Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)
Part 6
Non cominciò il fuoco contro la Mirandola che quattro giorni dopo l'arrivo dell'armata. L'impaziente Giulio II non sapeva accomodarsi a tanta lentezza; altronde diffidava di tutti; accusava ora l'uno ora l'altro de' suoi capitani, e lo stesso suo nipote, il duca d'Urbino, di incapacità, o di perfidia. Finalmente nei primi giorni del 1511 risolse di dare al mondo uno spettacolo non meno scandaloso che inaspettato: il due di gennajo si fece portare in lettiga da Bologna al campo sotto Mirandola coll'accompagnamento di tre cardinali[99]. Si alloggiò nella piccola casa di un contadino, distante soltanto due tiri di balestra dalle mura, ed esposta al fuoco del cannone della piazza; colà, senza lasciarsi atterrire dalle continue nevi, indispettito dalla viltà degli operaj che faceva adunare e che fuggivano ad ogni scarica d'artiglieria, o perchè mancavano le vittovaglie, cominciò egli stesso a dirigere i lavori a far mettere sotto i suoi occhi i cannoni in batteria, e ad affrettare il fuoco. Dopo aver tenuto dietro ai suoi lavoratori nell'eccessivo freddo di un rigorosissimo inverno con un'attività che non sarebbesi mai aspettata da un vecchio infermo, non che da un papa, tornò a Concordia, quando tutte le batterie furono aperte, per sentirne l'effetto. Ma sebbene non si trovasse che poche miglia lontano dal campo, per la sua impazienza era tuttavia troppo lontano, e tornò il quarto dì ad alloggiarsi a canto alle sue batterie ancora più vicino alle mura, di quel che lo fosse la prima volta. In allora, tutto abbandonandosi all'impeto del suo carattere, rampognava quando l'uno e quando l'altro de' suoi capitani, tranne Marc'Antonio Colonna; visitava in seguito l'armata, castigava alcuni soldati, altri incoraggiava, e a tutti prometteva di non capitolare, per lasciare che i soldati saccheggiassero la piazza[100].
[99] _Par. de Grassis Diar. Cur. Rom. in MS. arcano Vaticani, ap. Rayn. 1511, § 44, p. 100. — P. Bembi Hist. Ven., l. XI, p. 246._
[100] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 508. — Jac. Nardi, l. V, p. 220. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 355._
Il cavaliere Bajardo trovavasi in allora nel campo del duca di Ferrara presso il Po: ebbe avviso che il papa, che passava quella notte nel castello di san Felice, doveva ripartire all'indomani per tornare alla Mirandola. Bajardo sapeva trovarsi su questa strada a due miglia da san Felice ed a quattro dalla Mirandola due o tre case abbandonate a motivo della guerra; andò prima di giorno ad appostarvisi con cento uomini d'armi. «Domattina, disse al duca di Ferrara, quando il papa sloggierà da san Felice, sono informato che non ha che i suoi cardinali, vescovi e protonotarj, e circa cento cavalli di guardia; uscirò dalla mia imboscata, e non mi fuggirà dalle mani.» Il progetto del cavaliere senza paura e senza difetti fu altamente approvato, e tutto puntualmente si eseguì a seconda de' suoi ordini. Di già i primi chierici del corteggio del papa erano passati oltre l'imboscata, da cui uscì Bajardo per caricarli ed inseguirli. «Ma il papa, che era partito ultimo, fu appena pochi passi lontano da san Felice, che cominciò a cadere la più aspra ed impetuosa neve che si fosse veduta da cent'anni in qua.» Prima che i fuggiaschi, sottrattisi all'imboscata, fossero giunti fino al papa, il cardinale di Pavia lo aveva di già persuaso a rientrare nel castello per lasciar passare il cattivo tempo. «Quando il buon cavaliere giugneva a san Felice, il papa rientrava appunto nel castello, ed, udendo le grida de' soldati, ebbe tanto spavento che subitamente e senza che persona lo ajutasse uscì di lettiga, ed egli stesso ajutò ad alzare il ponte; ed in ciò mostrossi uomo di molto spirito, perchè se avesse tanto ritardato quanto abbisogna di tempo per dire un _Pater noster_, era preso.... Il papa, rimasto nel castello di san Felice, tremò tutto il giorno di febbre per la paura che aveva avuta, e la notte mandò a darne avviso a suo nipote, il duca d'Urbino, il quale venne a prenderlo con quattro cento uomini d'armi e lo condusse all'assedio[101].»
