Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)
Part 13
Gli affari della lega non procedevano più felicemente in Toscana, dove il papa aveva trovato necessario di mutare il governo di Siena, perchè questo piccolo stato essendo solo che si fosse dichiarato pel partito imperiale, posto tra Firenze e Roma, poteva servire ai nemici della casa de' Medici per attaccare Clemente nell'una o nell'altra delle suddette città. Da principio il papa aveva tenuta qualche pratica con alcuni emigrati sienesi per tentare di sorprendere la loro patria; ma questi movimenti essendo stati scoperti e puniti, aveva poi voluto ricondurre quegli emigrati a forza aperta ne' loro focolari. Virginio Orsini, conte dell'Anguillara, Luigi, conte di Pitigliano, Gentile Baglione ed altri capitani furono incaricati di adunare una piccola armata sulle rive dell'Arbia. Questi si presentarono il 17 di giugno sotto le mura di Siena con nove pezzi d'artiglieria, mille dugento cavalli e più di otto mila fanti; ma una parte di questi erano contadini adunati nello stato fiorentino, che non erano abituati alla guerra, e mancavano di disciplina e di coraggio. Erasi l'armata imprudentemente accampata in un lungo sobborgo, che non aveva veruna uscita laterale: ed i commissarj avevano permesso, che i vivandieri imbarazzassero coi loro banchi la sola strada che loro serviva di sfogo, di modo che non restavano a questa quindici piedi di larghezza. Tanto disordine regnava nell'armata, ed i soldati, de' quali molti disertavano ogni giorno, mostravansi così indisciplinati e vili, che Clemente, non potendo ripromettersi nulla di buono da questa spedizione, ordinò di ritirare l'artiglieria e di allontanarsi. Quest'ordine doveva eseguirsi il 26 di luglio, ma il 25 a due ore dopo mezzo giorno quattrocento soldati usciti di Siena vennero ad attaccare la guardia che copriva l'artiglieria, composta per la maggior parte di Corsi venuti col conte dell'Anguillara; questi si diedero subito alla fuga, e quando i vivandieri li videro ritirarsi sopra di loro, si fecero a raccogliere i loro effetti, ed ingombrarono talmente l'unica strada per cui i fuggitivi dovevano passare, con bestie da soma cariche di attrezzi e di barili, che più non restò luogo nè per combattere, nè per fuggire. La confusione accrebbe il terror panico: verun soldato più non ascoltò la voce de' capitani; pedoni, cavallieri, capitani e vivandieri più non formarono che un solo ammasso, il di cui terrore pareva andar crescendo a misura che si andavano allontanando dal pericolo. Otto mila uomini vennero disfatti da quattrocento soldati, e fuggirono per dieci miglia fino a Castellina, sebbene i Sienesi non gli avessero inseguiti più d'un miglio fuori della città; abbandonarono dieci cannoni dei Fiorentini e sette dei Perugini, che furono trasportati in trionfo a Siena con tutti i loro equipaggi: finalmente, giunti alla Castellina, sebbene a tanta distanza dai nemici, fecero chiudere le porte, come se fossero tuttavia esposti a vicino pericolo[221].
[221] Lettera di Francesco Vettori al Macchiavelli a Firenze, 7 agosto 1526. _Lett. fam. al Macch. Op., t. VIII, p. 211. — Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 394. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 284. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 360. — Orl. Malavolti, p. III, l. VII, f. 130. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 582._
La vergognosa sconfitta dei Fiorentini forse in parte giustificava la risoluzione del duca d'Urbino di non avere confidenza nella fanteria italiana, e di evitare ogni battaglia. Parevagli che la lega avesse grandi mezzi pecuniari, mentre che i disordini delle finanze dell'imperatore esponevano sempre la di lui armata a disperdersi per mancamento di danaro. Pure avrebbe ancora dovuto pensare che per incoraggiare i popoli, attaccarli al suo partito e rannodare più strettamente i vincoli della lega, aveva bisogno di qualche luminoso fatto; che uno stato, che solo si difende contro molti, può salvarsi temporeggiando, perchè qualunque lentezza non può in esso eccitare la diffidenza; ma che le leghe, sempre esposte a sciogliersi, hanno altrettanti più rischj contro di loro, quanto è maggiore il tempo che richiedono le loro operazioni. Ogni rovescio può privarle di un confederato, e quando fanno conoscere la diffidenza nelle proprie forze, risvegliano ancora in oltre la diffidenza de' loro sudditi.
