Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)

Part 10

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Nello stesso tempo gli agenti della corte di Roma lavoravano in ogni parte per dare esecuzione ad un progetto così bene concertato. Enrico VIII, re d'Inghilterra, aveva fatte a Carlo V le più esorbitanti domande dopo la battaglia di Pavia: egli ne voleva per sè quasi tutti i frutti, e chiedeva che gli si dessero la maggior parte delle province di quella Francia di cui i suoi predecessori, dopo Enrico V, chiamavansi re. Queste esagerate domande non si facevano da Enrico VIII, che per ottenere un rifiuto dall'imperatore, e aver così un pretesto di corrucciarsi con lui[170]. In fatti egli aveva di già accolte le proposizioni della corte di Roma, che voleva ravvicinarlo alla Francia, e renderlo favorevole alla indipendenza italiana; egli era entrato ne' progetti comunicatigli da Girolamo Ghinucci, auditore apostolico, e nunzio alla sua corte: aveva mandato a Roma il vescovo di Bath ed il cavaliere di Casale, per trattare col papa; onde i confederati tenevansi sicuri del di lui appoggio[171].

[170] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 319._

[171] Lettera di Gio. Matteo Ghiberti a Girolamo Ghinucci. Roma 10 luglio 1525. _Lett. de' Prin., t. I, f. 169. — Rymer Acta et conven., t. XIV, p. 38._

Il vescovo di Veruli, Ennio Filonardo, nunzio del papa nella Svizzera, fino dall'undici giugno, ma più apertamente il primo di luglio, fu incaricato di scandagliare la dieta elvetica, ed ogni cantone in particolare intorno all'universale desiderio degl'Italiani di armarsi per la propria indipendenza; di far sentire agli Svizzeri in quale pericolo si troverebbero essi medesimi, se la casa d'Austria, venendo a stabilirsi in Lombardia, circondasse quasi da ogni lato i loro confini; di esortarli a non perdere l'occasione di riparare il loro onore militare, crudelmente compromesso dalla cattiva condotta delle loro truppe nelle quattro ultime campagne; finalmente di porsi in istato, di potere, quando ne avrebbe l'ordine, far entrare otto o dieci mila Svizzeri in Lombardia, col patto di portarsi, ove il bisogno lo richiedesse, anche nel regno di Napoli[172].

[172] _Lettera di Gio. Matteo Ghiberti datario a M. Ennio Filonardo, vescovo di Veruli, nunzio nell'Elvezia, Roma 1.º luglio 1525, t. I, f. 164._

Finalmente Luigia di Savoja, reggente di Francia, fece dichiarare a Venezia, il 24 di giugno, per bocca di Lorenzo Toscano, suo inviato segreto, che riconosceva Francesco Sforza come duca di Milano; che somministrerebbe all'Italia possenti ajuti, ove questa si determinasse a scuotere il giogo; e che pagherebbe agli alleati, come sussidio, quaranta mila scudi al mese fin che durerebbe la guerra. A fine di proseguire queste negoziazioni, ella mandò ambasciatore a Venezia il conte Luigi di Canossa, vescovo di Bayeux, uno de' più destri diplomatici fra gl'Italiani ch'erano allora ai servigj della Francia, e presso la santa sede, Alberto Pio, conte di Carpi, fratello del conte di Canossa. Nè l'uno nè l'altro di questi negoziatori erano muniti di pieni poteri onde conchiudere, e per più settimane minuziose difficoltà impedirono la soscrizione degli articoli convenuti. Sigismondo Sanzio, segretario del conte di Carpi, fu spedito in poste a Parigi con tutti i trattati, onde farli approvare dalla corte; ma Sanzio venne assassinato da alcuni ladri, mentre, attraversando il territorio di Brescia, si dirigeva per la Svizzera alla volta della Francia. Non ricevendo da lui nessuna notizia, la corte di Roma credette alcun tempo che gli Spagnuoli, fattolo arrestare, non si fossero impadroniti di tutta la sua corrispondenza, e ne fu altamente atterrita; ciò per altro non era la sola causa de' suoi timori. Il Ghiberti temeva molto più ancora di essere tradito dalla reggente; rincrescevagli oltremodo che le fosse stato confidato il segreto della cooperazione del Pescara, e pensava che questa madre, impaziente di ridonare la libertà a suo figliuolo, facilmente potrebbe minacciare gli Spagnuoli di una insurrezione generale dell'Italia, far loro conoscere quanto vicino fosse il momento dell'esplosione, ed ottenere da loro, in vista di cotale imminente pericolo, che suo figliuolo, il quale era già apparecchiato di far loro grandissimi sagrifizj, venisse riposto in libertà sotto moderate condizioni[173].

