Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)
Part 5
Il primo giorno l'armata svizzera si trattenne ad Appiano; il secondo attraversava, alla volta di Cantù, il ridente paese che i Milanesi chiamano i _Monti di Brianza_. Quand'ebbe fatto la metà del cammino, abbandonò la prima direzione per accostarsi alle montagne; restò un giorno nei sobborghi di Como, ed un altro a Chiasso. Tuttavia credevano i Francesi che gli Svizzeri fossero intenzionati di attraversare l'Adda sopra zattere, dov'esce dal lago di Lecco; ma tutt'ad un tratto essi tornarono verso la Trezza, di dove erano venuti, e rientrarono nelle loro montagne, o perchè sentissero l'impossibilità di penetrare senza barche in un paese attraversato da tanti fiumi, o perchè la mancanza de' viveri, e della cavalleria per andare a prenderne a qualche distanza, facesse loro temere la fame, o perchè, come alcuni vogliono, ricevessero settanta mila scudi dal re e dal signore di Chaumont per rinunciare ad un'impresa, per fare la quale ne avevano ricevuti altrettanti dal papa. La loro riputazione di lealtà era totalmente perduta, e più non guerreggiavano che a prezzo d'oro; e se la massa dell'armata non era partecipe di questi vergognosi contratti, la condotta de' condottieri non li liberava da ogni sospetto[77].
[77] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 487. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 344._ — Il leal servitore, istorico di Bajardo, racconta una circostanza di questa guerra, che non fa minor torto al generale francese, di quello che la venalità detta di sopra ai generali svizzeri. «Il gran Maestro (il signore di Chaumont) andò ad aspettarli nel piano di Gallarate [Detto volgarmente Brughiera di Gallarate. _N. d. T._], facendo levare lungo la strada tutti i ferramenti de' molini e tutti i viveri. E ciò che è peggio, aveva, secondo si diceva, fatti avvelenare tutti i vini che si trovavano in Gallarate fin dove arrivarono gli Svizzeri, i quali ne bevettero a sazietà, senza che alcuno di loro si trovasse male... Andarono in detto luogo di Gallarate alcuni avventurieri francesi, i quali vollero bevere del vino avvelenato per gli Svizzeri, e ne morirono più di dugento. Convien dire che Dio vi mettesse la sua mano, o che il veleno fosse rimasto nel fondo delle botti.» _Mém. du chev. Bayard, c. XLI, p. 159._ Ma malgrado l'ingenuità del leal servitore, che inspira confidenza, mai non deve darsi intera fede a così fatte storielle.
Il piano di tutti questi simultanei attacchi era stato da Giulio II assai ben concertato, ma i diversi loro capi non avevano saputo agire nello stesso tempo. Il tentativo sopra Genova aveva preceduto quello di Ferrara e di Modena; in appresso si fece la spedizione degli Svizzeri, e quando questi rientravano nelle loro montagne, l'armata veneziana, sotto gli ordini di Lucio Malvezzi, approfittò della lontananza de' Francesi per avanzarsi. Ricuperò in pochi giorni senza combattere Este, Monselice, Montagnana, Marostica e Bassano; rientrò in Vicenza, che i Tedeschi nè meno tentarono di difendere, e giunsero finalmente presso Verona, incalzando da vicino il duca di Termini, Andrea di Capoa, che si ritirò coll'armata imperiale, da lui comandata dopo la morte del principe di Anhalt accaduta pochi dì prima, e che ebbe l'accortezza di non lasciarsi avviluppare[78].
