Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)

Part 8

Chapter 83,687 wordsPublic domain

Il duca di Ferrara ed il marchese di Mantova, dopo avere con imprudente ambizione preso parte nella lega di Cambrai, avevano perduto, il primo la libertà, l'altro la metà de' suoi stati. Per altro Gian Francesco Gonzaga era riuscito in mezzo al turbine a rientrare nella mal abbandonata neutralità. Per lo contrario Alfonso d'Este sosteneva il più grande sforzo della guerra; pareva che la sorte dell'Italia dipendesse interamente da quella de' suoi stati, tanto era l'accanimento con cui lo trattavano il papa ed i Veneziani. I regni di Napoli e di Sicilia più non appartenevano agl'Italiani; tutti i principi, tutte le repubbliche, che così lungamente avevano conservata l'indipendenza nello stato della Chiesa, erano state spogliate della loro sovranità da Alessandro VI o da Giulio II; quelli che tuttavia conservavano qualche autorità erano scesi al rango di feudatarj ubbidienti e timorosi innanzi al loro abituale signore: ed il duca d'Urbino, generale e nipote del papa, che solo tra tutti sembrava essere stato fin allora risparmiato, era incorso per la morte del cardinale di Pavia in una sentenza di deposizione, che veramente non ebbe mai esecuzione, anzi venne rivocata dopo cinque mesi[135].

[135] _Raynaldi Ann. eccles. 1511, § 61, p. 104._

In tutta l'Italia omai non restavano altri stati indipendenti, oltre Venezia, la Chiesa, e quelli che abbiamo or ora ricordati, che le tre repubbliche di Toscana, Firenze, Siena e Lucca, tutte tre neutrali e spettatrici inquiete d'una guerra cui erano attaccati i destini della loro contrada; tutte tre si stavano immobili e bramose di far dimenticare colla presente nullità l'attività passata, onde non fossero istigate ad associarsi a qualcuna delle potenze belligeranti. Da lungo tempo Lucca e Siena avevano per la debolezza loro adottato questo sistema. Era più nuovo per Firenze, la quale erasi tanto lungamente risguardata come il centro di tutte le negoziazioni d'Italia: ma senza molti anni di riposo non poteva questa repubblica rifarsi dallo spossamento in cui l'avevano gettata la guerra accesa da Carlo VIII, e la ribellione di Pisa. Il gonfaloniere, Pietro Soderini, il 22 dicembre 1510, rendendo conto della sua amministrazione al gran consiglio, assoggettò all'esame de' suoi concittadini gli stati delle esazioni e delle spese di otto anni, che ammontavano a 908,300 fiorini d'oro, ossia a 10,899,600 franchi; e sebbene questa somma, avuto riguardo al valore del danaro in quell'epoca, fosse ragguardevole, dimostra una grandissima diminuzione delle ricchezze della repubblica, ove si paragoni a ciò che Firenze poteva spendere, senza grave incomodo nelle guerre coi signori della Scala, o co' Visconti[136].

[136] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 290. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 242._

All'indomani dello stesso giorno, in cui il gonfaloniere aveva dato all'Italia il nuovo esempio di chiamare il pubblico ad esaminare la sua contabilità, si scoprì in Firenze una congiura contro di lui tramata per assassinarlo. Si era questa formata in Bologna alla corte del papa, e l'implacabile odio di Giulio II contro chiunque ardiva opporsi alle sue volontà, le aveva dato cominciamento. Non poteva Giulio perdonare al Soderini la sua parzialità verso la Francia: gli è vero che lo vedeva mantenere la sua repubblica nella neutralità, ma lo aveva però sospetto a cagione delle segrete offerte di Lodovico XII e temeva che la repubblica fosse inclinata a dichiararsi contro di lui in una critica circostanza. Il Soderini lo aveva particolarmente offeso accordando salvacondotto ed asilo in Firenze a cinque cardinali che attraversavano la Toscana. Questi prelati eransi spaventati a cagione della morte d'uno de' loro colleghi in Ancona, ed avevano ricusato di raggiugnere il papa a Bologna. Sdegnavasi Giulio II, o di essere sospettato autore della morte del cardinale, o di vedere sottratti alla sua vendetta coloro ch'egli voleva perdere. I cinque cardinali di santa Croce, Cosenza, Bayeux, san Malò e Sanseverino, che, partendo da Firenze presero la strada di Milano, si posero subito nel clero alla testa della fazione contraria a Giulio II, ed abbracciarono tutti gl'interessi della Francia[137].

