. 79. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 454. — Georg. von Frundsberg, B. VII, f. 127._

I soldati, rimasti senza capi, si fecero più formidabili ai loro ospiti. Roma non era già stata esposta al sacco per pochi giorni, ma per più mesi; e le stesse estorsioni, i medesimi orrori che avevano accompagnato il primo ingresso degl'imperiali, si andavano rinnovando ogni giorno. Il timore della peste persuase all'ultimo le truppe spagnuole ed italiane a spargersi per le campagne romane, mentre che i Tedeschi credevano di preservarsene vivendo in una continua dissolutezza. Allora gl'imperiali saccheggiarono Terni e Narni e sforzarono Spoleti a riscattarsi con una contribuzione, mentre che il duca d'Urbino, il quale colla sua armata avrebbe dovuto coprire questa provincia, andava sempre rinculando in faccia a qualunque corpo nemico che si avanzasse[329].

[329] _Ben. Varchi, l. III, p. 137. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 458. — Georg. von Frundsberg, B. VII, f. 130._

Il papa, chiuso in castel sant'Angelo con tredici cardinali, sotto la guardia di Alarcone, aveva di già veduta la peste penetrare in quella fortezza, e privarlo di alcuni suoi famigliari. Egli riponeva ogni sua speranza nella generosità di Carlo V, cui erasi raccomandato. Aveva schivato di essere tradotto a Gaeta, come volevano prima farlo i luogotenenti dell'imperatore; si sottrasse altresì di essere trasportato in Ispagna, siccome era segreto desiderio di Carlo V. Ma intanto si rendeva ancora più terribile la presente sua condizione, di trovarsi prigioniero in una fortezza in cui si era introdotta la peste[330].

[330] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 457. — P. Giovio Vita del card. Pompeo Colonna, f. 176._

Con estrema difficoltà riuscì a pagare pel suo riscatto i primi cento cinquanta mila ducati, parte de' quali gli fu prestata da alcuni mercanti genovesi a condizione di riaverli sulle decime del regno di Napoli, sulla vendita dei sali a Benevento, e su tutto ciò che il papa poteva ipotecare di più liquido: ma i Tedeschi domandavano guarenzie per le altre somme promesse dal pontefice, e questi stando in prigione, non le poteva in nessun modo trovare. Aveva dati per ostaggi il suo datario G. Matteo Ghiberti, i cardinali Trivulzio e Pisani, e due suoi parenti, Giacomo Salviati, e Lorenzo Ridolfi; uno padre, l'altro fratello de' cardinali dello stesso nome. Tre volte questi ostaggi furono condotti in Campo Fiore ad una forca loro apparecchiata dai forsennati Tedeschi; di già il carnefice gli aspettava; ma i medesimi soldati che minacciavano queste vittime, loro in appresso accordavano un nuovo respiro, per non perdere il solo pegno di cui si credessero sicuri. Finalmente un giorno, dopo una lunga prigionia, questi ostaggi riuscirono in un lauto banchetto ad ubbriacare tutte le loro sentinelle, e fuggendo di notte a piedi e travestiti arrivarono fino al campo del duca d'Urbino[331].

[331] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 333 — Ber. Segni, l. I, p. 18, 21. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 603. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 459. — Georg. von Frundsberg, B. VII, f. 136._

La fuga di questi ostaggi rendette i Tedeschi più trattabili. Il marchese del Guasto tornò a Roma per riordinare l'armata, e dando due scudi ad ogni soldato, cominciò a richiamarli sotto le loro bandiere: ma la peste e la diserzione ne avevano talmente scemato il numero in una sola stagione, che invece di quaranta mila, entrati in Roma col duca di Borbone, più non se ne trovavano che dieci mila[332]. D'altra parte don Francesco Angelio, generale dei Francescani, e Verrei de Milhaud, ciambellano di Carlo V, erano arrivati a Roma con piena autorità dell'imperatore per negoziare col papa. Avevano commissione di trattarlo oramai con rispetto; ma di tenersi in guardia contro il suo risentimento e di non accordargli veruna confidenza[333]. Dopo lunghi contrasti, all'ultimo sottoscrissero con lui il 31 di ottobre una nuova convenzione, che allargava alquanto più il tempo per pagare il suo riscatto. Clemente VII doveva essere posto in libertà dopo un secondo pagamento d'altri cento dodici mila ducati da farsi alle truppe imperiali. Nel corso dei tre susseguenti mesi doveva pagarne altri dugento trent'otto mila; dare in pegno molte fortezze, ed i suoi due nipoti, Ippolito ed Alessandro, come ostaggi; accordare i prodotti d'una crociata e d'una decima ecclesiastica in Ispagna all'imperatore, e finalmente obbligarsi a tenersi neutrale nella guerra che stava per iscoppiare, sia nel ducato di Milano, sia nel regno di Napoli[334].

