Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)

Part 1

Chapter 13,620 wordsPublic domain

STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE DEI SECOLI DI MEZZO

DI J. C. L. SIMONDO SISMONDI

DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI, DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.

_Traduzione dal francese._

_TOMO XV._

ITALIA 1819.

STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE

CAPITOLO CXIV.

_Elezione e papato d'Adriano VI; sconfitta de' Francesi alla Bicocca; convenzione di Cremona, in forza della quale sgombrano l'Italia; i Veneziani si staccano dalla Francia; ingresso di Bonnivet in Lombardia; morte di Adriano VI._

1521 = 1523.

La guerra riaccesa in Italia dalla inconsiderata ambizione di Leon X doveva, a seconda de' suoi risultamenti, decidere se gl'Italiani rimarrebbero una nazione indipendente, o se caderebbero sotto il giogo di quegli stranieri ch'essi chiamavano barbari. Non trattavasi al presente della divisione di alcune province tra potentati che potevansi risguardare come compatriotti, ma della intera nazione e della sua medesima esistenza. Nè i più grandi interessi della patria loro trattavansi oramai tra gl'Italiani; chè tutte le potenze d'Europa si occupavano della futura sua sorte; e le cagioni degli avvenimenti che cambiavano i destini dell'Italia dovevano cercarsi in lontani paesi.

Poichè potenze così formidabili quali erano le monarchie di Francia, di Spagna, di Germania, d'Inghilterra erano entrate in campo, le piccole sovranità d'Italia sentirono la comparativa loro debolezza, la quale era smisuratamente cresciuta a cagione delle ruinose guerre che da oltre venticinque anni desolavano questa infelice contrada. Avevano tali guerre consumate tutte le sue ricchezze, e distrutti i mezzi di riproduzione in un paese in addietro il più fertile, in allora il più sgraziato dell'Europa: onde Venezia, Firenze, Siena e Lucca che conservavano tuttavia il nome di repubbliche; i duchi di Milano, di Savoja, di Ferrara, ed i marchesi di Mantova e di Monferrato che si chiamavano ancora sovrani, aspettavano tremanti che la loro sorte fosse decisa dalla politica, dai trattati, o dalle armi degli oltremontani.

Soltanto la sede pontificia si era innalzata in tempo del decadimento degli altri stati italiani. Le conquiste di Alessandro VI, di Giulio II e di Leon X avevano assoggettate ai pontefici province effettivamente indipendenti, sebbene di nome riconoscessero la supremazia della santa sede. Quando in appresso si trovarono aggiunte allo stato della Chiesa Parma, Piacenza, Modena e Reggio; quando in pari tempo il capo di questa Chiesa signoreggiava come assoluto padrone la repubblica fiorentina, i suoi stati sorpassarono di lunga mano in estensione, in popolazione ed in ricchezze quelli de' più potenti principi che l'Italia avesse veduto innalzarsi dal principio del _medio ævo_. I re di Napoli, i duchi di Milano, o la repubblica di Venezia, non avevano mai disposto di tante forze, principalmente quando si pongano in conto le grandissime entrate, che la camera apostolica sapeva ritrarre dalla superstizione de' popoli degli altri stati della Cristianità.

Se Leon X alla profonda dissimulazione che lo faceva risguardare come un grande politico non avesse associata la prodigalità di principe nuovo e la inconsideratezza di un uomo dedito ai piaceri, avrebbe facilmente potuto mantenere l'equilibrio tra le due potenze che si contendevano l'Europa; avrebbe fatta rispettare non solo la neutralità de' proprj stati, ma ancora di quegli altri che volontariamente si fossero posti sotto la sua protezione; e tutti i popoli d'Italia si sarebbero procacciato a gara questo vantaggio. I diversi avvenimenti d'una lunga contesa che doveva durare quanto il regno di Carlo V, gli avrebbero somministrate molte opportunità per rialzare l'indipendenza nazionale: egli non avrebbe avuto bisogno per essere veramente grande, che del sincero desiderio di voler il bene de' suoi compatriotti, inspirando loro fiducia nella sua buona fede. Ma Leon X per una giovanile ambizione, che non appoggiavasi a verun piano ben ragionato, e non era sostenuta da veruna idea che portasse l'impronto della vera grandezza, cooperò all'annientamento della libertà italiana, mentre lo scandaloso traffico delle indulgenze, cui si appigliò per supplire alle smoderate spese, scosse il trono pontificio, e staccò metà del Cristianesimo dall'ubbidienza fin allora renduta a' suoi predecessori.