Infatti i confederati avevano di già gagliarde ragioni per diffidare gli uni degli altri, ed il papa particolarmente poteva a buon diritto lagnarsi d'essere abbandonato da que' medesimi pei quali era entrato nel pericolo. I re di Francia e d'Inghilterra si erano associati alla lega d'Italia, ma avevano lasciato passare più della metà del tempo opportuno ad entrare in campagna senza dare verun soccorso agl'Italiani. La corte di Roma ed il senato di Venezia non potevano omai più dubitare che tanta negligenza non ascondesse qualche segreto progetto. Il vescovo di Bayeux, ambasciatore di Francia a Venezia, scrisse egli stesso il 22 luglio al re Francesco I ed a sua madre, per domandare il suo richiamo, lasciando abbastanza chiaramente conoscere ch'egli credeva gl'Italiani traditi dalla corte di Francia, e che non voleva cooperare alla ruina della sua patria[222]. Giovan Battista Sanga, confidente del datario, ed uno de' più destri politici di Roma, fu mandato in Francia ed in Inghilterra, per far sentire a quelle due corti che il ritardo loro rendeva sicura la vittoria dell'imperatore, per iscandagliare e scoprire le segrete viste di quella di Francia, e per offrire a Francesco I il ducato di Milano, qualora fosse impossibile di farlo concorrere alla guerra disinteressatamente; imperciocchè se la corte di Roma ottenere non poteva il suo principale oggetto di cacciare i barbari fuori d'Italia, crederebbe non pertanto d'avere guadagnato qualche cosa, se faceva in modo che le forze loro vi fossero bilanciate[223].
[222] Lettere del vescovo di Bayeux, da Venezia 22 e 23 luglio al re ed a madama la reggente. _Lett. de' Princ., t. II, f. 1 e 2._
[223] Lettera di G. M. Ghiberti al vescovo di Bayeux. Roma primo agosto 1525. _Lett. de' Princ., t. II, f. 3._
La missione del Sanga in Francia convinse i confederati che il re era di buona fede, ma che per adesso aveva posto da banda ogni pensiero per rispetto all'Italia, e che sua madre ed i suoi consiglieri vivamente si opporrebbero a qualunque suo disegno di volervi nuovamente dominare: che l'inaudita lentezza de' tesorieri nel pagare il promesso danaro, de' generali per mettersi in marcia, de' marinai nel salpare, dipendevano dal disordinato gusto di Francesco I per i suoi piaceri, dalla sua non curanza e dall'estrema negligenza con cui era servito dai suoi ministri. Dopo avere con vivacità parlato intorno agli affari, il re ne rimetteva sempre la decisione al suo consiglio; questi faceva nuovamente consultare Francesco rispetto ad ogni articolo; ma il re si trovava alla caccia, o dava qualche festa, e perdevansi così sempre due o tre giorni per ogni articolo, intorno al quale avrebbe dovuto bastare una mezz'ora[224]. All'ultimo il Sanga ottenne che il marchese di Saluzzo si mettesse in viaggio per entrare in Piemonte con cinquecento lance francesi, mentre una flotta di sedici galere e quattro gallioni, sotto gli ordini di Pietro Navarro, salperebbe dai porti della Provenza per unirsi a quella degli alleati italiani[225].
