Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)
Part 7
Stando alle proteste del vescovo di Gurck, Massimiliano non avrebbe acconsentito di lasciare ai Veneziani Padova e Treviso, unici avanzi di tutto il loro territorio, a meno che non pagassero dugento mila ducati per una prima investitura di queste due città, obbligandosi in appresso ad un annuo tributo di cinquanta mila ducati. I Veneziani, vedendosi dal papa abbandonati, furono costretti di accondiscendere a trattare sulla base di così esorbitanti domande, ed offrirono di pagare in varie rate a lunghi termini i dugento mila ducati. Ottennero una diminuzione dell'annuo censo che loro si domandava; e più non restava altro titolo di contesa che il patriarcato d'Aquilea, che pretendevano di conservare[118], quando il vescovo di Gurck domandò al papa una seconda udienza per trattare egualmente intorno alle differenze del re di Francia e del duca di Ferrara colla santa sede. Gli dichiarò che Lodovico XII, mosso dal più ardente desiderio di fare la pace, era apparecchiato di acconsentire al sagrificio di molti de' più cari interessi della casa d'Este; ma Giulio II non potè soffrire di ascoltarlo più oltre. Egli disse che non alcune concessioni, ma soltanto un intero abbandono poteva renderlo soddisfatto; perciocchè era determinato di esporre senza riserva la sua tiara ed anche la vita per castigare il duca di Ferrara. Soggiunse di non comprendere come mai Massimiliano non approfittava dell'occasione, che gli veniva offerta, di vendicarsi colle armi e col danaro altrui delle ingiurie senza numero ricevute dai Francesi; che tale essere doveva lo scopo di tutti i trattati, ed il prezzo de' sagrificj ch'egli imponeva ai Veneziani per riconciliarli all'impero.
[118] _Jac. Nardi Hist. Fior., l. V, p. 222._
Il vescovo di Gurck disputò alcun tempo intorno a queste proposizioni, ma sentivasi che non le aveva prevedute; in breve conobbe l'impossibilità di conciliare le pretese di Giulio II colle affatto diverse istruzioni che aveva ricevute dal suo padrone. Allora, atterrito dall'impeto del pontefice, dichiarò di voler partire all'istante; ed infatti, appena terminata l'udienza, partì da Bologna il 25 d'aprile alla volta di Modena, amaramente lagnandosi del papa, ed intimando agli ambasciatori di Spagna di far ritirare le trecento lance che il re Cattolico, come sovrano di Napoli, aveva fin allora tenute al servigio della santa sede[119].
[119] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 524. — Jac. Nardi, l. V, p. 222. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 362. — Par. de Grassis Diar. ap. Rayn. 1511, § 57 e seg., p. 102._
Il maresciallo Gian Giacopo Trivulzio era stato raffermato nel comando dell'armata francese in Italia, ma nello stesso tempo aveva avuto ordine di non disturbare le conferenze per la pace. Quando furono rotte per la partenza del vescovo di Gurck, risolse di mostrare il partito che un vecchio capitano poteva tirare dai mezzi che fin allora erano stati trascurati dagl'inesperti e prosontuosi luogotenenti di Lodovico XII. Si mosse in principio di marzo con mille dugento lance e sette mila fanti, e nel primo giorno s'impadronì di Concordia[120]. Non volle egualmente attaccare la Mirandola, onde non mostrarsi soltanto sollecito degli stati tolti a sua figlia; ma, diretto dalla di lui esperienza, Gastone di Foix, duca di Nemours, arrivato all'armata nel precedente anno, fece prigioniero a Massa di Finale Gian Paolo Manfroni, distinto capitano de' Veneziani, che colà si trovava con trecento cavaleggieri[121].