In tempo del suo regno e precisamente nel 1517, avea in Germania cominciato la riforma colle prediche di Lutero. Ma sebbene questo coraggioso novatore fosse di già passato dall'attacco contro le indulgenze a dubitare dell'autorità del papa, a sovvertire tutta la disciplina ecclesiastica, e finalmente alle controversie intorno al medesimo domma, non aveva per anco tentato verun cambiamento nella esteriore forma del culto; i suoi settatori non formavano una nuova Chiesa, e non potevasi ancora fondatamente giudicare intorno alla estensione del pericolo che minacciava da questo canto la corte di Roma. Vero è che universale era il fermento di tutta la Germania. Presso i popoli settentrionali la religione associavasi agli affetti del cuore; si univa intimamente a tutto l'uomo; veniva esaminata dalla sua ragione, riscaldata dal suo amore, ed ammessa per norma delle sue azioni. Diversamente disposta rispetto alle idee religiose era la nazione italiana, la quale dopo avere ammesso l'intero sistema dei dommi della Chiesa, li riguardava come non soggetti ad ulteriore disamina, e mostrava il suo rispetto per la fede col non prendersene verun pensiero. Gli uomini di perduti costumi, siccome i più costumati, i più filosofi, come i più superstiziosi, non muovevano mai dubbj intorno al complesso delle dottrine della Chiesa; ma d'altra parte pochissima cura si prendevano delle cose della fede, che non eccitava verun affetto nel loro cuore, e niente influiva sulle azioni della loro vita. La religione segregata affatto dal raziocinio, dalla sensibilità, dalla morale, dalla condotta, altro omai non era che un'abitudine dello spirito, che ordinava certe pratiche, e proscriveva certi pensieri.

In fatti la riforma eccitò in Italia alquanto di maraviglia e d'inquietudine, ma niuna curiosità. Erano gl'Italiani accostumati a resistere al papa, a fargli la guerra, a sprezzare le sue scomuniche; sapevasi da molto tempo, che corrottissimi erano i costumi della sua corte, perfida la politica, e che le più odiose passioni potevano celarsi sotto il manto della religione. Il rimanente del clero non godeva in Italia le immunità e le ricchezze del clero della Germania: pure si era veduto commettere infami azioni; e perchè queste più non erano cagione di scandalo, l'accusa diretta contro di lui più non eccitava la sorpresa della novità. Coloro che volevano riformare la disciplina passavano per entusiasti, che si adiravano contro il corso ordinario delle cose del mondo; coloro, che attaccavano la dottrina, passavano per insensati che sconvolgevano i fondamenti delle opinioni; imperciocchè quelle basi medesime che il pregiudizio ha stabilite, e che sottrae ad ogni esame, non sembrano agli uomini meno solide di quelle fondate dalla ragione. Mentre che nuove dottrine fermentavano in tutta l'Europa, verun Italiano non muoveva dubbj intorno a ciò che gli era stato dato a credere, e passò ancora lungo tempo prima che qualche opinione luterana valicasse le Alpi.

Lo stesso Leon X morì prima d'essersi formato una giusta idea del pericolo ond'era minacciata la Chiesa romana per la sollevazione degli spiriti in Germania; ma la morte lo sottrasse altresì a difficoltà, di cui avrebbe assai più presto sentito il peso; ed erano quelle stesse che si era procacciate colle sue inconsiderate prodigalità. Non solo egli aveva dissipato il ragguardevole tesoro adunato da Giulio II, ed impegnate tutte le gioje e tutti gli effetti preziosi di san Pietro; ma aveva inoltre contratto un grosso debito, e venduti tanti nuovi impieghi che i soli loro salarj avevano accresciute di quaranta mila ducati le annue spese delle Chiesa[1].

