Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)

Part 4

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L'armata combinata cominciò poi a mancare di vittovaglie, perchè si era condotta con tanta barbarie ed indisciplina in queste due campagne, che aveva assolutamente spogliato d'ogni cosa questo paese de' più ricchi e fertili del mondo; oltre di che aveva provocato contro di sè il più implacabile odio de' contadini, e reso più tenace il loro attaccamento per la repubblica. Erano questi affezionati con tanto entusiasmo al governo della loro patria, che nè le minacce, nè le promesse, nè l'aspetto del patibolo stesso potevano ridurli ad abiurare san Marco, ed a gridare _viva l'imperatore!_ Il vescovo di Trento ne fece appiccare molti in Verona, onde punire così nobile costanza[61]. L'assistenza de' contadini rendeva facili e sicure le spedizioni degli Stradioti. Essi intercettavano i convogli ed i carrettieri, e sorprendevano i corpi staccati: in una di queste occasioni cadde nelle loro mani Soncino Benzone di Crema, e, sebbene questo capo di parte si trovasse in allora ai servigi del re di Francia, Andrea Gritti lo fece immediatamente appiccare, perchè, essendo gentiluomo veneziano ed incaricato di un comando in Crema, sua patria, aveva data per tradimento questa città ai Francesi[62].

[61] _Macchiavelli Legazione a Mantova lettera 6, da Verona 26 novembre 1509, t. VII, p. 304._

[62] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 481._

Il castello di Monselice era uno dei principali asili degli Stradioti per le scorrerie loro alle spalle dell'armata nemica: desso è posto sopra una delle più elevate cime de' monti Euganei, che s'innalzano essi medesimi in mezzo ad un piano formato e livellato dalle acque, tra Vicenza, Padova, Rovigo e Legnago: era circondato quel castello da tre ricinti, il più basso de' quali richiedeva per lo meno due mila uomini per difenderlo, ed i Veneziani non ne tenevano in Monselice che sette cento sotto gli ordini di Martino di Borgo san Sepolcro. Non pertanto questi sortirono con estrema audacia per attaccare un corpo di landsknecht. Ma oppressi dal numero, vivamente inseguiti, essi soggiacquero alla fatica; vennero forzati nel primo ricinto, ed inseguiti con tanta rapidità che non ebbero tempo di chiudersi nel secondo; non valsero a difendersi nel terzo, sebbene le mura si andassero ristringendo, come richiede la forma della montagna a guisa di pane di zucchero: e la stessa torre, posta in sulla sommità del colle, non valse a salvarli. Invano offrirono d'arrendersi; salva soltanto la vita; i Tedeschi non vollero dar quartiere; appiccarono il fuoco alle legne ammucchiate nel fondo della torre, e ricevettero sulla punta delle picche quegli sciagurati che tentavano di fuggire per le feritoje. Con eguale furore i Tedeschi distrussero tutte le case di quella grossa borgata, una delle più ridenti dell'Italia[63].

[63] _Mém. du chev, Bayard, c. XL, p. 157. — Fr. Guicciardini, l. IX. p. 481. — P. Bembi, l. X, p, 230. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 342. — P. Giovio vita d'Alfonso d'Este, p. 36._

Malgrado le tante volte ripetute promesse, Massimiliano non giugneva mai all'armata. Dopo la perdita fatta nel precedente anno sotto Padova, più non lusingavasi di avere quella piazza, ma faceva istanza a Chaumont d'attaccare Treviso, che credeva di poter occupare con maggior facilità. Gli rispondeva il Chaumont: che quella città era egualmente difesa da una forte armata; ch'egli non vedeva ingrossarsi la sua colle promesse truppe tedesche, e senza le quali nulla poteva intraprendere; ch'era stato di già forzato a staccare il duca Alfonso d'Este e Chatillon, per difendere lo stato di Ferrara pel quale cominciava ad essere inquieto; che tutta la campagna all'intorno di Treviso era guastata, onde l'armata non vi troverebbe vittovaglie, e difficilmente vi farebbe giugnere i convogli, perchè gli Stradioti battevano la campagna, ed erano secondati con zelo da tutti i contadini. Ma mentre ancora duravano queste dispute tra Chaumont e Massimiliano, il primo ebbe dal suo signore espresso ordine di lasciare all'armata imperiale Preci con quattrocento lance e mille cinquecento fanti spagnuoli, che teneva al suo soldo, e di ricondurre con sollecitudine il resto dell'armata nel ducato di Milano, dove lo rendevano necessaria inaspettati pericoli[64].

