Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)
Part 14
I Veneziani non seppero chiudere a Frundsberg la strada delle montagne: egli sboccò per Val Sabbia, Rocca d'Anfo e Salò, e giunse fino a Castiglione delle Stiviere nello stato di Mantova. Il duca d'Urbino, per chiudergli la via, aveva stabilito il suo quartiere a Vaprio sull'Adda, fra Trezzo e Cassano, di dove partì il 19 di novembre, non per attaccare i landsknecht, ma per istancheggiarli nella loro marcia con tutta la sua cavalleria leggiere, toglier loro le vittovaglie e far prigioni i soldati che si allontanavano dal corpo. Frundsberg pareva incerto nei suoi progetti, e non potevasi chiaramente argomentare, se voleva passare l'Adda e portarsi sopra Milano, o passare il Po e marciare alla volta di Modena e di Bologna. Quest'armata aveva di già sparso il terrore in Firenze ed in Roma, perciocchè si temeva, che, attirati dalle ricchezze di quelle capitali, i barbari che la componevano non andassero a saccheggiarle, sapendo che non troverebbero ostacoli. Il 24 di novembre Frundsberg si avvicinò a Borgo forte sul Po, ed entrò in quella doviziosa campagna, circondata di fiumi, che chiamasi il _Serraglio_ di Mantova. Il duca d'Urbino lo seguì, e Giovanni de' Medici lo stringeva assai da vicino col suo consueto ardore. Questi, sapendo che i Tedeschi erano scesi in Italia senza artiglieria, credevasi al sicuro dal loro fuoco: ma il duca di Ferrara aveva loro prestati quattro falconetti, alla seconda carica de' quali Giovanni de' Medici perdette una coscia. Egli fu quindi trasportato in Mantova, ove morì il 30 di novembre[241]. Sebbene nella fresca età di trentanove anni, si era di già acquistata grandissima riputazione, ed era dagl'imperiali il più temuto di quanti capitani si trovavano nell'esercito del duca d'Urbino. Il suo valore, il suo impeto eransi comunicati a tutti i suoi soldati, che per la seconda volta continuarono a formare un corpo separato indicato col nome di bande nere, perchè di nuovo mutarono le loro bandiere di bianche in nere, in segno di dolore, come avevano fatto la prima volta in occasione della morte di Leon X[242].
[241] Morì tra le braccia di Pietro Aretino, suo segretario, che dopo avere perduto questo suo carissimo padrone, si riparò in Venezia, ove visse lietamente e rispettato della repubblica e da tutti i sovrani d'Europa fin oltre i settant'anni. Al morto Medici fece levare una maschera che poi servì a Tiziano ed al Sansovino per ritrarlo in pittura ed in marmo. Di questo letterato non si è finora indicato il vero merito, sebbene un'ampia vita ne pubblicasse il Mazzucchelli, e tutti coloro ne abbiano estesamente parlato che scrissero delle cose della letteratura italiana. _N. d. T._
[242] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 416. — Gal. Capella, l. VI, f. 71. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 584. — Vita di Pomp. Colonna, f. 167. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 320. — Gio. Cambi, p. 293, 298. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 363. — Ben. Varchi, l. II, p. 51. — Fil. Nerli, l. VII, p. 144. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 31. — Georg. von Frundsberg, l. V, f. 86._
Siccome vedevasi ogni giorno svilupparsi in Giovanni de' Medici la scienza militare, l'antiveggenza e la giustezza delle viste; siccome ogni giorno egli andava acquistando esperienza e maturità, gl'Italiani si lusingavano di vederlo superiore a tutti i generali del secolo, e da lui solo speravano di vedere restituite all'Italia l'antica gloria delle sue armi e la sua indipendenza. Il Macchiavelli mostravasi penetrato da tale speranza in una lettera scritta al Guicciardini il 15 marzo del 1525, per essere comunicata al papa. Avrebbe voluto che Clemente VII, invece di prendere parte direttamente in una guerra che tanto lo esponeva, e che gli riusciva così fatale, ajutasse segretamente Giovanni de' Medici a formare una compagnia di ventura, in sul fare di quelle del quattordicesimo secolo; e che il Medici, seguendo questa indipendente carriera, non contasse che sulla guerra per nutrire la guerra, e lavorasse all'espulsione dei barbari dall'Italia, onde formarne per sè medesimo una potente monarchia. Ma il papa troppo ardito giudicò questo progetto, e non volle adottarlo[243].