[173] _Parecchie lettere di G. M. Ghiberti, del mese di luglio, ma spezialmente quella del 15 luglio diretta a Sigismondo Sanzio. Lett. dei Principi, f. 170. — Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 329._

Sembra cosa fuori di dubbio che questo timore del Ghiberti si verificasse. La duchessa d'Alenson, sorella di Francesco I erasi recata in Ispagna per negoziare un trattato di pace, una delle cui basi doveva essere il suo proprio matrimonio con Carlo V, e quello di Francesco I con Eleonora di Portogallo. È probabilissimo che a fine di meglio riuscire, la duchessa non temette di compromettere il segreto delle potenze italiane; almeno seppesi in Roma, verso la metà di settembre, che Carlo V aveva avuto avviso delle offerte fatte al marchese di Pescara, come pure di tutte le particolarità della negoziazione intavolata colla Francia. La corte di Roma sospettava successivamente tutti i suoi alleati, e tutti forse potevano a buon diritto esserle sospetti: aveva sentito a dire che il Moroni ed il Pescara non aveano mostrato d'entrare nella cospirazione, se non per mettere a prova i principi italiani; ma la corte di Roma comprendeva assai bene che il Pescara, onde conservarsi la confidenza dell'imperatore, e condurre a buon fine i suoi progetti, era stato egli medesimo costretto di dare alla sua corte quegli avvisi, che altri pure nel medesimo tempo le davano; e finchè tali avvisi erano confusi, finchè non erano seguiti da niuna misura di precauzione, si potevano assai bene conciliare colla condotta d'un cospiratore. La condotta tenuta dalla Francia era molto più sospetta; e il datario, in parecchie lettere dirette al vescovo di Bayeux, ne manifestò vivissimo risentimento[174].

[174] _Lettera di G. M. Ghiberti a Domenico Sauli, del 19 settembre, t. II, f. 174. — Ed al vescovo di Bayeux, del 4 settembre, f. 172._

Egli è impossibile di sapere se il Pescara siasi da principio impegnato di buona fede nella cospirazione italiana, oppure se, come lo asserì poscia egli medesimo, non vi entrasse che per isvelarla all'imperatore. Diversi avvenimenti, occorsi durante la negoziazione, furono causa forse che cangiasse divisamento; egli prese gran parte all'agitazione cagionata dalla repentina sparizione di Sigismondo Sanzio, e potè credere alcun tempo che le sue carte fossero venute alle mani di Antonio de Leiva; ebbe contezza dell'andata della duchessa d'Alenson a Madrid, e dei progetti della Francia: oltre a ciò fu avvisato forse delle prime rivelazioni fatte dalla duchessa, ed approfittò, per passare dalle parti di cospiratore a quelle di spia, delle confuse e mal certe informazioni, che, per sua propria sicurezza, aveva di già date all'imperatore. Finalmente circa alla medesima epoca Francesco Sforza infermò gravemente; e nel mentre che gli stati italiani chiedevano alla Francia di riporre in libertà Massimiliano, fratello di Francesco, e di assicurargli il possedimento del ducato di Milano, che voleano guarentire alla casa Sforza, il Pescara si lusingò forse d'ottenere egli medesimo dall'imperatore, in guiderdone di un eminente servigio, questa sovranità, che la morte allora toglieva al presente possessore. Egli è certo almeno che giunse a tanta bassezza, di eccitare alla ribellione, per poscia tradirli, coloro stessi che offrivano d'esporre gli averi e la persona per servirlo. Dopo avere comunicato all'imperatore, per mezzo del suo segretario Giovanbattista Castaldi, il segreto della congiura, egli continuò le sue conferenze col Moroni, coi ministri del papa e de' Veneziani, onde impegnare ciascuno de' socj a compromettersi separatamente[175].