[120] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 72._
[121] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 525. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 362. — Mémoir. de Fleuranges, p. 74._
Aveva il papa mandato a Genova Alessandro Fregoso, vescovo di Ventimiglia, per tentare di farvi nascere una ribellione. Questo prelato venne arrestato per la vigilanza del Trivulzio, e fu condotto a Milano, ove confessò tutti gl'intrighi di cui era incaricato[122]. Il Trivulzio risolse di tirarne vendetta. Dopo avere rimontato il Panaro, sempre in vista dell'armata nemica, lo passò finalmente a guazzo tra Spilamberto e Piumaccio, e venne ad acquartierarsi in quest'ultimo villaggio, lontano tre sole miglia dall'armata ecclesiastica. Questa, più non si trovando coperta dal fiume, e non volendo avventurare una battaglia, ritirossi al ponte di Casalecchio dietro al Reno, tre miglia sotto Bologna, in un luogo forte, e reso famoso in principio del precedente secolo da una grande battaglia[123].
[122] _Par. de Grassis Diar. Cur. Rom. apud Rayn. Ann. Eccl. 1511, § 58, p. 103._
[123] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 526. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 363._
Giorgio di Frondsberg, che in appresso acquistossi tanta riputazione nelle guerre d'Italia, aveva raggiunto il Trivulzio con due mila cinquecento landsknecht, che gli conduceva da Verona[124]; il Trivulzio, dopo avere occupato Castelfranco, venne ad appostarsi sulla grande strada tra questa fortezza e la Samoggia, irrisoluto intorno al partito che prenderebbe. Giudicava pericoloso l'attaccare l'armata pontificia nella forte posizione da lei occupata, e credeva ancora meno sicuro il tentare un colpo di mano sopra Bologna, malgrado le istanze dei Bentivoglio, che promettevano di eccitare nello stesso tempo una sollevazione per mezzo de' loro partigiani. Il Trivulzio accordava poca fede alle speranze degli emigrati, di cui il Chaumont aveva di fresco sperimentata la vanità; ma la notizia che Giulio II aveva abbandonata Bologna, troncò tutto ad un tratto le sue irrisoluzioni.
[124] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 81._
Il coraggio de' preti, siccome quello delle donne, è d'ordinario il risultato dell'ignoranza del pericolo; così poche volte trovasi proporzionato alla circostanza; talvolta sorprende colla sua temerità, e talora si smentisce, quando uno spirito più tranquillo, o meglio istrutto non vedrebbe ragione alcuna di turbarsi. Sentendo Giulio II che il Trivulzio si era mosso, egli partì alla volta della sua armata, onde colla sua presenza persuadere i suoi capitani a venire a battaglia. Il duca di Urbino vi si era fin allora sempre rifiutato, e la ritirata degli Spagnuoli, dopo la rottura delle negoziazioni col vescovo di Gurck, lo teneva fermo in quest'opposizione, malgrado tutte le lettere del papa. Aveva questi intenzione d'alloggiare il primo giorno a Cento; ma fu costretto di trattenersi alla Pieve, perchè mille fanti, che occupavano Cento, non volevano uscirne, se non se gli pagava il loro soldo. Irritato dalla loro ostinazione, tornò all'indomani a Bologna; egli fu colà che nuove particolarità intorno alla marcia del Trivulzio gli inspirarono tutto ad un tratto quella paura, che pareva non avere fin allora conosciuta. Pensò di ritirarsi a Ravenna in sicuro dai pericoli della guerra; ma prima di partire, chiamò presso di sè il senato de' quaranta di Bologna. Fece sentire ai senatori ch'egli era stato quello che gli aveva liberati da dura schiavitù, che loro aveva accordate molte esenzioni, distribuite grazie pubbliche e private, che loro aveva abbandonata la nomina de' loro magistrati e l'amministrazione delle pubbliche entrate, che il legato che loro dava altro non era in Bologna che un monumento dell'alta signoria della Chiesa, perciocchè limitatissimo era il di lui potere, e sempre regolavasi a seconda de' loro consiglj. Che in fatto dopo che Bologna era tornata sotto l'autorità della santa sede, il suo commercio aveva prosperato, le manifatture eransi fatte più attive, e molti dei suoi concittadini avevano ottenute le più sublimi dignità della gerarchia. Che il tempo era venuto di mostrare se sapevano apprezzare così grandi vantaggi, difendendo la città loro con energia contro quest'improvviso attacco. Che dal canto suo non si prenderebbe minor cura della difesa di Bologna, di quello che farebbe della stessa Roma; che aveva dato ordine ai Veneziani di gettare un ponte a Sermidi sul Po, e di venire a raggiugnere la sua armata; che aveva mandato danaro agli Svizzeri per farne scendere dieci mila in Lombardia; che dimandava soltanto ai Bolognesi di dirgli francamente se volevano o non volevano difendere la loro città. Il priore del senato dei quaranta riepilogò nella sua risposta tutte le espressioni di riconoscenza, di fedeltà, di divozione, di coraggio, che gli somministrava lo studio della rettorica; e Giulio II partì senza muovere alcun dubbio intorno alla bella difesa che farebbero i Bolognesi[125].