[243] _Macchiavelli Lett. famil., l. VIII, p. 191._
Dopo la morte di Giovanni de' Medici il duca d'Urbino cessò di seguire e d'inquietare i Tedeschi. Questi passarono il Po il 28 di novembre, e sparsero un grandissimo terrore a Modena, a Bologna e fino in Toscana. Ma il Frundsberg, dopo alcuni giorni d'incertezza, cominciò a rimontare a piccole giornate lungo le rive del Po, saccheggiando i territorj di Modena, di Reggio, di Parma e di Piacenza. Il Guicciardini, che a nome della Chiesa comandava in queste province, pregava invano il duca d'Urbino ad accorrere in suo ajuto; questi, dopo averlo lusingato alcuni giorni, si fece dare un ordine dal senato di Venezia di non passare il Po[244].
[244] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 416. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 363. — Georg. von Frundsberg, B. IV, f. 81._
Frundsberg non attaccava veruna terra fortificata, ma invitava il contestabile di Borbone a venire ad unirsi a lui tra Piacenza ed Alessandria; ed infatti l'ultimo giorno dell'anno stabilì il suo campo tra la Nura e la Trebbia, mentre che il Borbone faceva vani sforzi per trarre fuori di Milano la sua armata. I suoi soldati, cui l'imperatore doveva immensi arretrati, non volevano, senz'essere pagati, lasciare una città abbandonata a tutte le loro esazioni, a tutti i loro capriccj. Il Borbone, per cavare qualche danaro dai Milanesi, adoperò nuove minacce e nuovi supplicj; fece condannare Girolamo Moroni a pena capitale; ma nello stesso giorno destinato all'esecuzione, gli vendette per venti mila ducati la libertà e la vita. Il Moroni, che dopo quest'avvenimento si trattenne presso il Borbone, non tardò ad acquistarsi, colla destrezza del suo spirito, e colle estese sue cognizioni, presso di lui grandissimo credito, e di prigioniero diventò il suo più intimo consigliere e l'arbitro di tutti i suoi movimenti[245].
[245] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 419. — Gal. Capella, l. VI, p. 71. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 585._
Il papa aveva osservato, che nel trattato datogli il 21 di settembre in Castel sant'Angelo dal Moncade erano stati sagrificati gl'interessi dei Colonna a quelli dell'imperatore; egli suppose che sarebbero egualmente abbandonati anche in seguito. Sebbene avesse richiamata la sua armata dalla Lombardia, e la sua flotta dai mari di Genova in esecuzione di quella forzata convenzione, non differì che pochi giorni a manifestare la sua collera contro i Colonna. Aveva richiamato a Roma Vitello Vitelli con alcune centinaja di cavalli, due mila Svizzeri e tre mila fanti italiani[246]. Quand'ebbe adunata questa piccola armata, la mandò ne' feudi dei Colonna, con ordine di bruciare e distruggere tutti i loro villaggi. I ridenti colli che circondano il lago d'Albano, e tutto il paese che di là stendesi fino ai confini dell'Abruzzo, vennero allora ruinati così barbaramente, che se ne potrebbero ravvisare le tracce anche al presente. Furono bruciati Marino e Montefortino, spianati Gallicano e Zagarolo, saccheggiati o distrutti altri quattordici villaggi, onde tutto lo stato romano fu inondato da una moltitudine di vecchi, di fanciulli e di donne, costretti ad accattare il pane. In pari tempo un monitorio privò il cardinale Colonna della sua dignità, e condannò tutta la sua famiglia, come colpevole di ribellione e di tradimento. Subiaco, che era il castello favorito di Pompeo Colonna venne trattato con eccessiva crudeltà; e si usò alquanto meno di rigore verso Ghinazzano, ove Prospero Colonna aveva fabbricato un magnifico palazzo. La fortezza di Montefortino e di Rocca di Papa furono le sole che resistessero a tutti gli attacchi delle truppe della Chiesa[247].
