Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)
Part 3
In principio del seguente anno 1510, i Veneziani perdettero il supremo comandante delle loro armate, che tanto si confaceva col suo pacato e cauto carattere alla prudenza del senato, sebbene a motivo della sua lentezza e diffidenza potesse forse accagionarsi della disfatta di Vailate. Niccolò Orsini, conte di Pitigliano, sfinito dalle fatiche sostenute nella difesa di Padova, si era fatto portare a Lonigo, nel territorio di Vicenza, ove morì di lenta febbre in sul finire di febbrajo in età di sessantott'anni. La signoria fece trasferire il suo cadavere a Venezia, e gl'innalzò un magnifico mausoleo con statua equestre nella Chiesa de' santi Giovanni e Paolo[39].
[39] _Ivi. — P. Bembi, l. X, p. 216._
Frattanto i Veneziani avevano acconsentito a tutto quanto loro chiedeva il papa: avevano rinunciato all'appello al concilio generale; promesso di non frapporre ne' loro stati ostacoli alla giurisdizione ecclesiastica; rinunciato al diritto di nominare un visdomino in Ferrara, e per ultimo dato licenza a tutti i sudditi della Chiesa di navigare e di commerciare liberamente nel mare Adriatico[40]. Avevano mandata a Roma un'ambasciata composta di sei de' più riputati cittadini della repubblica, ed il pontefice loro accordò il 24 febbrajo del 1510, seconda domenica di quaresima, l'assoluzione dalle censure, senza imporre ai loro ambasciatori altra penitenza che quella di visitare le sette basiliche di Roma; levò inoltre dal ceremoniale d'assoluzione i colpi di bacchetta, che il papa ed i cardinali in tempo della recita del _Miserere_ dovevano dare agli scomunicati, colpi che in alcune fresche circostanze eransi scambiati in dura flagellazione sulle spalle de' penitenti spogliati di tutte le loro vesti[41].
[40] Il trattato di pace presso _Rayn. Ann. Eccl 1510, § 2-6, p. 73. — P. Bembi, l. IX, p. 213. — Jac. Nardi, l. V, p. 213._
[41] Giornale di Paride de' Grassi, maestro delle cerimonie del papa, presso il _Rayn. An. Eccl. 1510, § 7-10, p. 74. — Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 467. — P. Bembi, l. X, p. 218. — P. Giovio vita di Alfonso, p. 32._
Gli ambasciatori di Massimiliano e di Lodovico XII eransi caldamente adoperati per impedire questa riconciliazione de' Veneziani colla Chiesa; ma Giulio II non si lasciava facilmente svolgere dalle sue risoluzioni; egli aveva concepito un sommo disprezzo per Massimiliano, che giudicava incapace di mai eseguire ciò che aveva premeditato; invece Lodovico XII gli si era renduto estremamente sospetto; il papa non temeva meno il di lui potere che la di lui debolezza, e condiscendenza a tutte le volontà del cardinale d'Amboise, ch'egli risguardava sempre come apparecchiato a contrastargli il pontificato. Perciò Giulio II si adoperava caldamente per distruggere la grande autorità che Lodovico XII erasi nell'ultima guerra acquistata in Italia: e cercava nello stesso tempo di fargli muovere guerra dall'Inghilterra, di disgustarlo cogli Svizzeri e di staccarlo dal duca di Ferrara.
Enrico VII, re d'Inghilterra, era morto il 21 aprile del 1509; e sebbene, morendo, avesse caldamente raccomandato a suo figliuolo, Enrico VIII, di tenersi in pace colla Francia, questi, potendo disporre di un ragguardevole tesoro, e vedendo ricercarsi avidamente la sua alleanza da tutte le potenze d'Europa, era montato in tanto orgoglio, che credeva di avere in suo potere la bilancia del continente. Nelle feste di Pasqua del 1510, Giulio II gli mandò la rosa d'oro, regalo in allora spedito ogni anno dalla santa sede a quel sovrano di cui maggiormente apprezzava la protezione[42]. Non pertanto, nell'istante medesimo in cui Giulio II gli faceva queste aperture per ridurlo ad attaccare la Francia, Enrico VIII soscriveva in Londra il 23 marzo del 1510 un nuovo trattato di pace con Lodovico XII, non riservandosi che il diritto di potere difendere la Chiesa quando fosse dal re di Francia attaccata[43].
