Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)
Part 15
Mentre che il Borbone si andava lentamente avanzando verso Bologna, altre armate combattevano ne' contorni di Roma, e Clemente VII a seconda de' loro progressi regolava tali negoziazioni che ammorzavano il coraggio de' suoi generali. Il re di Francia, che incoraggiava sempre il papa colle più splendide promesse, non s'adoperava però mai perchè giugnessero in tempo nè i soldati nè i sussidj da lui promessi. Renzo di Ceri, che si era fatto un illustre nome nell'armata francese colla difesa di Marsiglia, era giunto il primo di dicembre del precedente anno a Savona con due galere francesi, e tre giorni dopo era stato raggiunto dal restante della flotta francese, ch'erasi subito portata sotto Genova colle galere del papa e di Venezia per ricominciare il blocco di quella città[259]. Renzo era poscia giunto a Roma col conte di Vaudemont, cui pensavasi ad assicurare il regno di Napoli, facendogli sposare Catarina de' Medici, nipote del papa, ch'ebbe poi sì gran nome come regina di Francia[260]. Il conte di Vaudemont era fratello del duca di Lorena, e perchè Francesco primo rinunciava ai suoi diritti alla corona di Napoli, si pensava a far rivivere nella casa di Lorena gli antichi diritti trasmessile dalla casa d'Angiò.
[259] Lettera del datario al cardinale Trivulzio. _Lett. de' Princ., t. II, f. 22._
[260] _P. Paruta, l. V, p. 378. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 424. — Ben. Varchi, l. II, p. 49._
L'arrivo di un principe francese all'armata destinata a far l'impresa di Napoli, fece supporre al papa che il re manterrebbe finalmente le sue promesse tante volte rinnovate, e che i pattuiti sussidj, gli Svizzeri, gli uomini d'armi francesi, tutto finalmente arriverebbe. Infatti gli si diceva, che il danaro ch'egli aspettava gli sarebbe a giorni portato da messere Martino di Bellay, signore di Langei, quello che ci lasciò le più accurate memorie francesi di quest'epoca[261]. A ciò fidandosi il papa, l'armata della Chiesa sotto gli ordini di Agostino Trivulzio e di Vitello Vitelli si adunò a Ferentino, mentre che il vicerè trovavasi a Cepperano con quella di Napoli[262].
[261] Lettera del datario al cardinale Trivulzio, 8 marzo 1527, _t. II, Lett. de' Princ., f. 58._
[262] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 424. — Ben. Varchi, l. II, p. 49._
Quest'ultimo aveva raccolti circa dodici mila uomini; ma appena la metà di questo numero era di truppe di linea venute con lui dalla Spagna; le altre erano milizie del regno di Napoli, delle quali facevasi poco conto. In sul finir del precedente anno, egli le aveva condotte all'assedio di Frusolone, borgata senza mura, ma posta in una situazione naturalmente forte. Il Lannoi vi si lasciò sorprendere l'ultimo giorno di gennajo, e fu costretto di rientrare entro i confini del regno dopo avere perduta molta gente[263].
[263] _Fr. Guicciardini, t. XVIII, p. 427. — P. Paruta, l. V, p. 378. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 589. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 365. — Lettera del datario di Roma, 4 febbrajo. Lett. de' Princ., t. II, f. 49._
Questo vantaggio, e le istanze e le promesse dell'ambasciatore di Francia, e le speranze che dava Russel, ambasciatore d'Inghilterra, mossero Clemente VII a tentare la conquista del regno di Napoli. Renzo di Ceri con sei mila uomini doveva entrare negli Abruzzi, ravvivare il partito del conte di Montorio, ed occupare l'Aquila, che infatti gli aprì le porte: l'armata principale doveva portarsi dalla banda di san Germano sopra Napoli; e la flotta alleata, sotto gli ordini di Pietro Navarro, cui il papa fece abbandonare il blocco di Genova, doveva minacciare le coste della Campania[264].