[64] _Fr. Guicciardini l. IX, p. 482. — P. Bembi Ist. Ven., l. X, p. 231. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 342._

CAPITOLO CVII.

_Giulio II fa attaccare i Francesi a Genova, a Ferrara e nel Milanese. — Dirige l'assedio della Mirandola, ed entra in questa città per la breccia; è costretto a fuggire da Bologna; e la sua armata viene dispersa a Casalecchio._

1510 = 1511.

La maggior parte de' papi ottiene il pontificato in un'età, che d'ordinario ammorza le passioni, spegne un'ambizione di cui non rimane il tempo di raccogliere i frutti, e che fa desiderare un riposo, renduto quasi necessario dall'indebolimento degli organi. Inoltre l'educazione avuta dagli ecclesiastici d'ordinario non è tale da sviluppare una grande energia; e la religione, che forma la parte principale de' loro studj, deve loro inspirare moderazione e tolleranza, piuttosto che violenza o determinazione di tutto assoggettare alla loro volontà. Non pertanto molti papi, da Gregorio VI fino a Sisto V, manifestarono nel loro carattere un'ostinazione invincibile, un irritamento contro tutto ciò che non cedeva alla loro volontà, uno sdegno contro coloro che gli avevano offesi, sconvenienti alla loro età, alla loro educazione, al loro ministero. E spesso quest'inflessibile carattere non si manifestò in loro, che quand'ebbero ricevuta la tiara, e di uomini dolci e modesti, quali erano stati fin allora creduti, diventarono dopo il loro innalzamento implacabili vendicatori delle più leggieri offese, e crudeli persecutori degli antichi loro amici.

Questo cambiamento del loro carattere sarebbe forse una conseguenza della persuasione dell'infallibilità delle loro decisioni, comune ai papi ed a tutti i loro fedeli[65]? Tale credenza viene in ajuto di un'inclinazione di già anche troppo naturale all'uomo. Chiunque può riconoscere la superiorità d'un altro sopra di sè medesimo per conto delle facoltà dello spirito; ma siccome altra misura egli non ha del giudizio che il suo proprio giudizio, non accade mai, a suo credere, che un altro abbia il giudizio più retto di lui. Dietro il suo proprio istinto, pargli sempre di potere rettificare il giudizio degli altri; e sotto qualsiasi modesto nome ch'egli indichi in sè medesimo questa facoltà, sotto quello di senso comune o di buon senso, è sempre al suo tribunale che assoggetta tutte le umane opinioni.

[65] Anche le persone più attaccate al curialismo di Roma non accordano l'infallibilità al papa che nelle cose risguardanti il domma. _N. d. T._

Ammesso il principio che la consacrazione di un papa apporti seco tutti i doni dello Spirito Santo, viene in certo modo a santificarsi in chi la riceve quest'interno ed universale pregiudizio. Il presentimento, che fin allora non era stato da lui risguardato che come un felice istinto, sebbene creduto infallibile, è per lui diventato il linguaggio stesso della divinità. Il proprio raziocinio, cambiasi a' suoi occhi in evidenza, le sue decisioni più non vanno soggette a dubbj o ad incertezza, e coloro che ardiscono opporsi alle volontà ch'egli esprime di conformità a questa eterna sapienza da cui credesi inspirato, gli sembrano ribelli, che disprezzano ad un tempo tutte le autorità divine ed umane.