[1] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 219._

Leon X sarebbesi trovato in grandissime difficoltà, dovendo continuare, senza avere danaro, la guerra da lui cominciata in Lombardia; ma i luogotenenti che lasciava morendo in sua vece, trovaronsi in una situazione ancora più difficile che la sua. I cardinali di Sion e de' Medici che avevano fin allora sostenuto il peso degli affari, si affrettarono di abbandonare l'armata, per passare a Roma onde assistere al conclave. Carlo V trovavasi abbastanza occupato dalla guerra che gli facevano i Francesi ne' Paesi Bassi; la Castiglia si era ribellata, ed i regni di Valenza e di Majorica erano desolati dalla guerra mossa ai nobili dalle comunità, talchè tutte le forze della Spagna venivano consumate da queste intestine discordie. La piccola armata che l'imperatore teneva in Lombardia non era pagata; essendosi fin allora fatta la guerra coi soli tesori della Chiesa; ed essendo questi mancati tutt'ad un tratto, Prospero Colonna ed il marchese di Pescara furono costretti di licenziare tutti i Tedeschi e tutti gli Svizzeri che tenevano al loro soldo, ad eccezione di mille cinquecento uomini. Nello stesso tempo gli ausiliari fiorentini che non erano chiamati in questa guerra da un immediato interesse, e che ignoravano perfino se sarebbero o no gli alleati del futuro pontefice, tornarono in Toscana[2].

[2] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 213. — Galeat. Capella de bello Mediol., l. I, f. 15._

Se dal canto suo il signore di Lautrec non fosse stato abbandonato a cagione della scandalosa negligenza di Francesco I, che d'altro non prendevasi pensiero che de' suoi piaceri e delle sue galanterie, e che non gli mandava danaro per pagare le truppe, avrebbe potuto facilmente ricuperare Milano e tutte le piazze che aveva perdute. Aveva ancora guarnigione ne' castelli di Milano, di Novara, di Trezzo e di Pizzighettone; comandava in Cremona, in Genova, in Alessandria, in Arona, ed in tutto il Lago Maggiore; ma senza danaro non poteva adunare fanteria. Poco conto poteva fare de' suoi uomini d'armi scoraggiati; e quando tentò di sorprendere la città di Parma, ove comandava lo storico Guicciardini, fu respinto dalle sole compagnie della milizia[3].

[3] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 215. — P. Paruta Ist. Ven., l. IV, p. 291. — Gal. Capella, l. I, f. 15._

Intanto scoppiavano in ogni parte degli stati della Chiesa ammutinamenti o rivoluzioni. I piccoli principi, che Leon X aveva spogliati della loro sovranità, invocavano l'ajuto de' loro partigiani per riavere lo stato de' loro padri. Il duca di Urbino erasi collegato coi due fratelli Baglioni, ed avevano, a spese comuni, adunati in Ferrara dugento uomini d'armi, trecento cavaleggieri e tre mila fanti. Con questa piccola armata attraversarono senz'ostacolo la Romagna. Il duca d'Urbino fu ricevuto con entusiasmo dagli antichi suoi sudditi, e ricuperò senza sguainare la spada il ducato d'Urbino, mentre che il contado di Montefeltro, da Leon X ceduto ai Fiorentini, fu difeso dalle loro guarnigioni. Orazio e Malatesta, figliuoli di Giampaolo Baglioni, si presentarono ancor essi alle porte di Perugia. Vitello Vitelli, che ne aveva il comando, fece una breve resistenza; perciocchè essendo stato leggiermente ferito in un piede, colse avidamente questo pretesto per farsi portare a Città di Castello sua patria, siccome colui che copertamente desiderava che i feudatarj della Chiesa ricuperassero l'antica indipendenza. Subito dopo la di lui partenza Siena capitolò, ed aprì le porte ai figli di Baglioni il 5 gennajo del 1522. In pari tempo Sigismondo di Varano scacciava da Camerino Giammaria della stessa famiglia, cui Leone X aveva dato il titolo di duca di quel piccolo stato, e vi si stabiliva in sua vece[4].