[264] Lettera del datario al conte Filipino Doria per richiamare la flotta. Roma 4 febbrajo 1527. _Lett. de Princ., t. II, f. 49. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 428._
Queste diverse spedizioni si cominciarono contemporaneamente a metà di febbrajo con non infelice successo: il vicerè, poco fidandosi de' suoi mezzi di difesa, ritirossi a Gaeta e don Ugo di Moncade a Napoli. La flotta saccheggiò Molo di Gaeta, prese Castellamare, Stabbia, Torre del Greco, Sorrento, e Salerno; Renzo di Ceri non ebbe dal canto suo minori vantaggi nell'Abruzzo, ove occupò Siciliano e Tagliacozzo[265]. Se la guerra si fosse continuata collo stesso vigore con cui fu cominciata, avrebbe potuto avere un felice fine. Ma bastava che i soldati sapessero di ubbidire a prelati, perchè pretendessero assai più che le truppe degli altri potentati, e rendessero molto minori servigi. Niun'altra armata era tanto incomoda ne' paesi amici; niun'era meno ubbidiente ai suoi capi o meno disciplinata; niuna consumava tante munizioni, o più facilmente saccheggiava i proprj convoglj; niuna era meno disposta a combattere; niuna rifiutavasi con maggiore ostinazione alla fatica ed al pericolo, nè aveva l'orgoglio di volere che i suoi capi credessero che tuttociò ch'era difficile fosse impossibile. Dall'altro canto il papa non poteva vincere nè la sua avarizia nè la sua irrisolutezza. Atterrito dalle grandi spese cui doveva supplire, lasciava che l'armata principale mancasse di vittovaglie e di danaro; ed essa per ciò nei primi giorni di marzo di già cominciava a sbandarsi. In pari tempo egli era sempre apparecchiato ad ascoltare le proposizioni di accomodamento che gli si facevano; onde l'imperatore ed il vicerè tenevano sempre alcuni loro negoziatori presso di lui. La flotta s'indeboliva a cagione delle guarnigioni che doveva lasciare nelle città che aveva occupate. Il cardinale Trivulzio ed il Vitelli, mancando di viveri e spaventati dall'insubordinazione dell'armata, si ritirarono da san Germano sopra Piperno; e Renzo di Ceri, abbandonato da una parte de' suoi soldati, lasciò gli Abruzzi per tornare a Roma. Così alla metà di marzo, la spedizione di Napoli che aveva avuto così prospero principio, non lasciava più sperare nessun felice fine[266].
[265] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 429. — P. Paruta, l. V, p. 379. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 33. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 590._ — Tutta la corrispondenza del datario col Trivulzio legato presso quest'armata. _Lett. de' Princ., t. II, f. 22. e segu._
[266] _Fr. Guicciardini l, XVIII, p. 430. — P. Paruta, l. V, p. 382._ — Lettere del datario del 13 e 14 marzo al card. Trivulzio, _t. II, f. 61. Lett. de' Princ._
Dalla banda della Lombardia i generali della Chiesa erano costretti a seguire i piani del duca d'Urbino, sebbene in lui non avessero veruna fiducia. Gli Spagnuoli del duca di Borbone, essendosi ammutinati il 17 di febbrajo in occasione di domandare il loro soldo, uccisero il loro sergente maggiore (ufficiale di un grado assai più elevato che non lo è a' dì nostri), perchè cercava di calmarli. Non pertanto il Borbone aveva potuto ricondurli all'ubbidienza, facendo loro comprendere che non avevano altri mezzi di trovare danaro che quello di continuare a seguirlo. Il 22 di febbrajo alloggiarono a san Donnino, che fu da loro saccheggiato; ed il giorno susseguente, il marchese di Saluzzo, il Guicciardini e Niccolò Macchiavelli, inviato dai Fiorentini presso al secondo, si ritirarono da Parma sopra Modena con undici in dodici mila uomini, che formavano l'armata della Chiesa[267].
