Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)
Part 9
Dal canto suo Giulio II appena degnavasi di contare Massimiliano tra i suoi nemici, sebbene lo avesse veduto prendere parte alla convocazione del concilio; egli fondava le sue speranze nel re d'Arragona, in quello d'Inghilterra e negli Svizzeri, e di già le sue negoziazioni presso queste tre potenze prendevano il più favorevole aspetto. La constante politica di Ferdinando il Cattolico era quella di coprire la propria ambizione colla maschera della religione; onde dacchè il papa erasi dichiarato alleato dei Veneziani, non avea cessato mai di dare a Lodovico XII ipocriti consiglj intorno all'empietà di far guerra al capo della Chiesa. Fino a tale epoca erasi egli occupato intorno alle sue conquiste nell'Africa; il suo generale, Pietro Navarra, gli aveva sottomesse Orano e Bugia; i re di Algeri e di Tremisene si erano dichiarati suoi feudatarj, e pareva che un nuovo impero spagnuolo fosse vicino a stabilirsi al di là dello stretto di Gibilterra[152]. Ma quand'ebbe notizia della disfatta di Bologna, richiamò dall'Africa Pietro Navarra, e lo mandò nel regno di Napoli con tre mila de' suoi migliori fanti spagnuoli, per non lasciare questo regno in balìa di un monarca vittorioso, che vi aveva dei diritti.
[152] _Jo. Marianae Hist. Hispan., l. XXIX, c. 24, p. 296. — Rayn. An. Eccl. 1510, § 30, p. 82. — P. Bizarro Sen. Pop. q. Genuens. Hist., l. XVIII, p. 430._
Enrico VIII d'Inghilterra, cedendo alle istanze di Giulio II, aveva acconsentito a fare di concerto con Ferdinando calde rimostranze a Lodovico XII intorno allo scisma ch'egli andava a suscitare nella Chiesa, gli aveva domandato pel bene della cristianità di mandare i cardinali ed i prelati del suo regno al concilio di Laterano, e di permettere alla Chiesa di ricuperare la sua città di Bologna. Gonfio d'orgoglio, e fidando nelle immense ricchezze lasciategli da suo padre, egli credevasi l'arbitro dell'Europa, e risguardava tutte le istanze fattegli da questi monarchi, quali omaggi dovuti al suo potere ed ai suoi talenti.
Per altro il papa riponeva negli Svizzeri le principali sue speranze; e l'imprudenza di Lodovico XII lo aveva ancora meglio servito che le proprie negoziazioni. Questo monarca in un movimento d'orgoglio aveva di nuovo ricusato di riconciliarsi cogli Svizzeri e di accrescere le loro pensioni. Aveva giurato di non lasciarsi taglieggiare da paesani, ed aveva proibita l'esportazione delle granaglie dalla Francia e dalla Lombardia ne' paesi Svizzeri. Aveva creduto di ridurli colla carestia a ricevere da lui la legge, ed invece, esasperandoli, gli aveva precipitati nell'alleanza del papa e de' Veneziani[153].
[153] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 547. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 370._
Finalmente i progetti di Giulio II cominciavano a prendere migliore consistenza; ed i nemici, che andava suscitando alla Francia, incoraggiati dalla loro unione, affettavano verso di lei un più minaccioso contegno. Gli ambasciatori d'Inghilterra e d'Arragona fecero unitamente nuove rappresentanze a Lodovico XII rispetto alla protezione da lui accordata al concilio di Pisa ed ai Bentivoglio; il re rispose loro di essere apparecchiato a desistere, purchè i cardinali del suo partito fossero di nuovo rimessi dal papa nella sua grazia, ed i Bentivoglio venissero conservati nella stessa subordinazione feudale, in cui da circa un secolo erano stati tenuti i loro antenati; ma non volendo gli ambasciatori ammettere queste basi di negoziazioni, all'ultimo Lodovico XII dichiarò loro, che non poteva senza scapito dell'onor suo abbandonare la protezione di Bologna, non altrimenti che quella della sua propria città di Parigi[154].