[224] Lettera di Gio. Batt. Sanga a G. M. Ghiberti, scritta da Amboise il 3 agosto del 1526; piena di curiose particolarità intorno alla corte di Francia. _Lett. de' Princ., t. II, f. 4._
[225] _Fr. Guicciardini, I. XVII, p. 598. P. Paruta, l. V, p. 362._
Lo stesso nunzio ottenne ancora meno in Inghilterra, ove Enrico VIII ed il suo favorito, il cardinale Wolsey, ricusarono per quest'anno di prendere veruna parte negli affari d'Italia, e si ristrinsero a vane promesse di soccorrere il papa nel seguente anno, qualora l'ambizione dell'imperatore lo mettesse in reale pericolo[226]. Questo pericolo di già esisteva. Carlo V faceva armare nei porti della Catalogna una flotta di venticinque navi, destinate a ricondurre in Italia il signore di Lannoy, vicerè di Napoli, con sette in otto mila uomini di truppe veterane. Non poteva ancora sapersi con precisione nè quando il vicerè farebbe vela, nè dove contava di approdare sulle coste d'Italia. Ad ogni modo la lega, e particolarmente la corte del papa vedevano con estrema inquietudine che gl'imperiali avessero a loro disposizione i porti di Genova e quelli dello stato di Siena; perchè sbarcando ne' primi, mettevano in pericolo l'armata italiana di Lombardia, e scendendo ne' secondi minacciavano Firenze e Roma. Perciò il nunzio del papa e l'ambasciatore veneto affrettavano Pietro Navarro a mettersi in mare colla flotta francese, ed a unirsi alla loro, non solo per opporsi al passaggio del vicerè, ma ancora per assediare Genova e mutarne il governo[227].
[226] Lettere di G. M. Ghiberti al protonotaro Gambara, nunzio ordinario in Inghilterra: dell'11 e 13 settembre del 1526. _Lett. de' Princ., l. II, f. 11._
[227] Lettere del datario ad Andrea Doria, e del Guicciardini al Pesaro. _Lett. de' Princ., t. II, f. 9 e 13. — Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 397._
L'attacco di Genova, cui di già si apparecchiava Andrea Doria con undici galere pontificie, e tredici veneziane, non poteva riuscire senz'essere secondato dall'armata di terra. Il duca d'Urbino, che non aveva voluto attaccare gli Spagnuoli a Milano, poteva ancora prendere questo partito per ristabilire la riputazione della sua armata; ed il Guicciardini mandò presso di lui il Macchiavelli per persuadernelo[228]. L'armata del duca era stata ingrossata da cinque mila Svizzeri, ed un mese più tardi, dopo infiniti indugi, erano arrivati ancora quelli promessi dal re di Francia, di modo che ne contava nel suo campo tredici mila. Ogni pretesto sarebbegli mancato per restarsene inattivo; ma invece di accingersi ad un'impresa veramente utile, il 6 agosto prese ad assediare Cremona. E quest'assedio fu pure condotto coll'ordinaria sua lentezza e timidità; il duca vi si ostinò malgrado le rimostranze del papa e del commissario generale Guicciardini, ed in tale maniera rese la sua armata inutile alla lega fino al 23 di settembre in cui Cremona capitolò[229].
[228] _Macchiavelli Legazioni, t. VII, p. 456. — Istruzione._
[229] Lettera di Guicciardini al datario Casanetto, 24 settembre. Tra le _Lett. de' Princ., t. II, f. 14. — Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 403. — P. Paruta, l. V, p. 367. — Gal. Capella, l. VI, f. 69. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 28. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 583._
Intanto le tre flotte della lega si erano finalmente riunite a Livorno, ed il 29 d'agosto Pietro Navarro assediò Genova dalla banda del mare. Le galere francesi avevano un sicuro rifugio in Savona, quelle del papa e de' Veneziani a Porto Fino; e perchè avevano ridotte sotto la loro ubbidienza la maggior parte delle due riviere, impedivano il commercio de' Genovesi, e facevano di già provare alla città grandissima penuria di vittovaglie, era a credersi che Genova non tarderebbe a capitolare, quando fosse attaccata ancora dall'armata di terra[230].