[267] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 430._ — Ultima legazione di Niccolò Macchiavelli a Francesco Guicciardini. Prime otto lettere, _t. VII, opere p. 467-480. — Georg von Frundsberg, B. V, f. 92-96._
Il Borbone tenne dietro all'armata che si ritirava; e come aveva attraversato lo stato parmigiano senz'entrare in veruna città, attraversò ancora i territorj di Reggio e di Modena; e di già stava per entrare nello stato di Bologna, quando l'armata veneziana passò il Po il 5 di marzo per trovarsi alle spalle de' nemici. Il duca d'Urbino non raggiunse i suoi soldati che il giorno 18 di marzo, dopo avere assicurato il senato veneto del più felice esito. Egli appoggiavasi non al valore della sua armata, di cui non voleva fare pericoloso esperimento, ma bensì all'imbarazzo de' suoi avversarj. Infatti il 14 di marzo era scoppiata una nuova sedizione fra i Tedeschi dell'armata di Borbone. Avevano tentato di ucciderlo; ed egli non si era sottratto al loro furore che col darsi ad una pronta fuga, mentre essi uccidevano un suo gentiluomo, saccheggiavano i suoi equipaggi. Il Marchese del Guasto calmò i sediziosi con qualche danaro che fece loro dare dal duca di Ferrara. Tre giorni dopo Giorgio Frundsberg, colpito da apoplessia, abbandonò l'armata[268]. Credevasi che i soldati ch'egli aveva adunati col suo credito, e che non vedevano effettuarsi le sue promesse, si disperderebbero, ma si mantennero fedeli ai loro stendardi[269].
[268] Frundsberg ebbe un colpo apopletico mentre stava arringando i suoi soldati per calmare lo spirito di sedizione sparso nell'armata. Il biografo tedesco, che ci lasciò la sua vita, stampata nel 1568, somministra poche particolarità intorno ai primi suoi fatti militari, _Buch. V, f. 97._
[269] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 434._ — Macchiavelli Legazioni. Lettera di Bologna 18 marzo, _t. VII, p. 487. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 367. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 591._ — Lett. del datario al card. Trivulzio. _Lett. de' Principi, t. II, p. 66._
Clemente VII trovavasi estremamente angustiato dalle difficoltà della sua posizione. Francesco I l'aveva spinto alla guerra colle più magnifiche promesse; ma non avevane attenuta una sola. Da principio non aveva mandate all'armata della lega le cinquecento lance, ed i quaranta mila ducati al mese, che si era obbligato di somministrare. Non aveva pure mandati i ventimila ducati di più al mese per la guerra di Napoli. Il papa aveva sostenuto solo per tre mesi tutto il peso di questa guerra, ed il primo pagamento mensile non era ancora terminato. Il danaro, che sapevasi trovarsi per istrada, non giugneva mai, e niuna delle tante promesse fatte si verificava. La flotta francese, incaricata di secondare l'impresa di Napoli, non era mai portata a numero. Dodici galere leggieri eransi unite alla flotta pontificia, ma erano assai male approvvigionate anche queste e senza truppe da sbarco. Tra le grosse navi che dovevano raggiugnere la flotta, le une mai non abbandonarono le coste della Provenza, altre non si avanzarono oltre Savona. Eppure tra gli alleati del papa, non trovavasene un altro che meritasse maggiore confidenza. I soccorsi dell'Inghilterra erano troppo incerti e troppo tardi; pareva che i Veneziani non pensassero che a sè medesimi; ed il duca d'Urbino non voleva adottare veruna misura che potesse salvare gli stati di Roma o di Firenze. Il Borbone omai toccava i confini della Toscana. Siena era zelante pel partito imperiale; Firenze, stanca di soffrire il giogo de' Medici, desiderava una rivoluzione. Vero è che nel regno di Napoli la lega da principio aveva ottenuti alcuni vantaggi; ma il papa più non aveva danaro per continuare una così disastrosa guerra, ed opponeva uno scrupolo di coscienza sconosciuto dai suoi predecessori alla proposizione fattagli più volte di vendere alcuni cappelli di cardinale. Il suo datario Ghiberti rispondeva il 17 di dicembre al vescovo di Bayeux, che, senza entrare in disamina intorno a ciò che vi era di vergognoso in questo mezzo, si era assicurato che non basterebbe, potendosene tutt'al più ricavare cento cinquanta mila ducati, che sarebbero bentosto consumati[270].
[270] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 435. — Lett. de' Princ., t. II, f. 33._ In questa lettera assai diffusa il datario giustifica il papa, ed accusa il re di Francia, mostrando in qual modo egli aveva mancato a tutte le sue promesse verso gl'Italiani.
