Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)
Part 16
[282] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 323-324. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 305. — Com. di Fil. de' Nerli, l. VII, p. 148. — Ben. Varchi, l. II, p. 73 — P. Jovii Hist., l XXV, p. 15. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 369. — P. Paruta, l. V, p. 390._
I cardinali, con Ippolito de' Medici, avevano imprudentissimamente continuato il loro viaggio verso l'Olmo, sebbene avessero avviso di ciò che accadeva in Firenze. Coloro che avevano apparecchiata la sollevazione, alla testa de' quali osservavasi Pietro Salviati, che le sue ricchezze e le sue parentele chiamavano ai principali onori della città, sentivano la necessità di porre immediatamente una forte guardia alle porte, di occupare gli arsenali, di far dare il giuramento ai soldati, e di trattare colla lega per procurare il di lei appoggio alla repubblica; ma loro non fu possibile di calmare abbastanza la popolare effervescenza per ottenere attenzione ed ubbidienza; e mentre che il popolo era ancora ne' trasporti della gioja, gli altri cominciavano di già a tremare per le conseguenze d'un'insurrezione, che non si trovavano più in caso di dirigere[283].
[283] _Filip. de' Nerli, l. VII, p. 149._
Il Salviati ed i suoi amici avevano bensì ordinato che si suonasse campana a stormo; ma i tre cardinali erano di già tornati col duca d'Urbino, il marchese di Saluzzo e mille cinquecento fanti, avanti che si fossero chiuse le porte; questi s'incamminarono subito verso la piazza e cominciarono l'assedio del palazzo, diventato la cittadella degl'insorgenti. Forse Firenze non erasi mai trovata in più grave pericolo; imperciocchè se i Medici fossero stati obbligati a far entrare nella città l'armata alleata per impadronirsi della sede del governo, avrebbero difficilmente potuto contenere i soldati, sempre avidi di saccheggio, ed ancora più difficilmente avrebbero potuto in appresso opporli all'armata del Borbone che si avvicinava. Il Guicciardini, che sentiva tutto il pericolo della sua patria, s'interpose tra le due parti; cercò di atterrire gli uni e gli altri mettendo loro sott'occhio le conseguenze della loro ostinazione, e li ridusse ad un accordo in forza del quale gl'insorgenti abbandonarono il palazzo e lo resero ai Medici, dopo avere in contraccambio ottenuta da questi un'intera amnistia, che non fu però perfettamente osservata[284].
[284] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 442. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 325. — Ben. Varchi, l. II, p. 82, l. III, p. 98. — Ber. Segni, l. I, p. 5. — Filip. de' Nerli, l. VII, p. 150. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 307. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 370. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XXV, p. 17._
Il duca d'Urbino prese motivo da quest'insurrezione, che abbastanza manifestava le disposizioni de' Fiorentini rispetto al papa, per domandare che questa repubblica prendesse parte in suo proprio nome nella lega con Venezia e colla Francia; di modo che più non si trovasse compresa nelle negoziazioni che Clemente VII proseguiva anche allora cogl'imperiali. Infatti la signoria si obbligò a non conchiudere verun trattato di pace coll'imperatore senza il consentimento di tutti i confederati; ed i cardinali, luogotenenti del papa, furono costretti di aderire a questo trattato che fu sottoscritto il 28 di aprile nel palazzo de' Medici[285]. Il duca d'Urbino non approfittò meno per la lega che per sè medesimo della sua presenza in Firenze con un'armata. Egli non volle partire finchè non gli furono dalla repubblica restituite la forte piazza di san Leo, principale luogo della contea di Montefeltro, e la fortezza di Majolo. Egli le riebbe in qualche modo colla forza, senza pubblica deliberazione, e senza l'approvazione dei consigli, cui soli apparteneva il dare così fatti ordini[286].