Oramai il carattere di Giulio II era dominato da questo stesso irritamento contro tutti coloro che prontamente non accorrevano ad assecondare i suoi disegni. Tutto ciò ch'egli aveva una volta determinato, parevagli talmente conforme ai dettami dell'eterna giustizia, ch'era sempre apparecchiato a punire come nemici del cielo coloro che frapponevano qualche ostacolo all'esecuzione de' suoi progetti. Le sue impetuose volontà eccedevano quasi sempre i confini che avrebbero dovuto contenere l'uomo di Dio; ma egli poteva sempre rendere testimonianza a sè medesimo, che le sue risoluzioni non erano figlie di personali interessi, e che, formandole, non aveva ascoltata che una certa elevazione, una certa grandezza d'animo ed ancora un certo dettame di giustizia a lui naturale. Ne' primi tempi del suo regno aveva cercato di ricuperare alla Chiesa il suo patrimonio scandalosamente dilapidato dai suoi predecessori. Aveva conseguito cotale intento coi piccoli feudatarj; ma i soli Veneziani avevano fatto argine ai suoi progetti, ed avevano eccitato il suo risentimento. Allora aveva creduto che la gloria della stessa Chiesa richiedesse di castigarli, e gli aveva infatti severamente castigati; ma dopo averli ridotti ad un'umile penitenza, voleva che gli altri imitassero il di lui esempio e gli perdonassero: voleva che i disastri dell'Italia terminassero ad un suo cenno, come avevano ad un suo cenno cominciato. Lo irritavano le personali viste, la cupidigia, la crudeltà de' suoi antichi alleati; e dopo di avere adoperato il braccio dei Barbari per castigare gl'Italiani, credevasi dalla propria conscienza e dal patriottismo italiano obbligato a scacciare questi stessi Barbari dall'Italia.

Ferdinando il Cattolico, che per interesse seguiva quella stessa politica che Giulio aveva adottata in conseguenza dei suoi principj, non dissentiva da lui; e Massimiliano, che per propria colpa aveva perdute le conquiste che le vittorie dei Francesi avevano poste in di lui potere, non eccitava che il suo disprezzo. Giulio altamente accusava la di lui incapacità e la di lui instabilità, e lo contava tra i suoi nemici senza temerlo. Di affatto diversa natura era il sentimento del papa verso Lodovico XII, l'odiava e lo temeva, sebbene non lo stimasse. Conosceva il debole carattere e la poca abilità di questo monarca; ma d'altra parte non ignorava quale fosse l'irresistibile valore delle armate francesi, il cieco attaccamento al loro governo, la virtù de' loro ufficiali, e l'attività con cui giugnevano al loro scopo qualunque volta i falli de' loro re non cagionavano la loro ruina. Sapeva che Lodovico XII aveva saputo farsi amare in Francia dal suo popolo, onde poteva disporre a posta sua di tutte le forze di così vasta monarchia; ch'era padrone di Milano e di Genova, e che la metà del rimanente dell'Italia cercava la sua alleanza. Conosceva dunque che per vincerlo aveva bisogno di riunire contro di lui le forze di quasi tutta l'Europa, e non osò attaccarlo che con una dissimulazione, che non pareva conveniente al suo focoso carattere.

Lodovico XII, sinceramente pio, rispettava la santa sede; inoltre era dominato dagli scrupoli di Anna, sua consorte, onde risguardava una rottura col papa come un grande disastro. Cercava però tutti i mezzi di soddisfare Giulio II rispetto agli affari di Ferrara, ch'egli credeva essere il solo oggetto di controversia tra di loro. Ma in questo stesso tempo il papa stava contro di lui preparando un triplice attacco a Ferrara, a Genova e sui laghi di Lombardia, e negoziava per unire al suo partito Ferdinando d'Arragona ed Enrico VIII d'Inghilterra. Siccome ben tosto conobbe l'impossibilità di nascondere tutte queste pratiche, fece se non altro in modo che quelle che potrebbero essere scoperte dai suoi avversarj, si attribuissero al progetto ch'egli dissimulava meno degli altri, dell'attacco di Ferrara.