In tanta perplessità Clemente VII acconsentì all'ultimo alle proposizioni di accomodamento che gli aveva più volte fatte il vicerè; e malgrado il pericolo di separarsi da' suoi alleati, e di mettersi in balìa de' suoi nemici, il 15 marzo sottoscrisse con Cesare Fieramosca e Sernone, ministri del vicerè, una tregua di otto mesi, per prezzo della quale doveva pagare agli imperiali sessanta mila ducati, destinati per l'armata del duca di Borbone; oltre a che dovevano essere restituite le conquiste fatte dalle due parti, abolite le censure fulminate contro i Colonna, il cardinale Pompeo ristabilito nella sua dignità, ed il vicerè doveva venire a Roma per meglio guarentire il papa contro l'armata del contestabile. Se i Veneziani ed il re di Francia accettavano la tregua, durante la quale speravasi di negoziare un trattato di pace, tutte le truppe tedesche dovevano abbandonare l'Italia; se la rifiutavano, queste dovevano ritirarsi solamente dallo stato della Chiesa[271].
[271] Lettera del datario al card. Trivulzio, del 15 marzo. _Lett. de' Principi, t. II, f. 62. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 436. — P. Paruta, l. V, p. 383-385. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 367. — Gal. Capella, l. VII, f. 73. — Marco Guazzo stor. de' suoi tempi, f. 48. — Georg. von Frundsberg, B. V, f. 100._
Clemente VII abbandonato dai suoi alleati quando la più formidabile armata si avanzava contro di lui, era, non v'ha dubbio, in pieno diritto di provvedere alla sua salvezza con un parziale trattato. Ma sembra che nè il papa, nè il datario Ghiberti, suo principale consigliere, nè altra persona della sua corte, abbia saputo apprezzare il pericolo dell'avvicinamento del Borbone; essendosi Clemente ridotto a trattare piuttosto per l'impazienza che gli cagionava la cattiva condotta delle sue truppe, e per l'imbarazzo delle sue finanze, che per timore degli imperiali. Da principio erasi in Roma dubitato che il Borbone non fosse per accettare la tregua sottoscritta dal vicerè, e seppesi poco dopo, che infatti l'aveva rifiutata. Pure il papa non volle ravvisare in questo rifiuto che una millanteria militare, o uno stratagemma per avere una maggior somma[272]. Avrebbe dovuto meglio conoscere la disordinata truppa con cui aveva che fare, composta di soldati non pagati, disubbidienti, indisciplinati, i quali parevano piuttosto condurre i loro generali che essere condotti da loro. Egli sapeva non meno che tutta l'Italia quale fosse stata pel corso di un anno la loro tirannia in Milano; doveva sapere che Giorgio Frundsberg detestava le superstizioni della Chiesa romana con un odio avvelenato dalle controversie religiose della Germania, e che portava in seno una funicella dorata, destinata, siccom'egli diceva, ad appiccare il papa colle sue mani[273]; non doveva ignorare che una parte de' di lui soldati era stata strascinata sotto le di lui bandiere non meno dal fanatismo della riforma che dall'amore della licenza militare; che gli Spagnuoli, fatti più avidi dalle rapine loro permesse a Milano, aspiravano a mettere la mano sulle ricchezze della più commerciante città d'Italia, e che solevano giurare _pel glorioso sacco di Firenze_[274]. Fu dunque improvvidissimo consiglio quello di disarmarsi nell'istante in cui fu sottoscritta la tregua e scrivere al cardinale Trivulzio che licenziasse la maggior parte de' suoi soldati; di rallegrarsi perchè quelli di Renzo di Ceri si erano dissipati spontaneamente; e di non ritenere per sua difesa che cento cavaleggieri, e circa due mila fanti delle bande nere formate da Giovanni de' Medici[275].
[272] Lettera del Ghiberti al cardinal Trivulzio del 31 marzo 1527. _Lett. de' Princ., t. II, p. 69._
[273] _P. Giovio Elogi degli uomini illustri, l. VI, p. 325. — Scip. Ammirato, l. XXX, p, 362. — Ben. Varchi, l. III, p. 50._ — Il biografo tedesco nega questo fatto, _l. V, f. 92_, ma questo biografo è cattolico, e non ammette verun fatto che faccia torto al suo eroe.
