Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)

Part 11

Chapter 113,756 wordsPublic domain

Gli ambasciatori imperiali promettevano di far correggere quest'ommissione, e stipulare la guarenzia del ducato di Milano in que' termini stessi che il papa vorrebbe dettare; ma chiedevano due mesi di tempo per ricevere risposta dalla Spagna, e volevano che fino a quell'epoca Clemente VII non s'impegnasse in nessun modo coi loro nemici. Il papa comprese di leggieri non esser altro cotale dimanda se non che un'astuzia diretta a guadagnar tempo; ma dimostrò a' suoi consiglieri che poteva accordare senza nulla perdere il termine richiesto. Egli giudicava con molta accortezza che un trattato, da lui sottoscritto prima che il re di Francia fosse posto in libertà, non sarebbe che uno spauracchio di cui la reggente approfitterebbe per ottenere dall'imperatore la libertà di suo figliuolo, e ch'ella porrebbe sempre fra le sue prime offerte l'abbandono de' suoi nuovi alleati d'Italia. Ma s'egli invece lasciava che la reggente trattasse come potrebbe coll'imperatore, non eravi quasi più dubbio che le condizioni di questi non fossero intollerabili, e non fossero in conseguenza quasi immediatamente violate. Dall'abuso della vittoria doveva necessariamente nascere una nuova guerra; e tornava assai più conto agl'Italiani trattare con Francesco impaziente di vendicarsi, anzi che con Francesco mercanteggiante ancora per la propria libertà[189].

[189] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 342._

Tale era lo stato delle negoziazioni al principio del 1526. Carlo V poteva a sua scelta o, trattando con moderazione Francesco I, obbligarselo coi benefizj, e lasciandogli la Francia intatta, persuaderlo ad abbandonare l'Italia alle armi imperiali; o al contrario, accontentando gli stati italiani, tranquillandoli intorno ai suoi progetti di monarchia universale, e sciogliendo così la loro lega, ed assicurandosi dell'amicizia loro, spingere poscia i suoi vantaggi contro la corona di Francia e spogliarla di alcune province. Ognuno di questi progetti era suggerito ed appoggiato da alcuno de' consiglieri di Carlo: ma egli, che per più capi somigliava al suo avo Massimiliano, che, siccome usava quest'ultimo, non misurava giammai i suoi progetti colle sue forze, e dimenticavasi che il denaro gli veniva meno quasi sempre nel primo mese di ogni campagna, s'appigliò egli solo a un terzo partito più gigantesco degli altri due: ciò era di stendere contemporaneamente il suo scettro sull'Italia e sulla Francia, di assicurarsi del ducato di Milano, di ridurre all'ubbidienza il papa e i Veneziani, chiusi entrambi allora nei suoi stati, e di strappare nel medesimo tempo di mano a Francesco I alcuna delle migliori province del di lui regno[190].

[190] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 343-350._

Formato cotale divisamento, l'imperatore, a malgrado dell'opposizione costante del suo gran cancelliere Mercurio Gattinara, dettò al suo prigioniero il trattato di Madrid, che fu sottoscritto il 14 di gennajo del 1526. Il re, impaziente della sua cattività, e riguardandosi a cagione della violenza che gli si faceva, sciolto da quegli impegni cui si obbligava, acconsentì a quasi tutto ciò che gli venne dimandato. Abbandonò all'imperatore il ducato di Borgogna, il contado di Charolois, le signorie di Noyers e di Castel-Chinone, il viscontado d'Ausonna e la terra di san Lorenzo; rinunciò alla signoria della Francia sui contadi di Fiandra e d'Artois; s'obbligò pure a rendere al duca di Borbone, e a tutti i ribelli che lo avevano seguito, le loro terre, i loro feudi e le signorie loro. Nel mentre ch'egli sagrificava in questo modo diritti così importanti della corona di Francia, abbandonava anche i suoi alleati alla cupidigia dell'imperatore. Prometteva di ridurre Enrico d'Albretto, fatto ancor egli prigioniere alla battaglia di Pavia, ma sottrattosi poscia alla cattività in grazia dell'ardimento del suo paggio, a rinunciare al nome e alle armi di re di Navarra; cedeva all'imperatore tutte le sue pretese sul regno di Napoli, il ducato di Milano, Genova ed Asti, e prometteva di somministrargli truppe di terra e di mare, che l'accompagnassero in Italia, quando andrebbe a pigliare la corona imperiale; con che esprimeva chiaramente che lo ajuterebbe a soggiogare il papa, i Veneziani, i Fiorentini, i duchi di Milano e di Ferrara, nuovi alleati del re, che soli potevano, colla resistenza che avessero per avventura voluto opporre, far nascere il bisogno di un'armata imperiale in Italia all'istante dell'incoronazione. A guarenzia di questo trattato Francesco I doveva sposare Eleonora, regina di Portogallo, sorella dell'imperatore, e il Delfino sposare Maria, figliuola di Carlo V. Ad onta però di questa unione delle due famiglie, il re dovea consegnare come ostaggi all'imperatore due de' suoi figliuoli, onde assicurare l'osservazione del trattato, che egli medesimo oltre a ciò era tenuto di ratificare, tostocchè sarebbe libero, nella prima città del suo regno[191].