[285] _Ben. Varchi Stor. Fior., l. III, p. 101. — P. Paruta, l. V, p. 390._
[286] _Ben. Varchi Stor. Fior., l. III, p. 102. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 368._
L'insurrezione di Firenze aveva avuto principio e fine in un solo giorno; pure fu cagione agli alleati di gravissimo pregiudizio, avendo impedito alla loro armata di prendere posto all'Ancisa, e potere così più facilmente tener d'occhio il duca di Borbone; accrebbe la diffidenza del duca d'Urbino e de' Veneziani, i quali, vedendo come lo stato di Firenze era poco sicuro, temettero più che mai di allontanarsi dalle proprie province; finalmente fece loro perdere un tempo prezioso, di cui il Borbone seppe approfittare[287].
[287] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 443. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 371._
Infatti questi partì il venti di aprile, dai contorni di Arezzo, alla volta di Roma, senza artiglieria, senza carri, senza munizioni; e non si lasciò trattenere nè dalle piogge, che in quella stagione furono grandissime, nè dalla mancanza di viveri. Ottenne a Siena, in allora attaccata al partito imperiale, alcuni soccorsi, che lo ajutarono a proseguire il cammino; ma non si trattenne in quello stato, come erasene lusingato Clemente VII[288]. Nel suo cammino saccheggiò Acquapendente a san Lorenzo alle Grotte; fu introdotto in Viterbo da alcuni emigrati di quella città; occupò in appresso Ronciglione, e finalmente arrivò il 5 di maggio sotto alle mura di Roma, prima che il papa avesse voluto persuadersi della sua partenza dalla Toscana[289].
[288] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VII, f. 132._
[289] Lettera di Filippo Belluci a Federico Clavario comm. apost. del 4 di maggio del 1527. _Lett. de' Princ., t. II, f. 74. — Marco Guazzo, f. 49. — Georg. von Frundsberg, B. V, f. 101._
Clemente VII aveva cercato una seconda volta in quegli ultimi istanti di mettersi in su le difese; ordinò nuove leve per rimpiazzare i soldati che aveva con tanta imprudenza licenziati; vendette tre cappelli di cardinale, ma non ebbe neppure il tempo di riceverne il danaro. Domandò una contribuzione volontaria ai più ricchi abitanti di Roma; ma questi, ritenendo con avara mano effetti che presto dovevano perdere, non diedero che pochi scudi, quando trattavasi di difendere tutto il rimanente de' loro beni, l'onor loro e la vita[290].
[290] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 445._
Renzo di Ceri, della casa Orsini, era stato incaricato dal papa della difesa di Roma. Quest'uomo, che in tempo della guerra della lega di Cambrai erasi renduto illustre sostenendo l'assedio di Crema, aveva veduto la sua riputazione scemare ogni giorno. In particolare Clemente VII faceva di lui pochissimo capitale; pure, per un'imbecillità che pareva strascinarlo alla sua ruina, egli gli accordò in tale occasione la più grande confidenza. Il signore di Bellay, che arrivò in poste da Firenze per avvisare il papa della marcia del Borbone, divise con Renzo di Ceri le cure di provvedere alla difesa di Roma[291]. Per rimpiazzare gli antichi soldati, che tutti erano stati di fresco licenziati, arrolarono tra i servitori de' prelati ed i bottegai di Roma, una truppa senza coraggio e senza disciplina, ed aggiunsero alcune fortificazioni dalla banda di Borgo. Questi lavori inspirarono a Renzo tanta fiducia, ch'egli si figurò di potere opporre la più ostinata resistenza all'armata di Borbone; perciò scrisse al conte Guido Rangone, che accorreva per difendere Roma con cinque mila fanti ed un piccolo corpo d'artiglieria, che farebbe meglio di andare a raggiugnere l'armata della lega, poichè la capitale aveva tutt'al più bisogno di un ajuto di sette in ottocento archibugieri[292].