[154] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 549. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 371._
Tosto che seppesi in Roma la risposta di Lodovico XII, il giorno 5 di ottobre si pubblicò solennemente nella chiesa di santa Maria del popolo una confederazione tra il papa, il re cattolico ed il senato di Venezia. Dichiaravano i confederati che gli oggetti della loro alleanza erano: l'unione della Chiesa, minacciata d'uno scisma dal conciliabolo di Pisa; la restituzione alla santa sede di Bologna e di ogni altro feudo, che mediatamente o immediatamente poteva appartenerle, volendo indicare con queste parole lo stato di Ferrara; per ultimo la cacciata dall'Italia con una potente armata di chiunque s'opporrebbe a questo doppio oggetto, vale a dire del re di Francia. Per formare quest'armata il papa prometteva quattrocento uomini d'armi, cinquecento cavaleggieri e sei mila fanti; la repubblica di Venezia ottocento uomini d'armi, mille cavaleggieri ed otto mila fanti; il re d'Arragona mille dugento uomini d'armi, mille cavaleggieri, e dieci mila fanti spagnuoli. Ma ritenendosi il contingente dell'ultimo come sproporzionato alle sue finanze, il papa ed il senato si obbligavano a pagargli ciascheduno venti mila ducati al mese, finchè durerebbe la guerra. L'armata della lega doveva essere comandata da don Raimondo di Cardone, Catalano, vicerè di Napoli. Una flotta, di dodici vascelli catalani e di quattordici veneziani, doveva nello stesso tempo portare la guerra sulle coste della Francia. Tutti quei paesi conquistati dai confederati, che in addietro avessero appartenuto ai Veneziani, dovevano essere loro restituiti. L'imperatore ed il re d'Inghilterra potevano, ove lo desiderassero, essere ricevuti in quest'alleanza. Il papa aveva stipulata questa riserva a favore del primo colla fortuita speranza di staccarlo dalla Francia; ed il cardinale di Yorck, ambasciatore del secondo, ed uno de' negoziatori della lega, non avendo ancora ricevute le opportune istruzioni per sottoscrivere, aveva domandata la stessa riserva pel suo padrone[155].
[155] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 550. — Rayn. An. Eccl. 1511, § 66, p. 105. — Jac. Nardi, l. V, p. 228. — P. Bembi Hist. Ven., l. XII, p. 266. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 372. — Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXX, c. V, p. 305._
Fatta quest'alleanza, Giulio II trattò con maggior rigore i prelati disubbidienti. Passato il termine del monitorio, il 24 ottobre dichiarò in concistoro decaduti dalla loro dignità, e soggetti a tutte le pene dalla chiesa inflitte agli eretici ed agli scismatici, i cardinali di santa Croce, di san Malò, di Cosenza, di Bayeux. Pubblicò poi un altro monitorio contro il cardinale di Sanseverino, che aveva risparmiato fin allora, e fulminò l'interdetto e le scomuniche contro i Fiorentini, che avevano permessa ne' loro stati l'adunanza di un conciliabolo scismatico[156].
[156] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 551. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. V, p. 230._
Il concilio che tanto irritava il papa, era stato convocato per il primo giorno di settembre; ma a tale epoca non eransi presentati a Pisa che un commissario dell'imperatore, uno del re di Francia ed un ecclesiastico, a nome di alcuni prelati ed abati. Questi tre personaggi chiesero la licenza de' magistrati fiorentini, i quali dichiararono di avere ordine di non prendere parte nelle loro operazioni. In appresso i commissarj si recarono alla chiesa cattedrale, ove fecero cantare la messa dello Spirito Santo e le litanie per l'apertura del concilio; immediatamente dopo la quale ceremonia tutti i preti italiani, che si trovavano a Pisa, si ritirarono dalla città per non trovarsi avvolti nell'interdetto fulminato dal papa contro tutti i luoghi in cui si adunerebbe il concilio[157].