[137] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 290. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 241._

Giulio II, confondendo nella sua collera il Soderini con Lodovico XII e coi cardinali ribelli alla sua autorità, pensò di spogliarlo d'ogni potere e di cambiare il governo di Firenze. Prinzivalle della Stufa, cittadino fiorentino, dell'età di venticinque anni, figlio di uno zelante partigiano dei Medici, trovavasi in allora a Bologna: egli era abbastanza destro e coraggioso per eseguire le più difficili imprese, e si offrì spontaneamente a servire la collera del papa uccidendo il gonfaloniere. Marc'Antonio Colonna promise di trovargli dieci uomini scelti per assecondarlo, e Prinzivalle partì alla volta di Firenze onde associare al suo attentato alcuni nobili fiorentini. Parlò dapprima a Filippo Strozzi, che aveva sposata una sorella dei Medici, e ch'egli perciò credeva affezionatissimo a quella famiglia; ma lo Strozzi rispose di avere dichiarato ai suoi cognati che tosto rimanderebbe loro la sorella, qualora gli facessero parlare di politica; non volle pure promettere di tenere segreta la confidenza che gli era stata fatta; e Prinzivalle, dopo avere cercato invano d'intimorirlo, fuggì subito a Siena, onde salvarsi dalle indagini de' decemviri, ai quali lo Strozzi lo aveva denunciato. Fu in sua vece tratto in giudizio suo padre, Luigi della Stufa, e rilegato per cinque anni nel vicariato di Certaldo, sebbene non fosse altrimenti provata la sua complicità[138].

[138] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 293. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 243._

Intanto essendosi il 29 dicembre adunato il gran consiglio per eleggere i gonfalonieri delle compagnie, alzossi Piero Soderini, ed informò i suoi concittadini della congiura scopertasi contro di lui. I congiurati, egli disse, avevano trovato difficile l'ucciderlo nel suo appartamento nel pubblico palazzo, pericoloso l'assalirlo in pieno consiglio, e, siccome egli non usciva giammai che colla signoria in occasione delle pubbliche cerimonie, si erano veduti forzati ad aspettare una di queste solennità. La scoperta della loro congiura costringerebbe bensì i nemici a mutare i loro progetti, ma non perciò lusingavasi egli che la sua vita venisse ad essere così posta in sicuro, essendo già per lui apparecchiato il veleno. Egli non affettò nè un coraggio nè un'indifferenza ai quali non era stato predisposto dalla passata sua vita: altamente convinto del proprio pericolo, non vi si rassegnò che con dolore, ed il suo discorso venne spesso interrotto dalle lagrime. Pure lo confortava il testimonio della propria coscienza, di non avere mai meritato l'odio de' suoi concittadini, nè i pugnali da cui vedevasi circondato; e invocò sulla propria condotta il giudizio di tutti i Fiorentini che avevano con lui seduto nella signoria. Più di trecento cittadini erano stati priori durante gli otto anni ne' quali egli era stato capo dello stato: gli scongiurò di dire, se giammai erasi egli proposto altro scopo che il bene della comune loro patria, se giammai aveva seguite private viste, o personali interessi, se aveva mai raccomandato qualche individuo al podestà, ai tribunali, ai corpi di mestieri, per sottrarlo al rigore delle leggi. Non volle per sè chiedere veruna guardia, nè adoperare per la sua difesa che quella stessa dignità di cui il popolo lo aveva rivestito; ma invitò i consiglj a prendersi cura della difesa dello stato popolare, piuttosto che di quella della sua persona. Egli non era già lo scopo principale degli attentati de' nemici, bensì lo erano la libertà, l'eguaglianza, e quello stesso consiglio per via del quale tutti i Fiorentini partecipavano all'amministrazione della repubblica. I partigiani dell'oligarchia miravano a chiudere il gran consiglio; e la sua morte, per la quale avevano cospirato, altro non doveva essere che il segnale di quella più importante rivoluzione ch'essi meditavano[139].