[42] _Rymer Foedera et Conventiones, t. XIII, p. 275._
[43] _Ivi, p. 270. — P. Bembi, l. X, p. 221._
Miglior fine ebbero le pratiche di Giulio II cogli Svizzeri. Orgogliosi costoro per tutte le vittorie ottenute in Italia da Carlo VIII e da Lodovico XII, volevano che tutta la gloria ne fosse data alla loro fanteria; si persuadevano che le armate francesi non potessero combattere senza di loro, e pretendevano un prezzo assai maggiore alla loro alleanza. Perciò ricusavano di rinnovare il trattato, omai giunto al suo termine, quando la Francia non acconsentisse di accrescere di sessanta mila franchi l'annua pensione che loro pagava, oltre molti altri particolari stipendj agli uomini più autorevoli di ogni cantone. Lodovico XII, irritato da tale inchiesta, dichiarò che in verun modo non assoggetterebbe la corona di Francia all'insolenza di un'aggregazione di contadini e di montanari. Fece una parziale convenzione coi Valesani e coi Grigioni, e pensò di non aver bisogno de' soccorsi de' cantoni. Dall'altro canto Giulio II si era guadagnato Matteo Schiner, che nel 1500 era stato promosso al vescovado di Sion, e che sempre erasi fatto conoscere accanito nemico de' Francesi. Colla di lui interposizione trattò colla confederazione: promise ad ogni cantone una pensione di mille fiorini del Reno; li persuase ad accettare la protezione degli stati della chiesa, facendosi accordare il privilegio di levare nella Svizzera, e per conto della santa sede, tutti i soldati di cui potesse avere bisogno[44].
[44] _Fr. Guicciardini l. IX, p. 469. — Josias Symler descriptio Vallesiae et Alpium, l. II, p. 159. — Jac. Nardi, l. V, p. 215. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 335._
Giulio II erasi lusingato di essersi obbligato senza limiti il duca di Ferrara, facendogli restituire la città di Comacchio, e non lasciando che i Veneziani lo attaccassero durante l'inverno. Era questi il solo feudatario della Chiesa cui avesse mostrato de' riguardi, e perciò se ne riprometteva un'illimitata ubbidienza: ma estrema fu la di lui collera, quando vide il duca di Ferrara stringere sempreppiù i legami che aveva colla Francia, e rendere la sua politica subbordinata a quella di Lodovico XII. Siccome il papa era tuttavia in pace con questo monarca, e non si dipartiva dal trattato di Cambray, non poteva ascrivere a delitto ad Alfonso un'alleanza, che a niente l'obbligava che contrario fosse ai suoi doveri verso la santa sede. Andò perciò in traccia di altri torti: gli fece proibire di far sale a Comacchio in pregiudizio delle saline pontificie stabilite a Cervia. Rispose Alfonso, che quando i Veneziani possedevano Cervia, lo avevano per forza obbligato ad una convenzione, che gli vietava di raccogliere il sale che la natura formava sul di lui territorio; ma che non era stretto dalla stessa obbligazione verso la Chiesa, e che Comacchio, ove raccoglieva il sale, non era altrimenti un feudo della santa sede, ma dell'impero. Voleva Giulio II annullare nuovamente il contratto dotale fatto da Alessandro VI pel matrimonio di sua figlia; chiedeva che l'annuo censo pagato da Ferrara fosse portato dai cento fiorini ai quattro mila, e che i varj castelli di Romagna, recati da Lucrezia Borgia in dote ad Alfonso, fossero renduti alla Chiesa. Rispondeva il duca che il suo trattato con Alessandro VI era della stessa natura di tutti quelli che stipulava la Chiesa; ch'era stato sanzionato colle medesime autorità, e che, non avendolo egli violato, non era giusto che l'altra parte contraente si sciogliesse dalle sue obbligazioni[45].
[45] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 470. — Raynaldi, Ann. Eccl. 1510, § 13, p. 75._
Lodovico XII prendeva le difese del duca di Ferrara, in virtù del trattato con cui erasi obbligato a proteggerlo pel prezzo di trenta mila ducati. Ma questo stesso trattato era un nuovo delitto agli occhi del papa, perchè contrario alla lega di Cambray ed alla posteriore convenzione di Abbiate Grasso. Lodovico XII, che temeva di romperla affatto coll'impetuoso pontefice, cercava invano espedienti per conservare la sua influenza sul ducato di Ferrara, risguardato come importantissimo alla sicurezza del Milanese, e per soddisfare Giulio II riconciliandolo con Alfonso[46].