[191] _Il trattato in Leonardo, Corpo Diplomatico, t. II. — e in Rymer, Acta, l. XIV, p. 308. — Hist. de la Diplom. fr. t. I, v. 332-336. — Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 351. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 18. — Arn. Ferroni Burdigalensis, l. VIII, p. 162. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 569. — Georg. v. Frundsberg, B. III, f. 159._

A tali condizioni Francesco I fu rilasciato in cambio de' suoi due figliuoli, il giorno 18 marzo 1526, in una barca legata nel mezzo del fiume Andaye, il quale divide Fontarabia da Bajonna. L'Italia, consapevole delle clausole e dell'esecuzione di questo trattato, stette tutta tremante in aspettazione delle prime operazioni del re di Francia, onde vedere se egli aveva in animo di osservare le sue promesse, e di condannarla così a perpetua schiavitù[192].

[192] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 353. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 354. — Gal. Capella, l. V, f. 58. — Arn. Ferroni, l. VIII, p. 163. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 19. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 571. — Benedetto Varchi, l. II, p. 36. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 296. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 357._

CAPITOLO CXVII.

_Lega degl'Italiani per difendere la loro indipendenza. Sono abbandonati dalla Francia, e mal serviti dal duca d'Urbino; crudeltà degl'Imperiali in Lombardia. Clemente VII sorpreso nel Vaticano dai Colonna è forzato di acconsentire ad una tregua, che poi viene da lui violata._

1526.

