Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)
Part 17
Ma il duca d'Urbino, costante nel suo sistema di non esporre la sua armata ad una battaglia, non aveva nemmeno avuto mai il pensiero di attaccare gl'imperiali; ed apertamente diceva che non penserebbe a farlo, se non che quando potrebbe aggiugnere alla sua armata sedici mila Svizzeri, levati con licenza de' cantoni; e che ne abbisognerebbero anzi ventiquattro mila, se in quest'intervallo di tempo l'armata imperiale riceveva i soccorsi che poteva facilmente tirare dal regno di Napoli[305]. Egli pareva non sentire compassione degli sgraziati Romani, e nel consiglio di guerra adunato ad Orvieto, trattò soltanto intorno al modo di cavare Clemente VII da castel sant'Angelo, ov'era assediato. Quest'impresa, sotto la protezione di così numerosa armata, non sembrava altrimenti difficile; i Francesi ardentemente la desideravano per l'onore del loro re, ed il consiglio dei Pregadi di Venezia aveva dati pressanti ordini al suo generale di soccorrere il suo alleato. Soltanto il duca d'Urbino, il di cui odio e rancore contro la casa de' Medici andavano avidamente in traccia di pretesti nel suo timido sistema di tattica, faceva ogni momento nascere nuovi ostacoli. Il papa lo faceva invitare a venire ad accamparsi alla croce di Monte Mario, fortissima posizione in faccia a castel sant'Angelo, di dove avrebbe a tutte l'ore potuto facilmente intendersi cogli assediati per mezzo di segni, ma egli non volle mai passare al di là di Tre-Capanne. Tuttavolta il suo avvicinamento fece sì che Clemente VII ricusasse di capitolare a condizioni quasi già acconsentite. Allora il duca d'Urbino, dopo avere date agli assediati vane speranze, appunto come aveva praticato nel precedente anno col duca di Milano, s'allontanò da Roma il 1.º di giugno, ed andò ad accamparsi a Monterosi[306].
[305] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 451._ — Paolo Paruta attribuisce questa lentezza a Vetturi, uno de' due provveditori che seguivano l'armata; mentre che il suo collega Pisani avrebbe voluto che si venisse alle mani, _l. VI, p. 401._
[306] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 450. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 330. — P. Paruta, l. VI, p. 402._
Il vicerè di Napoli erasi affrettato di portarsi a Roma dietro gl'inviti dello stesso papa, che lusingavasi di avere da lui migliori condizioni; ma questi, accorgendosi che l'armata lo vedeva assai di mal occhio, ripartì alla volta di Napoli. Cammin facendo incontrò il marchese del Guasto, Ugo di Moncade ed Alarcone, che lo persuasero a tornare a dietro, onde conservare qualche autorità sopra un'armata che omai quasi sottraevasi all'imperatore. Tornò infatti; ma non gli si lasciò prendere veruna parte negli affari della guerra o della pace[307].
[307] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 451 — Ben. Varchi, l. IV, p. 205. — Marco Guazzo, f. 51._
La capitolazione del papa venne sottoscritta il 6 di giugno, press'a poco alle medesime condizioni rifiutate sei giorni prima. Egli si obbligava di pagare all'armata quattrocento mila ducati; cento mila immediatamente, cinquanta mila entro venti giorni, e gli altri dugento cinquanta mila nel termine di due mesi. Fino all'intero pagamento de' primi cento cinquanta mila ducati, doveva restare prigioniero in castel sant'Angelo, unitamente ai tredici cardinali che lo avevano seguito. In appresso potrebbe recarsi a Napoli o a Gaeta, per aspettare colà gli ordini dell'imperatore. Si obbligava di consegnare alle truppe imperiali le città di Parma, Piacenza e Modena, ed a ricevere guarnigione ne' castelli di sant'Angelo, di Ostia, di Cività Castellana, e di Cività Vecchia. Prometteva di assolvere i Colonna da tutte le censure ecclesiastiche, e di dare ostaggi per l'osservanza di tutte queste condizioni. Dopo aver firmato questo trattato, quello stesso capitano Alarcone, che aveva custodito Francesco I in tempo della sua prigionia, entrò in castel sant'Angelo con tre compagnie spagnuole e tre tedesche, per prendere il papa sotto la sua guardia[308].