[332] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 459. — Ben. Varchi Stor. Fior., l. IV, p. 235._

[333] _Bern. Segni, l. I, p. 14._

[334] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XXV, p. 27. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 468. — Bern. Segni, l. I, p. 21. — Ben. Varchi, l. V, p. 44. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 604._

Ma assai prima che a così dure condizioni ricuperasse la sua libertà Clemente VII, era cominciata la guerra che i re di Francia e d'Inghilterra avevano determinato di portare in Italia. Il Lautrec, che da Francesco I era stato di mal animo nominato generale della sua armata dietro le istanze d'Enrico VIII, e che con estremo rincrescimento aveva ancor esso accettato una commissione non accompagnata dal favore del suo padrone, partì dalla corte il 30 di giugno per recarsi all'armata che si andava adunando nell'Astigiano. Doveva questa essere composta di novecento uomini d'armi, di dugento cavaleggieri e di ventisei mila fanti, sei mila de' quali erano landsknecht sotto il conte di Vaudemont, sei mila Guasconi sotto il conte Pietro Navarro, quattro mila Francesi e dieci mila Svizzeri[335]. Ma tutti questi corpi mai non si mettevano a numero; le rimesse di danaro già procedevano lentamente, ed era facile lo scorgere che con questa ostentazione di grandi forze, Francesco I pensava assai più ad affrettare le negoziazioni intavolate colla corte di Madrid pel riscatto de' suoi figliuoli, che a fare grandi imprese. I Veneziani dal canto loro avevano lasciato ridurre tanto l'armata di terra che di mare in così misero stato, che non potevasene sperare verun servigio. I soli Fiorentini, che ricuperando la loro libertà, avevano sentito risvegliarsi nel cuor loro tutto l'antico affetto per la casa di Francia, somministravano di buona fede all'armata della lega i contingenti cui si erano obbligati[336].

[335] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 465. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 65. — Ben. Varchi, l. V, t. II, p. 8. — Bern. Segni, l. I, p. 20. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 598. — Arn. Ferroni, l. VIII, p. 166. — Gal. Capella, l. VII, p. 75._

[336] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 466. — Ben. Varchi, l. IV, p. 236._

