Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)

Part 12

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Ma in questo tempo il re di Francia era entrato in nuove negoziazioni con Carlo V, cui aveva offerti due milioni di scudi d'oro per la taglia de' suoi figliuoli, purchè a tale prezzo potesse conservare la Borgogna; minacciandolo in pari tempo colla lega che si stava formando contro di lui. Per guadagnare tempo intanto coi confederati, ricusava di sottoscrivere il trattato di Cognacco, finchè non avesse ricevute le ratifiche del papa e dei Veneziani; e con tale pretesto non pagava i quaranta mila scudi promessi ogni mese per levare gli Svizzeri, nè faceva avanzare le sue truppe[204].

[204] Lettera a messer Capino, nunzio del papa, presso al re di Francia. Di Roma 5 giugno. _Lett. de' Princ., t. I, f. 185. — Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 370._

Gli alleati italiani avevano ordinato di cominciare le ostilità; mandavano ogni giorno rinforzi all'armata; Vitello Vitelli era giunto a quella del papa colle truppe fiorentine; vi si era recato ancora Giovanni de' Medici, dichiarato capitano della fanteria italiana, mentre che lo storico Guicciardini era stato nominato luogotenente del papa in tutti gli stati della Chiesa, ed era partito da Roma il giorno 7 di giugno per recarsi all'armata con una quasi illimitata autorità[205].

[205] Lett. di G. M. Ghiberti a messer Capino. Roma 9 giugno 1526. _Lett. de' Princ., t. I, p. 189. — Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 370. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 280._

Ma in mezzo agli apparecchj di guerra si continuavano le negoziazioni. Ugo di Moncade, che vantavasi d'essersi formato alla scuola di Cesare Borgia, era stato mandato da Carlo V prima al re di Francia, poi a Milano, indi a Roma, per cercare di sciogliere la lega, e per trattare separatamente o cogl'Italiani, o coi Francesi. Il Moncade aveva rifiutati i due milioni offerti dal re in cambio della Borgogna. Aveva date buone speranze al duca di Milano; ma giudicando che questi non potrebbe lungamente difendersi, non aveva voluto far sospendere l'assedio del castello. Giunto presso Clemente VII, gli aveva press'a poco offerto tutto ciò che poteva desiderare per l'Italia, a condizione che egli ed i Veneziani rinuncierebbero al trattato col re di Francia. Clemente per onore e per politica aveva risposto che oramai vi si era obbligato, e che più accettare non poteva condizioni, che in addietro aveva inutilmente domandate all'imperatore. Tutto adunque disponevasi per la guerra, ed i capitani imperiali, che si trovavano in Milano con pochissime truppe, in mezzo ad una popolazione ridotta a disperazione dai loro cattivi trattamenti, e tra nemici più forti, risguardavano omai come pericolosissima la loro situazione[206].

[206] Ugo di Moncade era in Milano circa nella metà di giugno, di dove passò a Roma. _Lett. de' Princ., t. I, f. 196-201 e seg. — Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 371. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 575._

Ma sgraziatamente per l'Italia e pel riposo d'Europa i Veneziani avevano affidato il comando della loro armata a Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino; e siccome il rango di questo generale era di lunga mano superiore a quello del conte Guido Rangoni, comandante delle truppe pontificie, il primo dirigeva solo tutte le operazioni degli alleati. Non mancavano al duca d'Urbino talenti militari, nè fors'anco valore personale; ma prendendo per suo modello Prospero Colonna, egli ne aveva esagerato il metodo. Egli riduceva tutta la tattica militare a prendere inattaccabili posizioni, schivando sempre di venire a battaglia, per quanto le sue forze fossero più numerose di quelle del nemico: veruna circostanza sembravagli tanto stringente da determinarlo ad un'ardita azione, ed ostinandosi a non volere arrischiar nulla, giugneva alla certezza di perdere ogni cosa. Egli dichiarò che non si avvicinerebbe ai nemici finchè non sarebbero arrivati alla sua armata gli Svizzeri che gli erano stati promessi.