[125] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 527. — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 62. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 363. — Parisii de Grassis Diar. ap. Rayn., § 58 p. 103._
Sebbene il pontefice fosse scortato dalle trecento lance spagnuole che tornavano nel regno di Napoli, non osò prendere la diritta strada di Ravenna, e passò per Forlì. Giulio II confidava oltremodo nel cardinale di Pavia, cui aveva lasciato il comando di Bologna col titolo di legato. Per altro questo prelato, signore di Castello del Rio, discendente dell'antica famiglia degli Alidosi, ch'era stata sovrana d'Imola, aveva invano domandato a Giulio II di rimettere i suoi nipoti nell'antico loro principato, che da lungo tempo loro era stato tolto, ed i suoi nemici pretesero, che, offeso dai rifiuti di Giulio, avesse fin d'allora segretamente cercato tutti i mezzi di vendicarsi. Di concerto col senato dei quaranta aveva il cardinale di Pavia fatto scelta dei venti capitani della milizia sotto i quali tutta la gioventù di Bologna era stata inscritta; e sia per imprudenza, o sia per infedeltà aveva acconsentito che si prendessero quasi tutti tra i partigiani dei Bentivoglio. La fazione, che richiamava questi antichi signori, e che si rallegrava, vedendoli avvicinarsi nel campo del Trivulzio, erano in allora assecondati dai ricchi proprietarj di terre che temevano che l'armata francese guastasse le loro campagne, dai mercanti che temevano ancora più pei loro magazzini e per le loro botteghe, in ultimo da tutti coloro che senza avere precisamente sofferto sotto Giulio II sentivansi umiliati dal governo de' preti. Costoro non tardarono ad avvedersi d'essere in Bologna il partito più numeroso, e siccome per l'imprudenza del legato trovavansi armati e padroni delle porte, questi non aveva verun mezzo di farli ubbidire[126].
[126] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 529. — Jac. Nardi, l. V, p. 223. — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 64. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 364._
Quando il cardinale si avvide tutto ad un tratto della cattiva disposizione delle milizie, volle far credere che il duca d'Urbino gli avesse dato l'ordine di spedirle a Casalecchio: ma le milizie ricusarono di uscire di città; volle in appresso far entrare mille uomini di fanteria, comandati da Ramazzotto, ma gli stessi capitani delle milizie non vollero ammetterli.
Questa doppia disubbidienza atterrì il cardinale di Pavia, il quale sapeva di avere molti nemici e tra la nobiltà e tra il popolo; e che di fresco aveva fatti ingiustamente perire tre o quattro distinti cittadini. Quando fu notte, uscì travestito dal palazzo per rifugiarsi nella fortezza, e così grandi erano il suo terrore e la sua precipitazione, che dimenticò perfino di prendere il suo danaro ed i suoi giojelli. Li mandò a cercare quando si vide in luogo di sicurezza, ed appena ebbe ricevuta la sua cassetta uscì dalla fortezza per la porta esterna, e si ritirò ad Imola con i cento cavalli che gli erano rimasti per la sua guardia[127].
[127] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 529. — Diar. Parisii de Grassis ap. Rayn., § 29, p. 103. — Ist. di Gio. Cambi, p. 262. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 364._
Quando si seppe in Bologna il 21 di maggio la fuga del legato, Lorenzo Ariosti e Francesco Rinucci, due de' capitani della milizia, conosciuti pel loro attaccamento ai Bentivoglio, attaccamento ch'era divenuto maggiore per via delle persecuzioni sofferte, accorsero alle porte di san Felice e di Lame, le atterrarono a colpi di scure, e le consegnarono ai Bentivoglio, cui il Trivulzio aveva dato cento lance per occuparle.