[78] _P. Bembi Hist. Ven., l. X, p. 232. — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 58. — Jo. Marianae de rebus Hisp., l. XXX, c. II, p. 301._
Poi ch'ebbe ragunate in Verona tutte le sparse guarnigioni, il duca di Termini si vide alla testa di trecento lance spagnuole, di cento lance tedesche o italiane, di quattrocento lance francesi e di quattro mila e cinquecento pedoni. Contavansi nell'armata veneziana ottocento uomini d'armi, tre mila cavaleggieri, quasi tutti Stradioti, e dieci mila fanti. Furono poste in batteria le artiglierie contro le mura della fortezza di san Felice, situata sulla sinistra riva dell'Adige, e dopo pochi giorni avevano aperte larghe brecce e fatto tacere il fuoco degli assediati. Di già i Veneziani si apparecchiavano all'assalto con grandissima probabilità di buon successo, quando mille ottocento soldati tedeschi, sostenuti da alcuni uomini d'armi francesi, fecero di mezza notte una sortita, inchiodarono due cannoni, ruppero la fanteria italiana ed uccisero Zittolo di Perugia, uno de' suoi migliori capitani. Il Malvezzi, trovando all'indomani i suoi soldati scoraggiati, abbandonò l'assedio di Verona e tornò all'antico quartiere di san Martino, lontano cinque miglia[79].
[79] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 489. — Jac. Nardi, l. V, p. 217. — P. Giovio Vita d'Alfonso, p. 58. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 346. — P. Bembi, l. II, p. 238._
Dopo queste brevi spedizioni, ogni spirito d'intrapresa parve da tutti abbandonato, fuorchè dal pontefice: il senato di Venezia fu alcun tempo in qualche agitazione per l'imperiosa domanda fattagli dal re d'Ungheria di tutte le terre della Dalmazia, che gli venivano accordate nel trattato di Cambrai; ma diversi magnati si affrettarono di rassicurare l'ambasciatore veneziano, protestando che il loro re non procederebbe più in là dell'intimazione, fatta soltanto per compiacere a Massimiliano ed a Lodovico XII, e che la nazione ungara non somministrerebbe danaro per attaccare la repubblica[80]. I comandanti, francesi, tedeschi, spagnuoli, ferraresi, guastavano il paese all'intorno delle loro stazioni, ma non intraprendevano veruna cosa d'importanza. Soltanto Giulio II pareva accendersi di nuovo ardore ad ogni disfatta, ed il di lui irritamento veniva maggiormente esacerbato dalle pratiche di Lodovico XII presso il clero di Francia.
Il re risguardava come crudeli ingiurie i non preveduti attacchi che il pontefice avea contro di lui provocati a Genova, in Lombardia e nel Ferrarese; aveva palesato al Macchiavelli, che trovavasi in legazione presso di lui, l'ardente suo desiderio di vendicarsi esemplarmente; aveva perciò voluto persuadere i Fiorentini ad entrare in guerra contro il papa, facendo loro sperare il possedimento di Lucca o del ducato d'Urbino. Voleva ad ogni modo levare questo ducato al nipote di Giulio II, per fargli sentire nella propria famiglia gli amari frutti della guerra[81]; ma nello stesso tempo voleva combattere contro il papa colle armi spirituali, e ne' primi giorni di settembre adunò a Tours un concilio della Chiesa Gallicana, al quale denunciò questo papa, eletto con mezzi così poco canonici, e che col suo bellicoso temperamento turbava in così crudele maniera tutta la Cristianità. Il concilio francese autorizzò il re a respingere le armi del papa colle armi, ed a portare innanzi ad un concilio ecumenico, convocato di concerto coll'imperatore, le sue lagnanze contro il capo della Chiesa[82].