[291] _Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 35._ — Ma di questi avvenimenti parla assai brevemente, e le memorie francesi, in generale, sono poco soddisfacenti rispetto a tuttociò che successe in Italia dopo la prigionia del re a Pavia. _Georg. von Frundsberg, B. V, f. 102._
[292] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 445. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 391. — Georg. von Frundsberg, B. V, f. 103._
Questa lettera, scritta soltanto il 4 di maggio, non trattenne in cammino il Rangone, che aspirava alla gloria di liberare la capitale della Cristianità. Aveva calcolato di giugnervi prima del Borbone, ove questi si fosse caricato di un treno d'artiglieria; e che sarebbe sempre in tempo di unirsi ai difensori della città, ove il Borbone arrivasse prima di lui per non avere condotti cannoni. Ma il 5 di maggio il Borbone presentossi ne' prati sotto Roma, e fece da un trombetta intimare la resa alla città. Clemente VII, che in diverse circostanze aveva mostrato un'eccessiva timidezza, e che anche ultimamente aveva voluto fuggire quando l'armata napolitana si avanzava sopra Frusolone, mostrò in questa circostanza un'inesplicabile fermezza. Rimandò il trombetta con disprezzo; non volle permettere di tagliare i ponti della città, per difendersi al di là del Tevere se il Borgo veniva preso; e per non ispargere il terrore, ordinò alle guardie delle porte di non permettere che si trasportassero fuori di Roma ricchezze o mercanzie[293].
[293] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 446. — Lett. de' Princ., t. II, f. 74, di Roma 4 maggio._
La mattina del 6 di maggio il Borbone condusse le sue truppe all'assalto contro le mura di Borgo tra il Gianicolo ed il Vaticano. Qualunque si fosse lo splendore che lo accompagnava, come generale della più potente armata che allora fosse in Europa, pare che tutta sentisse la vergogna ed il pericolo della propria situazione. Principe del sangue e ribelle al suo re; francese e traditore della sua patria; cattolico e conducente contro il papa un'armata, che era nemica della religione medesima; cavaliere ed associato ad una banda di masnadieri, non poteva dissimulare a sè medesimo che meritava il disprezzo che gli avevano manifestato gli Spagnuoli, e che gli esprimevano tutti coloro che non lo temevano. Una luminosa vittoria poteva sola coprire tanti torti a' suoi proprj occhi o agli occhi degli altri; egli voleva ottenerla, o morire combattendo; e perchè, montando all'assalto, vide che i suoi fanti tedeschi lo seguivano freddamente, prese una scala, l'appoggiò egli stesso contro il muro per incoraggiarli colla propria intrepidezza; ma appena aveva incominciato a salire, che fu colpito nelle reni da una palla di moschetto tirata dall'alto delle mura, che gli passò il fianco e la coscia destra[294]. Sentì subito che il colpo era mortale; pure conservò tanta presenza di spirito da domandare a quelli che gli stavano intorno di coprire il suo corpo col suo mantello, onde i soldati non si accorgessero della sua caduta; così egli spirò ai piedi delle mura, mentre che continuava l'assalto[295].
[294] L'egregio scultore Benvenuto Cellini vorrebbe persuadere a sè ed agli altri, d'avere egli sparato questo fortunato colpo, che privò Roma d'un nemico senza salvarla. _Vita di Benvenuto Cellini scritta da lui medesimo._
[295] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 446. — P. Giovio vita del card. Pompeo Colonna, p. 172. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 37. — P. Paruta, l. V, p. 393. — Gal. Capella, l. VII, f. 73. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 593. — Arn. Ferroni, l. VIII, p. 165. — Mar. Guazzo, f. 50. — Georg. von Frundsberg, B. V, f. 106; B. VI, f. 108._
La morte del Borbone non si potè tenere lungamente nascosta ai soldati; ma invece di scoraggiarli, parve eccitarli alla vendetta. Gli Svizzeri della guardia del papa avevano difese le mura valorosamente, ed una batteria posta sull'alto del colle, che prendeva di fianco gli assedianti, loro uccideva molta gente; ma una densa nebbia, che si levò dopo che il sole apparve sull'orizzonte, impedì agli artiglieri di ben dirigere i loro colpi. Gli Spagnuoli ne approfittarono onde entrare in città per alcune piccole case attigue alle mura; dall'altro canto i Tedeschi superarono le trincee, e s'impadronirono del baluardo. Prima di riuscirvi gli assalitori avevano avuto un migliajo d'uomini uccisi, ma ne fecero orribile vendetta su quella parte della gioventù romana che combatteva sotto le insegne de' proprj caporioni, e che trovavasi chiusa tra gli Spagnuoli ed i Tedeschi. Fu uccisa tutta senza pietà, sebbene la maggior parte di questi giovani avesse gettate le armi, e domandasse la vita in ginocchioni[296].