Ma questi mai non arrivavano: i due negoziatori, che dovevano arrolarli, non godevano presso quella nazione di tutta l'opinione che avevano millantata; altronde un'inopportuna economia non aveva lasciato che il papa vi pensasse a tempo. Gian Giacopo de' Medici ad altro quasi non pensava che a svolgere in suo profitto una parte del danaro che gli era stata affidata per quest'oggetto, e Vespasiano Sforza, vescovo di Lodi, uomo prosontuoso, che aveva menato tanto rumore intorno alle sue aderenze cogli Svizzeri, era loro appena noto[207]. Antonio di Leiva ed il marchese del Guasto, conoscendo che sarebbero attaccati tostocchè arriverebbero gli Svizzeri, vollero in prevenzione assicurarsi dei Milanesi, comprimerli col terrore, e rompere il trattato ch'essi avevano conchiuso con loro. Avevano segretamente fatti entrare nuovi Spagnuoli in città, cui avevano fatto occupare i luoghi più forti: contemporaneamente tutta l'armata ebbe ordine d'avanzare; ed in allora, desiderando che si eccitasse una sollevazione, fecero, per avere un pretesto di punire il popolo, uccidere in faccia sua il 17 di giugno un borghese che aveva ommesso di salutarli, ed immediatamente dopo tre di lui amici, che essi avevano veduti compiangere la di lui sorte. Come lo previdero, il popolo diede subito mano alle armi: ma le loro genti distribuite nelle case provvedute di feritoje, e ne' luoghi forti che signoreggiavano le principali strade, fecero subito fuoco addosso alla moltitudine. Moltissimi Milanesi caddero uccisi senza quasi poter danneggiare i nemici. Però la zuffa mantenevasi ancora, quando si sparse la notizia che il rimanente dell'armata si trovava già presso alle porte; onde i Milanesi si dispersero vinti da subito spavento. D'altra parte il Leiva non voleva abbandonare al saccheggio la capitale della Lombardia, che destinava ad essere più lentamente, più crudelmente, più regolarmente spogliata. Si fece una nuova convenzione col popolo, il quale acconsentì a lasciarsi disarmare, ed all'esilio di tutti i suoi capitani della milizia e di tutti suoi magistrati[208].

[207] Lettere di G. M. Ghiberti al vescovo di Veruli, a mons. Pola, al castellano di Musso; da Roma il 10 giugno. _T. I, f. 192 e seg. — Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 372._

[208] _Gal. Capella, l. V, f. 62. — Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 373. — Lettera del Guicciardini al conte Ruberto Boschetto. Piacenza, 18 giugno 1526. Lett. de' Princ., l. I, f. 206. — Fr. Belcarii, l. XIX, p, 577. — Josephi Ripamontii, l. IX, p. 714._

Le violenze degl'imperiali non si ristringevano alla sola Milano, ma si rinnovavano in tutte le città, in tutte le borgate della Lombardia, ed ovunque eccitavano il medesimo risentimento. Fabrizio Maramaldo, ufficiale calabrese, era stato posto a Lodi da Antonio di Leiva con settecento fanti italiani al soldo dell'imperatore, ai quali si permetteva la più sfrenata licenza. Lodovico Vistarini, gentiluomo lodigiano, che pure serviva nell'armata imperiale, non potendo più lungamente sostenere quest'oppressione della sua patria, nella notte del 24 di giugno sorprese una piccola torre sopra un bastione di questa città, ove stavano soltanto sei uomini di guardia, che furono da lui uccisi. Padrone d'una pusterla, prima che niuno fosse ancora informato della sua intrapresa, uscì di città per andare incontro al duca d'Urbino, che aveva prevenuto del suo disegno. Malatesta Baglioni entrò prima degli altri in Lodi per questa pusterla con tre in quattro mila fanti veneziani, ed il duca d'Urbino lo seguì poche ore dopo. Maramaldo, sorpreso, ritirossi non pertanto in buon ordine nella fortezza, ove venne bentosto da Milano a raggiugnerlo con tre mila Spagnuoli il marchese del Guasto; ma dopo un sanguinoso combattimento gl'imperiali non avendo potuto ricuperare la città, risolvettero altresì di evacuare la fortezza, e ricondussero tutte le loro truppe a Milano[209].

[209] _Gal. Capella, l. VI, f. 64. — Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 374._ — Lettere del 26 e 27 giugno di Gio. Batt. Sanga a mons. di Pola, _t. I, p. 225. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 26. — P. Giovio Vita del card. Pomp. Colonna, p. 163. — P. Paruta, l. V, p. 360. — Ben. Varchi, l. II, p. 39. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 578._

La conquista di Lodi poteva essere per la lega della più grande importanza; con ciò si assicurava il passaggio dell'Adda, era tolto ogni ostacolo all'unione dell'armata pontificia con quella di Venezia, e rotta la comunicazione tra Milano e Cremona, sicchè niente più impediva all'armata degli alleati di portarsi fin sotto le mura di Milano, dove il popolo invocava un liberatore, e dove lo sventurato Sforza, assediato nel castello, avendo consumate tutte le munizioni, sforzavasi non pertanto di tenersi fino all'arrivo degli alleati. Non contansi più di venti miglia da Lodi a Milano, ed altrettante da Lodi a Pavia: di modo che, essendo minacciata ancora questa seconda città, gl'imperiali, per difenderla, dovevano dividere le loro forze. L'armata alleata aveva più di venti mila fanti, una buona artiglieria, uomini d'armi e cavaleggieri in grosso numero, mentre che gl'imperiali non avevano che tre mila tedeschi, pochissimi cavalli, pochissime vittovaglie, ed erano affatto senza danaro[210].