[80] _P. Bembi Hist. Ven., l. X, p. 232._
[81] _Macchiavelli Legazione alla corte di Francia, lett. 9. in data di Blois ai 9 d'agosto del 1510, t. VII, p. 353._
[82] _Macchiavelli Legaz. lett. 18, da Tours il 10 settembre p. 386. — Fr. Guicciardini, l. IX, p. 393. — Raynald. Ann. Eccl. 1510, § 22, t. XX, p. 79. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 348._
Queste pratiche di Lodovico XII accrebbero a dismisura l'odio di Giulio contro la Francia ed il suo desiderio di vendicarsene, onde ricominciò i suoi attacchi. Da un canto rimandò in faccia a Genova la sua flotta, unita a quella dei Veneziani, per suscitarvi a forza aperta la rivoluzione che poc'anzi aveva invano tentato di eccitare per sorpresa: la cosa non ebbe effetto, ed egli avrebbe ben dovuto prevederlo[83]. D'altra parte risolse di recarsi in persona fino a Bologna, per ridurre Ferrara sotto il diretto dominio della Chiesa. Egli non aveva abbandonato i suoi progetti coll'imperatore, con Enrico VIII e con Ferdinando il Cattolico, che sempre lusingavasi di potere scatenare contro la Francia, ma ripromettevasi di potere, anche senza il loro ajuto, fare coi Veneziani la riconquista di Ferrara; dal canto loro i Veneziani, senza spingere tant'oltre le loro speranze, credevano vantaggioso di assecondarlo con tutte le loro forze, per tenerlo fermo nella loro alleanza. Giulio II aveva con insolita fierezza, che ogni giorno facevasi sempre maggiore, rigettate le proposizioni fattegli dalla Francia per una separata pace. Lodovico XII lasciò travedere che non rinuncierebbe alla protezione del duca di Ferrara; ma pretese subito il pontefice che rinunciasse ancora ad ogni sovranità sopra Genova. Il Macchiavelli fu incaricato da Robertet di persuadere la repubblica di Firenze ad offrire la sua mediazione, ma il papa la rifiutò disdegnosamente. Per lo stesso motivo venne ancora più maltrattato un segretario d'ambasciata del duca di Savoja. Giulio II lo accusò di spionaggio, lo fece gettare in prigione, e poco dopo sottomettere alla tortura[84].
[83] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 493. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 347._
[84] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 494. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 348. — Macchiavelli Legaz. lett. di Blois del 3 agosto 1510, p. 346 e seg._
Il 22 di settembre Giulio II fece il suo solenne ingresso in Bologna con tutta la sua corte, mentre che la sua armata si avanzava nel Ferrarese fino al Po. Per compiacerlo i Veneziani nello stesso tempo facevano rimontare il fiume a due loro flotte, una per la bocca delle Fornaci, l'altra per il Po di Primaro. I soldati veneziani e pontificj guastavano senza riguardo il territorio ferrarese, ma senza mai avvicinarsi alla città; il papa era stato ingannato intorno alla qualità ed al numero de' soldati ch'egli pagava; e la sua armata non aveva bastanti forze per intraprendere un assedio di tanta importanza[85].
[85] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 395. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 349. — Jac. Nardi, l. V, p. 216. — P. Giovio Vita d'Alfonso, p. 43._
I Veneziani avevano più di un anno tenuto in prigione il duca di Mantova; ma lo avevano di fresco rilasciato dietro le riunite istanze del papa e dell'imperatore de' Turchi, Bajazette II. Fino dal principio del suo regno Giovanni Francesco Gonzaga aveva cercato di guadagnarsi la grazia del gran signore, gli aveva mandati diversi regali, ed aveva avuta cura d'intrattenere con lui una non interrotta corrispondenza: e Bajazette, riconoscente di questa lunga confidenza, avvalorò le sue istanze pel marchese di Mantova con tali minacce, che non permisero al senato di discutere l'affare[86]. Ad ogni modo i Veneziani rilasciarono al papa il loro prigioniere, poichè per una singolare circostanza egli aveva inallora eccitata la compassione del papa e del sultano; e Giulio II, che aveva solennemente privato il duca di Ferrara del titolo di gonfaloniere della Chiesa, accordò tale dignità al Gonzaga, sperando in tal modo di vincolarlo irrevocabilmente alla sua lega coi Veneziani. Il marchese di Mantova trovavasi in una difficilissima posizione tra la politica e la riconoscenza. I Veneziani lo avevano ancor essi nominato capitano generale della loro armata col soldo di cento uomini d'armi e di mille dugento fanti; pure s'egli si attaccava alla lega, in cui volevano strascinarlo il papa ed il senato veneto, i suoi stati erano i più esposti agli attacchi de' Francesi. Infatti questi colsero tale istante per invadere il Mantovano, ed il Gonzaga, che forse aveva fatto istanza al signore di Chaumont di somministrargli questo pretesto, abbandonò le altre dignità che gli erano state accordate, per occuparsi della difesa de' suoi sudditi[87].