[139] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 292. — Gio. Cambi, p. 246._

Effettivamente il gran consiglio risguardò l'attentato contro la vita del Soderini, come l'indizio di un progetto tendente a rovesciare lo stato popolare; e perchè il partito vincitore aveva sempre trovato facile di sanzionare una rivoluzione in Firenze coll'adunare un parlamento, il consiglio volle privare i faziosi di questa dannosa facilità, quando ancora riuscissero ne' loro criminosi progetti. Il 20 gennajo del 1511 proclamò una legge, nella quale previde il caso in cui i cospiratori privassero la repubblica del suo gonfaloniere, de' suoi priori, de' suoi colleghi, oppure distruggessero le borse destinate all'estrazione della magistratura, talchè l'autorità delegata dal popolo sembrasse sospesa; volle in tal caso, che, invece di adunare un parlamento, che mai non delibererebbe individualmente e liberamente, fosse al medesimo gran consiglio, o alla parte di questo consiglio che potrebbe adunarsi, devoluto il diritto di formare il nuovo governo della repubblica[140].

[140] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 293. — Gio. Cambi, p. 248._

Circa lo stesso tempo andava a terminare la tregua convenuta in aprile del 1506 tra Pandolfo Petrucci ed i Sienesi; dessa era stata protratta due anni, mentre ancora durava la guerra di Pisa, ed i Fiorentini avevano acconsentito a non riclamare per tutto quel tempo i loro diritti sopra Montepulciano. Ma oramai niuna ragione giustificava una simile accondiscendenza. Lodovico XII, che bramava di valersi dei Fiorentini contro il papa, loro prometteva potenti soccorsi, e faceva loro sperare l'acquisto non solo di Montepulciano, ma della stessa Siena. Per approfittare del favore del re, il gonfaloniere spedì il Macchiavelli a Siena, incaricandolo di denunciare a questa repubblica la cessazione della tregua, dichiarando in pari tempo, che Firenze non sarebbe mai per rinnovarla, se non venivano restituiti Montepulciano ed il suo territorio. Intanto il gonfaloniere mandò ai confini gli uomini d'armi che teneva nello stato di Pisa[141].

[141] La delegazione del Macchiavelli porta la data del 2 dicembre del 1510. _Legazioni, t. VII, p. 389. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 294._

Come i Fiorentini si affidavano alla protezione della Francia, così i Sienesi speravano in quella di Giulio II. Pandolfo Petrucci, che disponeva a voglia sua di questa repubblica, nulla aveva dimenticato per procacciarsi il favore del vecchio pontefice; aveva di fresco riacquistato ed a lui offerto in dono il castello della Suvera, principal luogo e residenza degli antichi conti di Ghiandaroni, nello stato di Siena. Nello stesso tempo la balìa aveva riconosciuto in Giulio II un discendente di quell'estinta famiglia, che portava come lui lo stemma della quercia; ma la loro agnazione non poteva quasi provarsi con altro, che con quella della ghianda della Rovere colle ghiande dei Ghiandaroni. Il papa, che ardentemente desiderava di procacciare lustro alla propria famiglia plebea ed oscura, accolse questo dono con vivissimo piacere; d'allora in poi non ommise di comprendere Siena in tutte le sue alleanze; accordò il cappello di cardinale ad Alfonso, figlio di Pandolfo Petrucci, e si dichiarò il difensore di tutti gl'interessi di quello stato[142].

[142] _Orlando Malavolti storia di Siena, p. III, l. VII, f. 115._

Non perciò poteva Giulio incoraggiare i Sienesi ad entrare in guerra pel possedimento di Montepulciano. Quanto Lodovico XII desiderava questa guerra per volgere tutte le forze dei Fiorentini contro la Chiesa, altrettanto la temeva il pontefice, perchè apriva un più vasto confine agli attacchi de' Francesi; onde avrebbe dovuto misurarsi con loro non solo nella Romagna, ma ancora in Toscana. Mandò dunque ai Sienesi Giovanni Vitelli e Guido Vaina, per proteggerli, con alcune compagnie d'uomini d'armi e di cavaleggieri; ma in pari tempo si offerse mediatore tra le due repubbliche. Fece sentire a Pandolfo l'estremo pericolo d'introdurre i Francesi in Toscana; ottenne dai Fiorentini un perdono senza eccezione pei ribelli di Montepulciano e la restituzione di tutti i loro privilegj; il 3 di settembre del 1511 fece finalmente soscrivere un trattato d'alleanza tra le due repubbliche per venticinque anni, in forza del quale Montepulciano fu restituito con tutto il suo territorio ai Fiorentini, che dal canto loro si obbligarono a guarentire tutti gli altri possedimenti della repubblica di Siena, ed a mantenervi l'autorità di Pandolfo Petrucci e de' suoi figli[143].