[175] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 329. — Arn. Ferroni, l. VIII, p. 162. — P. Jovii Vita Davali Piscarii, l. VII, p. 423. — G. v. Frundsberg, B. III, f. 58._

Francesco II Sforza ricevette frattanto, nel mese d'agosto, l'investitura del ducato di Milano, spedita da Carlo V; ma vincolata ad onerosissime condizioni. Egli doveva versare nel primo anno cento mila ducati alla camera imperiale, ed obbligarsi a pagarne altri cinquecento mila a termini più lontani; oltre a che doveva costringere d'ora innanzi tutto il Milanese a provvedersi di sale alle saline dell'arciduca Ferdinando d'Austria, e ciò era un abbandonare a questo principe straniero la gabella più importante degli stati di Milano[176]. Francesco Sforza accettò questa investitura, e oltre alle somme enormi ch'egli aveva già consegnate ai generali imperiali, pagò ancora cinquanta mila ducati a conto di quella che gli era recentemente domandata; ma la sua malattia, che peggiorò molto in breve tempo, e manifestavasi con sintomi tali che davano assai da temere, ritardò tutte le misure degli alleati. Alla morte di Francesco Sforza, la quale era da tutti creduta imminente, il di lui feudo doveva cadere all'imperatore. Il Pescara mostrò ai congiurati, che, in vista di cotale avvenimento, egli non si potea dispensare dal raccorre le guarnigioni spagnuole sparse in Lombardia, e dal chiamarvi inoltre due mila landsknecht; per cui era forza d'abbandonare il pensiero di opprimere a un tratto l'armata imperiale. Il Moroni, cui erasi cercato di rendere sospetto il Pescara, aveva fino allora risposto, ch'egli sarebbe stato sempre padrone di arrestarlo nel castello di Milano con tutti i capitani imperiali, ove quel generale avesse voluto abbandonare la causa italiana[177].

[176] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 324._

[177] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 328. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 564 — Joseph Ripamontii Hist. Mediolan., l. IX, p. 709._

Un altro avvenimento ancora teneva sospesi i congiurati; seppesi bentosto che Francesco I, cruciato oltremodo di non avere potuto nel corso di due mesi ottenere un abboccamento con Carlo V, era caduto gravemente ammalato nel castello di Madrid, e pareva, anche a dire dei medici, non dovere ormai vivere che pochi giorni. La di lui morte avrebbe privato a un tratto Carlo V di tutti i vantaggi ch'egli avea creduto ritrarre dalla battaglia di Pavia; perciò l'imperatore, temendo per la vita del suo prigioniero, erasi affrettato di visitarlo, aveagli dato le più lusinghiere speranze, e s'era mostrato vicinissimo a riconciliarsi con lui. Da un momento all'altro un trattato di pace poteva essere sottoscritto fra questi due monarchi, e desso avrebbe rotte tutte le precauzioni della lega, ponendo, per quanto era da supporsi, l'Italia nell'assoluta dipendenza dell'imperatore[178].

[178] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 330. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p, 15. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 565. — Arn. Ferronii, l. VIII, p, 162._

Ma i due ammalati, della vita de' quali omai disperavano tutti, risanarono; ed il Pescara fu assalito dalla malattia che dovea prima di due mesi strascinarlo al sepolcro. Egli però non volle aspettare più tardi a levarsi la maschera dal volto; la sua lentezza e la sua apparente irresoluzione aveano di già inquietato non poco gli alleati italiani[179]. Dal canto loro gli ufficiali spagnuoli s'erano accorti delle pratiche che si andavano maneggiando intorno a loro; e Antonio di Leyva aveva pubblicamente minacciato di fare uccidere il Moroni, che i suoi compatriotti odiavano a morte[180].