[101] _Mém. du chev. Bayard, ch. XLIII, p. 175-180._
Alessandro, nipote del maresciallo Gian Giacopo Trivulzio, difendeva la Mirandola. Aveva sotto il suo comando quattrocento fanti stranieri, e mostrava tanta maggiore ostinazione e coraggio, quanto tenevasi più sicuro di essere soccorso dal signore di Chaumont: ma questi, che detestava il maresciallo Trivulzio, non vedeva con dispiacere che la figlia del suo rivale perdesse l'eredità, e non curavasi di accorrere in suo soccorso.
Una palla di cannone aveva traforata la casa in cui alloggiava il papa ed uccisi due uomini nella sua cucina; ma quest'accidente non fece che accrescere la collera di Giulio II. Finalmente il violento freddo agghiacciò le fosse della Mirandola in tal modo che l'acqua che dovea servire a difenderla aprì per lo contrario un passaggio onde giugnere fino sulla breccia. Vide allora Alessandro Trivulzio l'impossibilità di sostenere un assalto, e capitolò il 20 di gennajo. Pagò una contribuzione di sei mila ducati per salvare la Mirandola dal saccheggio; ed il papa, cedendo alle istanze di tutti i suoi cortigiani, l'accettò. Alcuni ufficiali restarono prigionieri di guerra, mentre il rimanente della guarnigione potè ritirarsi libera; e perchè le porte della città, che erano state afforzate per di dietro con terrapieni, non erano più praticabili, il vecchio pontefice non fu abbastanza paziente per aspettare che si sgombrassero: montò per una scala sulla breccia, e dopo aver fatto in tal maniera il suo ingresso in questa città, ne diede il possesso al conte Giovan Francesco Pico, parente del conte Lodovico, sebbene suo nemico[102].
[102] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 510. — Muratori Ann. d'Italia, t. X, p. 64. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. V, p. 220. — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 46. — Par. de Grassis Diar. ap. Rayn. 1511, § 46, p. 100. — Mémoir. du chev. Bayard, t. XV, ch. XLIII, p. 180. — Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 71. — Gio. Cambi, t. XXI, p. 250. — P. Bembi Hist. Ven. l. XI, p. 346._
Dopo la presa della Mirandola il papa ed i Veneziani tentarono di nuovo d'impadronirsi della Bastia sul basso Po, onde impedire il trasporto dei viveri a Ferrara; ma mentre assediavano questo castello vi furono sorpresi dal duca Alfonso d'Este, in conseguenza di un piano datosi dal cavaliere Bajardo, e perdettero tanta gente che più non pensarono all'assedio di Ferrara[103].
[103] _P. Bembi, l. XI, p. 247. — Mém. du chev. Bayard, ch. XLIV, p. 181-193._
Intanto Lodovico XII, disperando omai di ridurre colle negoziazioni a pacifici pensieri un papa, che in tutte le sue azioni annunciava tanta violenza, ordinò al signore di Chaumont di attaccarlo vivamente e di fargli sentire quale fosse la potenza di un re di Francia. Chaumont, che dalla sola protezione di suo zio, il cardinale d'Amboise, riconosceva l'alta riputazione di cui godeva, dopo la morte dello zio veniva giudicato secondo il vero suo merito. Non gli si attribuivano nè singolare ingegno, nè bastante perizia dell'arte della guerra, nè la debita deferenza all'avviso di coloro che l'avevano meglio di lui studiata, nè la necessaria attenzione pel mantenimento della disciplina, che omai più non era osservata nel campo francese. Gli si rimproverava un'eccessiva gelosia verso il maresciallo Gian Giacopo Trivulzio, il quale avrebbe condotta la guerra a più felice fine, se Chaumont avesse più frequentemente seguiti i suoi consiglj. Non è questi, a dir vero il carattere che gli attribuisce il maresciallo di Fleuranges, che lo chiama: «il più savio uomo dabbene in ogni stato che io mi ricordi d'avere mai veduto, e della più grande diligenza, e del più raro spirito.» Ma Fleuranges era nipote di Chaumont, e gli doveva in parte il suo avanzamento[104].