[143] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 294. — Orlan. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VII, f. 115. — Ist. di Gio. Cambi, p. 263. — Jac. Nardi, l. V, p. 227. — Fr. Guicciardini, l. X, p. 539._

Non perchè avesse adottate più pacifiche disposizioni, ma tutt'al contrario per tener dietro con minori impedimenti ai bellicosi suoi progetti di cacciare, secondo soleva egli ripetere, i barbari dall'Italia, erasi il papa fatto mediatore tra le due repubbliche toscane. La vittoria de' Francesi sotto le mura di Bologna, e la totale dispersione della sua armata, avevano lasciato il papa a discrezione del re di Francia, il quale avrebbe potuto senza trovare ostacolo spingere le sue armate fino a Roma, e colà dettare la pace a Giulio II. Ma Lodovico XII, in mezzo ai suoi prosperi avvenimenti, non lasciava di essere agitato dagli scrupoli di fare la guerra alla Chiesa. Appena ebbe avviso della disfatta dell'armata pontificia, che ordinò a Gian Giacopo Trivulzio di ricondurre le truppe nel Milanese; vietò ogni pubblica dimostrazione di gioja per vittorie di cui si vergognava; e dichiarò, che, sebbene non credesse d'aver commesso errori, era pronto, per ottenere la pace, ad umiliarsi ed a chiedere perdono alla santa sede[144].

[144] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 535._

Per lo contrario il papa, conoscendo la debolezza del re, non rinunciava alle sue prime domande, e pareva che nelle sue perdite trovasse motivi di accrescere la sua arroganza. Un vescovo Scozzese, ambasciatore del suo re in Roma, aveva offerta la sua mediazione e riaperte le negoziazioni abbandonate dal vescovo di Gurck. Giulio II gli comunicò le sue pretese. Chiedeva che il duca di Ferrara rinunciasse a tutto quanto aveva ricevuto pel suo matrimonio con Lugrezia Borgia; che pagasse alla camera apostolica l'antico tributo; che restituisse Lugo e tutta la Romagna Ferrarese, e ricevesse in Ferrara un visdomino pontificio, invece del visdomino veneziano che vi avea ricevuto in addietro. Lodovico era disposto ad accettare queste condizioni, sebbene gli sembrassero dure; ma in questo tempo Gian Giacopo Trivulzio, dopo avere rioccupata la Mirandola, aveva licenziata la sua armata, ad eccezione di cinquecento lance e di mille trecento fanti tedeschi che aveva mandati a Verona. Quando il papa ebbe di ciò avviso, trovandosi liberato dal timore di quell'armata vittoriosa, mutò linguaggio, e mise in campo nuove condizioni, affatto inammissibili, oltre le già proposte. Voleva che la pace tra Massimiliano ed i Veneziani si conchiudesse nello stesso tempo che la sua colla Francia; che Alfonso d'Este gli pagasse tutte le spese della guerra; e che i Bentivoglio ed i Bolognesi ribellati fossero abbandonati alla sua vendetta. Questi ultimi avevano di già cercato di placarlo, offrendo alla camera apostolica il tributo che pagavano i loro padri ed i loro antenati, e richiamando in palazzo, come luogotenente del papa, il vescovo di Chiusi, prima loro prigioniere. Ma Giulio II aveva corrisposto colle censure alla loro sommissione, ed aveva incaricati due suoi capitani, Marc'Antonio Colonna e Ramazzotto, di guastare senza pietà il territorio bolognese[145].