[157] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 547. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 264. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 295. — Jac. Nardi, l. V, p. 228. — Diar. del Bonaccorsi, p. 163._
I Fiorentini avevano accordata la loro città di Pisa per la celebrazione del concilio, persuasi che, procedendo d'accordo il re di Francia e l'imperatore di Germania, l'assemblea de' vescovi di queste due nazioni sarebbe abbastanza numerosa per inspirare rispetto alla Cristianità e timore al papa. Si trovarono però assai sconcertati, quando videro che il concilio cominciava con tre sole persone, tanto più quando seppero che non si era posto in cammino un solo prelato tedesco, e che i ventiquattro vescovi francesi, che per ordine del re avevano abbandonato le loro diocesi, procedevano assai lentamente e con estrema ripugnanza. Nè il clero italiano si pronunciava anticipatamente contro il concilio con minor forza; di modo che vedevasi impossibile che un'assemblea aperta con tali auspicj acquistasse giammai qualche credito. D'altra parte le censure del papa, le minacce di confisca, la nomina del cardinale dei Medici alle legazioni di Perugia e di Bologna, inspiravano un altissimo terrore alla repubblica. I decemviri della libertà e della balìa il 10 dicembre spedirono il Macchiavelli ai cardinali, che si erano trattenuti a san Donnino, ed al re di Francia, per dissuaderli dal tenere il concilio in Pisa, e persuaderli a trasferirlo in altra città, se non riputavano cosa ancora più conveniente lo scioglierlo e rappacificarsi col papa[158].
[158] _Istruzione data al Macchiavelli dai decemviri di libertà o balìa il 10 settembre 1511. Legazioni, t. VII, p. 394-401._
Ma il Macchiavelli altro non potè ottenere dal re, che di trasferire il concilio in un'altra città, dopo che avrebbe tenute a Pisa le prime due o tre sessioni. I quattro cardinali non osavano avventurarsi a Pisa senza la protezione di una guarnigione francese; ed i Fiorentini si mostravano difficili a riceverla. All'ultimo i cardinali arrivarono a Pisa con alcuni prelati il primo giorno di novembre. Vollero adunarsi nella cattedrale, ma il popolo ammutinato non vi acconsentì. Recaronsi successivamente ad alcune altre chiese, che furono loro similmente chiuse; finalmente si stabilirono a stento nella chiesa di san Michele per cantarvi la prima messa[159].
[159] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 266-272. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 296-298. — Jac. Nardi, l. V, p. 288 — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 374._
I cardinali ed i prelati francesi erano giunti a Pisa protetti da una guardia di cinquanta arcieri, comandati da Odetto di Foix, signore di Lautrec, e da Chatillon; ma, sebbene questa guardia fosse un oggetto di gelosia pei Fiorentini, non era però sufficiente a far rispettare i prelati in Pisa, nè a porli in salvo da un insulto per parte di Roma. Il clero italiano mostrava per loro una smisurata avversione, ricusando loro tutti gli arredi delle chiese, onde non li profanassero; ed il popolo gl'insultava per le strade con amare invettive. Essi medesimi operavano contro la propria coscienza, per quella deferenza verso l'autorità reale che fu così frequentemente la sola conseguenza delle libertà riclamate dalla chiesa gallicana contro la santa sede. Essi desideravano che loro si offrisse qualche motivo di abbandonare una città, ove trovavansi così a disagio, ed approfittarono di un'occasione che male si conveniva alla dignità della loro assemblea. Essendo nata contesa il 13 di novembre tra i loro servitori ed alcuni giovani pisani a cagione di certe prostitute, gli arcieri accorsero in ajuto dei primi, e tutto il popolo in ajuto de' giovani pisani: Lautrec e Chatillon furono feriti nella mischia mentre cercavano di separarli, e, sebbene per le cure loro e degli ufficiali fiorentini si calmasse il tumulto, all'indomani i cardinali abbandonarono Pisa, dopo avere intimata la loro riunione a Milano[160].