Mentre aspettava che la sua armata si adunasse interamente, il Lautrec, avendo avviso che il conte Luigi di Lodrone levava contribuzioni nell'Alessandrino con un grosso corpo di landsknecht, lo sforzò nel mese d'agosto a gettarsi nel castello di Bosco, ove lo assediò, e dopo dieci giorni di vivissimi attacchi lo costrinse ad arrendersi a discrezione[337]. In pari tempo Andrea Doria, allora ammiraglio della flotta francese, uscì dal porto di Marsiglia con diciassette galere e ricominciò il blocco di Genova, che, sebbene più volte interrotto, aveva omai ridotta quella città in estrema miseria. Egli aveva costrette nove galere imperiali, che portavano a Genova un grosso approviggionamento di frumento, a rifugiarsi nella rada di Porto Fino, ove le tenne alcun tempo chiuse, finchè una burrasca, allontanandolo dalla costa, loro diede opportunità di salvarsi. Pure quest'avvenimento, che pareva dovere assicurar Genova dagli attacchi del partito francese, produsse un effetto affatto contrario, perchè incoraggiò il doge Antoniotto Adorno a tentare la sorte della battaglia. Agostino Spinola, comandante della guardia, dopo avere ottenuto qualche vantaggio sulle truppe da sbarco di Andrea Doria a Porto Fino, fu mandato contro Cesare Fregoso, che staccatosi da Lautrec si era avanzato con un corpo d'armata fino a san Pier d'Arena. Incoraggiato dai precedenti vantaggi, lo Spinola non dubitò di venire a battaglia, e fu sconfitto e fatto prigioniero. I Genovesi, che da molto tempo soffrivano per la causa imperiale, non vollero esporsi a nuovi blocchi; la fazione fregoso prese in città le armi, e fu ingrossata da tutti coloro che desideravano il riposo; due deputati, Ferrari e Lomellini, furono mandati a Cesare Fregoso per offrirgli di riceverlo in città, e di mettere la repubblica sotto la protezione della Francia, purchè egli si obbligasse a non fare proscrizioni, nè vendette. Lo stesso Antoniotto Adorno, che in principio del tumulto erasi ritirato nel Castelletto, prese parte al trattato, e promise di evacuare la fortezza; in tal modo si fece la rivoluzione ne' primi giorni d'agosto senza spargimento di sangue, senza disordine, senza violenza, mercè la moderazione de' capi dei due partiti ai quali il senato decretò in comune rendimenti di grazie. L'Adorno si ritirò a Milano presso Antonio di Leyva, ove morì pochi mesi dopo senza lasciare figliuoli, e Teodoro Trivulzio, mandato a Genova da Lautrec, vi fu riconosciuto come governatore e luogotenente generale del re[338].

[337] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 461. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XXV, p. 24. — Gal. Capella, l. VII, f. 76. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 66. — Bern. Segni, l. I, p. 20. — P. Paruta, l. VI, p. 407. — Georg. von Frundsberg, B. VII, f. 138._

[338] _P. Jovii Hist., l. XXV, p. 34; l. XXVI, p. 64. — Gal. Capella, l. VII, f. 75. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 461. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 67. — Ben. Varchi, l. IV, p. 251. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 600. — Agost. Giustiniani, l. VI, f. 279. — P. Paruta, l. VI, p. 410._

Intanto Lautrec stringeva d'assedio Alessandria, ove il conte Battista Lodrone aveva il comando d'una guarnigione tedesca. Il Lodrone sentivasi debole per la prigionia di suo fratello, e pel distaccamento perduto a Bosco; ma Alberico da Barbiano, conte di Belgiojoso, gli condusse cinquecento uomini a traverso alle colline dell'Alessandrino senza che i Francesi se ne accorgessero, e con questi la città si difese finchè giunsero al campo di Lautrec artiglierie e munizioni da Venezia. Gl'imperiali non capitolarono, che quando diverse brecce furono aperte nelle mura[339].

[339] _Gal. Capella, l. VII, f. 76. — P. Jovii, l. XXV, p. 24._

Il Lautrec volle da prima lasciare in Alessandria una guarnigione francese, sembrandogli questa città importantissima per la comunicazione della sua armata colla Liguria e la Francia. Ma Francesco Sforza riclamò contro questa violazione dei trattati, che segnava i primi passi dei Francesi in Lombardia, dovendo tutte le città del ducato di Milano a misura che venivano prese, in conformità dell'alleanza, essere consegnate al duca. I Veneziani s'interposero pel mantenimento del trattato, e Lautrec cedette. Pure non era difficile il conoscere la diffidenza che di già divideva i confederati: temevano gl'Italiani che il re non volesse appropriarsi il Milanese, o conservarsene almeno i mezzi per sagrificarlo poscia onde riavere a tale prezzo i suoi figliuoli. Dal canto suo il Lautrec teneva dalla sua corte segreti ordini di non ridurre gli affari di Lombardia ad una pronta decisione, per paura che i Veneziani, più non avendo che temere dall'imperatore, non prendessero ulteriore interessamento nel rimanente dell'impresa[340].