L'Italia mai non erasi mostrata tanto disposta ad armarsi per la propria indipendenza come nell'istante in cui le fu noto il trattato di Madrid. L'espulsione dei barbari era il voto di tutti gli stati, di tutte le province, di tutte le condizioni: e di questo nome di barbari, che gl'Italiani davano allora ad una voce agli oltremontani, non eransi giammai in altri tempi renduti più meritevoli tutti i popoli che guastarono la bella Italia ne' trent'anni che precedettero quest'epoca. La civiltà aveva, a dir vero, fatti progressi nelle corti e nelle capitali dei principi oltremontani; ma la barbarie regnava tuttavia tra la generalità dei popoli, ed in particolare nelle armate. Giammai tanta cupidigia, tanta crudeltà, tanta perfidia non eransi a gara mostrate dalle diverse nazioni. Giammai le città non erano state più frequentemente e più inumanamente saccheggiate; giammai i contadini ridotti a tale eccesso di disperazione. Dall'una all'altra estremità d'Italia, ogni provincia aveva più d'una volta sperimentata l'asprezza de' comandanti stranieri, l'insolenza e la rapacità dei soldati. La Sicilia, la di cui antica costituzione non veniva più rispettata, dacchè il suo monarca regnava sopra la metà dell'Europa, era così insofferente del giogo spagnuolo, che il timore de' supplicj non bastava a frenare i cospiratori, tenuti ubbidienti soltanto dalla continua forza che gli opprimeva. Il regno di Napoli, dopo avere lungo tempo sofferto il giogo francese, era ridotto a desiderarlo, dacchè i soldati spagnuoli, accantonati senza paga nelle loro campagne, rifacevansi sugl'infelici contadini delle ruberie dei tesorieri reali; dacchè i vicerè opprimevano il commercio coi monopolj, moltiplicavano gli asili accordati ai facinorosi, e non si prendevano verun pensiero della giustizia. Lo stato della Chiesa, ruinato dall'inquieto carattere di tre pontefici che si erano succeduti con eguale ambizione, piagneva tuttavia le perfidie di Alessandro VI, quando Giulio II e Leon X vi chiamarono nuovi sciami di stranieri. La lunga guerra di Pisa aveva lasciata nella desolazione metà della Toscana; e nel sacco di Prato quest'industriosa contrada aveva imparato a conoscere l'avarizia e la crudeltà degli Spagnuoli. In tutta l'estensione degli stati veneziani non si trovava un piccolo distretto che non avesse avuto triste esperimento della brutalità de' Tedeschi, e che nelle guerre eccitate dalla lega di Cambrai non fosse stato più volte saccheggiato. Genova era stata di fresco abbandonata al sacco degli Spagnuoli dal marchese di Pescara. Gli stati di Ferrara, che sì lungo tempo aveano tentata l'ambizione di Giulio II e di Leone X, erano stati irrigati di sangue, e quelli di Mantova esposti ai medesimi guasti. Più sventurata di tutte le altre province, la Lombardia non aveva mai cessato d'essere il teatro della guerra dopo la prima spedizione di Carlo VIII; presa più volte e ripresa dai Francesi, dagli Spagnuoli, dai Tedeschi, dagli Svizzeri, non sapeva quale di questi barbari popoli dovesse più abborrire. Il Piemonte ed il Monferrato, senz'essere in guerra per proprio conto, n'erano ogni anno il teatro, e gli sventurati loro abitanti venivano puniti da un partito per essere stati esposti alle violenze di un altro. In questo universale stato di patimenti, di cui nulla presagiva il fine, gl'Italiani, poichè non potevano sperar pace, invocavano almeno una guerra nazionale, una guerra nella quale combattessero e soffrissero per la loro libertà, per la loro indipendenza, per un governo scelto da loro, e non per passare dalle mani di un padrone che detestavano a quelle di un altro egualmente abborrito.

Le circostanze presenti non sembravano meno favorevoli alla liberazione dell'Italia di quel che lo fosse questa generale disposizione degli spiriti. Lo spogliamento di Francesco Sforza aveva disvelata l'insaziabile ambizione di Carlo V e corrucciati tutti i sudditi di questo sventurato principe, allora assediato nel castello di Milano; e non ve n'era un solo che non si credesse chiamato ad impugnare le armi per difendere un sovrano riconosciuto da tutta l'Europa, ed in favore del quale erano stati conchiusi tanti trattati. In fatti universale era il fermento e le insurrezioni anche in Milano giornaliere, mentre l'armata dell'imperatore, indebolita dalle diserzioni, mancante di munizioni, mal pagata, e per le continue sue vessazioni diventata l'oggetto dell'odio universale, lungi dal poter resistere ad un attacco straniero, non sembrava pure in istato di potersi sostenere contro gli abitanti del paese.

Di quest'epoca Carlo V aveva sposata Isabella di Portogallo, che gli aveva recata in dote la prodigiosa somma di novecento mila ducati; vale a dire quanto abbisognava per mantenere un anno un'armata di venti mila uomini di milizia svizzera, che di tutte era la più dispendiosa; ma tale era il disordine delle finanze dell'imperatore, che anche in tale circostanza aveva trovata la maniera di essere senza danaro. La ribellione dei contadini che aveva cominciato nella Svevia, e che minacciava tutto l'impero, aveva acceso il fuoco nella Germania. La Spagna non si era per anco riavuta dall'ultima sua guerra civile, nè ancora mostravasi prontamente ed interamente ubbidiente al monarca. L'Ungheria, che ne' due precedenti secoli aveva presa tanta parte nelle cose dell'Italia, più non poteva abbadarvi, essendo costretta a sostenere sola, per la difesa della Cristianità, il terribile peso della guerra de' Turchi; ed il giovane Lodovico II, re d'Ungheria e di Boemia, diede il 29 di agosto di questo stesso anno la fatale battaglia di Mohacz, in cui perì colla maggior parte della sua nobiltà, porgendo così occasione a Ferdinando, fratello di Carlo V, di raccogliere quelle due corone, ma nello stesso tempo richiamando tutta la sua attenzione verso i confini de' Turchi[193]. Gli altri, potentati posti in guardia dall'ambizione di Carlo V, vedendolo nello stesso tempo minacciare col trattato di Madrid l'Italia e la Francia, desideravano che gl'Italiani si rendessero indipendenti, ed erano disposti a soccorrerli. Il re di Francia rinunciava a' suoi pretesi diritti sul Milanese e sul regno di Napoli; ed il re d'Inghilterra eccitava il papa a farsi capo di una lega, che assicurasse colla libertà del suo paese quella dell'Europa.