[210] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 376. — Gal. Capella, l. VI, f. 65. — Jos. Ripamontii Hist. Med., l. IX, p. 715._

Ma il duca d'Urbino, alla sua esagerata prudenza e ad una soverchia diffidenza delle truppe italiane, aggiugneva un segreto desiderio di vedere umiliato Clemente VII con tutta quella famiglia de' Medici, la di cui nimicizia gli era stata tanto funesta. Egli non volle mai piegarsi alle calde istanze che Francesco Guicciardini ed i capitani della Chiesa, che lo avevano raggiunto il 26 di giugno, gli facevano, di marciare rapidamente sopra Milano. Sarebbe un'imperdonabile imprudenza, egli loro diceva, il venire a battaglia cogl'imperiali prima d'avere ricevuti i soccorsi degli Svizzeri; e tutto quanto acconsentì di fare per compiacerli, fu di accostarsi lentamente a Milano facendo tre o quattro miglia un giorno e consumando l'altro nel campo per dar tempo agli Svizzeri di arrivarlo. Infatti il 6 di luglio giunse al suo campo a san Martino, lontano tre miglia da Milano, un corpo avanzato di cinquecento Svizzeri; ma le sue lentezze avevano dato tempo al duca di Borbone di arrivare da Genova a Milano con circa ottocento fanti spagnuoli, e cento mila scudi che recava di Spagna per pagare le truppe[211].

[211] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 378. — P. Paruta, l. V, p. 360. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 579._

Malgrado questo rinforzo, estremamente pericolosa era la situazione dell'armata imperiale in Milano. Con meno truppe assai de' nemici, doveva continuare l'assedio del castello, contenere il popolo, in ogni luogo disposto a ribellarsi, e difendere o il troppo vasto ricinto de' sobborghi, o, abbandonandoli, quello della città che presentava infinite difficoltà. Per ciò i capitani della lega non dubitavano che l'armata imperiale non si ritirasse innanzi a loro. Lo stesso duca d'Urbino ebbe un giorno la stessa credenza, ed il 7 di luglio fece avanzare la sua armata fino ad un tiro di fucile, e fece tirare alcune cannonate contro le porte; ma scoraggiato nel trovare qualche resistenza, fece in principio di sera chiamare i capitani della Chiesa, e loro dichiarando d'avere ordinato alle truppe veneziane di ritirarsi, li consigliò di fare lo stesso se volevano evitare una sconfitta. I comandanti delle truppe della Chiesa, ed in particolare il Guicciardini, vivamente pregarono il duca a rivocare quest'ordine, non sapendo essi ravvisare verun pericolo nella loro posizione; ma il duca trattava il Guicciardini con affettato disprezzo, siccome uomo forense che non poteva comprendere le operazioni militari. Egli fu inflessibile, e la precipitosa ritirata della sua armata, nel cuore della notte, ebbe quasi un'apparenza di fuga; e se può darsi fede alle notizie che ricevette la corte di Roma, quando il duca d'Urbino prese così pusillanime risoluzione, i generali imperiali avevano di già ordinato d'abbandonare Milano[212].

[212] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 379._ — Lettera di G. M. Ghiberti a mons. di Pola. Roma, 21 luglio 1526. _T. I, p. 230. — Gal. Capella, l. VI, f. 66. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 579. — Ben. Varchi, l. II, p. 40. — P. Paruta, l. V, p. 361. — P. Giovio Vita di Pompeo Colonna, f. 163._

Lo stesso giorno di questa vergognosa ritirata, l'otto di luglio, era stato prescelto dagli alleati per pubblicare solennemente la loro confederazione a Roma, a Venezia ed in tutta la Francia. E la notizia di questa ritirata, che tenne subito dietro a quella dell'alleanza, fu dal popolo risguardata come un cattivo augurio per la continuazione della guerra[213].