[160] _Fr. Guicciardini l. X, p. 559. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 276. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 299. — Rayn. An. Eccl. § 42, p. 99. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 103. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 374._
La fuga da Pisa de' padri del concilio ammansò alquanto Giulio II contro il gonfaloniere Soderini, e rallentò l'esecuzione de' progetti che formati aveva per levargli la suprema magistratura della repubblica; tanto più che Pandolfo Petrucci gli rappresentò, che, attaccandolo a forz'aperta, avrebbe messe a disposizione della Francia tutte le forze dei Fiorentini, che di presente altro non chiedevano che la neutralità. Giulio, senza portare la guerra nello stato fiorentino, lasciò che avessero libero corso le pratiche del cardinale de' Medici, che egli aveva ravvicinato ai confini della repubblica confidandogli le legazioni di Perugia e di Bologna[161].
[161] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 556. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 296. — Paolo Giovio vita di Leone X, l. II, p. 101._
Durante la sua amministrazione il gonfaloniere Soderini aveva perduti alcuni suoi partigiani, e si erano accresciuti quelli de' Medici in tempo del loro esilio; o fosse a motivo della naturale disposizione dei popoli di desiderare il tempo passato, che hanno veduto colle illusioni della gioventù, e di perdere più facilmente la memoria de' mali che quella de' beni, sebbene sentano i primi con maggiore vivacità quando sono presenti; o fosse perchè la prudenza del gonfaloniere accompagnata alle volte della debolezza, eccitando l'invidia senza temperarla col timore; o fosse finalmente perchè il cardinale de' Medici aveva ottenuto con molta accortezza e prudenza di cancellare l'animosità eccitata da suo fratello Piero. Egli erasi in ogni occasione mostrato in Roma il protettore de' Fiorentini, manifestando la stessa benevolenza verso coloro che avevano operato contro la sua famiglia, come verso quelli che le si erano mantenuti attaccatissimi. Ascriveva la nimicizia de' primi agli sgraziati errori di suo fratello, e voleva che la memoria loro rimanesse spenta colla di lui morte[162].
[162] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 549. — Jac. Nardi, l. V, p. 230. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 371._
Il gonfaloniere, che vedeva avvicinarsi il turbine, non voleva in verun modo, per mettere la repubblica in istato di difesa, chiedere al popolo nuove contribuzioni, onde non fare maggiore il malcontento di lui. Giudicò adunque più conveniente di far portare ai soli ecclesiastici le spese di una guerra eccitata dagli stessi ecclesiastici. Domandò al clero fiorentino una sovvenzione di cento mila fiorini, da pagarsi in quattro termini. Tale somma doveva poi restituirsi ai sovventori entro l'anno, se non vi era guerra colla Chiesa, entro cinque, se la guerra scoppiava. Si ottenne con difficoltà l'approvazione dei consiglj per questo prestito; perciocchè in ogni famiglia trovavasi un prete, che, per difendere le proprie entrate ed i suoi beneficj, faceva valere le censure ecclesiastiche, e tratteneva i suffragj de' suoi parenti[163].
[163] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 268-271. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 297. — Fr. Guicciardini, l. X, p. 552._
La stagione più propria a tenere la campagna era passata senza che accadesse verun'azione clamorosa. Il re di Francia aveva licenziata la sua armata dopo la battaglia di Bologna, ed altro non teneva in presenza del nemico che un ristretto numero di uomini d'armi di guarnigione a Verona. I Veneziani, compatendo la debolezza del vecchio Lucio Malvezzi, avevano avuta la compiacenza di lasciarlo alla testa delle loro armate, sebbene più non fosse in istato di condurle, perchè non avevano potuto persuaderlo a chiedere la sua dimissione, e non volevano affliggere negli estremi suoi giorni un uomo che in altri tempi aveva ben meritato della repubblica. Questi morì finalmente, e gli fu dato per successore Gian Paolo Baglioni[164]. Massimiliano si era alternativamente fatto vedere in Inspruck, a Trento, a Bruneck. Di là aveva negoziato colla Francia, col papa, con Venezia, e sempre minacciata l'Italia di nuova invasione; ma, quando si credeva imminente la sua comparsa, tutt'ad un tratto si allontanava per una partita di caccia; recavasi in un'altra città, in un'altra provincia, ove non era aspettato, e credeva dar prove di sottile politica, quando rendeva vani tutti i calcoli fatti dagli altri sopra di lui[165].