[4] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 220. — Mém. de du Bellay, l. II, p. 195. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 342. — Orl. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VII, f. 121. — Fr. Belcarii, Comm., l. XVI, p. 510._

Gli emigrati di Todi vennero ricondotti in quella città a mano armata da Camillo Orsini. Il duca d'Urbino dopo di essersi occupato pochi giorni a ristabilire la propria autorità ne' suoi stati, volle altresì riporre in Siena i figli di Pandolfo Petrucci; ma fu respinto dall'attività in particolare de' Fiorentini, affezionati al cardinale de' Medici[5]. Nè forse questi non avrebbero schivata una rivoluzione nella loro patria se all'istante della morte di Leon X non avessero ordinato l'arresto nel palazzo pubblico a tutti i cittadini più conosciuti pel loro attaccamento alla libertà[6]. Sigismondo Malatesta, figliuolo di Pandolfo, venne introdotto in Rimini dagli antichi partigiani di sua famiglia, e per poco tempo ricuperò una sovranità, di cui suo padre era stato privato vent'anni prima da Cesare Borgia[7]. Finalmente quello che più aveva sofferto dalla nimicizia, quello che più d'ogni altro doveva temere le ultime prosperità di Leone, Alfonso, duca di Ferrara, si affrettò di ricuperare tutto quanto aveva perduto. Era costui colpevole agli occhi del papa per avere pochi mesi prima impedita la conquista di Parma con un'ardita diversione. Perciò dopo i primi felici avvenimenti dell'armata di Prospero Colonna, una seconda armata pontificia era venuta ad attaccare Finale e san Felice, ed aveva in appresso occupato il Bondeno e saccheggiato; mentre che dalla banda della Romagna, gli agenti della Chiesa s'impadronivano di Lugo, di Bagnacavallo, di Cento e della Pieve; mentre i Fiorentini acquistavano la Garfagnana, e Francesco Guicciardini entrava nel Frignano colle truppe modenesi. Alfonso, minacciato d'assedio nella sua stessa capitale, apparecchiavasi a vendere a carissimo prezzo la propria vita quand'ebbe la notizia della morte di Leone. Nell'entusiasmo della sua gioja fece coniare una moneta d'argento, nella quale vedevasi un pastore che strappava dalla bocca d'un leone un agnello, con questa leggenda presa dal libro dei re: _de ore leonis_. Egli in pochi giorni ricuperò il Bondeno, Finale, san Felice, il Frignano, la Garfagnana, Lugo, Bagnacavallo, e soltanto fu perdente sotto al Bondeno valorosamente difeso dai Bolognesi[8].

[5] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 222._

[6] _Gio. Cambi, t. XXII, p. 190. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 341._

[7] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 236._

[8] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 288. — Muratori Ann. d'Italia ad an. 1521. — P. Giovio Vita di Alfonso, p. 116._

Frattanto i cardinali, moltiplicati dalle promozioni di Leon X, erano entrati in conclave il 16 di novembre. Sapevasi essere divisi tra il partito imperiale ed il partito francese. L'ultimo avrebbe voluto portare sul trono pontificio il cardinale di Volterra, fratello di Piero Soderini, il quale era stato perpetuo gonfaloniere; e questi era il rivale più temuto da Giulio de' Medici, che rimasto alla testa delle creature di suo cugino poteva disporre di sedici suffragi, cioè più di un terzo e meno della metà; perciocchè questa volta il conclave conteneva quaranta cardinali; e Giulio senz'essere abbastanza forte per farsi nominare, lo era bastantemente per l'esclusione d'ogni altro[9].

[9] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. VII, p. 295. — P. Giovio Vita d'Adriano VI, f. 116. — Onofr. Panvino Vite de' Pontefici, f. 265._