[274] _Lett. de' Princ., t, II, f. 47 a Niccolò Capponi._
[275] Lettera del 29 di marzo, del Ghiberti al card. Trivulzio. _Lett. de' Princ., t. II, f. 69. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 436. — P. Paruta l. V, p. 385. — Ben. Varchi, l. II, p. 65._
Il papa ed il vicerè avevano trattato di buona fede, e l'uno e l'altro soddisfecero alle reciproche convenzioni; ma il Borbone, forse non voleva, e certamente non poteva trattenere la sua armata. Dava non pertanto a credere che accetterebbe l'armistizio, se gli veniva assicurata una più ragguardevole somma di danaro da distribuirsi ai suoi soldati in pagamento di due mesi di soldo; e perchè a tale effetto ricominciavano le negoziazioni, negli ultimi otto giorni di marzo fece alcuni lavori intorno a Bologna, come se avesse voluto assediarla. Ma il 31 di marzo dichiarò al Guicciardini che non poteva più oltre contenere i suoi soldati, ed andò ad accamparsi a Ponte a Reno. Un messo del vicerè, che veniva ad intimargli l'ordine d'osservare la tregua, corse pericolo di essere ucciso dai Landsknecht, e dovette salvarsi con una pronta fuga; ed il marchese del Guasto, che si era separato dal duca di Borbone per non disubbidire al vicerè, ed aveva presa la strada di Napoli, fu con una militare sentenza bandito dall'armata[276].
[276] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p, 437. — P. Paruta, l. V, p. 388. — Fr. Belcarii l. XIX, p. 592. — Macchiavelli Legazioni, t. VII, p. 480-500._
Per altro i progetti del Borbone sembravano tuttavia difficilmente eseguibili: la primavera era assai tarda, ed era caduta molta neve sugli Appennini che l'armata imperiale doveva attraversare per entrare nella Toscana. Dessa trovavasi accampata tra Ferrara e Bologna in terreni fangosi e quasi affatto inondati. Per mancanza d'artiglierie e di munizioni non aveva potuto prendere veruna città, ond'era sempre sprovveduta di magazzini come di danaro, e viveva a giorno per giorno con quello che trovava nelle campagne. Attraversando un paese così sterile come gli Appennini, dove poteva supporre d'incontrare qualche resistenza, doveva necessariamente portare vittovaglie per più giorni; ed appunto per questo motivo il Borbone si trattenne lungo tempo ai confini del Bolognese e della Romagna, mostrando di voler prendere ora l'una ora l'altra strada, sempre minacciando e non avanzando mai[277].
[277] _Macchiavelli Legazioni, t. VII. Lettere di Bologna e di Forlì fino al 13 aprile, p. 480 e segu. fino a p. 508._
Intanto continuavano con lui le negoziazioni; ma queste non contribuivano che a rendere diffidenti il duca d'Urbino ed il marchese di Saluzzo, che, vedendo il papa tanto sollecito di abbandonarli, erano sempre apparecchiati a ritirarsi. Lo stesso vicerè si pose in cammino per avere un abboccamento col Borbone, ed offrirgli, per soddisfare al debito verso l'armata, oltre il danaro promesso dal papa, altre somme da prendersi sulle entrate di Napoli o sulle straordinarie contribuzioni dei Fiorentini, i quali, trovandosi esposti prima degli altri, dovevano altresì essere i primi a riscattarsi. Ma egli non osava di avventurarsi in mezzo a quella sfrenata soldatesca, e si fermò a Firenze per trattare di colà col Borbone. Dal canto suo il Guicciardini, luogotenente generale della Chiesa in tutte le province della Lombardia, faceva istanze al senato di Venezia, al duca d'Urbino ed al marchese di Saluzzo acciò che l'armata alleata tenesse dietro al Borbone; loro rappresentando, che, quand'anche fosse vero che il papa fosse intenzionato di trattare separatamente, era del loro interesse d'impedire che non venisse oppresso; perciocchè quanto più grande sarebbe la di lui paura, tanto maggiore sarebbe la quantità del danaro che da lui tirerebbe il Borbone, danaro che poi verrebbe tutto impiegato contro la lega[278].
[278] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 438. — P. Paruta, l. V, p. 389. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 567. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 593._
Prima di avanzarsi negli Appennini, il Borbone ingannò i suoi nemici con nuove negoziazioni, e mentre che dal 15 al 25 d'aprile egli si avanzava per Meldola, santa Sofia e val di Bagno, fino a Pieve santo Stefano in val d'Arno superiore, lasciò che i suoi deputati presso il vicerè sottoscrivessero una nuova convenzione, in forza della quale prometteva d'allontanarsi per una grossa somma di danaro. Dall'altro canto il Guicciardini, non essendo tranquillo intorno alla di lui equivoca condotta, aveva persuasi il marchese di Saluzzo ed il duca d'Urbino in compagnia de' quali trovavasi allora in Mugello, a passare ancor essi l'Appennino. I confini del ducato d'Urbino non erano lontani dall'armata imperiale, e questo a non dubitarne, fu il principale motivo che fece risolvere il duca ad avanzarsi[279].