[86] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 491. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 350._
[87] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 496. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 353. — P. Bembi, l. XI, p. 243._
Intanto il pontefice era caduto gravemente infermo, e si curava contro il parere di tutti i medici, come trattava la guerra contro il sentimento di tutti i militari. Egli non voleva essere consigliato, le difficoltà non lo scoraggiavano, e sempre affrettava l'attacco de' nemici[88]. Ma la discordia tra il duca d'Urbino ed il cardinale di Pavia, che dividevano tra di loro il comando dell'armata, rendeva questo attacco pericolosissimo. Il duca d'Urbino, in un primo impeto di collera, fece arrestare e condurre a Bologna il cardinale di Pavia, per esservi giudicato come colpevole di tradimento; ma il cardinale seppe così pienamente giustificarsi presso al papa, che ricuperò maggior credito ed autorità che prima non aveva[89].
[88] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 496. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 350._
[89] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 497. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 350._
Finalmente il duca d'Urbino aveva potuto far sentire al papa, che prima di attaccare Ferrara doveva aspettare che si unissero all'armata le truppe veneziane composte di trecento uomini d'armi, di molta cavalleria leggiere e di quattro mila fanti, ch'eransi avanzati sul Po fino a Ficheruolo ed erano secondati da alcune galere. Alfonso d'Este precludeva la strada a questa truppa: attaccava separatamente con molta attività le galere veneziane, e faceva loro sentire a quanto rischio si esponessero, avanzandosi nel letto dei fiumi[90]. Mentre Alfonso non permetteva alle galere di rimontare più alto verso Ferrara, il signore di Chaumont, così consigliato dai Bentivoglio, risolse di portarsi rapidamente sopra Bologna, e di sforzare Giulio II alla pace. Prese, cammino facendo, Spilimbergo e Castelfranco, che non si difesero che un giorno, ed il 12 di ottobre si accampò a Crespolano, lontano dieci miglia da Bologna, con intenzione di presentarsi all'indomani sotto le mura della città.
[90] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 497. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 350._
Non si trovavano allora in Bologna che pochi e mal disciplinati soldati pontificj: vero è che il papa aspettava trecento uomini d'armi, che il re d'Arragona doveva mandargli, e l'armata veneta trattenuta a Ficheruolo; ma non sembrava probabile che potesse sostenersi fino all'arrivo degli uni e degli altri, tanto più che i partigiani dei Bentivoglio cominciavano a darsi qualche movimento, e che la massa del popolo, dimenticando tutti i vecchi torti, si andava attaccando al loro partito per quella cieca affezione che lega tutti gli uomini al tempo passato. I prelati ed i cortigiani, accostumati soltanto agli agi ed alle delicatezze di Roma, lagnavansi amaramente che il papa gli avesse seco strascinati in così pericolosa situazione per le sostanze loro e per la gloria della santa sede. Con caldissime istanze, che prima d'allora Giulio II non avrebbe in verun modo tollerate, lo andavano affrettando a provvedere alla comune sicurezza con una pronta ritirata, o trattando con Chaumont a quelle condizioni che potesse ottenere più sopportabili[91].