[213] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 582. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 282._

Pareva infatti che confermasse l'espressione proverbiale degl'Italiani, che le armi de' Veneziani e quelle della Chiesa non tagliavano. La diffidenza, che è cagione della ruina di quasi tutte le leghe, cominciava di già a manifestarsi in questa. Il re di Francia non aveva ancora fatto nulla, preferendo d'appoggiarsi piuttosto agli sforzi de' suoi confederati che ai proprj; e si appigliava a dispute di parole intorno agli articoli del trattato, onde protrarre la sua cooperazione. Pareva che il duca d'Urbino si fosse proposto soltanto di compromettere il papa, senza esporre l'armata veneziana da lui comandata; e Clemente VII, che lasciavasi ributtare da ogni difficoltà, spaventare da ogni pericolo e da ogni spesa, cominciava di già a lagnarsi amaramente d'essere entrato in questa guerra. Una piccola guarnigione spagnuola, che occupava Carpi, arrestava i corrieri nello stato di Parma e di Piacenza, e faceva poco sicuro quel paese. I Colonna ne' loro castelli, il duca di Sessa ed Ugo di Moncade ai confini del regno di Napoli minacciavano Roma e lo stato della Chiesa, e di già il danaro che il papa avrebbe dovuto apparecchiare per una lunga guerra, mancava nelle prime mosse delle armate[214].

[214] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 383. — P. Paruta Ist. Ven., V, p, 362._

Ma il dolore che la ritirata dell'armata cagionò a tutti i confederati non era in verun modo paragonabile a quello che provarono gli sventurati abitanti di Milano. Antonio di Leiva ed il marchese del Guasto li credevano abbastanza avviliti per non dover più nulla temere da loro, e se avevano ancora avuto qualche riguardo, qualche ombra di disciplina o di giustizia, vi rinunciarono affatto dopo quest'epoca. Essi non ricevevano danaro per pagare la truppa, e conoscevano abbastanza Carlo V per sapere che non dovevano da lui sperarne; ma Milano poteva ancora lungamente mantenere la loro armata, dacchè si arrogavano il diritto di disporre di tutte le ricchezze che aveva la città. Dopo avere diligentemente disarmati gli abitanti, di già ridotti a piccolo numero dall'ultima peste e dalla continua emigrazione, essi acquartierarono i loro soldati in ogni casa, obbligando gli abitanti a somministrar loro non solo i più dilicati cibi, ma tutto ciò che sapevano desiderare, o tutto il danaro che chiedevano per soddisfare ai loro desiderj. Tutte le botteghe erano chiuse, tutte le officine senza lavoratori, vuoti tutti i magazzini. I proprietarj avevano procurato di nascondere le loro merci, ma i soldati frugando in ogni luogo, sotto pretesto di cercar armi, prendevano a discrezione tutto quanto trovavano. Le donne ed i fanciulli erano sempre esposti alla loro libidine; e quando uno Spagnuolo aveva tutto consumato, e più non trovava cosa che gli convenisse nella casa del suo ospite, lo forzava con prolungati tormenti a provvedere nuovamente a' suoi bisogni. Molti di loro tenevano il principale della casa sotto custodia, e legato per essere sicuri di trovarlo qualunque volta avessero qualche nuova inchiesta da fargli. Una severa guardia impediva, alle porte della città, che gli abitanti fuggissero abbandonando ogni loro proprietà; perciò, sebbene il suicidio sia sempre stato presso gl'Italiani rarissimo, ogni giorno si sentiva che qualche sciagurato erasi precipitato ne' pozzi o strozzato, per sottrarsi a così atroce tirannide[215].

[215] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 386. — Gal. Capella, l. VI, p. 65 e seg, — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 317. — Jos. Ripamontii, l. IX, p. 715._

Quando giunse a Milano il duca di Borbone, lusingaronsi gli abitanti che sarebbe meno barbaro che gli altri capitani imperiali, in paesi, di cui dicevasi che Carlo V gli aveva promessa l'investitura. I gentiluomini milanesi gli mandarono una deputazione per ricordargli tutte le testimonianze di attaccamento date dalla nobiltà all'impero. Lo stesso Borbone n'era stato testimonio; sapeva che dalla mano dell'imperatore avevano ricevuto quel principe, al quale loro si rimproverava d'essere fedeli, mentre i supplicj che loro s'infliggevano per punirneli, sorpassavano in crudeltà quelli che le leggi riservavano ai più odiosi delinquenti[216]. Il Borbone parve compassionarli, scusò i suoi commilitoni a cagione della necessità de' tempi e dei bisogni dell'armata, e nello stesso tempo promise, che quando i Milanesi potessero dargli trenta mila ducati, onde saziare in parte l'avidità de' soldati, li farebbe uscire tutti di città. Invocò sul proprio capo tutte le vendette del cielo se mancava a questa promessa, ed i suoi giuramenti ottennero fede; ma nello stato di totale esaurimento in cui era caduta una così doviziosa città, trenta mila ducati diventavano un'enorme somma. Ad ogni modo tutti cercarono di contribuire, privandosi delle ultime monete che loro rimanevano; ed il Borbone, quand'ebbe ricevuto il danaro, mancando impudentemente alla parola, non ritirò i soldati dalla città, nè diede veruna salvaguardia agli abitanti[217].