[230] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 402. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 364. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 583._ — Lettera del Ghiberti datario al protonotajo Gambara. Roma, 11 settembre 1526, _t. II, f. 11._
Ma in tale circostanza si potè pure comprendere quanto sia dannoso ad una lega il perdere il tempo, conciossiachè resta così esposta agli accidenti che possono separatamente sopraggiugnere all'uno o all'altro alleato. Il papa scoraggiato dai cattivi successi avuti in Toscana ed in Lombardia, e spaventato dai reclutamenti di soldati che don Ugo di Moncade ed il duca di Sessa andavano facendo ne' feudi dei Colonna, diede orecchio alle proposizioni d'accomodamento, che Vespasiano, figlio di Prospero Colonna, nel quale Clemente fidava assai, venne a fargli a nome di tutta la sua famiglia. Il ventidue agosto fu tra di loro sottoscritto un trattato, in forza del quale i Colonna si obbligavano ad evacuare Anagni ed a ritirare tutti i loro soldati nel regno di Napoli, che si riservavano espressamente di potere difendere contro qualunque potenza; il papa in contraccambio loro prometteva il perdono d'ogni offesa, e sopprimeva il monitorio pubblicato contro il cardinale Pompeo Colonna. Dopo la soscrizione di questi articoli, Clemente VII, che sempre pensava a moderare le sue spese, si affrettò di licenziare tutti gli uomini d'armi, e quasi tutti i pedoni che aveva levati per la propria difesa[231].
[231] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 405. — Gal. Capella, l. VI, f. 69. — P. Giovio Vita di Pompeo Colonna, p. 163. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 318. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 360._
Ma Pompeo Colonna, che nudriva contro il papa un implacabile odio non aveva fatta intavolare con lui questa negoziazione che per sorprenderlo più sicuramente. Don Ugo di Moncade, degno allievo di Cesare Borgia, gli aveva consigliato questo tradimento, assicurandolo che Carlo V desiderava di far perire Clemente VII, o per lo meno di farlo deporre da un concilio; e che tutto il partito imperiale si adoprerebbe poscia perchè la tiara passasse sul capo del Colonna. Il duca di Sessa, ambasciatore ordinario dell'imperatore, era allora morto a Marino: Moncade ne faceva le veci; era l'anima di tutti gl'intrighi dei Colonna, e favoreggiava gli adunamenti di truppe che questi facevano ne' loro feudi intorno al lago Albano[232].
[232] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 406._
Questi militari movimenti non erano rimasti affatto ignoti ai ministri del papa: pure non prevedevano ancora vicina veruna ostilità, quando la mattina del 20 di settembre seppero, che nella precedente notte i Colonna avevano occupata la porta di san Giovanni di Laterano, che si erano innoltrati in que' quartieri disabitati senza incontrare resistenza, e che finalmente erano giunti alla piazza dei santi Apostoli, ove trovasi il loro palazzo. Il cardinale Pompeo, Vespasiano, cui il papa aveva data tanta confidenza, ed Ascanio Colonna erano alla testa di sette in otto mila uomini armati, quasi tutti levati ne' loro feudi[233].
[233] Lettera di Girolamo Negro ad Anton Micheli: di Roma 24 ottobre 1526. _Lett. de' Princ., t. I, p. 234. — Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 407. — P. Giovio Vita di Pompeo Colonna, p. 164. — P. Paruta, p. 368. — Ben. Varchi, l. II, p. 43. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 29. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 319. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 287._
Si mandarono due cardinali ai Colonna per sapere il motivo di questa loro ostile venuta in Roma, e per riclamare che fosse mantenuta la pace conchiusa un mese prima; ma i Colonna non vollero ascoltarli. Due altri cardinali furono mandati al Campidoglio per chiamare il popolo romano alle armi ed alla difesa della santa sede; ma il popolo, che dava colpa al papa di tutti i disordini dell'amministrazione, si rallegrava, in vece di prendere le armi, della di lui disgrazia, ed apriva senza diffidenza le finestre e le porte delle botteghe per veder passare le truppe dei Colonna[234].