[145] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 536. — P. Bembi Hist. Ven. l. XI, p. 252. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 366._

Lodovico XII aveva sperato che la domanda del concilio, fatta dal clero di Francia, riuscirebbe molesta ad un papa, la di cui elezione era stata così poco canonica, ed il di cui guerriero carattere era cagione di continuo scandalo. Aveva persuaso Massimiliano a concorrere alla convocazione del concilio, e tutti e due avevano invano eccitato Ferdinando ad unirsi a loro. Eransi in appresso rivolti al papa, per intimargli di dare esecuzione al canone del concilio di Costanza, che ordinava la tenuta di un concilio ecumenico ogni dieci anni: gli avevano ricordato il suo proprio giuramento all'atto della sua consacrazione, col quale erasi obbligato sotto pena di spergiuro e di anatema ad adunare, prima che spirassero due anni, un concilio universale. Finalmente lo avvisavano che il conclave da cui era stato eletto, avendo pronunciato che i due terzi dei cardinali avevano il diritto di convocare il concilio, se il papa non lo faceva, essi erano determinati, dietro la sua negativa, di rivolgersi a questi[146].

[146] _Raynald. An. Eccl. 1511, § 3, p. 87. — Belcarii Comm., l. XII, p. 365. — Fleury Hist. Eccles., l. CXXII, c. 28._

Tale domanda presentata al papa altro non era che una vana formalità: nè l'imperatore, nè il re di Francia avevano sperato ch'egli se ne farebbe carico; essi pensavano di convocare il concilio di propria loro autorità, o con quella de' cardinali che avevano abbandonato Giulio e si erano ritirati a Milano. Ma li trattenne alcun tempo la scelta della città in cui adunarlo; Massimiliano stava per Costanza, Lodovico XII per Lione, ed i prelati Italiani non volevano uscire d'Italia. I due monarchi risolsero di compiacerli; e, coll'assenso de' Fiorentini, scelsero Pisa, dove un secolo prima, quasi nelle stesse circostanze, era stato tenuto un altro concilio. La vicinanza di Roma, la facilità di andarvi per la via del mare, e la protezione di un governo neutrale, parevano dover togliere al papa ogni pretesto di ricusare d'intervenirvi co' suoi prelati.

Gli ambasciatori dell'imperatore e del re di Francia proposero, il 16 maggio, ai cardinali rifugiati a Milano di convocare a Pisa un concilio ecumenico; questi sotto certe condizioni, tendenti ad assicurare la libertà dell'assemblea, acconsentirono all'inchiesta, e pubblicarono le loro lettere di convocazione pel primo di settembre. Altre ne aveva pubblicate Massimiliano in proprio nome, nella sua qualità di avvocato e di protettore della Chiesa, fin dal 16 di gennajo, ed altre ancora in data del 15 febbrajo Lodovico XII, esortando i vescovi francesi e tedeschi a recarsi a Pisa[147].

[147] _Rayn. An. Eccl. 1511, § 1, p. 86. — Labbei concilia Gener., t. XIII, p. 1486. — Jac. Nardi, l. V, p. 226. — P. Bembi, l. XI, p. 253. — Jo. Marianae, l. XXX, c. 1, p. 299._

Ma per quanto fossero grandi l'autorità dei due monarchi, la sommissione del loro clero, e lo scontento generale della Chiesa, Giulio II nulla arrischiava in questa contesa; ed egli lo vedeva; infatti opponeva l'ardire e l'impeto del suo carattere ai risguardi ed agli scrupoli de' suoi avversarj, che colle loro medesime apologie, col mostrare avido desiderio di entrare in negoziazioni, sembravano confessare di non essere assistiti dalla giustizia. Giulio II, per togliere loro qualunque pretesto, convocò egli stesso con una bolla del 18 luglio un concilio in san Giovanni di Laterano pel 19 aprile del 1512. Pubblicò nello stesso tempo un monitorio contro i cardinali ribelli, per privarli del cardinalato e di tutti i loro beneficj ecclesiastici, qualora entro sessanta giorni non si presentassero a lui per giustificarsi[148].