[104] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 69. — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 51. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gallic., l. XII, p. 356._
Il Trivulzio tornava appunto dalla corte di Francia, quando fu presa la Mirandola; fu chiamato ad un consiglio di guerra in cui doveva essere deciso il piano di attacco da seguirsi contro il papa. L'armata veneziana erasi fortificata al Bondeno sul Panaro[105] presso alla sua foce in Po. Questa posizione nello stato di Ferrara veniva renduta quasi inattaccabile a cagione delle inondazioni e de' numerosi canali. Proponeva il Trivulzio di non cercare di forzarla; di piegare a mezzodì, minacciando Modena e Bologna; di sorprendere queste città se non venivano difese, e, se l'armata veneziana abbandonava la sua forte posizione per accorrere in difesa di quella città, di tentare di distruggerla in una battaglia. Ma bastò agli occhi di Chaumont e de' suoi adulatori, che questo consiglio fosse uscito di bocca al Trivulzio, per seguirne uno contrario. Egli rappresentò, che Alfonso d'Este non doveva lasciarsi più lungamente esposto alla desolazione del suo paese; che se non accorrevasi prontamente in suo soccorso, Ferrara avrebbe dovuto arrendersi; che per quanto fosse forte la posizione de' Veneziani al Bondeno, il valore francese e la superiorità dell'artiglieria francese avrebbero trionfato di tutto; finalmente che, avvicinandosi agli stati di Mantova, trarrebbe il marchese Gonzaga dalla sua lunga irrisoluzione e si unirebbe alle armate francesi, come ne aveva fatto celatamente conoscere il desiderio[106].
[105] Per errore il testo francese dice Tanaro. _N. d. T._
[106] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 511. — Fr. Belcarii Comm., l. XII, p. 357._
Infatti l'armata francese si pose in movimento lungo la destra riva del Po, e giunta che fu a Sermidi in riva a questo fiume, il Chaumont si avanzò con alcuni ufficiali fino alla Stellata per avere una conferenza col duca Alfonso. Questi gli fece meglio conoscere lo stato del paese fino al Bondeno, e di là fino a Finale ed a Cento, ove trovavansi alloggiati i soldati della Chiesa e gli Spagnuoli. Erano state rotte tutte le dighe dei fiumi, tutto il piano inondato, ed era lungo lo stretto argine, che sostiene le acque dei canali o quelle del Panaro, ch'era forza avvicinarsi al nemico. Questi argini erano stati in più luoghi tagliati e guarniti di truppe e d'artiglieria. Vero è che Alfonso, il quale sospirava di sbarazzarsi di ospiti che facevano più compiuta la sua ruina, sforzavasi di provare colle carte degli ingegneri che la disposizione del terreno sarebbe sempre vantaggiosa all'artiglieria francese. Ma in un secondo consiglio di guerra, tenuto a Sermidi, il Trivulzio dimostrò l'estrema imprudenza di avventurare un'intera armata, in mezzo ad un paese inondato, sopra l'angusta linea di una diga, ove il più piccolo accidente accaduto all'artiglieria o ai carri delle munizioni poteva rompere ogni comunicazione dalla testa alla coda della colonna, e il più piccolo ritardo farla perire per mancanza di vittovaglie. Questo progetto, accarezzato più lungo tempo che non conveniva, fu dunque abbandonato nell'istante in cui volevasi eseguire[107].