[234] _Lett. de' Princ., t. I, f. 234. — Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 407. — P. Giovio Vita di Pomp. Colonna, f. 164._
Queste attraversarono il più popolato quartiere della città per giugnere a Ponte Sisto; poi, dal quartiere di Transtevere, seguirono il Borgo Vecchio fino al Vaticano. Clemente VII voleva aspettarli nel suo palazzo e sul suo trono; voleva sperimentare se la sua presenza imprimerebbe qualche rispetto, od affrontare la morte di cui lo minacciavano le sacrileghe loro grida. All'ultimo le istanze de' suoi cardinali lo persuasero verso il mezzo giorno a ritirarsi in Castel sant'Angelo, quando i soldati di già occupavano il suo palazzo ed il tempio di san Pietro, e trattenevansi a saccheggiare i suoi mobili e gli ornamenti sacri. Per lo spazio di tre ore la chiesa metropolitana della Cristianità, ed il palazzo del sommo pontefice furono in preda alla loro rapacità. In appresso i soldati si sparsero per le case de' cardinali e de' cortigiani; saccheggiarono altresì il terzo press'a poco di Borgo Nuovo; ma l'artiglieria di Castel sant'Angelo non permise loro di andare più avanti[235].
[235] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 408. — P. Giovio Vita di Pomp. Colonna, p. 165. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 361._
A notte assai innoltrata i Colonna ritirarono le loro truppe cariche di preda verso il quartiere dove hanno i loro palazzi. Frattanto Clemente VII fece invitare don Ugo di Moncade, luogotenente generale dell'imperatore, e che pareva capo di questa spedizione, ad un colloquio in Castel sant'Angelo. Questi si fece prima dare per ostaggio due cardinali nipoti del papa. Egli era ben lontano dal credere che l'avarizia o la malversazione degli ufficiali pontificj fossero state tali, da non aver provveduto Castel sant'Angelo di viveri per ventiquattro ore; di modo che avrebbevi potuto prendere il papa a discrezione. Perciò si limitò a chiedere al papa una separata tregua di quattro mesi, che fu bentosto conchiusa. Clemente VII doveva immediatamente ritirare tutte le sue truppe sulla riva meridionale del Po, fare che Andrea Doria abbandonasse colle sue galere l'assedio di Genova, perdonare ai Colonna ed a tutti coloro che lo avevano offeso, e dare ostaggi per l'osservanza di queste condizioni[236].
[236] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 408. — Vita di Pomp. Colonna, p. 166. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 369. — Gal. Capella, l. VI, f. 70. — Ben. Varchi, l. II, p. 44. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 283._
Pompeo Colonna ed i suoi amici si disperarono, perchè il Moncade avesse fatto un trattato che non solo rovesciava le loro speranze, ma che in avvenire li lasciava in balìa del papa, malgrado tutte le guarenzie che gli si domandavano: ma il ministro imperiale aveva ottenuto il suo scopo, e la lega era disciolta. Il Guicciardini, trovandosi nel campo sotto Cremona, ricevette il 24 settembre la notizia della tregua; il marchese di Saluzzo con le cinquecento lance francesi da tanto tempo aspettate, e così crudelmente ritardate, doveva giugnere all'indomani. Il Guicciardini offrì di fingere per due o tre giorni di non avere avute notizie da Roma, se in questo tempo si poteva tentare qualche importante fatto sopra Milano; ma trovò la consueta irrisoluzione e timidità nei capi cui era associato, onde il 7 di ottobre ricondusse le sue truppe a Piacenza sull'opposta riva del Po[237]. Giovanni de' Medici non volle per altro seguirlo; e dichiarando d'essere al soldo del re di Francia, continuò a tenersi nel campo de' confederati con quattro mila fanti[238].