[179] Lettera del 19 settembre di G. M. Giberti a Domenico Sauli. _T. I, f. 174. Lett. de' Principi._

[180] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 332._

Il 14 d'ottobre, il marchese di Pescara, che sentivasi già oppresso da grave malattia, invitò il cancelliere Moroni a venirlo a trovare nel castello di Novara, dove risiedeva. Il Moroni, tenuto da tutti pel più astuto, pel più diffidente, pel più doppio degli Italiani, non istimava il marchese, ed avealo più volte rappresentato come il più perfido e crudele fra gli uomini: diceva che qualora avesse dovuto arrestarlo, avrebbe approfittato dell'istante in cui questo generale visitava il duca ammalato nel castello di Milano; pure si lasciò prendere egli medesimo in simigliante insidia. Venne al marchese, che giaceva ammalato nel castello di Novara; entrò di bel nuovo in tutte le particolarità del suo progetto per disperdere i soldati spagnuoli, sorprenderli, svaligiarli o assassinarli. Il Pescara, che lo interpellava, aveva fatto nascondere Antonio di Leyva dietro una tappezzeria, onde potesse udire la loro conversazione. Quando il Moroni uscì dalla stanza, fu arrestato e condotto nel castello di Pavia, ove si recò in breve anche il Pescara per interrogarlo come giudice intorno ad una cospirazione, nella quale era fino allora egli medesimo entrato come complice[181].

[181] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 353. — Gal. Capella, l. V, f. 57. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 565. — Bened. Varchi, l. II, p. 31. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VII, p. 314._ — Lettera di G. M. Giberti a Domenico Sauli, dopo l'arrestazione del Moroni. _T. II. Lett. de' Principi, f. 19._

Il Pescara, coll'arrestare il Moroni e col cominciare con pubblicità il di lui processo, aveva soprattutto in vista di compromettere il duca di Milano, e di somministrare occasione all'imperatore di dichiararlo scaduto dal suo feudo. Egli aveva di già guarnigione in Lodi ed in Pavia; ma, onde porre in sicurezza l'armata ch'egli comandava, chiese ancora al duca la consegna di Cremona, di Trezzo, di Lecco e di Pizzighettone. Il duca, gravemente ammalato, e che aveva perduto col suo grande cancelliere Moroni il più fermo appoggio del suo carattere, e tutta la prudenza del suo consiglio, cedette senza resistenza. Il Pescara, dopo essersi fatte consegnare queste piazze, dimandò ancora che gli fosse data in mano la fortezza di Cremona, e che il duca, al quale concedeva per abitazione la fortezza di Milano, non gl'impedisse di circondare la medesima con opportuni trinceramenti, e di cominciare tutte le fortificazioni necessarie a metterlo in grado di eseguire senza ritardo gli ordini che riceverebbe dall'imperatore. Francesco Sforza ricusò queste nuove domande, e non volle nè anche dare in consegna al Pescara nè il suo proprio segretario, Giannangelo Ricci, nè Poliziano, segretario del Moroni. Non aveva avuto tempo di raccorre se non che pochi viveri nel castello di Milano; nulla meno vi si rinchiuse coraggiosamente con ottocento fanti scelti, e quando gli Spagnuoli cominciarono ad aprire le trincee per assediarlo, fece fuoco sopra i lavoratori[182].

[182] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 434. — Gal. Capella, l. V, p. 57. — Benedetto Varchi, l. II, p. 33. — Jac. Nardi, l. VII, p. 314._

L'occupazione del ducato di Milano sbigottì tutti i consiglj delle potenze d'Italia; le pratiche loro col Moroni erano palesi, ed esponevanli a tutta la vendetta dell'imperatore, nel tempo ch'essi non erano ancora apparecchiati a fargli la guerra. A quest'epoca il protonotaro Caraccioli, ambasciatore di Carlo V a Venezia, offriva di accettare, sotto condizione che la repubblica rientrasse nell'alleanza imperiale, gli ottanta mila ducati che il senato erasi mostrato disposto di pagare in compenso di que' sussidj che la repubblica medesima avrebbe dovuto somministrare nell'ultima guerra. Ma per grande che fosse il pericolo in cui trovavasi la repubblica di Venezia, ella non si potè risolvere a fabbricarsi in tal modo da se stessa le proprie catene, e il senato ricusò di sottoscrivere, infino a tanto che il ducato di Milano sarebbe occupato dagl'Imperiali; conciossiachè, soggiugneva esso, era appunto per impedire la riunione di questo ducato agli stati di un altro sovrano, già padrone del regno di Napoli, che s'era impegnato per trent'anni continui in tante guerre diverse. La malattia del Pescara, che andava peggiorando ogni giorno, impedì che le ostilità tenessero dietro a questo rifiuto[183].