[107] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 513. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 358._
Nè il Chaumont fu più felice nel persuadere il marchese di Mantova ad uscire dalla sua neutralità. Questi seppe contenersi con molta destrezza tra le due parti. Supplicava i Veneziani di non obbligarlo a dichiararsi, finchè il suo paese trovavasi circondato da tante armate nemiche, che non avrebbe potuto unirsi a loro senza abbandonare tutto il territorio mantovano al guasto dei Francesi. Supplicava egualmente il Chaumont a pazientare ancora poche settimane, mentre stava trattando col papa per levargli dalle mani suo figlio che gli avea dato in ostaggio. Così mostrandosi cogli uni e cogli altri disposto ad abbracciare la causa loro, obbligava gli uni e gli altri a rispettare la sua neutralità[108].
[108] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 515. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 358._
Il cardinale Ippolito d'Este pretendeva d'avere delle corrispondenze in Modena, e faceva istanza al signore di Chaumont di attaccare quella città per tornarla alla sua famiglia. Ma frattanto le negoziazioni del re d'Arragona avevano provveduto alla sua difesa. Ferdinando vedeva di mal occhio la potenza francese estendersi verso il mezzogiorno d'Italia; e cercava con ogni mezzo di separare gl'interessi di Massimiliano da quelli di Lodovico XII. Alfonso d'Este teneva Modena in feudo dall'impero, e Massimiliano aveva giusti titoli di lagnarsi del papa, perchè avesse occupata una città totalmente dipendente dall'imperatore. Ferdinando si sforzò di persuadere a Giulio II che lasciando questa città in deposito nelle mani del capo dell'impero, provvederebbe più efficacemente alla sua difesa, e getterebbe semi di divisione tra Lodovico XII e Massimiliano. Per determinare Giulio II a rinunciare alle pretese che cominciava a formare sovra Modena, fu d'uopo che concepisse timore dell'avvicinamento dell'armata francese; egli non cedette che quando il pericolo si fece urgentissimo, e per sottrarvisi consegnò Modena a Witfrust, ambasciatore di Massimiliano presso di lui[109].
[109] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 515. — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 49. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 358._
Soltanto dopo di avere inutilmente tentato di sorprendere Modena, e dopo avere provata l'impossibilità di far avanzare la sua artiglieria, implicata ne' profondi fanghi di Carpi, il Chaumont acconsentì a riconoscere il depositario imperiale, a condizione che questi dal canto suo si obbligasse a tenersi neutrale nella guerra tra il suo re ed il papa. Questa serie di cattivi successi aveva fatta perdere a Chaumont la confidenza dell'armata e della corte; si teneva per cosa certa che avesse lasciata prendere la Mirandola a cagione del suo odio verso il maresciallo Trivulzio, e si fosse per incapacità lasciata fuggire di mano l'occasione di ricuperare Modena o di liberare Ferrara. Egli stesso si accorgeva che la sua riputazione andava declinando, e che aveva omai perduto il favore del suo padrone; oltre a che era tormentato dai rimorsi di dover combattere contro il papa. L'eccesso del cordoglio lo rese infermo; un accidente che lo rovesciò da un ponte nell'acqua, mentre trovavasi assai riscaldato, contribuì pure ad accrescere le sue infermità; ma egli stesso si credette avvelenato e lo disse a suo nipote Fleuranges, congedandosi da lui. Si fece portare a Coreggio, e da quell'istante non ebbe più altro pensiere che di ottenere dal papa l'assoluzione per avere portate le armi contro di lui. Quest'assoluzione gli fu di fatti accordata, ma Carlo di Chaumont d'Amboise, gran maestro di Francia, e governatore di Milano, era di già morto, l'undici febbrajo del 1511, quando arrivò ai suoi amici[110].
[110] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 70. — Fr. Guicciardini, l. XI, p. 516. — P. Bembi Hist. Ven., l. XI, p. 248. — Jac. Nardi, l. V, p. 221. — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 51._
Tutti i nemici del papa non avevano la coscienza così timorata; il cavaliere Bajardo non erasi fatto scrupolo di tendergli un'imboscata; e se dobbiamo credere al suo leale servitore, che scrisse le sue memorie, il duca Alfonso d'Este andò ancora più in là: egli sedusse un segretario del papa, chiamato Agostino di Guerlo, che gli era stato mandato per distaccarlo dall'alleanza coi Francesi, e lo persuase a promettergli di avvelenare Giulio II; ma avendo il duca comunicato il suo progetto a Bajardo, questi gli rispose: «Ah, monsignore, io non crederò mai che un così gentil principe, come voi siete, acconsenta a così grande tradimento; e quando io lo sapessi, vi giuro sull'anima mia, che prima che fosse notte ne darei avviso al papa.» — «Poichè voi non l'approvate, disse il duca, la cosa non si farà; ma se Dio non vi provvede voi ed io dovremo pentircene.» Dobbiamo per altro dire per la riputazione del duca di Ferrara, che si può spesse volte dubitare della veracità dei racconti del servitore di Bajardo, che ha scritte queste memorie[111].