[308] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 452. — Ben. Varchi Stor. Fior., l. IV, p. 207. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 597. — Marco Guazzo Stor. de' suoi tempi, f. 51. — Georg. von Frundsberg, l. VI, f. 123._
La capitolazione fu religiosamente eseguita in tuttociò che spettava al papa; ma il governo della Chiesa pareva disciolto dalla prigionia del suo capo, e le più lontane piazze ricusarono di ubbidirgli. Cività Castellana era custodita dalle truppe della Lega, Cività Vecchia da Andrea Doria che la riteneva come pegno di 14,000 scudi di soldo a lui dovuti, Parma e Piacenza, detestando il governo spagnuolo, non vollero aprire le loro porte al commissario imperiale che si presentò per prenderne possesso. Modena, difesa dal conte Luigi Rangoni, fratello di Guido, con soli cinquecento fanti, fu attaccata in principio di giugno dal duca di Ferrara con dugento lance, sei mila fanti e molta artiglieria, e fu forzata a capitolare il 5 di giugno[309]. Gli stessi alleati del papa vollero approfittare della sua disgrazia; i Veneziani occuparono Ravenna e Cervia perdute in tempo della lega di Cambray, e Sigismondo Malatesta s'impadronì della città e della fortezza di Rimini, antico principato della sua famiglia[310].
[309] _Anon. Padov. presso Muratori An. d'Italia, t. X, p. 209._
[310] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 453. — Ben. Varchi, l. IV, p. 229. — P. Paruta, l. VI, p. 401._
Clemente VII non considerava la sua sovranità nello stato della Chiesa che come vitalizia, mentre che la grandezza ereditaria della casa de' Medici era attaccata all'ubbidienza de' Fiorentini. Sebbene non avesse nè figliuoli, nè parenti prossimi, era però tutto intento a perpetuare il potere della sua famiglia, e disposto a sagrificare all'orgoglio del suo nome assai più che Leon X, suo cugino. Ma quantunque volesse conservare Firenze, poca cura prendevasi di risparmiarla; perciocchè quanto preferiva il bene de' suoi eredi a quello della sua patria, altrettanto preferiva sè stesso agli eredi; onde, nelle guerre in cui strascinava la repubblica senza che questa vi avesse verun diretto interesse, tutte le volte che rendevasi necessario un prestito, o che una spesa straordinaria richiedeva una contribuzione di guerra, ne faceva sempre cadere il peso sui Fiorentini, i quali, avendo assolutamente cessato di avere un'importanza politica, di essere contati tra le potenze d'Europa, e di avere un diretto interesse negli avvenimenti, vedevansi non pertanto ruinati dall'ambizione della casa de' Medici. La conquista e la difesa del ducato d'Urbino aveva loro costato cinquecento mila fiorini; indi al primo pericolo erano stati costretti di restituire al duca la fortezza di san Leo, e la contea di Montefeltro, che loro erano state date in compenso delle fatte sovvenzioni[311]. Avevano inoltre spesi cinquecento mila fiorini nella guerra intrapresa da Leon X contro la Francia, ne avevano pagati trecento mila ai capitani imperiali ed al vicerè durante l'amministrazione del cardinale Giulio dei Medici, e dopo che questo stesso Giulio era diventato papa, avevano dati altri sei cento mila fiorini per la guerra ch'egli faceva contro l'imperatore[312]. Da troppi mali erano simultaneamente oppressi; avevano perduta la libertà, e continuavano a portare un peso d'imposte che doveva schiacciare qualunque popolo che non fosse libero. Perciò i Fiorentini avevano quasi tutti lo stesso desiderio di cogliere il momento in cui verrebbe loro fatto di scuotere il giogo de' Medici.