[246] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 410. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 32. — Ben. Varchi, l. II, p. 48. — Vita del card. Pomp. Colonna, f. 167_. — Lettere del datario al card. Trivulzio, legato presso quest'armata, del mese di dicembre 1526. — _Lett. de' Princ., t. II, f. 24 e seg._
[247] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 414. — P. Giovio Vita del card. Pomp. Colonna, f. 168. — Jac. Nardi, l. VIII, f. 319_. — Lettere al card. Trivulzio. _Lett. de' Princ., t. II, f. 35 e seg._
Nello stesso tempo la flotta di Cartagena, di cui erasi temuto tanto tempo l'arrivo, uscì allora dal porto, col vicerè Lannoy, trecento cavalli, due mila cinquecento Tedeschi e tre in quattro mila Spagnuoli. Clemente VII ordinò tosto ad Andrea Doria di riprendere il mare colla flotta alleata, per disputare il passo agli Spagnuoli. Ma Luigi Armero, ammiraglio de' Veneziani, era entrato a Porto Venere colla metà delle sue galere: Pietro Navarro era stazionato avanti al promontorio di san Fruttuoso, che divide il seno di Genova da quello di Porto Fino, e non aveva con sè che diciassette galere, quando, avanti il tempo ch'egli credeva, vide comparire nel mese di novembre la flotta del vicerè composta di trentasei galere. Egli non lasciò d'attaccarla, chiamando a sè Luigi Armero; ma il mare burrascoso non permise a questi d'uscire dal porto, e sottrasse bentosto la flotta spagnuola agli attacchi del Navarro e di Andrea Doria; questa per altro perdè due galere, e n'ebbe altre tre così maltrattate, che poca speranza lasciavano di poter essere salvate[248].
[248] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 414-416. — P. Giovio, f. 167. — P. Paruta, l. V, p. 365. — Petri Bizarri, l. XIX, p. 463. — Uberti Folietae, l. XII. p. 729. — Agostino Giustiniani, l. VI. f. 278. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 320._
Il vicerè andò a ripararsi dalla tempesta e dalla persecuzione de' suoi nemici nel porto di santo Stefano nello stato di Siena. Se colà avesse sbarcata la sua truppa, e presa la strada di Roma, vi avrebbe trovata poca resistenza, e la corte del papa aveva di già perduta ogni speranza[249]. Ma il Lannoy, che giugneva allora in Italia, non sapeva con precisione quale fosse lo stato degli alleati: aveva incontrata molta resistenza per mare, e poteva aspettarne un'eguale per terra; onde giudicò più conveniente di proseguire il suo viaggio alla volta di Gaeta, ove sbarcò le sue truppe. Colà il papa gli mandò il generale dei Francescani per entrare con lui in trattato; ed il Lannoy mostrossi assai inclinato a dare orecchio alle proposizioni del papa. Dall'altro canto Francesco Guicciardini negoziava a nome del papa col duca di Ferrara; gli offriva la restituzione di Modena e di Reggio contro il pagamento di dugento mila ducati, e nello stesso tempo il comando dell'esercito della lega; ma queste proposizioni si fecero troppo tardi, ed Alfonso d'Este, che lungo tempo era rimasto dubbioso a quale delle due parti si dovesse appigliare, si era di fresco aggiustato coll'imperatore[250].
[249] Lettera del datario al nunzio in Inghilterra. Roma 7 dicembre 1526. _Lett. de' Princ., t. II, f. 20._
[250] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 414._ — Lettera del datario al protonotajo Gambara, nunzio in Inghilterra. Lett. de' Princ., t. II, f. 21.
Sembrava nuovamente risplendere la speranza d'una pace generale: pareva che l'imperatore declinasse dalle sue più alte pretese, e gli alleati erano stanchi di vedere i loro sforzi seguiti da avvenimenti di così piccola importanza. Ma sebbene sembrassero d'accordo rispetto a molti punti, la complicazione degl'interessi e la lontananza de' potentati, ritardavano e contrariavano le negoziazioni. Mentre che si andavano chiedendo istruzioni a Parigi, a Madrid ed a Londra per un trattato che si negoziava in Roma, gli avvenimenti succedevansi con rapidità: e colui che aveva avuto qualche vantaggio, si affrettava di ritirare ciò che prima aveva accordato. Così passava il tempo senza ottenere verun risultamento, e l'anno 1526, ch'era stato notato da tanti patimenti e miserie, lasciava, terminando, prevedere pel susseguente maggiori mali e disastri[251].