Il cardinale de' Medici aveva sperato di essere secondato da tutto il partito imperiale. Era stato il principale ed il più esperto ministro di suo cugino Leon X; anzi quello che lo aveva persuaso a fare alleanza coll'imperatore; i successi della guerra di Lombardia venivano in gran parte attribuiti ai suoi consiglj ed alla sua abilità; ed egli solo poteva aggiugnere alla potenza della Chiesa quella della repubblica fiorentina di cui era capo. Ma Giulio aveva nel sacro collegio e nel partito dell'impero un rivale, come lui militare prima di essere prelato, giovane come lui, e non meno di lui ambizioso; questi era Pompeo Colonna, il quale piuttosto che favorire il Medici parve apparecchiato a darsi al partito francese. Di già costui rappresentava ai suoi colleghi la vergogna di portare un bastardo sulla santa sede; poichè Giuliano, fratello del _magnifico_, non era mai stato marito d'Antonia del Cittadino, dalla quale era nato Giulio il 26 maggio del 1478. Ricordava le crudeltà commesse da Leon X dopo scoperta la supposta congiura di Petrucci, e faceva sentire il pericolo di perpetuare la dignità pontificia nella stessa famiglia[10].

[10] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 221. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VII, p. 295. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 191. — Panvino in Clemente VII, f. 267. — P. Giovio Vita d'Adriano VI, f. 116._

Mentre i cardinali andavano opponendo l'intrigo all'intrigo, ogni mattina, come è l'usanza dei conclavi, procedevano ai voti intorno a qualche nuovo soggetto che loro si proponeva. Uno di loro, il giorno 9 di febbrajo, nominò il cardinale Adriano Florent, vescovo di Tortosa, Fiammingo, il quale era stato precettore di Carlo V, e che l'imperatore aveva ultimamente nominato governatore di Castiglia. Adriano nato in Utrecht il 7 maggio del 1458 da padre fabbricatore di tappeti o di birra, non era mai venuto in Italia, e non sapeva la lingua italiana, non conosceva verun cardinale, aveva mostrato poco ingegno nell'amministrazione affidatagli dal suo illustre alunno, e pareva esservi così poca apparenza per la sua elezione, che tutto lo squadrone del Medici (così veniva chiamato il suo partito) senza volerlo gli diede il suo voto. Il cardinale di san Sisto prese da ciò motivo per encomiarlo lungamente, e perchè i cardinali desideravano d'uscire di prigione, gli diedero i loro suffragi quasi senza riflettere, e lo nominarono così inconsideratamente, che non potendo in appresso giustificare innanzi a sè medesimi o agli altri la loro imprudenza, l'attribuirono a subita inspirazione dello Spirito Santo[11].

[11] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 222. — P. Giovio Vita di Adriano VI, f. 109, 110, 118, 119. — Rayn. Ann. Eccl. 1422, § 1 e 2, p. 347. — Fr. Belcarii, l. XVII, p. 501. — Lettera di Girolamo Negri ad Antonio Michieli. Roma 14 aprile 1522. Lettere ai Principi, t. I, f. 98. — Jo. Sleidaini Comm. de Statu relig. et reipub., l. III, p. 48._

Non fu che in sul declinare d'agosto che il nuovo pontefice, il quale prese il nome d'Adriano VI, arrivò in Italia per prendere possesso della tiara. Ne' primi nove mesi dell'anno la Chiesa fu amministrata a nome del sacro collegio de' cardinali da una signoria somigliante assai a quella delle antiche repubbliche toscane. Tiravansi a sorte ogni mese tre priori tra i membri del sacro collegio, i quali formavano il governo. Ma questi prelati mal d'accordo fra di loro, ed ogni mese mutando sistema, non erano in istato di difendere il potere papale. Ad altro non pensarono che a guadagnare tempo ed a mantenere un'apparente pace, pel quale oggetto conchiusero un armistizio col duca d'Urbino, che pose fine alle rivoluzioni dell'Umbria[12].

[12] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 223. — Rayn. Ann. Eccl. 1522, § 16, p. 360._