[311] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 328. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XXV, p. 19._
[312] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p, 454._
La presa di Roma e la prigionia del papa in castel sant'Angelo distruggevano la potenza di questa casa. I tre cardinali che Clemente VII teneva in Firenze come amministratori della repubblica e tutori dei due bastardi, Ippolito ed Alessandro, non potevano dubitarne. Avevano essi ricevuta la notizia della catastrofe l'undici di maggio; cercarono di tenerla celata, spargendo contrarie voci; ma già da molto tempo il popolo erasi avvezzato a non dar loro credenza[313].
[313] _Ist. Fior. di Gio. Cambi. t. XXII, p. 313. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 371._
Tutti i più riputati uomini della città, tutti coloro che discendevano da illustri antiche famiglie si recarono presso Silvio Passerini, cardinale di Cortona, nel palazzo de' Medici, non più in abito militare, come nella precedente insurrezione, ma col lucco e col capuccio, abito civile proprio de' Fiorentini che accresceva loro gravità, e gli domandarono di restituire pacificamente alla patria una libertà, alla quale egli più non poteva porre impedimento[314]. Vedevasi alla loro testa Niccolò Capponi il più zelante degli amici della libertà, che di già risguardavasi come il ristauratore del nuovo governo, e con lui Filippo Strozzi suo cognato, che aveva sposata Clarice de' Medici, sorella di Lorenzo II, e figliuola di Pietro. Filippo Strozzi era stato da Clemente VII dato per ostaggio ad Ugo di Moncade in occasione della sua prima prigionia e del primo suo trattato coi Colonna; ma in appresso Clemente non aveva voluto nè dare esecuzione alle condizioni del trattato, nè prendersi cura del riscatto degli ostaggi. Vedendo il Moncade quanto lo Strozzi fosse sdegnato per quest'abbandono, lo pose spontaneamente in libertà, onde nuocere col di lui mezzo al potere pontificio in Firenze[315].
[314] _P. Jovii Hist., l. XXV, p. 21._
[315] _Bern. Segni Stor. Fior., l. I, p. 6._
Clarice de' Medici, moglie di Filippo, non era meno irritata dello sposo. Lagnavansi ambidue di Clemente, perchè avendo egli promesso il cappello di cardinale al loro figlio Pietro, ed avendolo con tale lusinga persuaso a vestire l'abito ecclesiastico, aveva ricusato poi costantemente di dare effetto alla sua promessa. Clarice, che pel sesso e per la sua parentela coi Medici non era esposta al risentimento di quel partito, non si guardava dal ricordare a tutti coloro che lungamente erano stati attaccati alla sua famiglia, che al presente non sagrificavano altrimenti pei veri Medici la libertà della loro patria, ma per uno de' loro sudditi di provincia, il cardinale di Cortona, e per due bastardi Ippolito ed Alessandro[316].
[316] _G. Jovii hist. sui temporis, l. XXV, p. 22. — Ben. Varchi, l. III, p. 109. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 372._
Il cardinale di Cortona, Silvio Passerini, era di carattere debole ed irrisoluto; altronde temeva di perdere in una rivoluzione il suo tesoro personale, e difficilmente ascoltava altri consigli che quelli dell'avarizia. Il cardinale Niccolò Ridolfi, sebbene riconoscente verso la famiglia de' Medici, cui andava debitore della porpora, era non pertanto affezionato alla libertà, come lo era tutta la sua famiglia. Onofrio di Montedoglio, comandante la guarnigione di Firenze, che aveva circa tre mila uomini sotto i suoi ordini, era il solo che si mostrasse zelante per la difesa dell'autorità de' Medici. Bastava, diceva egli, di spargere un poco di danaro tra i soldati, e col mezzo loro sarebbesi sicuramente mantenuta la città ubbidiente; ma il tesoriere del comune si era nascosto perchè non si potesse forzarlo a fare una spesa pregiudicevole alla salute della patria; il cardinale Passerini non volle mettere mano al suo particolare peculio, ed il coraggio di coloro che volevano difendersi mancando col danaro con cui desso coraggio doveva essere pagato, in breve altro partito non rimase a' Medici che quello di cedere[317]. Perciò il 16 di maggio si fece una convenzione tra i principali cittadini del partito repubblicano ed il cardinale di Cortona, quale rappresentante de' Medici. Prometteva questi d'uscire di Firenze coi due giovinetti Ippolito ed Alessandro, nel mentre che i Fiorentini in contraccambio guarentivano a' Medici il godimento di tutti i loro beni, ed inoltre l'esenzione per dieci anni da ogni contribuzione straordinaria. In pari tempo si convenne che si richiamerebbe in vigore la costituzione, colla quale era stata regolata la repubblica fino al 1512[318].