[46] _Fr. Guicciardini, l. IX, p, 472. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 338._
Non avendo avuto effetto queste negoziazioni, Lodovico XII giudicò conveniente di stringere più intimamente la sua alleanza con Massimiliano, e di ricominciare la guerra contro Venezia con forze abbastanza considerabili da intimidire il papa, e troncare tutte le di lui pratiche. Chaumont entrò nel Polesine di Rovigo con mille cinquecento lance, e dieci mila fanti di diverse nazioni. A questi aggiunse Alfonso dugento uomini d'armi, cinquecento cavaleggieri, e due mila fanti; dal canto suo il principe d'Anhalt trasse fuori da Verona l'armata imperiale, composta di trecento lance francesi, di dugento uomini d'armi, e di tre mila fanti tedeschi; e dopo essersi unito a Chaumont tutta l'armata si avanzò alla volta di Vicenza[47].
[47] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 471. — P. Bembi Hist. Ven., l. X, p. 228._
Per fare testa a quest'invasione, i Veneziani erano impazienti di dare un successore al conte di Pitigliano. I diversi condottieri che si erano separatamente obbligati al loro servigio, non erano subbordinati gli uni agli altri, e tale era la vicendevole gelosia, che, dando la preferenza ad alcuno di loro, il senato temeva di dare motivo a tutti gli altri di ritirarsi. D'uopo era, per soddisfare al loro amor proprio, che il generalissimo fosse principe sovrano. Questa difficoltà consigliò la signoria a dare il comando delle sue truppe a Francesco Gonzaga, duca di Mantova, ch'ella teneva allora in prigione. Il doge lo fece venire in palazzo e gli comunicò quest'inaspettata disposizione, che fu ricevuta colla più alta riconoscenza. Il doge si limitò soltanto a chiedergli un pegno della sua più che dubbiosa fedeltà; Gonzaga offrì tosto in ostaggio suo figlio Federico, e scrisse subito alla consorte di consegnarlo ai Veneziani. Ma la Marchesana ed il suo consiglio erano affatto devoti alla Francia, e, non volendo esporsi al risentimento de' Francesi e de' Tedeschi, che da ogni banda circondavano lo stato di Mantova, ricusarono di consegnare il figlio, e Francesco Gonzaga restò prigioniere[48].
[48] _P. Bembi Ist. Ven., l. X, p. 223._
In allora i Veneziani cercarono un generale tra i feudatarj della Chiesa, a ciò il papa acconsentendo. Avevano essi assoldati due Vitelli di città di Castello, nipoti di quel Vitellozzo, che Cesare Borgia aveva fatto perire: a Lorenzo Orsini, signore di Ceri, che ottenne poi tanta celebrità sotto il nome di Lorenzo di Ceri, avevano dato il comando di tutta la loro infanteria; ed all'ultimo risolsero di dare il bastone di generalissimo a Gian Paolo Baglioni di Perugia, che, per le sue aderenze colla repubblica fiorentina, aveva dato luogo a molti dubbj intorno alla sua fedeltà, e che non pertanto si mostrò degno della confidenza in lui dal senato riposta[49]. L'armata, che la repubblica gli affidava, era in allora composta di seicento uomini d'armi, di quattro mila cavaleggieri e Stradioti, e di otto mila fanti; e non trovandosi abbastanza forte per resistere all'armata combinata de' Francesi e degl'imperiali, si andò sempre ritirando, abbandonando il Vicentino ai nemici fino alla Brentella, ove si afforzò. Era in tal luogo coperta da tre fiumi, dalla Brenta, dalla Brentella e dal Bacchiglione, mentre che faceva custodire Treviso e Mestre da sufficienti guarnigioni[50].