Il cardinale de' Medici, umiliato dalla esclusione dal pontificato, e credendosi tradito dal partito imperiale, tornò per mare a Firenze, ove temeva di trovare compromessa la sua autorità; fece il suo ingresso il 21 di gennajo del 1522, portando il corrotto di suo cugino, e cogli indizj in fronte della tristezza e del sospetto[13]. In fatti i repubblicani di Firenze credevano giunto l'istante di ricuperare la libertà della loro patria; il signore di Lescuns loro prometteva l'appoggio del re di Francia; le sue truppe dovevano entrare in Toscana per la via della riviera di Genova, nello stesso tempo che Renzo di Ceri vi giugnerebbe dalla banda di Siena. Il duca d'Urbino ed i Baglioni favorivano caldamente un progetto che doveva vendicarli dei Medici. In Firenze queste pratiche erano dirette da Giambattista Soderini, nipote del cardinale di Volterra, e del gonfaloniere perpetuo. Ingrossava il suo partito la società de' poeti e de' filosofi, che diede tanta celebrità agli Orti Rucellai, nei quali si adunava. Vi si contavano Luigi Alamanni, Zanobio Buondelmonti, Cosimo Rucellai, Alessandro de' Pazzi, Francesco e Jacopo Diaceto, e per ultimo Niccolò Macchiavelli che loro dedicò i suoi Discorsi sopra Tito Livio, e la sua arte della guerra. Educati ne' medesimi principj desideravano tutti la libertà di Firenze, ma non avevano verun odio personale contro il cardinale de' Medici, anzi accordavano che di tutta la sua famiglia era quello che si era più dolcemente e cittadinescamente comportato nella sua amministrazione, onde preferivano di ricuperare i loro diritti con un compromesso piuttosto che di strapparglieli colla forza[14].

[13] _Gio. Cambi, t. XXII, p. 194._

[14] _Comment. de Fil. de' Nerli, l. VII, p. 138._

Il cardinale de' Medici che conosceva la propria debolezza, e la necessità di accarezzare i suoi avversarj, convenne che il supremo potere male s'accordava colle sue funzioni ecclesiastiche, e colla carriera che gli era aperta alla corte di Roma, dando voce d'essere apparecchiato a rinunciarlo. I giovani patrizj degli Orti Rucellai diedero facilmente fede alle speranze che loro dava il cardinale, ed invece d'agire contro di lui, si ristrinsero a meditare intorno alla migliore costituzione da darsi alla repubblica all'atto che si rinnoverebbe; fu questo l'argomento di tre opere politiche del Macchiavelli, di Zanobio Buondelmonti, e di Alessandro de' Pazzi, tutte dedicate al cardinale de' Medici[15].

[15] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. VII, p. 282. — Comment. di Filippo de' Nerli, l. VII, p. 136._

Frattanto il signore de Lescuns, troppo occupato in Lombardia, e lasciato dal re di Francia senza danaro, aveva abbandonato il progetto d'entrare in Toscana per lo stato di Genova. Renzo di Ceri si era ostinato nell'assedio del piccolo castello di Turrita nello stato di Siena, e non passò mai oltre. Il partito francese, ch'era quello della libertà, andava declinando in tutta l'Italia, onde il cardinale de' Medici credette giunto il momento favorevole di trarre d'inganno coloro che avevano potuto lusingarsi ch'egli renderebbe alla sua patria la libertà. Fu arrestato un corriere francese mandato a Renzo di Ceri, dal quale il cardinale si procurò con un sacrilegio la manifestazione del suo segreto, mandandogli in prigione invece del confessore da lui domandato, una spia della polizia vestita da prete. E per tal modo venne in cognizione della corrispondenza di Giacomo di Diaceto con Renzo di Ceri. Giacomo, posto in prigione il 22 di maggio, e minacciato di tortura, confessò quello che ancora non si sapeva, d'avere voluto assassinare il cardinale perchè avesse ingannato i repubblicani con fallaci speranze. L'interrogatorio del prevenuto essendo stato differito di ventiquattr'ore, i di lui amici, Luigi Alamanni il poeta, e Zanobio Buondelmonti ebbero il tempo di salvarsi; ma un altro Luigi Alamanni subì l'ultimo supplicio con Jacopo di Diaceto il giorno 7 di luglio. I figli di Paolo Antonio Soderini dovettero fuggire, ed i loro beni furono sequestrati; mentre il loro zio, Pietro Soderini, ch'era stato gonfaloniere perpetuo, moriva in Roma il 14 di giugno, lasciando eterno desiderio di sè presso tutte le persone dabbene[16].

[16] _Jac. Nardi, l. VII, p. 301, 302. — Fil. di Nerli Comm., l. VII, p. 139. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 343. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 201-207._