[164] _P. Bembi Hist. Ven., l. XI, p. 254-257. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 369._
[165] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 560._
Intanto le province veneziane e quelle del ferrarese continuavano ad essere guaste con più furore che mai. I borghi ed i castelli venivano presi e ripresi, taglieggiati e saccheggiati, quando potevano sottrarsi all'incendio; le campagne erano affatto spogliate, ed i contadini, ridotti alla disperazione, perivano nella miseria. Massimiliano, cagione di tutti questi mali, non rinunciava ad alcuna delle sue pretese, sebbene non fosse in istato di farle valere. Egli non voleva la pace, e non faceva la guerra. Per lo contrario Lodovico XII voleva la pace, e faceva la guerra per un alleato che non lo assecondava, e che gl'inspirava una giusta diffidenza. Egli dolevasi delle inutili spese che Massimiliano gli cagionava, e, siccome alquanto inclinava all'avarizia, ricusava spesso di sostenere alcune spese, che, riducendo la guerra ad una pronta conclusione, avrebbero prodotta una reale economia. I Veneziani bramavano ardentemente la pace, ma non potevano ottenerla dalla volubilità di Massimiliano; non meno ardentemente la desiderava il duca di Ferrara, ma gli veniva rifiutata dall'ostinazione del papa.
Essendo rimaste senza effetto tutte le negoziazioni per la pace, ed essendosi pubblicata in principio d'ottobre la lega del papa con Ferdinando, Lodovico XII ordinò al signore della Palisse di ragunare di nuovo l'armata francese, d'assoldare la fanteria, e di attaccare la Romagna prima che gli Spagnuoli vi fossero giunti. Proponevasi di scendere egli stesso in Italia nella vegnente primavera con istraordinarie forze, onde finalmente obbligare i suoi nemici a fare la pace. Ma prima che a questi ordini fosse data esecuzione, la Lombardia fu agitata dalla notizia che gli Svizzeri si apparecchiavano ad una seconda invasione.
Lodovico XII non erasi limitato a ricusare agli Svizzeri l'accrescimento di venti mila franchi alla domandata pensione; ma inoltre aveva in ogni occasione parlato di loro con disprezzo, ed offeso il loro orgoglio nazionale. In Lombardia aveva fatto arrestare con umilianti circostanze un corriere de' cantoni di Schwitz e di Friburgo, secondando in tal modo gl'intrighi del papa, che cercava di eccitare quei fieri alpigiani promettendo loro la gloria di scacciare i Francesi dall'Italia. Gli Svizzeri avevano fatto chiedere a Venezia cinquecento uomini di cavalleria ed alcuni pezzi di cannone[166]; avevano pure ricevuto da questa repubblica qualche somma di danaro, ed in principio di novembre valicarono il san Gottardo, e si adunarono a Varese in numero di dieci mila uomini, con un treno di sette piccoli cannoni da campagna e varj grossi archibugj portati dai cavalli. La dieta aveva a quest'armata accordato quello stendardo, che, spiegato nel precedente secolo a Nancì contro il duca di Borgogna, non era più stato dopo quell'epoca portato in guerra. Questo venerato stendardo allettava continuamente nuovi volontarj, onde in breve l'armata si trovò forte di sedici mila uomini. I Francesi non avevano in Lombardia che mille trecento lance e dugento gentiluomini volontarj; inoltre parte di queste truppe servivano a custodire Verona, Brescia e Bologna, onde Gastone di Foix per trattenere gli Svizzeri non aveva con sè che trecento uomini d'armi e due mila fanti[167].