[317] _P. Jovii, l. XXV, p. 22. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 372. — Ben. Varchi, l. III. p. 109._
[318] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 329. — Ben. Varchi Stor. Fior., l. III, p. 111. — Comment. di Filippo de' Nerli, l. VII, p. 151._
Infatti il 17 di maggio i giovani Medici, accompagnati dal cardinale di Cortona, da Filippo Strozzi e da molti loro amici, partirono da Firenze senza strepito e senza violenza, e si trattennero la prima notte a Poggio a Cajano, magnifica villa fabbricata da Cosimo de' Medici. Nel susseguente giorno andarono a Pisa, la di cui fortezza avevano promesso di consegnare alla signoria con quella di Livorno. Veramente in allora sentirono qualche dispiacere di un accomodamento, che i loro amici tacciavano di debolezza, e per non essere forzati ad eseguire la convenzione, si sottrassero a quelli che gli accompagnavano, e ritiraronsi a Lucca[319]. Ad ogni modo i comandanti delle fortezze non tardarono a consegnarle ai commissarj della repubblica[320].
[319] Mentre trattenevansi in Pisa, Pietro Valeriano Bolzanio, precettore de' Medici e confidentissimo di papa Clemente, passò inosservato a Lucca; ed avendo ogni cosa concertata con quella signoria, eludendo la vigilanza dello Strozzi e la timidità del Passerini, condusse i suoi allievi in quella città; di dove, attraversando la Lunigiana, passarono a Piacenza, poi a Parma. _Vedi la Storia de' Letterati Bellunesi di Stefano Ticozzi, volgarizzatore della presente storia._
[320] _Jac. Nardi, l. VIII, p. 330. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 453. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 318. — P. Jovii Hist., l. XXV, p. 22. — Benedetto Varchi, l. III, p. 119. — Bern. Segni, l. I, p. 13. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 597._
Questa repubblica risorgeva dopo un lungo letargo. La balìa, creata da' Medici nel 1512, e che sotto la loro direzione aveva fin allora governato lo stato, adunò il consiglio de' cento, e gli propose di ordinare il ristabilimento della costituzione popolare, qual era nel 1512; cosicchè la rivoluzione si fece ne' modi voluti dalle leggi, e venne sanzionata dalla legittima autorità; dopo ciò la balìa abdicò spontaneamente l'autorità che le era stata affidata[321].