[251] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 421._ — Lettera del datario al vescovo di Bayeux per giustificare la condotta del papa. Roma 17 dicembre 1526. _Lett. de' Princ., t. II, f. 30._
CAPITOLO CXVIII.
_Il contestabile di Borbone conduce l'armata imperiale verso la Toscana: Clemente VII, dopo avere riportato qualche vantaggio nel regno di Napoli, tratta col vicerè. Presa e sacco di Roma, Firenze torna in libertà._
1527.
L'Italia, da lungo tempo abbandonata ai guasti delle barbare nazioni, provava sempre nuove più grandi calamità. I suoi abitanti erano di già pervenuti al più alto grado d'incivilimento, avevano di già ottenuta tutta la gloria che le lettere, le arti, le scienze dovevano loro ottenere, conoscevano omai tutti i godimenti che la vita sociale può promettere, e trovavansi intanto immersi in un abisso di miserie, che dai progressi fatti fin allora erano rendute più dolorose. Pure tutti i precedenti mali erano piccola cosa a canto a quelli che apportare doveva l'anno 1527; anno di vergogna per coloro che gli oppressero, e di desolazione per loro; anno nel quale i flagelli della peste, della guerra, della fame si combinarono per istraziarli, e nel quale ognuno di loro venne aggravata da circostanze fin allora inaudite.
Quasi tutte le calamità che affliggono gli uomini s'addolciscono prolungandosi; le une sono rendute sopportabili dall'abitudine; l'esperienza insegna a prevenire le altre; gli sforzi riuniti di quelli che governano e di quelli che sono governati, ristabiliscono in breve tempo qualche ordine, anche dove tutto sembrava prima confusione ed anarchia. Ma la guerra si rende tanto più crudele per lo sventurato paese che n'è il teatro, quanto più lungamente dura. I bisogni sono i medesimi, la consumazione non diminuisce, mentre gli approvvigionamenti sono esauriti, e la riproduzione cessata. L'esazioni del precedente anno sembrano un titolo per cercarne altre simili; mentre appunto perchè si è molto pagato, mancano i mezzi di pagare ancora. Nello spirito de' soldati l'onore delle armi si va sempre più separando dalle antiche nozioni di giustizia, di morale, di umanità. Coloro che uscendo dalla casa paterna avrebbero ancora arrossito di ogni non necessaria violenza, di ogni attentato contro la proprietà, oltre a quelli che sono giustificati dalle leggi della guerra, si accostumano dopo alcune campagne a non riconoscere altra legislazione che la forza, a non curarsi del dolore e della miseria degli altri, e ad insuperbirsi della propria insensibilità. Spesso, senza che il cuor loro sia corrotto, adottano come spirito del loro stato lo spirito del più feroce loro commilitone, e l'opinione del loro corpo, invece di essere il sostegno della loro morale è un abisso nel quale vanno a cadere inavvertiti tutti i delitti. Allora essi distruggono per distruggere, maltrattano per godere degli altrui patimenti, ed il loro cuore, chiuso alla compassione, più non conserva alcuno di que' pietosi sentimenti che vi avevano fatti nascere gl'insegnamenti delle loro madri.
A tale stato di ferocia erano in allora giunti i soldati che divoravano l'Italia. Quelli che in Milano ubbidivano al Borbone avevano vissuto tutto un anno a discrezione presso gli sventurati abitanti abbandonati a tutti i loro cattivi trattamenti. Essi li tenevano legati nelle loro proprie case per istrappar loro coi tormenti tutto ciò che poteva soddisfare a' loro capricci. Facevansi giuoco di disonorare in loro presenza le consorti e le figlie: le loro orecchie eransi indurite alle disperate grida di quegli sventurati; e quando l'ospite prigioniero poteva fuggire dalle loro mani per precipitarsi da una finestra o gettarsi in un pozzo, onde mettere fine alla sua miseria, l'avaro castigliano se ne consolava, pensando che probabilmente non aveva più nulla da perdere, e prendeva un altro milanese per assoggettarlo ai medesimi tormenti.