[296] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 446. — P. Jovii Hist., l. XXIV, p. 14. — Ejusd. vita di Pomp. Colonna, p. 172._
Durante la battaglia, Clemente VII stava pregando innanzi all'altare della sua cappella in Vaticano. Quando le grida de' soldati gli annunciarono la presa della città, fuggì dal suo palazzo in castel sant'Angelo pel lungo corridojo che, innalzato su doppia muraglia al di sopra delle più alte case, attraversa tutta la città Leonina, e dà comunicazione al Vaticano colla fortezza. Lo storico Paolo Giovio, che seguiva Clemente VII, teneva rialzata la di lui lunga veste perchè potesse più speditamente camminare, e l'aveva coperto col suo cappello e col suo mantello violetto, per timore che il papa, attraversando il ponte che lo lasciava vedere a discoperto, non fosse riconosciuto pel suo rocchetto bianco, e preso di mira da qualche furibondo soldato. Da tutta la lunghezza del corritojo Clemente VII vedeva al di sotto di sè la miserabile fuga de' suoi, ed i barbari che inseguendoli gli assassinavano a colpi di picche e di alabarde. Sette in otto mila romani vennero uccisi in questo primo giorno[297].
[297] _P. Giovio vita del cardinale Pompeo Colonna, p. 173. — Georg. von Frundsberg, B. VI, f. 109._
Dopo essere entrato in castello, il papa aveva ancora tempo di fuggire pel ponte degli angeli che era sotto la protezione della sua artiglieria, di attraversare le strade di Roma sotto la scorta della sua cavalleria, e mettersi in salvo. La fresca memoria della sua cattività in Castel sant'Angelo doveva fargli sentire quanto quest'asilo fosse mal sicuro; ma lo spavento ond'era compreso non gli permise di passare più avanti; egli si lasciò chiudere coi cardinali ed i prelati del suo seguito in castel sant'Angelo; ove Filippo Serbelloni collo spagnuolo Mendanez lo assediarono[298].
[298] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 447. — P. Giovio vita del card. Colonna, p. 174. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 328. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 595._
L'armata che si precipitava in Roma, contava in allora quaranta mila uomini. È bensì vero che Frundsberg non aveva condotti che quattordici mila landsknecht, ai quali si erano uniti in Lombardia sei mila Spagnuoli; ma vi si era in appresso aggiunta l'infanteria italiana del Calabrese Fabrizio Maramaldo, di Sciarra Colonna e di Luigi Gonzaga, chiamato il Rodomonte. Inoltre aveva quest'armata raccolti lungo il cammino moltissimi cavaleggieri, il di cui comando era stato dato a Filiberto di Chalons, principe d'Orange, ed a Ferdinando Gonzaga; erasi ingrossata coi disertori dell'armata della lega e coi soldati licenziati dal papa, coi banditi e coi vagabondi, erranti prima per tutti i paesi che aveva attraversati, e chiamati sotto le sue bandiere dall'allettamento del saccheggio[299].