Il campo del duca d'Urbino stendevasi da Casalecchio fino alla porta chiamata Saragozza. Bentosto si ebbe avviso della fuga del legato e della sollevazione del popolo bolognese; ed un panico terrore s'impadronì all'istante del generale e dei soldati. Il duca d'Urbino ordinò la ritirata, sebbene fosse già notte avanzata; le truppe si posero in marcia con estremo precipizio, abbandonando tutte le loro tende, i loro equipaggi, ed i loro commilitoni, che stavano di guardia sull'opposta riva del fiume, ove non ricevettero verun ordine. I Bolognesi osservavano dalle loro mura questo movimento dell'armata pontificia, ed i Bentivoglio ne diedero avviso al Trivulzio. Il popolo, sempre ardito contro coloro che fuggono, fece un'impetuosa sortita per attaccare i soldati della Chiesa che passavano lungo le mura. Nello stesso tempo i paesani scesero dalle montagne con ispaventose grida per partecipare al saccheggio del campo. L'oscurità che accresce il terrore e diminuisce il sentimento della vergogna, l'impensata rivoluzione de' cittadini e dei contadini, il timore dell'armata francese, diedero bentosto alla ritirata l'aspetto della fuga. Se Raffaello de' Pazzi, che aveva il comando delle truppe lasciate sull'altra riva del Reno non avesse al ponte di Casalecchio opposta ai Francesi una ostinata resistenza, pochi o niun soldato del duca avrebbero potuto salvarsi. All'ultimo la di lui posizione fu forzata, ed egli fatto prigioniere; allora gli uomini d'armi francesi, inseguendo l'armata fuggiasca, raggiunsero bentosto gli equipaggi e ricondussero al loro campo tante bestie da soma cariche di bottino, che chiamarono questa disfatta, ottenuta senza combattere, _la giornata degli asini_. Vennero in potere dei Francesi ventisei pezzi di cannone, quindici de' quali di grosso calibro, la bandiera del duca d'Urbino e molte altre, parte degli equipaggi dell'armata della Chiesa, e quasi tutti quelli dell'armata veneziana. Furono fatti prigionieri Orsino da Mugnano, Giulio Manfrone e molti altri capitani, e fu dispersa quasi tutta l'infanteria: il solo Ramazzotto, che con un corpo dell'armata veneziana occupava la montagna di san Luca, riuscì, sebbene fosse assai tardi avvisato della disfatta de' suoi compagni d'armi, a condurre a traverso alle montagne le sue truppe fino in Romagna, senza perdere un solo uomo[128].
[128] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 530. — Jac. Nardi, l. V, p. 223. — Mémoires du chev. Bayard, ch. XLVI, p. 208. — Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 82. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 364. — P. Bembi Hist. Ven., l. XI, p. 250._
Quando Giulio II ebbe avviso a Ravenna della presa di Bologna, ne fu oltremodo dolente, perchè attaccava a quella conquista grandissima importanza, risguardandola la più gloriosa impresa del suo pontificato. La condotta del popolo bolognese lo afflisse ancora di più; egli, a dir vero, non vi aveva sparso sangue, nè fatta violenza a veruna persona della nobiltà o del popolo, ma furono riservati a lui solo tutti gli oltraggi: la sua statua colossale di bronzo, lavoro di Michelangelo Buonarotti, ch'era stata innalzata sulla facciata della chiesa di san Petronio fu dal popolo atterrata in mezzo agli insulti ed al disprezzo, ed i Bentivoglio la fusero per formarne un doppio cannone, col quale il quinto giorno dopo la rivoluzione tirarono contro la fortezza[129]. Era questa assai vasta e ben fortificata, ma nel momento del bisogno si trovò sprovveduta di guarnigione, di vittovaglie, ed in particolare di munizioni da guerra, di modo che il vescovo Giulio Vitelli, che ne aveva il comando, fu costretto ad arrendersi dopo una settimana. I Bentivoglio, i quali temevano che il re di Francia mettesse guarnigione nella cittadella, indussero il popolo a spianarla. Il duca di Ferrara, approfittando della ritirata dell'armata pontificia, avea ricuperato Cento, Pieve, Cotignola, Lugo, e le altre piazze della Romagna toltegli dal papa. Il Trivulzio avrebbe pure potuto occupare Imola; ma volle aspettare gli ordini della corte di Francia, prima di spingere più oltre una guerra, che ripugnava alla coscienza del re, e più ancora a quella della regina Anna di Bretagna[130].