[148] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 538. — Rayn. An. Eccl. § 9, p. 89. — Jac. Nardi, l. V, p. 226. — P. Giovio vita di Alfonso, p. 66._

Gli apparecchj per due concilj vennero tutt'ad un tratto sospesi a cagione della malattia del papa, il quale, essendosi trovato male il 17 di agosto, fu dopo quattro giorni ridotto all'estremo. Cadde in un deliquio che durò più ore; tutti coloro che lo assistevano lo tennero per morto; se ne sparse la voce in città; vennero ovunque spediti corrieri per portarne la notizia; ed i cardinali assenti da Roma, senza eccettuare quelli che avevano convocato il concilio di Pisa, si affrettarono di porsi in cammino per ritornarvi. Frattanto Giulio II, rinvenuto dalla sua letargia, volle ordinare gli affari di sua famiglia, che poteva da un secondo attacco simile essere improvvisamente privata del suo capo. All'indomani adunò un concistoro, nel quale accordò al duca d'Urbino, suo nipote, la grazia per l'omicidio del cardinale di Pavia, rimettendolo nel godimento di tutti i feudi ricevuti dalla Chiesa. Nello stesso tempo pubblicò una bolla intorno all'elezione del nuovo papa, per prevenire o punire colle più severe pene una simonia simile a quella di cui egli stesso erasi renduto colpevole, quando aveva ottenuta la tiara[149].

[149] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 543. — Par. de Grassis Diar. ap. Rayn. § 34, p. 98. — P. Bembi Hist. Ven., l. XII, p. 261. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 370._

In pochi giorni Giulio si trovò sano come per lo innanzi, sebbene continuasse a non curarsi de' consigli de' medici, ed a tenere un regime di vita direttamente opposto a quello ch'essi gli prescrivevano. Colle forze andò pure ricuperando il suo ardore guerriero, e sempre più si confermò nel favorito suo progetto _di cacciare i barbari d'Italia_. Le lagnanze e le miserie dei popoli, oppressi dagli oltremontani, avrebbero somministrati a Giulio i più giusti motivi per quest'impresa, se le sue forze fossero state proporzionate alla lotta in cui voleva entrare.

Frattanto la campagna di quest'anno non aveva prodotto verun'azione clamorosa. Massimiliano, sempre consentaneo a sè medesimo, si andava perdendo in vasti progetti che non era capace d'eseguire. Sebbene i Veneziani fossero assai snervati, non aveva potuto approfittare della diversione fatta dalla Francia per spingere con vigore la guerra contro di loro. Vero è che guastava il territorio friulano, e spargeva la più spaventosa desolazione in quelle contrade; ma, lungi dal conquistare Treviso o Padova, cui non aveva mai voluto rinunciare, non avrebbe pure conservata Verona, senza la guarnigione francese mandata in questa piazza da Lodovico XII. L'imperatore erasi recato ad Inspruck, e si proponeva ancora di marciare colla sua armata fino a Roma, per ristabilire l'impero germanico in tutte le prerogative possedute ai tempi di Carlo Magno o di Ottone il grande; ma le truppe dell'impero, sulle quali egli faceva sempre fondamento, non arrivavano mai, e le proprie non bastavano per tener testa alla repubblica di Venezia. Così passava rapidamente da una smisurata ambizione allo scoraggiamento, e mai non mantenevasi con costanza nell'una o nell'altra disposizione. Talvolta dava orecchio alle proposizioni che gli venivano fatte da Ferdinando il Cattolico, di riconciliarsi coi Veneziani e colla Chiesa, e di attaccare di concerto i Francesi. In uno de' suoi accessi di scoraggiamento, invitò pure i Veneziani a mandargli un inviato per trattare con lui. Il senato fece subito partire alla volta d'Inspruck Antonio Giustiniani, e fece fare in ogni chiesa preghiere pel felice successo della sua missione; ma Massimiliano aveva prima del suo arrivo mutato parere. Ridusse a soli otto giorni il salvacondotto del Giustiniani, e rigettò tutte le proposizioni che gli recava[150]. Non erano ignote a Lodovico XII queste di lui irrisoluzioni, e sapeva che questo alleato, ch'egli pagava, e pel quale doveva combattere, era sempre in procinto di passare nelle file dei suoi nemici[151].

[150] _P. Bembi Hist. Ven., l. XI, p. 255 e 259._

[151] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 540. — Fr. Belcarii Com., l. XII, p. 366._