[111] _Mém. du chev. Bayard, c. XLV, p. 195-202._
Alla morte di Chaumont prese il comando dell'armata il maresciallo Trivulzio, in aspettazione degli ordini del re; ma finchè non seppe se gli restava o no il comando, non volle tentare un'impresa che non era sicuro di poter condurre a termine. Accordò dunque ai suoi soldati un riposo, di cui le altre potenze approfittarono per entrare in attive negoziazioni.
Massimiliano, sempre dominato dal suo risentimento contro i Veneziani, aveva fin allora continuato nella sua alleanza colla Francia, ed aveva mostrata un'insolita costanza. Era vivamente entrato nei progetti di Lodovico XII per la riforma della Chiesa nel capo e nelle membra, ed aveva convocata in Augusta un'adunanza di vescovi tedeschi, onde persuaderli a domandare un concilio: ma nella sua nazione aveva trovata una più gagliarda opposizione che non credeva[112]. Soltanto in allora diede orecchio al re d'Arragona che lo consigliava ad assicurarsi con un trattato di pace di quanto possedeva in Italia, e di ciò che ancora pretendeva, e di mettere fine a tutte le controversie che aveva col papa, persuadendosi che i Veneziani si accomoderebbero alle volontà del loro solo alleato.
[112] Lettera di Massimiliano alla città di Gelnhause; _ap. Lunig R. A., t. XIII, p. 811 e seg. — Schmidt Hist. des Allem., l. VII, ch. XXIV, t. V, p. 456._
Dietro questo consiglio Massimiliano mandò Matteo Lang, vescovo di Gurck, suo segretario intimo, a Mantova, per tenervi un congresso; ed invitò il papa, il re di Francia e quello di Arragona a mandarvi i loro ambasciatori. Giulio II colse avidamente quest'apertura, credendo di potere disporre dei Veneziani a suo piacimento; e, quando potesse riconciliarli con Massimiliano, punto non dubitava di potere inimicare questi colla Francia, contro la quale nudriva un odio implacabile. Dall'altro canto Lodovico XII accolse quest'invito con estrema diffidenza; conosceva la volubilità del suo alleato, e temeva che il papa glielo togliesse, o coll'offrirgli il Milanese, oppure col dare al vescovo di Gurck la dignità cardinalizia, e colmarlo de' favori della Chiesa. Nè Lodovico temeva meno rispetto a Ferdinando, i di cui ipocriti avvisi intorno ai pericoli di turbare la pace della Chiesa con un concilio, di distrarre lui medesimo dalla sua santa spedizione contro gl'infedeli dell'Africa, probabilmente celavano qualche pernicioso progetto[113].