[279] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 439. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 388. — Ben. Varchi, l. II, p. 66. — Ber. Segni Stor. Fior., l. I, p. 4. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 34. — Georg. von Frundsberg, B. V, f. 100._
Ma il Guicciardini non poteva riuscire ad ispirare al papa la medesima diffidenza; quanto più grande e più spaventoso era il pericolo, tanto più Clemente VII era determinato di chiudere gli occhi per non vederlo. Quando seppe che a Firenze era stata firmata una nuova convenzione, licenziò subito il rimanente delle sue bande nere, quasi che la conservazione di questo piccolo corpo potesse servire di pretesto all'armata imperiale per venire ad attaccarlo a Roma[280]. Nello stesso tempo rimandò per mare il signore di Vaudemont a Marsiglia, e parve dopo ciò credersi in seno alla più perfetta pace.
[280] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 441. — P. Paruta, l. V, p. 391._
Ciò null'ostante poco mancò che una impensata rivoluzione non salvasse Roma a spese di Firenze. Mentre che l'armata della lega doveva acquartierarsi all'Ancisa per coprire quest'ultima città, i Fiorentini, non meno spaventati de' soldati che venivano per difenderli, che di quelli che venivano ad attaccarli, domandarono delle armi al loro governo. Questa domanda venne apertamente e caldamente appoggiata da' più riputati cittadini, quali erano Niccolò Capponi, Matteo Strozzi, ed il gonfaloniere Luigi Guicciardini, fratello dello storico; mentre che i partigiani dei Medici, sebbene conoscessero l'avversione de' loro concittadini pel giogo che sostenevano, non osavano di far palese la loro opposizione ad un così legittimo desiderio. Essi promisero che i sedici gonfalonieri, che avevano parte nel governo, distribuirebbero il 26 d'aprile le armi alle loro compagnie; ma perchè il popolo si affollava intorno al palazzo per riceverle, essi furono atterriti dall'ardore con cui quest'armi erano domandate, e non tennero parola[281]. Nello stesso tempo i tre cardinali che in allora si trovavano a Firenze, Cortona, Cibo e Ridolfi, de' quali i due ultimi vi erano stati mandati dal papa in sul finire del 1526 onde sostenere il credito del primo, si apparecchiavano ad uscire di città col giovane Ippolito de' Medici per rendere visita ai generali dell'armata alleata, acquartierata all'Olmo, non lontano da Firenze: ciò bastò perchè il popolo supponesse, che costoro, risguardando i loro affari come disperati, abbandonassero la città. L'accidente fece nascere questo rumore tra un popolaccio ignorante; ma tutta la città era così stanca del governo de' Medici e di quello de' preti, ogni cittadino sentivasi così umiliato dalla considerazione che una repubblica coperta di tanta gloria fosse ridotta nella dipendenza di un fanciullo e di prelati stranieri, che ognuno avidamente abbracciava la speranza di mettere fine a questa tirannide. Quelli ancora che ciò non credevano, s'infingevano di crederlo, per far nascere l'occasione di scuotere il giogo. La gioventù accorse verso il palazzo, gridando, _viva il popolo e la libertà!_ La guardia loro fece pochissima resistenza, conciossiachè si posero di mezzo i più assennati cittadini, e la persuasero a ritirarsi. Gl'insorgenti si presentarono alla signoria, capo della quale era in allora Luigi Guicciardini, gonfaloniere, fratello dello storico; la costrinsero a decretare che tutti coloro che i Medici avevano condannati per delitti di stato, verrebbero ristabiliti nelle loro prerogative; che il governo verrebbe costituito come al tempo del gonfaloniere Soderini, e che i Medici sarebbero esiliati e dichiarati ribelli[282].
[281] _Bern. Segni stor. Fior., l. I, p. 4. — Comm. di Fil. Nerli, l. VII, p. 146. — Ben. Varchi, l. II, p. 69._