[49] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 469. — P. Bembi, l. X, p. 227._
[50] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 473. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 339._
Gli sventurati Vicentini trovavansi esposti a tutta la ferocia de' loro nemici. I Veneziani non avevano creduta la loro città in istato di tenere lungamente, ove fosse assediata, e non vollero esporsi a perdere la guarnigione che avrebbe dovuto difenderla. I Vicentini spedirono una deputazione al principe d'Anhalt, generale di Massimiliano, per impetrare grazia. Ma il principe, che stava in Vicenza quando si era sollevata la città, rispose che i Vicentini erano colpevoli di ribellione contro il loro legittimo sovrano l'imperatore; che altro partito loro non restava che quello di porre a sua discrezione i loro beni, l'onore e la vita, senza lusingarsi ch'egli chiedesse così assoluta sommissione soltanto per dare maggiore risalto alla sua magnanimità, loro perdonando; che anzi dichiarava di volerli a sua discrezione, perchè Vicenza fosse al mondo miserando esempio del castigo che merita la ribellione[51].
[51] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 474. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 339._
I deputati Vicentini non riportarono ai loro compatriotti che questa desolante risposta; ma l'insolente barbarie dei Tedeschi contribuì ad ingannare la loro cupidigia. Fin dal principio della guerra i Vicentini avevano dovuto affaticarsi sempre nel salvare le loro ricchezze dal saccheggio. Non essendo la città loro lontana più di diciotto miglia da Padova, aveva colà poste in sicuro le loro donne, i figli, ed i migliori effetti. Il corso del Bacchiglione aveva facilitato il trasporto delle cose loro: onde quando si avvicinarono i Tedeschi, gli uomini seco trasportarono anche gli oggetti di minore importanza che tuttavia restavano in Vicenza; e questa città, abbandonata dal principe d'Anhalt al saccheggio, non satollò in verun modo la cupidigia dei suoi soldati[52].
[52] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 477._ — Sembra che in allora, dietro i consigli di Chaumont, siasi accontentato di una contribuzione di 50,000 ducati per salvare le case. _P. Bembi, l. X, p. 225. — Gio. Cambi, p. 238._
Parte de' Vicentini e degli abitanti delle vicine campagne avevano scelto un altro luogo di rifugio. Ne' monti, alle di cui falde è posta Vicenza, trovasi un vasto sotterraneo, chiamato la grotta di Masano o di Longara, scavata dalla mano degli uomini per levarne le pietre che servirono a fabbricare Vicenza e Padova. Assicurasi che si stende a molta profondità, formando un labirinto, i di cui scompartimenti non comunicano gli uni cogli altri che per mezzo di angusti passaggi, e che talvolta sono pure occupati dalle acque.
Non avendo questo sotterraneo che un angusto ingresso, può facilmente essere difeso, e nella precedente campagna aveva servito di rifugio agli abitanti del vicinato. Vi si erano ritirati coi loro effetti sei mila sventurati; le donne ed i fanciulli occupavano il fondo della grotta, gli uomini ne custodivano l'ingresso. Un capitano di avventurieri francese, chiamato l'Herisson, scoprì questo ritiro, ed invano cercò di penetrarvi colla sua truppa; vietandoglielo l'oscurità e gli andirivieni del luogo; ma risolse di soffocarvi tutti coloro che vi si trovavano, e perciò riempì di fascine la parte che aveva occupata, e vi appiccò il fuoco. Alcuni gentiluomini Vicentini, che trovavansi tra i rifugiati, supplicarono allora i Francesi, che fosse loro permesso di redimere con una taglia sè stessi, le loro mogli e figli, e tutti coloro che appartenevano a nobil sangue. Ma i contadini, loro compagni d'infortunio, gridarono che tutti dovevano assieme perire o salvarsi. Frattanto tutta la caverna ardeva, e la sua bocca rassomigliava quella di una fornace. Gli avventurieri aspettarono che il fuoco avesse terminati i suoi guasti, prima di visitare il sotterraneo e di estrarne la preda acquistata con tanta crudeltà. Tutti i miseri rifugiati erano periti soffocati, ad eccezione di un giovinetto, che, trovandosi vicino ad uno spiraglio, riceveva un poco d'aria. Verun corpo era stato danneggiato dal fuoco, ma la sola loro attitudine faceva conoscere le angosce che sofferte avevano prima di morire. Molte donne gravide avevano partorito fra que' tormenti, ed i loro figliuoli erano morti colle madri. Quando gli avventurieri portarono la loro preda al campo, e raccontarono come l'avevano conquistata, eccitarono l'universale indignazione: il cavaliere Bajardo recossi alla caverna col carnefice dell'armata, e fece appiccare in sua presenza, in mezzo a questa scena d'orrore, due di que' miserabili che avevano acceso il fuoco. Ma nè pure questo castigo potè presso gl'Italiani cancellare la memoria di tanta inumanità[53].