[299] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 447 — P. Giovio vita del card. Colonna, f. 173._
Il Borgo di Roma ed il quartiere del Vaticano furono subito saccheggiati; ed in quella prima ebbrezza della vittoria il sacrilego furore de' soldati parve meno ributtante, sebbene non avesse risparmiati nè i conventi, nè le chiese, nè il palazzo del papa, nè il tempio di san Pietro, cattedrale del mondo cristiano. Ma i soldati, non contenti delle ricchezze di questi due quartieri, presero ancora d'assalto quello di Transtevere, e perchè i ponti non erano stati tagliati, trovaronsi padroni di tutta Roma, ove Luigi Gonzaga fu il primo ad entrare per ponte Sisto alla testa dell'infanteria italiana[300].
[300] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 447. — Vita del card. Pompeo Colonna, f. 175 v. — Georg. von Frundsberg, B. VI, f. 110._
Forse giammai nella storia dell'universo si troverà che una grandissima capitale sia stata abbandonata a più atroce abuso della vittoria; giammai una potente armata si formò di soldati più feroci, e più intolleranti del giogo d'ogni militare disciplina; nè mai il sovrano, nel di cui nome cotesta armata combatteva, era stato più indifferente alle calamità dei vinti. Non bastò già il lasciare in balìa della rapacità de' soldati tutte affatto le ricchezze sacre e profane dalla pietà dei popoli o dalla loro industria adunate nella capitale del mondo cristiano, che ancora le persone degl'infelici abitanti furono abbandonate al capriccio, e alla brutalità di sfrenata soldatesca. Mentre che le donne di ogni condizione erano vittima dell'incontinenza de' vincitori, coloro che rendevansi sospetti di avere ricchezze nascoste, o credito presso gli altri, erano posti alla tortura, ed obbligati con prolungati tormenti a vuotare le borse degli amici che potevano avere in altri paesi. Molti prelati morirono in mezzo ai tormenti; molti altri, dopo essersi riscattati, morirono in conseguenza de' sofferti strapazzi, della loro afflizione, o del loro spavento. Furono saccheggiati i palazzi di tutti i cardinali senza che i soldati volessero distinguere i guelfi dai ghibellini, o accordare una salvaguardia a coloro ch'erano conosciutissimi pel loro attaccamento al partito imperiale. Soltanto fu ad alcuni permesso di riscattarsi col danaro; e perchè i mercanti avevano deposti i proprj effetti nelle loro case supponendo di porli in luogo sicuro, questi mercanti pagarono spesso enormi somme per sottrarle ai soldati. La marchesa di Mantova riscattò il suo palazzo per cinquanta mila ducati, e si dice che suo figlio ne toccasse per la parte sua dieci mila. Il cardinale di Siena, dopo avere pagata la propria taglia agli Spagnuoli, fu fatto prigioniero da' Tedeschi, spogliato d'ogni avere, battuto e forzato di riscattare nuovamente la sua sola persona con cinque mila ducati. La stessa sventura toccò ai cardinali della Minerva e di Ponzetta. Nè i prelati tedeschi o spagnuoli furono da' loro compatriotti risparmiati più che gl'Italiani. Udivansi eccheggiare in tutte le case le grida ed i pianti degl'infelici esposti alla tortura; le piazze avanti a tutte le chiese erano sparse d'arredi d'altari, di reliquie e di tutte le cose sacre, che i soldati buttavano in terra dopo averne strappato l'oro e l'argento. I luterani tedeschi, aggiugnendo alla cupidigia il fanatismo religioso, si sforzavano di mostrare il loro disprezzo per le pompe della chiesa romana, e di profanare tuttociò che rispettavano que' popoli ch'essi dicevano idolatri. Per altro passati i primi giorni di furore, ne' quali essi avrebbero voluto uccidere tutti coloro che avevano impugnate le armi, i Tedeschi più non isguainarono la spada; anzi si addolcirono in modo, che i loro prigionieri si poterono riscattare a bassissimo prezzo. Allora ad altro più non pensarono che a bevere, ad ammassare danaro ed a distruggere i quadri e le statue che loro sembravano monumenti d'idolatria. Ma infinitamente più avidi e più crudeli erano gli Spagnuoli; la loro sete dell'oro mai non iscemava, e perchè il loro cuore era affatto chiuso alla pietà, andavano moltiplicando i tormenti per costringere i loro prigionieri ad iscuoprire tuttociò che tenevano nascosto. Gl'Italiani e specialmente quelli dell'Abruzzo imitavano i vizj delle due nazioni cui si erano associati, e senza pareggiarli nel valore, cercavano se non altro di essere egualmente crudeli ed empj[301].