[321] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 319. — Benedetto Varchi, l. III, p. 116. — Comm. di Filippo Nerli, l. VIII, p. 153. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 372._
La signoria che allora sedeva, il consiglio de' cento, e tutti i magistrati erano stati nominati da' Medici, e generalmente si conservavano affezionati a quella famiglia. Ma l'intera città, desiderosa di rientrare nel godimento della sua libertà, affrettava co' suoi voti il giorno in cui sarebbe governata da cittadini da lei scelti. I più ardenti, tra i quali distinguevasi come loro capo Anton Francesco degli Albizzi, avrebbero voluto che con aperta forza si cacciassero fuori di palazzo Antonio Nori, uomo affezionatissimo a' Medici, e tutta la signoria. Non sarebbero queste, dicevano costoro, che giuste rappresaglie delle violenze usate contro il perpetuo gonfaloniere Pietro Soderini; ma altri più saggi cittadini persuasero il popolo ad aspettare, ed in pari tempo fecero sentire al consiglio de' cento la necessità di affrettare il giorno in cui il gran consiglio sarebbe legittimamente adunato. La sala delle adunanze di questo consiglio era stata da' Medici destinata ad uso di caserma pei soldati, e bisognava distruggere le interne muraglie che vi si erano alzate. Tutta la nobile gioventù fiorentina (che tale nome erasi di già sostituito a quello più glorioso di cittadini) diede mano al lavoro. Ognuno aspirava all'onore di contribuire ad atterrare questo monumento della schiavitù della patria. La sala del supremo consiglio fu ripristinata e ripulita; indi da' preti aspersa di acqua santa, e consacrata con una messa solenne; sicchè il 21 di maggio vi si potè finalmente ragunare il consiglio generale, nel quale si contarono due mila dugento settanta cittadini fiorentini[322].
[322] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 331. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 321. — Ben. Varchi, l. III, p. 125. — Comm. di Filip. de' Nerli, l. VIII, p. 159._
In tale consiglio i liberi suffragj del popolo elessero gonfaloniere di giustizia Niccolò Capponi, il quale doveva restare in carica tredici mesi, e dopo questo termine poteva essere riconfermato. Fu eletta una nuova signoria per restare tre mesi in funzione, perchè si volle che col primo giugno subentrasse in luogo delle creature de' Medici, invece di aspettare fino al primo di luglio. Lo stesso gran consiglio elesse ancora i decemviri della libertà e gli otto signori della guardia; creò di nuovo il consiglio degli ottanta, destinato a mantenere l'equilibrio tra il governo ed il popolo. Tutti questi magistrati, veri rappresentanti de' loro concittadini, vennero installati nelle loro funzioni, ed il 2 di giugno una solenne processione di tutti i membri del governo e di tutto il clero, seguita dalla folla de' cittadini, andò in tutte le principali chiese a ringraziare Iddio della ricuperata libertà[323].
[323] _Ist. di Gio. Cambi, t. XII, p. 323-329. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 331. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 373. — Ben. Varchi, l. III, p. 130. — Ser Filippo Nerli, l. VIII, p. 161. — Bernardo Segni, l. I, p. 12._
Niccolò Macchiavelli, che co' suoi scritti aveva contribuito a conservare l'amore della libertà, e che tanto aveva per essa sofferto non potè partecipare alla ristaurazione del governo repubblicano. Egli morì il 22 giugno del 1527, non ancora compiuto un mese dopo il suo ritorno dall'ultima legazione presso Francesco Guicciardini all'armata della lega. Qualunque sia stato lo scopo ch'egli proposesi scrivendo il libro _del Principe_ in cui espose le teorie della tirannide, questo scopo non fu meglio inteso da' suoi contemporanei che dalla posterità. I suoi concittadini gli rimproveravano d'avere in quel libro insegnato al duca d'Urbino a togliere ai facoltosi le ricchezze, ai poveri l'onore, a tutti la libertà. Quest'accusa gli fece praticare inutili sforzi per ritirare dalla circolazione un libro che gli creava tanti nemici; questa rimosse il popolo dal restituirgli la carica di segretario dei dieci della guerra che aveva occupato prima del 1512. Gli fu preferito Francesco Tarugi, uomo di bassa condizione, ma più costumato del Macchiavelli, ed egualmente affezionato alla libertà, di cui non aveva mai abbandonata la causa. _Ben. Varchi Stor. Fior., l. IV, p. 210._ Tale preferenza ha potuto cagionare al Macchiavelli un amaro disgusto, che forse affrettò la di lui morte, attribuita ad una colica epatica. {337}
CAPITOLO CXIX.