I Tedeschi che Frundsberg conduceva in Italia, se per anco non si erano macchiati colle medesime crudeltà, erano per lo meno usciti dalla loro patria, allettati dal racconto che delle medesime era stato loro fatto. Si erano persuasi a formare un'armata non pagata, soltanto a condizione che verrebbero abbandonati alla loro discrezione i ricchi abitanti delle città. Essi conoscevano il disordine del loro imperatore, e la povertà del generale; ma si erano loro promessi i vini e le donne d'Italia, e toccava alle loro avide mani il procurarsi di per sè il pagamento de' loro servigi.
Pure questo soldo, che non era mai pagato, era loro dovuto: i mesi passavano, ed il debito riconosciuto dai loro generali si andava sempre ingrossando. Sapevano i soldati che mai non sarebbero pagati, ma non rinunciavano perciò alle loro pretese. Per lo contrario se ne formavano un diritto per iscuotere affatto il giogo di ogni disciplina. Se un capitano più umano voleva intromettersi in favore di qualche sventurato abitante, il soldato subito gli chiedeva il soldo arretrato; lo domandava pure se veniva destinato ad un servigio faticoso o disaggradevole; se riceveva ordine di uscire da un accantonamento di sua soddisfazione. Colla risposta, _pagatemi_, era sicuro di far tacere i suoi superiori, e cominciava di già a rendersi non meno formidabile ai suoi capi che a' suoi ospiti.
La venuta di Frundsberg faceva sperare ai generali imperiali di potere approfittare per qualche strepitoso fatto d'un'armata così formidabile come la loro, ed il proprio interesse più ancora che la compassione loro faceva desiderare di metter fine ai patimenti de' Milanesi. Ma gli Spagnuoli non vollero uscire da una città ove si erano trovati così bene, e domandavano ad alte grida i loro soldi arretrati; e volevano che i generali qualora non li potessero pagare cacciassero fuori di Milano tutti gli abitanti, che, secondo loro, gli affamavano, non ritenendo in città che le donne ed i domestici per servirli. Nello stesso tempo accorsero affollati alle chiese ed ai luoghi fin allora rispettati, e li saccheggiarono[252]. Non vi volle meno di tutta l'arte del Borbone, e di tutto il credito d'Antonio di Leiva e del marchese del Guasto per far partire alla volta di Pavia, uno dopo l'altro, i battaglioni cui potevansi pagare cinque mesi di soldo arretrato. Le tratte sopra Genova che Carlo V aveva mandate, i tributi estorti all'Italia, le somme prese a prestito o esatte sul credito di tutti i generali, tutto fu impiegato nel pagare questi cinque mesi di soldo; e il 30 di gennajo le truppe condotte da Borbone passarono il Po. Ma nell'atto che intraprendevasi questa spedizione niente rimaneva nella cassa militare nè per le spese necessarie de' trasporti, nè per pagare le truppe di Frundsberg, cui si dovevano unire quelle di Borbone[253].
[252] _Gal. Capella, l. VI, f. 71._
[253] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 425. — Gal. Capella, l. VI, f. 72._ — Lettera del datario Ghiberti al conte Filippino Doria. Roma 4 febbrajo 1527, _t. II. Lettere de' Princ. f. 49. — Scip, Ammirato, l. XXX, p. 364._
Quando i due corpi d'armata si furono uniti in riva alla Trebbia, il duca di Borbone trovò d'avere sotto i suoi ordini tredici in quattordici mila Tedeschi condotti da Frundsberg, cinque mila Spagnuoli, due mila Italiani, cinquecento uomini d'armi, e circa il doppio numero di cavaleggieri[254]. La prima città che incontravano sulla strada era Piacenza. Il Borbone si trattenne in quelle vicinanze una ventina di giorni, forse sperando che gliene fossero aperte le porte dalla viltà delle truppe pontificie; o forse perch'era ancora incerto su ciò che dovesse fare. Frattanto stringeva Alfonso d'Este, duca di Ferrara, colle più calde istanze a voler dimostrare il suo attaccamento alla causa imperiale, nella quale aveva preso parte, somministrandogli artiglieria e danaro. Alfonso non temeva forse meno la vicinanza di così formidabile truppa amica, che se fosse stato in guerra coll'imperatore. Si sforzò dunque di persuadere al Borbone, che il solo partito che gli restava a prendere era quello di andare avanti, di sorprendere i suoi nemici nel centro della loro potenza o a Firenze o a Roma, e di alimentare le sue truppe in un paese sempre nuovo. Gli rappresentò che quando ancora gli riuscisse di prendere Piacenza, i vantaggi di questa conquista non sarebbero una sufficiente ricompensa del danaro, della gente e del tempo perduto per acquistarla. Il Borbone sentì l'importanza di questo consiglio, e siccome veniva accompagnato da una sovvenzione somministrata dal duca di Ferrara, il Borbone con questo danaro pagò due scudi ad ogni Tedesco di Frundsberg: questo era il primo pagamento che ricevevano i Tedeschi dopo essere entrati in Italia[255].