[129] _Mémoires de Fleuranges, t. XVI, p. 83._
[130] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 530. — Jac. Nardi, l. V, p. 224. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 364._
Francesco degli Alidosi, vescovo e cardinale di Pavia, e legato di Bologna, poteva essere accusato come cagione di tanto disastro; la di lui amministrazione aveva eccitato l'odio dei Bolognesi contro la Chiesa, la sua imprudenza sollevata la città, e la sua viltà fatto perdere e Bologna e l'armata che doveva difenderla. Tutti gli ufficiali, che si erano sottratti alla disfatta di Casalecchio, rigettavano tutta sopra di lui la vergogna del loro terrore e della loro fuga; ed il duca di Urbino, suo antico nemico, l'accusava più scopertamente degli altri. Dal canto suo il cardinale per giustificarsi accusava il duca d'Urbino di tradire il papa, perchè sua moglie Eleonora Gonzaga era figliuola d'Isabella d'Este, sorella d'Alfonso, che aveva sposato il marchese di Mantova. Il duca, egli diceva, non cercò mai di buona fede di spogliare lo zio della sua sposa; ed infatti lo stesso Fleuranges replica più volte, che il duca d'Urbino era di cuore francese, e che desiderava la pace[131].
[131] _Jo. Marianae Hist. Hisp., l. XXX, c. II, p. 302. — Jac. Nardi, l. V, p. 224. — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 64._
L'Alidosi si portò a Ravenna per giustificarsi, e Giulio II, che lo amava, ed a lui ciecamente fidavasi, lo accolse con piacere, e lo invitò a pranzare lo stesso giorno con lui. Infatti mentre tornava a palazzo, scortato da suo cognato Guido Vaina, capitano della sua guardia, fu incontrato dal duca d'Urbino. Questa pompa militare nel momento in cui le disgrazie dell'armata procedevano tutte da lui, accrebbe oltremodo la collera del duca; egli innoltrossi in mezzo ai soldati del legato, che per rispetto gli facevano luogo, e lo pugnalò in sugli occhi di tutti. Quando pochi istanti dopo fu dato avviso al papa di tale violenza, egli si abbandonò a furibonde e disperate grida. Non dolevasi soltanto della morte d'un cardinale, a lui tanto caro, ma ancora dell'offesa recata alla dignità ecclesiastica, cui in tutto il corso del suo pontificato aveva in ogni modo cercato di rendere più venerabile e sacra, e cui adesso vedeva così sfacciatamente oltraggiata sotto i suoi proprj occhi, ed inoltre dal suo proprio nipote. Lo stesso giorno, sempre oppresso dal più angoscioso dolore, ripartì da Ravenna per tornare a Roma[132]; ma era di poco giunto a Rimini, che per colmo di amarezza seppe che in tutti i luoghi pubblici, a Modena, a Bologna ed in molte altre città, si affiggevano cedole di convocazione di tutti i prelati ad un concilio generale in Pisa per il giorno primo di settembre; e che veniva citato egli stesso a recarvisi, affinchè la Chiesa fosse riformata nel suo capo e nelle sue membra[133].
[132] _Par. de Grassis Diar. ap. Rayn. 1511, § 60, p. 103. — Mém. du chev. Bayard, ch. XLV, p. 203. — Ist. di Gio. Cambi, p. 263. — Fr. Belcarii Comm., l. XII, p. 365. — P. Bembi Hist. Ven., l. XI, p. 251._
[133] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 532. — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 60. — Rayn. Ann. Eccl. 1511, § 1-7, p. 86 e seg. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 365._
CAPITOLO CVIII.