[91] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 500. — Jac. Nardi, l. V, p. 219. — Paris de Grassis Diar. Curiae Rom., t. III, p. 597, apud Rayn. 1510, § 12, p. 79. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 351._
Giulio II, senza promettere di seguire i loro consiglj, chiamò gli ambasciatori veneziani e dichiarò loro che se all'indomani prima di sera non riceveva in Bologna un rinforzo, staccato dalle truppe ch'essi avevano nel campo della Stellata, tratterebbe coi Francesi. Adunò in appresso il consiglio ed i collegj di Bologna, loro dipinse con vivissimi colori l'antica tirannide dei Bentivoglio, dalla quale gli aveva egli sottratti; gli esortò a difendere il paterno governo della Chiesa e la libertà di cui godevano; loro raccomandò di procurarsi vittovaglie per sostenere un assedio, accordando per questa circostanza esenzione di gabelle alle porte. Ma Giulio II, malgrado la debolezza dell'età e della malattia, era il solo uomo che in quel momento di pericolo conservasse il vigore dell'animo. Fece venire sulla pubblica piazza tutti i Bolognesi che avevano promesso di combattere, e venne assicurato che non v'erano meno di quindici mila pedoni e di cinque mila cavalli. Giulio II stava in allora a letto, preso da un accesso di febbre; tosto che udì le grida del popolaccio, balzò dal letto, si affacciò alla finestra, diede alle truppe la benedizione nelle forme adoperate quando marciano alla battaglia, ed, abbandonandosi ad un trasporto di gioja, gridò ch'era di già vittorioso dell'armata francese[92].
[92] _Parisii de Grassis Diar., apud Rayn. 1510, § 23, p. 79._
Ma intanto questa gente, che aveva salutato il papa colle sue grida, non prendeva le armi per combattere. I cortigiani si mostravano sempre più atterriti; gli ambasciatori dell'imperatore, del re Cattolico, dell'Inghilterra, pressavano Giulio II ad entrare in negoziazione. All'ultimo si lasciò vincere, e mandò a domandare a Chaumont un salvacondotto pel conte Francesco Pico della Mirandola, che voleva incaricare di trattare con lui. Nello stesso tempo fece partire alla volta di Firenze i più preziosi giojelli della Chiesa, e tra questi la mitra giojellata, che chiamasi il triregno[93].
[93] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 501._
Sapeva il Chaumont che Lodovico XII era tormentato dagli scrupoli, combattendo contro il papa, e che quasi ad ogni patto avrebbe con lui fatta la pace; perciò accondiscese di buon grado a trattare. Domandò l'assoluzione di tutte le censure pronunciate contro Alfonso d'Este, i Bentivoglio e loro aderenti; la restituzione ai Bentivoglio de' loro beni, a condizione ch'essi starebbero per lo meno ottanta miglia lontani da Bologna; domandò che fossero rimesse al giudizio di arbitri le difficoltà tra il papa ed il duca di Ferrara; che fosse deposta Modena tra le mani dell'imperatore, e finalmente sospese le ostilità per sei mesi, nel corso de' quali ognuno conserverebbe ciò che possedeva[94].
[94] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 502. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 352._
Tali condizioni sembravano a Giulio II infinitamente dure; lagnavasi a vicenda dell'insolenza de' Francesi e della lentezza de' Veneziani; contro il suo costume ascoltava le istanze de' cardinali, ma non prendeva verun partito, e lasciava passare il tempo, quando poco prima di sera del giorno 13 d'ottobre Chiappino Vitelli entrò in Bologna con seicento cavaleggieri veneziani, e con un corpo di cavalleria turca in servigio della repubblica, e ritornò al papa la perduta audacia e la consueta alterigia.
Erasi il Chaumont innoltrato fino al ponte del Reno, a tre miglia da Bologna; aveva accettata la mediazione degli ambasciatori dell'imperatore, del re di Spagna e del re d'Inghilterra; ma la vegnente mattina tutto aveva mutato faccia; il papa più non voleva discendere a verun accordo, gli amici dei Bentivoglio non avevano in Bologna fatto alcun movimento, un secondo corpo di Stradioti doveva prima di notte entrarvi per una porta, mentre che Fabrizio Colonna vi condurrebbe per un'altra parte degli uomini d'armi spagnuoli e della cavalleria leggiere; onde Chaumont poteva credersi ancor esso in pericolo. Vergognoso e disperato d'essere stato uccellato dal vecchio pontefice, ritirossi lentamente verso Castel Franco, poi sopra Rubiera. Giulio gli aveva fatto sapere che non darebbe orecchio a verun trattato, se per condizione preliminare la Francia non rinunciava alla difesa del duca di Ferrara; ed intanto non sapeva darsi pace che i suoi generali non avessero inseguita e distrutta l'armata francese. Tanto dispetto aggravò in modo la di lui malattia, che il 24 di ottobre disperavasi della sua vita[95].