Lodovico XII aveva fatte a Giulio II alcune proposizioni relativamente alla protezione da lui accordata al duca di Ferrara, le quali avrebbero dovuto piacere al pontefice, se questi non avesse portate le sue mire molto al di là degli antichi feudi della Chiesa. Vero è che il re di Francia aveva scelto per quest'affare un cattivo negoziatore, cioè Alberto Pio, conte di Carpi, il quale, avendo egli stesso motivo di temere il duca di Ferrara per la conservazione del suo piccolo feudo, fu accusato di avere pregiudicato presso la corte pontificia quello che aveva ordine di proteggere[66]. Non erano per anco rotte le negoziazioni, quando il 9 agosto del 1510 Giulio II fulminò una bolla contro Alfonso d'Este. Lo chiamava figlio d'iniquità ed allievo di perdizione; gli rimproverava la sua ingratitudine verso la santa Chiesa, la sua disubbidienza, le imposte estorte al popolo, le immunità ecclesiastiche violate, il sale che faceva in Comacchio a pregiudizio delle saline di Cervia, e in ultimo l'ambita protezione del re di Francia. A motivo di tanti delitti lo dichiarava decaduto da tutti gli onori, da tutte le dignità, da tutti i feudi dipendenti dalla santa sede, scioglieva i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà, i suoi soldati dall'ubbidienza; inoltre loro ingiungeva di prendere le armi contro di lui per darlo in mano alla giustizia di Dio, lo scomunicava, ed assoggettava alla stessa sentenza tutti i preti che avrebbero con lui comunicazione[67].

[66] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 483. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 342._

[67] _Ann. Eccl. 1510, § 15, p. 76. — P. Bembi Hist. Ven., l. X, p. 233. — Jo. Marianae de reb. Hispan., l. XXIX, c. XXIII, p. 294. — P. Giovio vita di Alfonso d'Este, p. 41. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 343._

Un mese prima di questa ostile denuncia Giulio II aveva stretta intima alleanza con Ferdinando il Cattolico: gli aveva il 7 di luglio accordata l'investitura del regno di Napoli, che fin allora non aveva voluto dargli, fissandone l'annuo tributo su quello che erano soliti pagare i re arragonesi; aveva dichiarato che annullava la clausola del trattato di Blois, in forza della quale la riversione dell'Abruzzo e della Campania veniva accordata alla corona di Francia, qualora Germana di Foix, moglie di Ferdinando, morisse senza prole: in ricompensa delle quali concessioni aveva obbligato il re d'Arragona a promettergli per difendere la Chiesa trecento uomini d'armi, che desso re farebbe marciare ad ogni richiesta del papa. Lusingavasi Giulio II che queste truppe ausiliarie farebbero l'effetto di strascinare la Spagna in una guerra colla Francia, e si compiaceva dell'animosità che risvegliava annullando di propria autorità il trattato di Blois: imperciocchè Lodovico XII non dava colpa di quest'atto arbitrario al solo papa, ma accusava pure Ferdinando d'averlo impetrato, incaricando i suoi ambasciatori di farne espressa doglianza alle Cortes d'Arragona[68].

[68] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 484. — Rayn. Ann. Eccl. 1510, § 25, p. 80. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 343. — Jo. Marianae Hist. Hisp., l. XXIX, c. 24, p. 295. — Jac. Nardi, l. V, p. 214. — P. Giovio vita d'Alfonso, p. 50._

Tutti gli andamenti del papa davano apertamente a conoscere la di lui animosità contro la Francia; di già egli risguardava i cardinali francesi come ostaggi o prigionieri alla sua corte. Il cardinale d'Auch era uscito da Roma il giorno di san Pietro per andare alla caccia con cani e reti, ed il papa, supponendo che volesse fuggire in Francia, lo fece arrestare e custodire nelle prigioni di castel sant'Angelo. Pochi giorni dopo obbligò il cardinale di Bayeux a giurare che non si allontanerebbe dalla corte di Roma, ed a riconoscere che, facendolo, perderebbe con questo solo atto la dignità cardinalizia[69].