_Il Lautrec conduce un'armata francese sotto Napoli, e lo blocca; vittoria ottenuta dalla sua flotta su quella degli Spagnuoli; malattia nel suo campo, sua morte, e capitolazione della sua armata. Andrea Doria passa al partito imperiale, e cambia il governo di Genova._
1527 = 1528.
Nel quattordicesimo secolo, mentre i papi tenevano la loro corte in Avignone, dessi erano i soli tra i potentati che non temessero d'avvilupparsi in perpetue guerre. Qualunque si fossero le disgrazie delle loro armate, essi non soffrivano nulla dalla desolazione de' loro popoli, dal saccheggio delle loro città, o anche della loro capitale; stando in Avignone, non si accorgevano de' patimenti intollerabili dell'Italia; le grida del popolo non giugnevano fino a loro per isforzarli a fare la pace; e sempre erano circondati da cortigiani, da ministri, da interessati adulatori, i quali, non potendo migliorare la propria fortuna che colla guerra, sforzavansi di far loro credere, che l'onore, la religione, gl'interessi della fede e quelli della Chiesa richiedevano la continuazione delle ostilità. Ciò che nel quattordicesimo secolo era una particolare condizione della Chiesa Romana, in principio del sedicesimo era quella di tutti i monarchi della Cristianità, ad eccezione del solo papa. Dopo che gli stati eransi molto aggranditi, la guerra non oltrepassava mai i loro confini, e non metteva mai in pericolo l'esistenza de' re.
Carlo V, in età di ventisette anni, aveva di già fatto prigionieri il re di Francia, quello di Navarra, ed il papa; pure fin allora mai non si era posto alla testa di veruna delle sue armate; egli non conosceva il terribile spettacolo di un campo di battaglia, nè la miseria o la desolazione di una città presa d'assalto, nè i prolungati tormenti de' borghesi presso i quali acquartierava senza pagarla un'armata. I suoi cortigiani si davano ogni cura per celare all'_invincibile Augusto_ le particolarità che avrebbero potuto affliggerlo; lo andavano intrattenendo intorno agl'interessi della sua gloria: Carlo V teneva dietro a' progetti della sua ambizione; e quando la prodigalità della sua corte, o l'assurdo sistema delle sue finanze facevano mancare il danaro necessario ai generali per terminare un'intrapresa, tutti facevansi un dovere di dissimulare le calamità d'una lontana provincia, o le rappresentavano quale necessaria conseguenza d'una magnanima politica. In appresso Carlo V condusse egli stesso le sue armate; allora sentì meglio la necessità della pace, e la sua ambizione dovette spesso piegare in faccia alle circostanze. Ma i di lui successori, Filippo II, Filippo III, Filippo IV, che mai non uscivano dalle solitudini dell'escuriale, ed erano inaccessibili agli occhi di tutti, sordi a tutte le lagnanze, a tutti i gemiti, mai non rinunciarono ai loro ambiziosi progetti nè per timore, nè per compassione. Perchè mai non videro la guerra, la fecero continuamente; mai non conobbero le calamità che cagionarono pel corso di un secolo, oppure non vollero aver pietà mai delle altrui miserie. Furono visti protrarre d'uno in altro anno il sacco delle città, i guasti delle campagne, pel possedimento d'una miserabile provincia, per una sterile prerogativa, per una contesa d'etichetta, o talvolta ancora per infingardaggine, perchè non sapevano prendere una risoluzione.
Enrico VIII, re d'Inghilterra, che nella stessa epoca aveva in Europa acquistata una così grande preponderanza, era ancora più che i monarchi di casa d'Austria lontano da' pericoli della guerra; il di lui popolo non ne conosceva il peso che per l'accrescimento delle sue spese; e la vanità d'Enrico VIII veniva lusingata dall'importanza militare che si era acquistata. Figuravasi, secondo il comune errore de' re, che, sebbene non si mostrasse mai alle armate, poteva non pertanto raccogliere gloria dalle battaglie vinte in suo nome, sebbene non vi avesse dato veruna prova nè di talento, nè di valore.