[193] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 406. — Alfonso de Ulloa Vita di Carlo V, l. II, p. 113. — Ejusd. Vita di Ferdinando imperatore, l. I, p. 17._

Ma perchè un paese possa liberarsi dal giogo degli stranieri, d'uopo è che i suoi popoli si accostumino alla milizia, e che i suoi capi non manchino di risolutezza: e queste due qualità mancavano agl'Italiani. La fanteria comune levata nel paese era universalmente riconosciuta inferiore alla tedesca, alla spagnuola, alla svizzera. Non è perciò che non si fossero veduti particolari corpi, formati da buoni capitani, uguagliare in valore le migliori truppe d'Europa: Federico da Bozzolo, Renzo di Ceri e Giovanni de' Medici, avevano dato alle loro bande italiane una riputazione confessata da tutte le nazioni; ma la maggior parte de' fanti, assoldati mensilmente e licenziati alla fine d'ogni campagna non potevano pareggiarsi a quelle truppe scelte. Altronde il carattere de' soldati non indicava quello della massa del popolo. Le persone di mala vita, i vagabondi, gli assassini, erano quasi i soli che si lasciassero persuadere ad entrare nelle armate; i contadini non avevano veruna abitudine al servizio, ed i borghesi erano ancora più timidi. Quasi in ogni luogo i sudditi dello stato erano disarmati; e se qualche governo aveva avuto la saviezza d'arrolare e d'esercitare le sue milizie, mancando lo spirito militare nei capi, non poteva diffondersi nella massa del popolo. Per tal modo l'ordinanza de' Fiorentini, ch'era forse la milizia d'Italia e la meglio organizzata, era diventata un continuo oggetto di ridicolo a cagione della sua viltà.

Ma più che il coraggio militare alle truppe, mancava il coraggio di spirito ai governi. Quello che in addietro animava i consiglj della repubblica fiorentina, più non trovavasi in veruna parte d'Italia. I Veneziani erano famosi per conto della loro prudenza, ma il loro sistema riducevasi a salvare il presente a spese dell'avvenire, a sottrarsi con destrezza alle difficoltà, e ad aspettare soccorso dal tempo. Dopo avere lungo tempo fatta buona prova, doveva all'ultimo necessariamente produrre disastri. Clemente VII, la di cui profonda politica era stata lungamente ammirata quando era consigliere di Leon X, e quando credevasi ch'egli avesse tutto calcolato e tutto preveduto, mancava essenzialmente di risoluzione. Nè egli sapeva prendere opportunamente un partito, nè sostenerlo con costanza; scioccamente sagrificava per avarizia i suoi mezzi di difesa; e quand'erasi in tal modo dato in mano de' nemici, era solito d'entrare per pusillanimità in impegni contrarj ai suoi interessi.

Non pertanto i Veneziani ed il papa erano le sole potenze che ancora conservassero in Italia il sentimento della loro indipendenza; e loro toccava il dirigere l'ultimo sforzo a pro della libertà italiana. Essi lo sentivano, e non abbandonarono i progetti formati in tempo della cattività di Francesco I; e quando lo seppero tornato ne' suoi stati, si affrettarono di spedire a Parigi i loro ambasciatori sotto colore di felicitarlo, ma in sostanza per iscandagliare le sue disposizioni, dissuaderlo dall'osservanza del trattato di Madrid, e piuttosto consigliarlo ad entrare con loro in una lega, che porrebbe limiti all'ambizione ed alle usurpazioni dell'imperatore[194].