[166] _P. Bembi Ist. Ven., l. XII, p. 270-271._
[167] _P. Bembi, l. XII, p. 270. — Fr. Guicciardini, l. X, p. 563. — Mém. de cheval. Bayard, c. XLVII, p. 216. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 375._
Gli Svizzeri si erano avanzati da Varese a Gallarate, e di là a Busto senza trovare opposizione. Gastone di Foix e Gian Giacopo Trivulzio si tenevano ai loro fianchi per molestarli, ma non osavano dar loro battaglia; intanto Teodoro Trivulzio faceva fortificare Milano, ed i Milanesi, sebbene detestassero il governo francese, temevano ancora più la venuta di questi barbari montanari, ed assoldavano fanti a loro proprie spese per custodire le mura. I generali francesi andavano bensì spargendo di non avere verun timore, ed essere facil cosa il difendere la città; ma si vedevano nello stesso tempo vittovagliare il castello, e fare tali apparecchj, che svelavano la loro intenzione di ritirarvisi.
Gli Svizzeri, non trattenuti nella loro marcia, si avanzarono a sole due miglia dalle porte di Milano; ivi bruscamente piegarono sopra Monza, e, probabilmente conoscendosi incapaci di attaccare le città, non tentarono nemmeno di occupar questa; ma parvero intenzionati di passare l'Adda, le di cui opposte rive venivano dai Francesi cautamente fortificate onde impedire agli Svizzeri di unirsi all'armata veneziana. A Milano si stava tuttavia in grandissimo timore, quando un capitano svizzero, munito di salvacondotto, venne a nome de' suoi compatriotti ad offrire di ritirarsi, purchè loro si pagasse un mese di soldo. Egli ripartì, per informare gli Svizzeri di un'offerta molto inferiore alla loro domanda, e tornò all'indomani con pretese molto più alte. Gastone di Foix aggiunse qualche cosa all'offerta fatta nel precedente giorno, ma non quanto bastava a soddisfare gli Svizzeri, ed il trattato fu rotto; ciò nullameno, con sorpresa di tutta l'Italia, gli Svizzeri presero nel susseguente giorno la via di Como, e ripatriarono[168]. Loro non era stato pagato il danaro che avevano chiesto per l'armata; e se l'inquietudine che loro dava Gastone di Foix, fu, come lo suppone il Giovio, il solo motivo che li persuase a ritirarsi[169], non si sa concepire perchè non abbiano accettata l'ultima offerta. Vero è che altri scrivono che i capitani svizzeri furono corrotti dal danaro che Foix loro fece celatamente pagare, e viene indicato per negoziatore di questo vergognoso contratto un capitano d'Alt-Sax, o di Super-Sax[170].
[168] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 564. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 376._
[169] _Vita di Alfonso d'Este, p. 77. — Vita di Leon X, l. II, p. 110._
[170] _L'Anonimo Padovano, presso Muratori Annali d'Italia ad ann. — Mémoir. de Bayard, c. XLVII, p. 217._
Per la seconda volta gli Svizzeri avevano delusa la confidenza del papa e de' Veneziani, che gli avevano pagati; e la loro mala fede, o la loro imperizia, andavano scemando quell'alta opinione che si erano acquistata col loro valore nelle guerre in cui avevano combattuto appoggiati dagli uomini d'armi francesi. Per altro la breve loro invasione faceva sentire tutto il pericolo della situazione de' Francesi, coll'armata del papa e di Raimondo di Cardone in faccia, quella de' Veneziani da un lato, Genova sempre agitata dagl'intrighi del papa dall'altro, e gli Svizzeri alle spalle. Lodovico XII spaventato mandò in Italia a Gastone di Foix tutte le truppe di cui poteva disporre; gli ordinò di nulla risparmiare per la leva di un nuovo corpo d'infanteria, ed eccitò i Fiorentini a mostrarsi fedeli alleati della Francia, a mandargli non già trecento lance, secondo l'obbligazione dei trattati, ma tutte le forze che potevano riunire; ricordò loro che la causa per cui gli eccitava a combattere non era meno la sua che la loro propria, poichè, conoscendo essi l'odio di Giulio II e l'ambizione di Ferdinando, non potevano dubitare che questi principi non abusassero della vittoria contro di loro, sia che i Fiorentini prendessero le armi, o si mantenessero neutrali[171].
[171] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 565. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 577._