[254] _Scip. Ammirato, l. XXX, p. 365. — G. Frundsberg Kriegzsthaten, B. V, f. 83._
[255] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 423._ — Lettera a Niccolò Capponi, Roma 7 febbrajo 1526, _t II, f. 51. Lett. de' Princ._ — Lettera del Ghiberti al cardinale Trivulzio del primo marzo. _Ivi, f. 55. — Fr. Belcarii, l, XIX, p. 588. — P. Paruta, l. V, p. 384._
Il Borbone s'avviò alla volta di Bologna ma assai lentamente. La sua situazione era pericolosissima, perchè non avendo danaro per far condurre le vittovaglie, e pochissima cavalleria per procurarsene a qualche distanza, era costretto di distribuire la sua truppa sopra una vasta estensione di paese perchè potesse alimentarsi con quello che trovava. Ma il Borbone aveva che fare con un generale troppo lento e troppo cauto per temere qualche sorpresa. Il duca d'Urbino, dopo essersi lungamente consigliato se passerebbe il Po coll'armata veneziana, aveva in ultimo adottato il bizzarro progetto di tenere continuamente il duca di Borbone fra due armate, che sempre ricuserebbero di venire a battaglia. L'una davanti anderebbe sempre rinculando di mano in mano che il Borbone avanzerebbe, lasciando guarnigione in tutte le città, presso alle quali doveva passare il Borbone; e quest'armata comandata dal marchese di Saluzzo era composta di Francesi, di Svizzeri e di soldati della Chiesa. L'altra, alle spalle, comandata dal duca d'Urbino, doveva essere formata da tutte le truppe veneziane, e tenere dietro agl'imperiali a trenta miglia di distanza per inquietarli nella loro marcia, tagliar loro le comunicazioni, ed impedir loro di ricevere rinforzi[256].
[256] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 430. — P. Paruta, l. V, p. 389._
Un tale progetto non era altrimenti fatto per mettere coraggio ai paesi minacciati dal Borbone, ed in particolare alla Toscana e allo stato del papa[257]. Imperciocchè l'armata del marchese di Saluzzo doveva ogni giorno indebolirsi per le guarnigioni che lascerebbe nelle città, e conoscevansi abbastanza il duca d'Urbino ed i Veneziani, onde tenere per certo, che il primo non si allontanerebbe troppo da' confini della repubblica. Ma il duca d'Urbino fermo nel suo sistema di non venire mai a battaglia, per conservarsi la riputazione d'invincibile, non era troppo facile a persuadere. Altronde aspettava per sè medesimo qualche vantaggio dallo spavento di Clemente VII e de' Fiorentini; era per lui un mezzo di ottenere la restituzione di san Leo e della contea di Montefeltro; e pretestò una leggiere febbre che lo assalì il 3 di gennajo a Parma, per farsi portare a Casal Maggiore, indi a Gazzuolo, ove si trattenne fino alla metà di marzo, lasciando libero il campo agli imperiali[258].
[257] Niccolò Capponi scrisse al papa per rappresentargli i pericoli di Firenze. La risposta scritta da un segretario di Clemente VII, il 7 di febbrajo, espone il piano di difesa del papa. _Lett. de' Princ., t. II, f. 48._
[258] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 431._ — Lettera del Guicciardini al vescovo di Bayeux. Parma 8 di gennajo. _Lett. de' Princ., t. I, f. 182._