[95] _Fr. Guicciardini, l. IX. p. 503. — Jac. Nardi, l. XII, p. 353. — Parisii de Grassis Diar. Cur. Rom. ap. Rayn. 1510, § 23, p. 79._
Quando cominciava appena a riaversi scrisse una circolare a tutti i principi cristiani. Accusò il re di Francia d'avere fatta avanzare la sua armata contro il papa ed i suoi cardinali con una esecranda sete del sangue del romano pontefice. Dichiarò che non darebbe orecchio a veruna negoziazione, se prima non gli veniva consegnata Ferrara; ed affrettò caldamente i Veneziani ad unire la loro armata alla sua per istringere di assedio quella città[96].
[96] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 503._
Infatti l'armata pontificia si unì in Modena a quella de' Veneziani, ma stavano ambedue aspettando il marchese di Mantova che aveva avuto il titolo di capitano generale, e che fece loro perdere un tempo prezioso, senza mai assumere il comando. Nello stesso tempo la flotta veneziana venne attaccata a Bondeno dal duca di Ferrara e dal signore di Chatillon, e fu costretta ad abbandonare con perdita il Po. Finalmente si mosse l'armata pontificia, ed intraprese l'assedio di Sassuolo; e il pontefice ebbe il conforto di udire, stando nella sua camera, il rumore della propria artiglieria, ed espresse la sua gioja colla stessa vivacità con cui pochi dì prima aveva manifestato il suo malcontento udendo l'artiglieria de' nemici a Spilamberto. Dopo due giorni Sassuolo capitolò; e Giulio II, rinunciando all'attacco di Ferrara, fece avanzare l'armata contro la Mirandola. Questo castello e quello della Concordia formavano il piccolo feudo o principato della famiglia dei Pichi, tanto illustre nella storia delle lettere. Il conte Lodovico Pico della Mirandola aveva sposata la figliuola del maresciallo Gian Giacopo Trivulzio, chiamata Francesca: era costei rimasta vedova, ed erasi senza riserva abbandonata alla direzione di suo padre, che aveva fatto della Mirandola una piazza d'armi francese, mentre che il conte Giovan Francesco Pico, cugino di Lodovico, il quale pretendeva l'eredità di questo feudo, erasi interamente dedicato al papa[97].
[97] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 507. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 354. — Jac. Nardi, l. V, p. 219. — P. Giovio Vita di Alfonso d'Este, p. 45._
Il duca di Ferrara trovavasi spossato dai lunghi sforzi che aveva dovuto fare; omai più non aveva che poche truppe nella sua capitale, e Chaumont non era in troppo buono stato per poterlo soccorrere; onde dovette ascrivere a sua somma ventura che l'armata del papa si volgesse contro la Mirandola, e non contro di lui. Si credette pure che il cardinale di Pavia fosse stato segretamente guadagnato da lui o dalla Francia, quando consigliò il papa ad attaccare la Mirandola. Frattanto il Chaumont mandò Marino di Montchenu e Chantemerle, nipote del signore di Lude, con cento fanti e due cannonieri a rinforzare la guarnigione della Mirandola, ove la contessa Francesca e suo cugino, Alessandro Trivulzio, si apparecchiavano a sostenere un assedio[98].
[98] _Mém. du chev. Bayard, t. XV, ch. XLII, p. 173._
L'armata pontificia era lenta in tutte le sue operazioni, e sempre esposta ai raggiri di coloro che volevano celatamente attraversare l'esecuzione dei disegni del papa, onde non potè avvicinarsi a Concordia che circa nella metà di dicembre. La piazza fu presa lo stesso giorno in cui si aprirono le batterie, la cittadella capitolò, e l'armata pontificia passò ad assediare Mirandola.