[340] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 463. — Gal. Capella, l. VI, f. 76-78. — P. Jovii Hist., l. XXV, p. 27. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 70. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 382. — Ben. Varchi, l. V, f. 9. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 601. — P. Paruta, l. VI, p. 407._

Dopo la sommissione d'Alessandria l'armata di Lautrec, essendosi unita con quella de' Veneziani in Lombardia, si avanzò fino ad otto miglia da Milano. Antonio di Leyva, che vi comandava, non dubitando d'essere bentosto attaccato, e non avendo per difendersi bastanti forze, richiamò all'istante quattrocento fanti della guarnigione di Pavia; e questo appunto voleva il Lautrec, che ripiegò bruscamente sopra Pavia il 28 di settembre, e non diede tempo di rientrarvi al rinforzo che n'era uscito. Luigi da Barbiano, conte di Belgiojoso, che aveva il comando di quest'ultima città, sebbene non avesse che ottocento uomini, volle pure difendersi. Il quarto giorno dopo l'attacco furono aperte nelle mura alcune brecce, onde il Belgiojoso si lasciò muovere dalle preghiere degli abitanti, ed offrì di capitolare; ma non era più tempo: la città fu presa d'assalto ed abbandonata al furore delle truppe francesi. Il nome di Pavia loro ricordava la prigionia del re e la distruzione della loro armata: ufficiali e soldati, tutti erano animati dallo stesso spirito di vendetta; e gli sventurati abitanti, che non avevano presa la più piccola parte nelle vittorie degl'imperiali furono trattati con un rigore che pareggiava la crudeltà dei Castigliani. Soltanto dopo otto giorni d'eccessi d'ogni genere il Lautrec richiamò le sue truppe alla disciplina e fece cessare il saccheggio[341].

[341] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 462. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 71. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 352. — Gal. Capella, l. VII, p. 77. — P. Jovii, l. XXV, p. 24. — Ben. Varchi, l. V, p. 9. — Marco Guazzo, f. 53. — Bern. Segni, l. I, p. 20. — Fr. Belcarii, l. XIX, f. 601._

Dopo presa Pavia i Veneziani ed il duca di Milano sollecitavano il Lautrec a terminare la conquista della Lombardia; gli rappresentavano che Antonio di Leyva era infermo, che le sue truppe erano scemate assai e scoraggiate dalle recenti vittorie de' Francesi; ma che, se gli si dava tempo, il Leyva riceverebbe i rinforzi che per lui si levavano in Germania, ed allora opporrebbe un'insuperabile resistenza. Conveniva il Lautrec che questo piano di campagna sarebbe il più conveniente; ma egli vi oppose gli espressi ordini dei re di Francia e d'Inghilterra, i quali non avevano formato la sua armata che per liberare il papa, e proseguì il suo cammino verso il mezzodì dell'Italia[342].

[342] _P. Paruta, l. VI, p. 409. — Gal. Capella, l. VII, f. 78._

Il Lautrec incontrò a Piacenza gli ambasciatori di Alfonso d'Este, duca di Ferrara, e di Federico, marchese di Mantova, che, come vuole il destino dei piccoli principi, venivano ad ingrossare il partito più forte. Alfonso d'Este, malgrado gli ajuti dati di fresco al duca di Borbone, fu da Francesco I trattato con parzialità. Renata di Francia, figlia di Lodovico XII e cognata del re, fu promessa in matrimonio a suo figliuolo Ercole, portandogli in dote i ducati di Chartres e di Montargis. Il sacro collegio, adunato a Parma sotto la presidenza del cardinale Cibo, rinnovò a nome del pontefice prigioniero l'investitura di Ferrara a favore della casa d'Este, e rinunciò ad ogni sua pretesa sul Modenese. Nello stesso tempo fu promesso il cappello di cardinale ad Ippolito, secondo figlio d'Alfonso, e questi si obbligò invece a somministrare all'armata della lega cent'uomini d'armi e sei mila scudi al mese[343].

[343] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 465. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 73. — Ben. Varchi, l. V, p. 36. — Bern. Segni, l. I. p. 17. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 602. — Gal. Capella, l. VII, p. 78. — P. Paruta, l. VI, p. 416._