[194] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 357. — Ben. Varchi Stor. Fior., l. II, p. 38. — P. Paruta, Ist. Ven., l. V, p. 354. — Gal. Capella, l. V, f. 58. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 572. — Jac. Nardi, l. VII, p. 315. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 280. — Georg. von Frundsberg, B. III, f. 61._

Gli ambasciatori del papa e di Venezia non tardarono a conoscere le disposizioni del re. Lagnavasi egli altamente della violenza che gli si era fatta per costringerlo a sottoscrivere il trattato di Madrid, e dell'estrema durezza usata a suo riguardo. Andava replicando che il giuramento a cui era stato astretto, era meno valido assai e meno solenne che non quello della sua consacrazione, col quale erasi obbligato verso i suoi sudditi a non ismembrare la Francia. Sua madre e sua sorella, madama d'Alenson, le di cui negoziazioni in Ispagna erano tornate vane, professavano i medesimi principj. I grandi, non meno che il popolo, sembravano impazienti di lavare l'affronto ricevuto dal loro re; ed in pari tempo i ministri francesi si affrettavano di dichiarare agli ambasciatori italiani, che, rinunciando oramai ad un'ambizione ch'era riuscita fatale alla Francia, essi più non muovevano pretese nè sopra Milano, nè sopra Napoli, e soltanto desideravano che quelle province non ingrandissero i possedimenti d'un monarca rivale, ma che l'Italia tutta fosse libera e scuotesse ogni giogo straniero[195].

[195] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 359. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 355. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 572._

Queste assicurazioni sembravano proprie ad affrettare la conclusione della lega italiana, che, secondo i desiderj di Francesco I, trattavasi in Francia, affinchè gli ambasciatori inglesi vi potessero più facilmente intervenire: ma coloro che meglio penetravano nell'animo del re avrebbero potuto avvedersi che il suo coraggio, la confidenza nella propria fortuna e la sua ambizione erano stati domati dalla sventura: che oramai non desiderava che la pace; che si affretterebbe di ricuperare a qualunque altissimo prezzo i figliuoli dati in ostaggio; e che, quando Carlo V non gli chiedesse lo smembramento della Francia, e rinunciasse a privarlo della Borgogna, Francesco dal canto suo non farebbe difficoltà di sagrificare l'indipendenza d'Italia; di modo che quando stringeva gl'Italiani ad associarsi a lui, non facevalo che per potere trattare egli stesso poscia con maggior suo vantaggio, e vendere a più caro prezzo l'abbandono de' suoi alleati[196].

[196] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 360. — P. Paruta, l. V, p. 357. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 573._

Francesco I aveva adunati a Cognacco i principi ed i notabili del regno; gli aveva consultati intorno al trattato che aveva sottoscritto, e ricevuta la loro dichiarazione, ch'egli non aveva il diritto di alienare la Borgogna. Gli stati di questa provincia avevano protestato contro la loro separazione dal regno; e Francesco, da che trovavasi in libertà, avea rifiutato al signore di Lannoi, vicerè di Napoli, che l'aveva seguito, di ratificare il trattato di Madrid. Poco dopo questo rifiuto, il 22 di maggio del 1526, sottoscrisse un trattato d'alleanza con Clemente VII, i Veneziani e Francesco Sforza, il quale trattato, per essere il papa capo della confederazione, fu chiamato _la santa lega_[197].

[197] _Hist. de la Diplom. Fran., t. I, l. III, p. 340. — Fr. Guicciardini, l. XVII, p, 368. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 22. — Arn. Ferroni, l. VIII, p. 163. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 574. — Jac. Nardi, l. VII, p. 315_. — Il trattato viene letteralmente riportato nella vita di Giorgio Frundsberg, _l. IV, f. 62._

Lo scopo di questa lega era quello di far mettere in libertà i figli di Francesco I contro il pagamento di una taglia; di far restituire il ducato di Milano a Francesco Sforza, e la contea d'Asti colla sovranità abituale di Genova al re di Francia. Se Carlo V ricusava queste condizioni, i confederati, per costringerlo ad accettarle, obbligavansi ad unire in Italia a spese comuni un'armata di due mila cinquecento uomini d'armi, tre mila cavaleggieri e trenta mila fanti, mentre due armate francesi penetrerebbero, una in Lombardia e l'altra in Ispagna. Nello stesso tempo i confederati dovevano attaccare il regno di Napoli con una flotta di ventotto galere veneziane e pontificie. Dopo averne cacciati gli Spagnuoli, il papa doveva disporre di questo regno a favore di un principe italiano, il quale pagherebbe al re di Francia, in tacitazione de' suoi diritti, un annuo canone di settantacinque mila fiorini[198].