[183] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 434. — P. Paruta Hist. Ven., l. V, p. 352._

Nel medesimo tempo due uomini che aveano macchiati coi tradimenti i più rari talenti e un carattere che non era privo di nobile grandezza, conobbero a prova che il favore dei principi non è sufficiente risarcimento alla perdita della pubblica stima sagrificata per compiacer loro. Il contestabile di Borbone era giunto a Toledo il 14 novembre presso all'imperatore. Egli era stato accolto da lui colle maggiori dimostrazioni di stima e d'amicizia, ed onorato siccome quegli che doveva sposare la sorella del monarca ed ascendere un giorno sul trono; ma quanto erano grandi e molte le carezze che Carlo V prodigavagli, altrettanto era umiliante il dispregio in cui i nobili castigliani mostravano di tenerlo. Quest'uomo, che aveva venduto agli stranieri il proprio suo re e la sua patria, non pareva loro potere con nessuna virtù con niuno servigio cancellare cotanta infamia; e quando Carlo V dimandò al marchese di Villena che volesse prestare il suo palazzo al contestabile, questi rispose che non poteva ricusar nulla al suo sovrano, ma che, appena partito il Borbone, egli incendierebbe colle sue proprie mani il palazzo, siccome quello che sarebbe stato infamato dalla presenza di un traditore[184].

[184] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 335._

Dall'altro canto il Pescara, che, per conciliarsi più sicuramente il favore di Carlo V, erasi avvilito a ciò che v'ha di più abjetto nella condotta d'una spia, a corrompere egli medesimo coloro che voleva denunciare, era divenuto bersaglio dell'orrore e del disprezzo di tutti gl'Italiani che aveva traditi. Nato nel casato catalano d'Avalos, già venuto nel regno di Napoli e domiciliatovisi con Alfonso I, egli aveva cominciato i suoi primi fatti d'armi alla battaglia di Ravenna, nella quale era stato fatto prigioniero. D'allora in poi erasi trovato presente a tutte le guerre d'Italia, e benchè non oltrepassasse i trentasei anni, aveva acquistata grandissima esperienza; erasi distinto col suo ingegno inventore, la sua attività, il suo coraggio, i suoi stratagemmi; avea saputo rendersi caro all'infanteria spagnuola, cui comandò lungo tempo, e soleva dire che gli rincresceva di non essere nato piuttosto in Ispagna che in Italia. In quell'epoca medesima egli era oppresso da una malattia che non aveva diligentemente curata, e morì in Milano il 30 di novembre, nel mentre che Vittoria Colonna, sua moglie, celebre nella letteratura, era partita in tutta fretta da Napoli per venirlo ad assistere, e non aveva ancora oltrepassato Viterbo[185].

[185] _P. Jovii Vita Ferd. Davali Piscarii, l. VII, p. 423-425. — Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 336. — Gal. Capella, l. V, f. 60. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 275. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 356. — Jos. Ripamontii, l. IX, p. 711._

La morte del Pescara accrebbe il coraggio de' Veneziani, e di tutti coloro che in Italia volevano assicurare coll'armi la propria indipendenza: supponevano che l'armata imperiale fosse tanto più indebolita da una perdita così grande, che il contestabile di Borbone e il vicerè Lannoy erano assenti entrambi; perciò sollecitavano il papa di sottoscrivere, mentre Francesco Sforza era ancora padrone del castello di Milano, una lega necessaria per salvare l'Italia dall'assoluta schiavitù che la minacciava. La reggente di Francia prometteva di sovvenir loro cinquecento lance francesi e quaranta mila ducati al mese, i quali bastavano ad assoldare diecimila Svizzeri; e nel medesimo tempo doveva cominciare la guerra sulle frontiere della Spagna per impedire a Carlo V di mandare soccorsi in Italia. Enrico VIII, che verso il finire di agosto aveva sottoscritta colla reggente un'alleanza difensiva, e che aveavi messa per condizione ch'ella non abbandonerebbe nessuna provincia del regno per riscattare suo figliuolo, facevasi mallevadore delle promesse cui si obbligava il governo francese. Il papa e i Veneziani, de' quali il primo trattava anche a nome de' Fiorentini, ed i secondi a nome anche del duca di Ferrara, dovevano somministrare a spese comuni mille ottocento uomini d'armi, due mila cavaleggieri e venti mila fanti; la flotta veneziana, unita alla francese, doveva attaccare contemporaneamente Genova o il regno di Napoli[186].