[53] _Mémoires du chev. Bayard, c. XL, p. 152. — Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 55. — Fr. Guicciardini, l. IX, p. 477. — P. Bembi, l. X, p. 225. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 340. — Gio. Cambi, Ist. Fior., p. 239._
Altronde la negligenza di Massimiliano nel mandare il soldo alle sue truppe esponeva le città, in cui queste soggiornavano, alle più crudeli vessazioni: la sola Verona, dice il Fleuranges, ch'era presente, fu saccheggiata tre volte in una settimana dai Landsknecht, che non avevano nè viveri, nè denaro[54]. Massimiliano sempre loro annunciava l'imminente suo arrivo, ma omai cominciavasi a non prestar fede alle sue parole, o alle sue promesse, ed i soldati Tedeschi, impazienti di aspettare inutilmente, partivano senza congedo.
[54] _Mémoires de Fleuranges, t. XVI, p. 63._
Il Chaumont, gran maestro di Francia e governatore di Milano, era oramai stanco di continuar solo una guerra, i di cui frutti non erano raccolti dal suo padrone. Prima per altro di ritirarsi, trovò conveniente di porre in sicuro le precedenti sue conquiste, impadronendosi della città e del porto di Legnago, che, posto in su le due rive dell'Adige, dava ai Veneziani grandissima facilità di portare la guerra su quello de' vicini stati che meglio amassero di attaccare.
La guarnigione di Porto Legnago aveva avuta la precauzione d'inondare tutto all'intorno il paese posto sulla sinistra dell'Adige; ma il capitano Molard, entrando co' suoi avventurieri, che formavano la vanguardia di Chaumont, nell'acqua fino al petto, sloggiò la fanteria italiana, la pose in fuga, e la inseguì con tanta rapidità, ch'entrò insieme alla medesima in Porto Legnago. Tentarono i fuggiaschi di attraversare l'Adige, ma vi si annegarono quasi tutti. La guarnigione della città, posta sulla destra del fiume, non tenne miglior contegno. Carlo Marino, provveditore veneziano, fu il primo ad abbandonare vilmente il suo posto, per salvarsi nella cittadella, ch'egli rese bentosto per capitolazione, restando così prigioniere de' Francesi con tutti i gentiluomini veneziani, mentre i soldati furono rimandati senz'armi[55].
[55] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 479. — P. Bembi, l. X, p. 226. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 340. — Jac. Nardi, l. V, p. 214. — P. Giovio vita di Alfonso, p. 35. — Mémoires du cheval. Bayard, c. XL, p. 149._
Il piacere che poteva dare a Chaumont la conquista di Legnago, venne amareggiato dalla notizia, che colà ricevette della morte di suo zio, il cardinale d'Amboise, al di cui favore andava egli debitore della sua rapida fortuna. Giorgio d'Amboise, che aveva esercitato il più assoluto impero sul suo padrone, e che, dopo la coronazione di Lodovico XII, aveva solo diretta la politica francese, era morto a Lione il 25 di maggio del 1510. Sebbene i suoi talenti non si sollevassero oltre la mediocrità, la di lui perdita fu universalmente compianta: egli, se non altro, intendeva gli affari, e conosceva le potenze con cui la Francia doveva trattare, ed i varj loro interessi; invece Lodovico XII, il quale, dopo la morte del suo favorito, pretese di governare da sè solo, non aveva nè conoscenza degli uomini e delle cose, nè memoria, nè applicazione. Diventato geloso della propria autorità, più non permise che i ministri operassero in di lui nome, senza consultarlo; e non osando questi ricordargli ciò che poteva riuscirgli spiacevole, la negligenza e la dimenticanza facevano andare a male i migliori progetti. Florimondo Robertet che successe al cardinale nella direzione delle finanze e degli affari esteri, non dissimulò egli stesso a Niccolò Macchiavelli, che in allora trovavasi legato della repubblica fiorentina in Francia, il danno grandissimo che la morte del suo predecessore cagionerebbe agli affari[56].