[237] Lett. del Guicciardini al datario del 24 settembre, _t. II, f. 14. Lett. de' Princ._
[238] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 411. — Gal. Capella, l. VI, f. 70._
Malgrado la partenza del contingente pontificio, l'armata della lega conservavasi sempre assai superiore di numero a quella degl'imperiali. Il marchese di Saluzzo vi aveva condotte cinquecento lance e quattro mila fanti; vi si contavano inoltre quattro mila fanti italiani di Giovan de' Medici, quattro mila Svizzeri, due mila Grigioni, e la fanteria veneziana che credevasi non minore di dieci mila uomini, sebbene molto al di sotto del numero che avrebbe dovuto avere; ma il duca d'Urbino, che ne aveva il comando, pareva che andasse in traccia di pretesti per non venire alle mani. Se si fosse solamente fatto vedere avanti a Genova, sempre bloccata, e che soffriva crudeli privazioni di vettovaglie, l'avrebbe persuasa ad arrendersi; ma in vece egli si trattenne nel suo campo presso Cremona fino all'ultimo giorno di ottobre. Passò in appresso a Pioltello, ov'ebbe una gagliarda scaramuccia col duca di Borbone; e contava ancora di fortificare Monza, poi Marignano, e forse Abbiategrasso, prima d'avvicinarsi a Genova[239].
[239] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 411._
Ma gl'imperiali non gli diedero abbastanza di tempo per condurre a termine così tardi progetti. Carlo V, a cui i confederati avevano denunciata la lega soltanto il 4 di settembre, dettandogli le condizioni sotto le quali avrebbe potuto esservi ammesso, le aveva rifiutate come vergognose. Continuava a far armare a Cartagena la flotta che doveva ricondurre il vicerè in Italia con sei mila fanti, e nello stesso tempo eccitava il fratello Ferdinando a mandargli soccorsi dalla Germania; ma perchè non gli mandava danaro, e Ferdinando era assai povero, oltrecchè la sconfitta degli Ungari a Mohacz apriva la Germania ai Turchi, questi ajuti avrebbero ancora potuto tardare lungamente. L'armata che difendeva il ducato di Milano, dopo avere consumato tutto il paese, sarebbe stata a vicenda distrutta dalla miseria, se lo stesso Giorgio Frundsberg, che aveva condotti i Tedeschi in soccorso di Pavia, non avesse supplito colle private sue sostanze e col suo credito a ciò che far non poteva Carlo V. Suo figliuolo Gaspare trovavasi allora chiuso in Milano, come lo era stato nel precedente anno in Pavia: Giorgio Frundsberg per liberarlo chiamò gli antichi suoi commilitoni; loro promise un nuovo ricchissimo bottino da farsi in quelle campagne d'Italia, che i generali più non proteggevano contro veruna depredazione; richiamò con vivi colori alla loro memoria quella licenziosa vita che avevano essi medesimi così lietamente menata, e che tuttavia gustavano i loro commilitoni; e li persuase a seguirlo con un solo scudo d'arrolamento, riponendo nella loro sola spada ogni speranza di più generosa paga, e d'abbondanti provvigioni ovunque si recherebbero. Adunò tra Bolzano e Marrano tredici in quattordici mila landsknecht, con cinquecento cavalli che gli erano stati regalati dall'arciduca Ferdinando, sotto gli ordini del capitano Zucker; ed in sul cominciare di novembre si pose in cammino per iscendere in Italia[240].
[240] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 412. — Anon. Padov. presso Muratori Ann. d'Italia, t. X, p. 197. — P. Paruta, l. V, p. 371. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 362. — Georg. von Frundsberg, l. IV, f. 73, 75, 79._