_Amministrazione del gonfaloniere Soderini a Firenze. — Concilio di Pisa; alleanza di Ferdinando il Cattolico con Giulio II e coi Veneziani. — La loro armata combinata s'innoltra verso Bologna. — Gastone di Foix la costringe a retrocedere, e ricupera Brescia che si era ribellata._
1511 = 1512.
La maggior parte degli stati italiani erano scomparsi dalla scena del mondo, e quelli che tuttavia conservavano un'ombra d'indipendenza, cercavano salvezza nella propria nullità, mentre tutti i gravissimi interessi della patria si decidevano, bensì in mezzo a loro, ma senza di loro, da quelle potenze la di cui superiorità era tale che sarebbe stato affatto impossibile il volervi far testa. Alle porte dell'Italia il duca di Savoja ed il marchese di Monferrato non lasciavano di chiamarsi sovrani; ma il re di Francia, diventato duca di Milano ed in pari tempo doge di Genova, li circondava da ogni banda colle sue province; egli faceva continuamente passare per i loro stati le sue armate, si valeva dei loro arsenali, dei loro magazzini, delle stesse loro fortezze, e non credeva omai più necessario di chiedere il loro assenso, o di cercare la loro alleanza ed in tempo di queste guerre, che li ruinavano, questi principi non facevano mai sentire la loro esistenza. Vero è che l'uno e l'altro paese avevano in tale epoca sovrani senza talenti e senza carattere. Guglielmo IX, figlio e successore di Bonifacio V, regnava nel Monferrato. Era salito sul trono nel 1493, in età di soli sette anni, e ne' primi tempi aveva avuta per tutrice sua madre Maria, affatto ligia alla Francia; morta questa, la tutela del giovanetto marchese era passata nelle mani di Costantino Cominate, di lui parente. Quando Guglielmo giunse alla maggiorità, obbligò Costantino ad abbandonare il Monferrato, ed allora quest'uomo intrigante ed accorto si attaccò a Massimiliano ed ebbe una parte attivissima nelle negoziazioni dell'imperatore e del papa. Il giovane marchese per lo contrario non uscì dall'oscurità in cui era stato tenuto fino dall'infanzia: aveva il 31 agosto del 1508 sposata Anna, figlia di Renato, duca d'Alençon, dalla quale ebbe un figlio che gli successe nel 1518, e la figliuola che portò in appresso l'eredità del Monferrato alla casa Gonzaga. Dopo la morte di questa prima moglie, Guglielmo IX sposò Maria, figlia di Gastone IV, conte di Foix. Egli aveva scelta l'una e l'altra sposa tra le signore francesi, come s'egli avesse effettivamente sentito, che, dacchè i possedimenti della Francia lo circondavano da ogni banda, egli più non era un sovrano indipendente, ma soltanto un principe francese.
Nello stesso tempo, e dopo il 1504, Carlo III era succeduto nelle signorie della Savoja e del Piemonte a suo fratello, Filiberto II figlio di Filippo, lungo tempo conosciuto sotto il nome di conte di Bresse. Quando era salito sul trono, aveva trovata la maggior parte de' suoi stati obbligati per gli appannaggi di tre vedove duchesse; onde gli restavano scarsissime entrate e poca autorità. Egli non oltrepassava i diciotto anni, era di carattere debole e tutte le altre sue facoltà non uscivano dall'ordinario. Non era sperabile, che da sè ricuperasse quell'importanza, che gli avvenimenti anteriori al suo regno avevano tolti alla di lui corona. Quindi, finchè potè vivere ignorato ed ozioso nella dipendenza della Francia, preferì alla gloria militare questa tranquilla oscurità. Ma gli avvenimenti della guerra lo chiamarono suo malgrado a figurare tra i sovrani; e fu costretto a scegliere tra due potentati nemici, che trasportarono ne' suoi stati il teatro delle loro battaglie. La sua indecisione fu causa che allora perdesse tutti i suoi stati; ma le sue lunghe calamità non cominciarono che dopo i tempi in cui propriamente perì l'indipendenza d'Italia[134].
[134] _Guichenon Hist. généal. de la maison de Savoje, t. II, p. 196-230._