[69] _Rayn. Ann. Eccl. 1510, § 18, 19, p. 178. — Fr. Guicciardini, l. IX, p. 484. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 343._

Ma sebbene più non fosse dubbiosa l'inimicizia del papa, Lodovico XII non sapeva prevedere il punto in cui eseguirebbe il primo attacco. Giulio non aveva mai saputo perdonargli il crudele trattamento fatto ai Genovesi in onta alla sua raccomandazione; era egli stesso originario della riviera di Genova, e la sua famiglia apparteneva al partito popolare oppresso dal re; perciò aveva accolti alla sua corte moltissimi esiliati liguri, e cercava per mezzo delle sue corrispondenze di ravvivare la speranza di tutti coloro che bramavano l'antica libertà[70]. Volendo giovarsi del loro odio, pensò di dirigere contro Genova le prime ostilità. Promise ad Ottaviano Fregoso, uno degli emigrati che stavano presso di lui, la corona ducale che avevano portata suo padre e suo zio; con tutti gli altri rifugiati lo mandò a bordo di una galera pontificia, che unì per questa spedizione ad undici galere veneziane; fece in pari tempo passare nello stato di Lucca Marc'Antonio Colonna, ch'egli aveva persuaso a lasciare il servizio de' Fiorentini; gli fece adunare cento uomini d'armi, settecento fanti e molti emigrati genovesi, dando a credere che meditasse di attaccare Ferrara; poi tutt'ad un tratto gli fece attraversare tutta la riviera di Levante per accamparsi nella valle di Bisagno, mentre la flotta, della quale niuno in Italia aveva avuto sentore, venne nel principio di luglio ad ancorarsi alla foce del fiume d'Entello affatto vicina al porto di Genova[71].

[70] _P. Bizarri Hist. Genuens., l. XVIII, p. 407._

[71] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 485. — Petri Bizarri Hist. Genuens., l. VIII, p. 427. — Ubert. Folietae Gen. Hist., l. XII, p. 707. — Jac. Nardi Hist. Flor., l. V, p. 215. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 343. — Macchiavelli Legaz. in Francia, lettera 2 da Blois, del 18 luglio 1510, t. VII, p. 326._

Ma per quanto inaspettato riuscisse quest'attacco, non ebbe i prosperi successi che si ripromettevano il papa e gli emigrati genovesi, o perchè la vista delle bandiere veneziane risvegliasse l'antica gelosia de' patriotti di Genova, o perchè sembrasse ai cittadini in quel punto troppo grande la potenza francese per poterne trionfare. Le città di Sarzana e della Spezia, attraversate dall'armata di terra, e quelle di Sestri, Chiavari e Rapallo, occupate dalla flotta, cedettero alla forza senza dar segno di entusiasmo per coloro che si vantavano loro liberatori. Il figlio di Gian Luigi del Fiesco ed il nipote del cardinale di Finale, avevano ambidue condotti in Genova sette in ottocento fanti per difendere il governo francese ed impedire ogni movimento; nello stesso tempo il signor Prejan entrò in porto con sei galere provenzali, senza che Ottaviano Fregoso o Grillo Contarini, che comandavano la flotta veneziana, potessero trattenerlo. Questi due capi della spedizione perdettero allora ogni speranza di buon successo; Marc'Antonio Colonna s'imbarcò a Rapallo con circa sessanta cavalieri, ma gli altri vollero ritirarsi coll'infanteria per la strada di terra, e furono in cammino spogliati dai contadini irritati pei loro rubamenti. La flotta, ritirandosi, venne inseguita dalla flotta francese fino a Monte Argentaro sulle coste della Sardegna, e rientrò senz'essersi battuta in Cività Vecchia[72].

[72] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 486. — P. Bizarri Hist. Gen., l. XVIII, p. 428. — P. Giovio vita d'Alfonso, p. 57. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 343. — Macchiavelli Legaz. alla corte di Francia, lettera 6, da Blois del 26 di luglio 1510, t. VII, p. 339._

Intanto una più grossa armata pontificia, sotto gli ordini del nipote del papa, Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino, avanzavasi per attaccare il duca di Ferrara, e togliergli la piccola provincia della Romagna Ferrarese cedutagli da Alessandro VI. Entrò senza incontrare opposizione in Lugo ed in Bagnocavallo; ma mentre stringeva d'assedio la fortezza di Lugo ebbe notizia che si avvicinava il duca Alfonso, e fuggì disordinatamente abbandonando parte della sua artiglieria. Vero è che si riunì di nuovo ad Imola, e riprese subito l'offensiva; e mentre tutta a sè richiamava l'attenzione del duca di Ferrara, Gherardo e Francesco Maria Rangoni, gentiluomini di Modena, aprirono le porte di quella città al cardinale di Pavia, che si era avanzato da Bologna a Castelfranco. Probabilmente sarebbe stato occupato nella stessa maniera anche Reggio, ed invasa la metà degli stati della casa d'Este, se il signore di Chaumont non si fosse affrettato a mandarvi dugento lance[73].