[113] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 517. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 359._
Malgrado questi sospetti Lodovico XII mandò il vescovo di Parigi, prelato assai versato nel diritto, al congresso di Mantova, sia per iscoprire gli andamenti dei nemici, sia per non essere accusato di volere solo la guerra. Questo vescovo vi arrivò nel mese di marzo, pochi giorni dopo il vescovo di Gurck e don Pedro d'Urrea, ambasciatore del re d'Arragona alla corte dell'imperatore. Vi arrivò non molto tempo dopo anche Girolamo di Vich di Valenza, ambasciatore di Ferdinando presso la santa sede; ma a solo fine di persuadere Matteo Lang a visitare subito Giulio II a Ravenna, onde disporlo favorevolmente a suo pro, rendendogli nello stesso tempo un omaggio che il papa aveva diritto di ripromettersi per parte di un vescovo incaricato di trattare con lui. Il segretario di Massimiliano, uomo arrogante ed altero, contrastò lungo tempo rispetto alla condiscendenza che gli si domandava, sebbene gli si facesse travedere che sarebbe probabilmente ricompensata con alcuna delle principali dignità della Chiesa. Finalmente partì il 26 di marzo per incontrare il papa; e Giulio II, che voleva ad ogni costo guadagnarsi questo favorito, lusingarne l'orgoglio e risvegliarne l'ambizione, risolse di andargli incontro fino a Bologna; locchè eseguì dopo d'avere nominati in pieno concistoro otto nuovi cardinali, tra i quali trovavasi l'accanito nemico de' Francesi, Francesco Mattia Schiner, vescovo di Sion, e dopo avere dichiarato, col consenso del sacro collegio, che teneva il nono in petto, onde poter offrire quest'esca al vescovo di Gurck[114].
[114] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 521. — Jac. Nardi, l. V, p. 221. — Par. de Grassis Diar. Cur. Rom. ap. Rayn. An. Eccl. 1511, § 47, p. 100._
L'ingresso del vescovo di Gurck in Bologna, ch'ebbe luogo tre giorni dopo l'arrivo del papa, venne celebrato colla pompa che poteva convenire ad un sovrano. Assumeva il titolo di luogotenente dell'imperatore in Italia, ed era seguito da molti signori e gentiluomini, che spiegavano ne' loro equipaggi la più grande magnificenza. Nè meno magnifico era l'accoglimento che gli veniva preparato; lo stesso ambasciatore di Venezia alla corte pontificia si frammischiò modestamente ancor esso tra coloro che volevano fargli onore; ma Matteo Lang protestò con estrema insolenza che riputavasi offeso, vedendo presentarsi innanzi a lui l'ambasciatore dei nemici del suo padrone. Il papa gli accordò una pubblica udienza in pieno concistoro, nella quale il vescovo di Gurck dichiarò alla presenza di tutti i cardinali, che Massimiliano lo mandava in Italia, perchè preferiva di riacquistare ciò che gli apparteneva piuttosto colla pace che colla guerra, ma che non tratterebbe che a condizione di ricuperare dai Veneziani tutto ciò che gli avevano usurpato, o del territorio dell'impero o dei dominj di casa d'Austria, pel quale si fosse titolo[115]. Parlò colla medesima arroganza nella privata udienza del pontefice; e maggiore insolenza dimostrò finalmente all'indomani; perchè avendo saputo che il papa aveva delegati per conferire con lui i tre cardinali di san Giorgio, di Reggio e de' Medici, risguardò come cosa indegna del suo rango il trattare con tutt'altri che col sommo pontefice, e deputò tre de' suoi gentiluomini per conferire con loro[116].
[115] Il suo discorso fu conservato da Michele Coccinio e riportato negli Annali Eccles. del Rajnaldo 1511, § 53, p. 101.
[116] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 523. — Fr. Belcarii Comm., l. XII, p. 361. — Jac. Nard., l. V, p. 222._
Il papa era troppo orgoglioso perchè non gli sembrasse cosa dura l'arroganza di questo subalterno; pure pazientava, sperando di riuscire con questa negoziazione ad inimicare l'imperatore coi Francesi. Il suo odio contro di loro andava sempre rinforzandosi, e ne diede una prova colle scomuniche fulminate il giorno di Pasqua, leggendo la bolla _In cœna Domini_. Sebbene le negoziazioni fossero attualmente aperte, vi comprese, indicandoli nominativamente, Alfonso d'Este, Gian Giacopo Trivulzio, ed i magistrati di Milano e delle altre città di Lombardia, che ajutavano il re a percepire le imposte, di cui questo monarca faceva uso contro la Chiesa. Fu compreso, ma implicitamente, lo stesso Lodovico XII tra coloro che avevano posto ostacolo alla giurisdizione ecclesiastica, ed ammesse le opinioni degli scomunicati[117].
[117] _Bulla data Bononiae, 16 Kal. maii. Ann. Eccl. Rayn. 1511, § 50, p. 101._