[198] _Hist. de la Diplom. Fran., t. I, l. III, p. 340. — Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 368. — Gal. Capella, l. V, f. 58. — P. Paruta, l. V, p. 358. — Arn. Ferroni, l. VIII, p. 165. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 358._

I confederati sentivano la necessità di non perdere tempo a far avanzare le loro truppe in soccorso dell'infelice duca di Milano, che, assediato nel castello della sua capitale, aveva dichiarato di non avere vittovaglie per tutto il mese di giugno[199]. Le violenze esercitate in Milano dalle truppe spagnuole vi avevano eccitata una sollevazione; ma sebbene il duca ne approfittasse per fare una sortita, non aveva trovati apparecchiati nè soccorsi, nè munizioni, ed era stato forzato a rientrare nel castello senza avere ottenuto verun vantaggio. Dal canto suo il popolaccio si era trattenuto a saccheggiare la corte vecchia in cui risiedeva il tribunale criminale, e dato così tempo agli Spagnuoli di porsi sulle difese. Non pertanto Antonio di Leiva, che li comandava di concerto con Alfonso d'Avalos, marchese del Guasto, e cugino del Pescara, conoscendo il pericolo della sua situazione, promise ai Milanesi per calmarli, che farebbe uscire di città tutte le truppe strettamente non necessarie all'assedio del castello[200]. Intanto altri Spagnuoli taglieggiavano gli stati di Parma e di Piacenza, e la stessa autorità del pontefice veniva o disprezzata o attaccata dagli agenti dell'imperatore[201].

[199] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 360. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 24._

[200] _Gal. Capella, l. V, f. 60. — Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 362. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 572. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 317. — Jos. Ripamontii Hist. Mediol., l. IX, p, 711._

[201] _Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 363_. — Lettera di Clemente VII a Carlo V per giustificare il cominciamento delle ostilità. _Ap. Gal. Capellam, l. V, f. 59._

In fatti il papa ed i Veneziani si affrettarono, anche prima che si conchiudesse la lega, di porsi in istato di agire. Il duca d'Urbino, generale dei Veneziani, si avanzò sull'Adda con tutti i suoi uomini d'armi, e sei mila fanti italiani; Guido Rangoni, generale del papa, si portò dal canto suo fino a Piacenza con altri sei mila fanti. Per rendere più formidabili queste due armate, sentivasi il bisogno di unirvi gli Svizzeri. L'istante era giunto di strignere le negoziazioni intavolate già da un anno coi cantoni dal vescovo di Veruli; ma gli si era così strettamente ordinato di non prendere verun positivo impegno, di non lasciar penetrare il segreto, di non compromettere il papa, che non potè far marciare gli Svizzeri colla desiderata prestezza. Gian Giacomo de' Medici, Milanese, che veniva contraddistinto col titolo di castellano di Musso, dal nome di un castello di cui si era impadronito in vicinanza de' Grigioni[202], e che cominciava a farsi nome colle armi e cogl'intrighi, promise al papa di assoldare sei mila Svizzeri ad un mezzo ducato l'uno d'arrolamento: Ottaviano Sforza, vescovo di Lodi, che pretendeva pure di avere grandissimo credito presso i cantoni, promise di levarne un egual numero pei Veneziani: ed i confederati si riposarono sulle promesse di questi raggiratori, cui affidarono il loro danaro in principio di giugno, raccomandando loro estrema diligenza[203].

[202] Sulla riva destra del lago di Como, presso Dongo. _N. d. T._

[203] Lettera del Ghiberti datario al vescovo di Veruli. Roma 22 giugno 1526. Tra le _Lett. dei Princ., t. I, f. 184. — Fr. Guicciardini, l. XVII, p. 365. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 359._