[73] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 486. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 344. — P. Giovio vita di Alfonso d'Este, p. 44. — Jac. Nardi, l. V, p. 216._ — La notizia dell'occupazione di Modena giunse a Blois il 26 di agosto. _Macchiavelli Legaz., t. VII, p. 368._

Ma Giulio II aveva apparecchiato un terzo attacco, sul quale fondava più che negli altri le sue speranze. Una dieta adunata a Lucerna, offesa dal costante rifiuto di Lodovico XII di accrescere le pensioni dei cantoni, e strascinata dall'attività e dall'animosità di Matteo Schiner, vescovo di Sion, aveva risoluto di attaccare i Francesi in Lombardia. Il Chaumont per difendersi contro di loro aveva posti cinquecento uomini d'armi ad Ivrea; aveva dal debole Carlo III, duca di Savoja, ottenuta la promessa di non lasciar passare gli Svizzeri per la valle d'Aosta; finalmente aveva fatte ritirare tutte le barche dei laghi che sono alle falde delle montagne, rompere tutti i ponti, riporre tutte le vittovaglie nelle terre murate, e distruggere tutti i mulini[74].

[74] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 487. — Hist. généalog. de la maison de Savoie, par Guichenon, t. II, p. 196._

Per lungo tempo gli Svizzeri avevano formata la sola buona fanteria delle armate francesi; onde inspiravano grandissimo terrore agli uomini d'armi, accostumati ad averli per loro appoggio. Ma gli Svizzeri medesimi non avevano meno bisogno per poter tenere la campagna degli uomini d'armi cui erano stati sempre associati, e contro i quali portavano adesso le armi. Gli Svizzeri avevano de' buoni contestabili di reggimento, ma non uno sperimentato generale; onde avevano posto alla testa di quest'impresa il vescovo di Sion[75]: mancavano di ponti, di battelli e d'artiglieria, e poca era la loro cavalleria. Quando passarono il san Gottardo, in principio di settembre, con un corpo di sei mila uomini, non avevano che quattrocento cavalli, metà carabinieri. Due mila cinquecento de' loro fanti erano armati di fucile, cinquanta di lunghi archibugi, gli altri di picche o di alabarde[76].

[75] Senza provvedimento di ponti o di navi dice _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 487_; lo che farebbe supporre che anche prima dell'invenzione degli attuali pontoni le armate seco trasportassero piccole barche per formare i ponti.

[76] _Jac. Nardi, l. V, p. 216. — Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXIX, c. XXIII, p. 295._

Gli Svizzeri, essendo usciti dal loro territorio per la strada di Bellinzona, s'impadronirono del ponte della Trezza, mal difeso contro di loro da seicento fanti francesi; poi fecero alto a Varese, aspettandovi un altro corpo di quattro mila uomini, che non si fece lungamente aspettare. Chaumont, che li teneva di vista con cinquecento lance e quattro mila pedoni, aveva determinato di non attaccarli, ma di andarli stancheggiando con piccole scaramucce e con continui movimenti. Mancando loro bentosto i viveri che avevano trovato a Varese, piegarono a sinistra verso Castiglione attraverso di un paese disuguale, marciando a grossi distaccamenti con ottanta o cento uomini di fronte, e coi fucilieri in coda. Si avanzarono con tale ordinanza senza mai lasciarsi avviluppare dalla cavalleria, che s'aggirava sui loro fianchi, bastando loro il far uscire dalla linea cento o cento cinquanta soldati per respingere la cavalleria, indi riprendere il loro luogo.