[301] _P. Giovio vita di Pompeo Colonna, f. 173. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 448. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 329. — P. Paruta, l. V, p. 393. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 595. — Arn. Ferroni, l. VIII, p. 165. — Mém. de Martin du Bellay, l. III, p. 37. — Paradin Hist. de notre temps, p. 204. — Brantome-Ulloa vita di Carlo V, l. XI, f. 110. — Georg. von Frundsberg, B. VI, f. 112._
Il cardinale Pompeo Colonna entrò in Roma due giorni dopo presa la città, per godere dell'umiliazione di Clemente VII. Fu seguito da una folla di contadini dei suoi feudi, che poco prima erano stati barbaramente saccheggiati per ordine del papa, e che si vendicarono saccheggiando tutte quelle case di Roma, ove restavano ancora i meno preziosi effetti che non avevano tentata l'avidità de' soldati. Per altro Pompeo fu compreso da profondo dolore, quando vide la miseria in cui aveva contribuito a precipitare la sua patria; aprì la sua casa a tutti coloro che vi si vollero rifugiare, riscattò col suo danaro i cardinali prigionieri senza distinzione di partito amico o nemico, e salvò la vita a tanti miserabili, che, avendo ogni cosa perduta, sarebbero senza di lui periti di fame[302].
[302] _P. Giovio vita di Pompeo Colonna, f. 174._
Lo stesso giorno in cui l'armata imperiale era entrata in Roma, il conte Guido Rangone era giunto fino a Ponte Salario co' suoi cavaleggieri ed ottocento archibugieri. Se la città avesse resistito soltanto ventiquattr'ore, sarebbe arrivato a tempo per difenderla e per salvarla. Quando seppe l'accaduto si ritirò fino ad Otricoli per riunirvisi al restante della sua truppa. Il duca d'Urbino ed il marchese di Saluzzo camminavano assai più lentamente: erano partiti soltanto il 3 di maggio da Firenze, ed il marchese non arrivò ad Orvieto che il giorno 11, di dove fece un tentativo per cavare di notte il papa da castel sant'Angelo; ma non riuscì, perchè Federigo da Bozzolo, che conduceva il distaccamento, si ferì cadendo di cavallo. Il duca d'Urbino giunse ad Orvieto cinque giorni più tardi, perchè, in passando, volle fare una rivoluzione in Perugia, di dove scacciò Gentile Baglioni, partigiano de' Medici, per darne il governo ai figliuoli di quel Gian Paolo Baglioni che Leon X aveva fatto morire[303].
[303] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 449. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 596. — P. Paruta, l, VI, p. 401._
Pretese il duca d'Urbino di non poter tentar nulla, perchè, avendo allora passata in revista la sua armata, non trovò che diciassette mila combattenti invece di trenta mila che doveva averne. Pure sotto qualunque altro capo quest'armata sarebbe bastata per iscacciare gl'imperiali da Roma, perciocchè i soldati spagnuoli e tedeschi, perduti nelle dissolutezze d'ogni maniera, più non ubbidivano alla voce de' loro capitani, e non avevano verun rispetto per Filiberto di Chalons, principe d'Orange, ch'essi avevano eletto loro capo invece del contestabile di Borbone. Non si volevano a nessun patto staccare dal saccheggio per soddisfare a verun ufficio militare, e quando un falso allarme faceva chiamare al campo i soldati, niuno veniva a porsi sotto le bandiere[304].
[304] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 449. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 394. — Georg. von Frundsberg, B. VI, f. 115._