[216] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 387._

[217] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 390. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 24. — Gal. Capella, l. VI, f. 65. — Jos. Ripamontii, l. IX, p. 717._

Lo sventurato Sforza, chiuso nel castello di Milano, vedeva finalmente avvicinarsi l'istante in cui la mancanza di vittovaglie lo sforzerebbe a capitolare. Per risparmiare le poche munizioni che ancora gli restavano, risolse di far sortire trecento di coloro che si erano con lui chiusi in castello e non erano capaci di difenderlo. Siccome gli assedianti non vi si opposero, questi infelici attraversarono, nella notte del 17 luglio, le trincee che li circondavano, le quali avevano così poca profondità, che sebbene fossero tutti o vecchi, o donne, o fanciulli, le passarono senza difficoltà. Questi fuggiaschi, giunti al campo di Marignano, rappresentarono ai generali della lega, da un canto l'estremità cui era ridotto il duca di Milano, dall'altro la facilità di soccorrerlo, tenendo la medesima strada che essi avevano battuta[218].

[218] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 591. — Gal. Capella, l. VI, f. 66. — P. Paruta, l. V, p. 366._ — Lettera di G. M. Ghiberti, da Roma il 21 luglio. _Lett. de' Princ., t. I, p. 230._

Erano di già arrivati al campo del duca d'Urbino cinque mila Svizzeri con Gian Giacomo de' Medici, castellano di Musso, e sebbene il duca volesse sempre aspettare le truppe della stessa nazione che doveva somministrare il re di Francia, ma che mai non giugnevano, si lasciò strascinare dalle importunità di tutti i suoi luogotenenti, e si avanzò fino a due miglia da Milano; soltanto impiegò quattro giorni in un viaggio che un pedone fa in tre ore, ed andò ad accamparsi il 22 luglio tra l'abbadìa di Casaretto ed il Navilio. Fortissima era la posizione del suo campo, ma per liberare una guarnigione assediata trattavasi di attaccare, non già di difendersi. Tutti gli ufficiali del duca d'Urbino lo supplicavano di condurli alle trincee; il castellano di Musso e gli Svizzeri glielo chiedevano per l'onor loro; ma il duca differiva sempre d'uno in altro giorno, e stava ancora deliberando il 24 di luglio, quand'ebbe avviso che Francesco Sforza, non avendo più viveri, aveva capitolato. A tale notizia il duca d'Urbino disse in pieno consiglio, che ciò lo alleggeriva d'un gran peso, poichè il desiderio di soccorrere un alleato era in procinto di strascinarlo a commettere un'imprudenza[219].

[219] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 392. — Gal. Capella, l. VI, f. 67. — Mém. de M. du Bellay, l. XII, p. 27. — P. Paruta, l. V, p. 366. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 318. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 581._

Lo Sforza aveva resistito fino all'ultima estremità, e quando più non poteva tenere che alcune ore, aveva ancora ottenuta dal Borbone un'onorevole capitolazione, tanta era l'inquietudine che dava a questo l'assedio del castello di Milano in vicinanza di un'armata più numerosa della sua. Lo Sforza e tutti coloro ch'erano stati con lui assediati, potevano liberamente ritirarsi ovunque loro piacesse; i diritti del primo vennero conservati nella loro integrità, ed il Borbone gli promise di dargli il possesso della città di Como, che gli fu assegnata per sua residenza. Ma quando vi si recò, dopo aver fatto visita agli alleati nel loro campo, la guarnigione spagnuola di Como ricusò d'evacuare la città; e Francesco Sforza non volle porsi tra le mani degli imperiali. Egli tornò al campo degli alleati, ratificò la lega dal papa e dai Veneziani conchiusa in suo nome col re di Francia, e gli fu dato il possesso della città di Lodi, affinchè una piccola parte almeno del ducato di Milano riconoscesse la sua autorità[220].

[220] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 394. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 367. — Mém. de M du Bellay, l. III, p. 28. — Gal. Capella, l. VI, f. 68._