[186] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 337. — P. Paruta Hist. Ven., l. V, p. 353. — Gal. Capella, l. V, f. 58. — Lett. de' Principi, t. I, f. 175, 176 etc. — Rymer Conv. Litt., t. XIV, p. 481._

Ma un progetto così difficile e così pericoloso da eseguirsi avrebbe incusso timore anche ad un uomo di carattere più fermo e deciso, che non lo era Clemente VII. Questi, dacchè era salito sul trono, avea delusa l'aspettazione di tutti coloro che credevano conoscerlo; e dava allora a divedere che se l'amministrazione sua era stata gloriosa durante il regno di suo cugino Leon X, ciò doveasi attribuire molto più alla fermezza e risoluzione di Leone, che all'abilità sua nel servirlo. Sempre indeciso, e pronto a disdirsi, sbigottito sempre dagli ostacoli quando s'appigliava ad una risoluzione, e dimenticandosi allora di tutti quelli per cui aveva abbandonata la risoluzione contraria, egli fluttuava sempre fra partiti estremi, lasciava passare il momento d'agire, e quand'era poi costretto a decidersi, ora si abbandonava da disperato a ciò che riguardava come una fatalità, ora cedeva alle sollecitazioni dei suoi ministri, senza essere per altro persuaso di quelle ragioni che per avventura gli allegavano. Questa irrisoluzione veniva accresciuta ancora dalla scissione manifestatasi nel suo più intimo consiglio. Erano confidenti di Clemente VII frate Nicola di Schomberg, dominicano tedesco, creato dal papa arcivescovo di Capoa, e Giovan Matteo Ghiberti, che occupava la carica di datario apostolico; Clemente operava il più delle volte dietro i consiglj di costoro. Ma il Schomberg aveva abbracciato con zelo il partito dell'imperatore; e il Ghiberti, quantunque riponendo poca fiducia nella Francia, ed amaramente lagnandosi del difetto di discrezione e di fede di questa corte, voleva unirsi a lei per difendere l'indipendenza italiana; costoro non temevano di dare la maggiore pubblicità alle loro contese, e le loro alternative vittorie scemavano il credito del papa. Questi erasi finalmente risolto a sottoscrivere la lega proposta; tutti gli articoli erano già convenuti, ed era pure giunto il giorno fissato alla conclusione, quando sentendo egli arrivato a Genova il commendatore Errera con muove proposizioni dell'imperatore, sospese ogni cosa per sentirle[187].

[187] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 340._ — Lettera di Clemente VII a Carlo V intorno all'arrivo di Errera; Roma 16 dicembre 1525. _Lett. de' Principi, t. I, f. 177. — Ben. Varchi, l. II, p. 25._

Questi articoli erano tali da lusingare Clemente, e ciò s'era procurato a bella posta per distorlo da un'alleanza che Carlo V temeva. Gli si promettevano la restituzione di Reggio e Rubbiera, il mantenimento di Francesco Sforza nel ducato di Milano, ed ove questi morisse senza eredi, la cessione del ducato medesimo al contestabile di Borbone, che Clemente VII aveva imprudentemente proposto egli stesso, sebbene poscia si fosse di leggieri avveduto che questo ducato non sarebbe meno dipendente dall'imperatore, qualora venisse tra le mani del Borbone, di quello che lo sarebbe se governato fosse da un vicerè; ma presto si potè conoscere che questa proposizione artificiosa era un'insidia tesa al papa. Benchè Carlo V avesse avuto avviso già da due giorni dell'arresto del Moroni e della spogliazione del duca di Milano, egli però non ne faceva alcun cenno negli articoli che presentava, onde aver campo di potere dichiarare in seguito, che tali avvenimenti, venuti posteriormente alla sua saputa, cambiavano lo stato degli affari, e che il prevaricamento del duca di Milano, dovendo essere dietro le leggi imperiali punito almeno colla morte civile, lasciava aperta la successione del duca, e piena libertà all'imperatore d'investirne immediatamente il duca di Borbone[188].

[188] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 341. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p, 568 e 570. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 356._