[56] _Macchiavelli Legaz. alla corte di Francia, lettera 16 da Blois del 2 settembre 1510, t. VII, p. 380. — Mém. de Bayard c. XL, p. 151._
Al cardinale d'Amboise devono ascriversi quel buon ordine nelle finanze e que' riguardi pei popoli nella percezione delle imposte, che rendettero cara la memoria di Lodovico XII, malgrado la debolezza del suo spirito, e le sciagure del suo regno. Ma questo ministro economo e ordinato non era altrimenti disinteressato. Lasciò un'eredità di undici milioni di lire, equivalenti a cinquantacinque milioni della moneta presente, acquistati in dodici anni d'un'amministrazione di cui non rendeva verun conto. Col suo testamento dispose per trecento mila scudi in legati; Giulio II pretese che tali somme derivassero dai beni della Chiesa, de' quali il cardinale d'Amboise non aveva diritto di disporre, e li riclamò per la camera apostolica. Questa bizzarra inchiesta non fece che accrescere la malintelligenza tra la Chiesa e la Francia[57].
[57] _Hist. de la Diplomatie française, t. I, l. II, p. 293. — Fr. Guicciardini, l. IX, p. 479. — P. Bembi Ist. Ven., l. X, p. 226._
Stando ancora a Legnago il Chaumont ricevette l'ordine di licenziare la fanteria de' Grigioni e del Valese che teneva sotto i suoi ordini; di lasciare cento lance e mille fanti nella terra di nuovo conquistata, e di ricondurre il rimanente dell'armata nello stato di Milano: per altro pochi giorni dopo ebbe un contr'ordine ottenuto dalle pressanti istanze di Massimiliano. Il re gli ordinava di continuare ad assecondare i Tedeschi per tutto il mese di giugno, ed infatti in sul declinare di questo mese prese Cittadella, Marostica e Bassano, indi Scala e Covolo[58]. Ma Lodovico XII era ad ogni modo determinato di non voler tenere in campagna un'armata tanto ragguardevole senza proprio vantaggio, e sperava, minacciando ogni giorno di richiamare il Chaumont, di ridurre all'ultimo Massimiliano a cedergli Verona e la sua provincia. Per lo contrario l'imperatore credevasi sempre vicino all'esecuzione de' suoi progetti, e mai non rinunciava alle sue speranze, sebbene fosse sempre incapace di ridurle ad effetto. Chiese un secondo dilazionamento di un mese, promise che nel termine di un anno rimborserebbe i cinquanta mila ducati, che in questo mese costerebbe al re l'armata di Chaumont; che inoltre rimborserebbe altri cinquantamila ducati, di cui era precedentemente debitore, e che, non facendolo, lascerebbe Verona e tutto il suo territorio per pegno nelle mani del re di Francia[59].
[58] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 479. — P. Bembi, l. X, p. 229._
[59] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 480. — Jac. Nardi, l. V, p. 214. — Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXIX, c. XXIII, p. 294._
Massimiliano aveva trattato con Ferdinando il Cattolico per avere la sua cooperazione in questa campagna, nella quale riponeva le sue vaste speranze; gli aveva a tale oggetto abbandonata senza riserva l'amministrazione della Castiglia, eredità del comune loro nipote, ed il cardinale d'Amboise era stato il mediatore di questo trattato così poco conforme agl'interessi della Francia. Per ottenere che Massimiliano desistesse dalla tutela di Carlo, Ferdinando aveva promesso tutto quanto gli si era chiesto, con ferma intenzione di fare in appresso nascere ostacoli all'esecuzione delle promesse. Erasi riservata l'alternativa di spedire all'armata imperiale nel Veronese o truppe o danaro; e perchè Massimiliano, sempre mancante di danaro, desiderò piuttosto danaro che gente, appunto per tale ragione Ferdinando mandò i soccorsi in natura. Il duca di Termini si pose in viaggio con quattrocento lance spagnuole per raggiugnere l'armata; ma si avanzò così lentamente, che non arrivò al quartier generale prima della fine di giugno[60].
[60] _Fr. Guicciardini, l. IX, p. 480. — P. Bembi, l. X, p. 229. — Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXIX, c. XXIII, p, 294. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 337. — Mém. de Bayard, t. XV, c. XL, p. 151._