Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)

Part 28

Chapter 283,397 wordsPublic domain

Quando il Lautrec, ch'era a Parigi, ebbe avviso della pubblicazione della lega del papa e dell'imperatore, non tardò ad annunciare al re che il Milanese era perduto se non si affrettava a mandarvi quattrocento mila scudi, onde assoldare una fanteria svizzera che bastasse a difenderlo. Lodovico XII aveva trattato il Milanese come un antico stato ereditario, cui era affezionato; ma Francesco I non lo avea considerato che come una ricca provincia che poteva pagare più delle altre. Gli abitanti erano ad un tempo oppressi da ruinose contribuzioni, da continui alloggi di soldati, dall'insolenza e dai capricci de' comandanti, dalla crudeltà de' tribunali, che punivano con atroci supplicj i malcontenti e le persone sospette. «Riputavasi, dice il signor Martino di Bellay, il numero di coloro che il signore di Lautrec aveva sbanditi da Milano, non minore di quello de' rimasti; e dicevasi che la maggior parte di costoro erano stati esiliati per leggieri motivi, o per usurparne le sostanze; lo che ci procurava molti nemici, i quali in appresso si adoperarono per iscacciarci da Milano, onde riavere i loro beni. Prima che il detto maresciallo di Foix venisse luogotenente del re nel ducato di Milano, essendo, come detto abbiamo, tornato in Francia il signore di Lautrec, rimase in questo frattempo luogotenente del re nel detto ducato il signore di Telignì, siniscalco di Rouergue, il quale colla sua saviezza e gentili maniere aveva guadagnato il cuore de' Milanesi, onde il paese era affatto tranquillo; ma essendo tornato il signore di Lescuns, e partitone il siniscalco, le cose cambiarono aspetto, e così l'opinione degli abitanti[539].»

[539] _Mém. de Martin du Bellay, l. II, p. 159._

Parve che Francesco I sentisse tutta l'estensione del pericolo rappresentatogli dal Lautrec, in un paese attaccato da una potente armata, circondato di nemici da ogni banda, e desideroso di rivoluzione. Il dissipamento della sua corte, e lo sfrenato gusto del monarca per i piaceri, avevano di già estremamente disordinate le finanze, di modo che, malgrado molte vaghe promesse, un generale poteva temere di non ricevere a tempo i sussidj che gli venivano promessi; ma il signore di Semblancey, soprintendente delle finanze, si obbligò per espresso ordine del re a far trovare a Lautrec quattrocento mila scudi in Milano lo stesso giorno in cui egli vi arriverebbe. Lautrec partì, e giunto a Milano non trovò il danaro; onde per fare un primo pagamento agli Svizzeri, che cominciavano a ragunarsi sotto le sue bandiere, obbligò tutti i ricchi particolari di Lombardia con minacce e con intollerabile rigore a mandargli tutto il denaro che loro riuscirebbe d'avere anche a credito[540].

[540] _Galeat. Capella, l. I, f. 7. — Jac. Nardi, l. VI, p. 288. — Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 188. — Fr. Belcarii, l. XVI, p. 496._

Grandissima era l'esperienza di Prospero Colonna nelle cose della guerra, ma la sua tattica era lenta e timida, e la grave età sua lo rendeva ancora più lento e diffidente. Prima d'entrare nel paese nemico volle aspettare i sei mila fanti tedeschi che Ferdinando, fratello dell'imperatore, aveva adunati nella Carinzia, ed i tre mila Svizzeri assoldati dal papa. I Veneziani non poterono chiudere il passaggio a queste truppe, ed il Colonna, poichè le ebbe ricevute nel suo campo, e dopo d'avere perduti tredici giorni sulle rive della Lenza, venne finalmente ad aprire le sue batterie contro Parma, dalla banda de' sobborghi di Codiponte, sulla sinistra del fiume[541].

[541] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 189. — P. Paruta, l. IV, p. 282. — Gal. Capella, l. I, f. 8. — Mém. de du Bellay, l. II, p. 175. — Fr. Belcarii, l. XVI, p. 493. — P. Jovii Vita Piscarii, l. II, p. 300._

Il Lautrec aveva affidata la difesa di Parma a suo fratello, il signore di Lescuns; gli aveva promesso d'accorrere bentosto in suo soccorso; ed aveva inoltre fatto sapere ai Veneziani che potenti rinforzi valicavano allora le montagne per raggiugnerlo: per altro le sue truppe si andavano assai lentamente ragunando, e non giugneva mai il danaro che gli era stato così solennemente promesso. Aveva con sè cinquecento lance, sette mila Svizzeri e quattro mila fanti francesi sotto gli ordini del signore di Saint-Valier: l'armata veneziana, comandata da Teodoro Trivulzio e dal provveditore Andrea Gritti, era, dietro sua dimanda, venuta a raggiugnerlo nel Cremonese con quattrocento lance e quattro mila fanti; ma finchè non arrivavano altri sei mila Svizzeri, che tuttavia aspettava, il Lautrec non voleva porsi in luogo ove potesse venire obbligato a combattere[542].

[542] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 192. — Gal. Capella de bello Mediol., l. I, f. 9. — P. Paruta Ist. Ven., l. IV, p. 283. — P. Jovii Vita Alfonsi Piscarii, l. II, p. 301. — Ejusd. Vita Leon X, l. IV, f. 97._

La città di Parma viene divisa dal fiume che porta lo stesso nome, che lascia a sinistra, dalla banda di Piacenza, un quartiere, detto Codiponte, la metà meno considerabile di quello che ha dalla banda destra. L'un quartiere e l'altro era fortificato verso il letto del fiume, che, spesso non avendo che un rigagnolo d'acqua in mezzo ad un largo piano coperto di ghiaja, avrebbe senza di ciò lasciato un libero ingresso al nemico fin nel centro della città. Soltanto il 29 agosto Prospero Colonna aveva attaccato il sobborgo o quartiere di Codiponte, ed in due giorni le sue batterie avevano fatto nelle mura una breccia abbastanza larga perchè il signore di Lescuns conoscesse l'impossibilità di più lunga difesa. Nella notte del 1 al 2 di settembre Lescuns ritirò tutte le sue truppe sulla riva destra; onde gli abitanti, abbandonati a loro medesimi, s'affrettarono di aprire le porte all'armata di Prospero Colonna, esprimendo la loro gioja di poter tornare sotto l'autorità pontificia: ma questa gioja fu di breve durata, perciocchè i soldati, senza farsi caso delle loro buone disposizioni, li saccheggiarono con estrema crudeltà[543].

[543] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 194. — Gal. Capella, l. I, f. 9. — P. Jovii Vita Piscarii, l. II, p. 301. — P. Paruta, l. IV, p. 284. — Mém. de du Bellay, l. II, p. 177._

La stessa notte successiva a tale avvenimento Prospero Colonna ebbe avviso che il duca di Ferrara, per mostrarsi fedele all'alleanza della Francia, aveva attaccato Finale e san Felice con cento uomini d'armi, dugento cavaleggieri e due mila fanti, e che Lautrec era giunto fino al Taro. Trovò pericoloso il continuare l'assedio di Parma con due armate nemiche così vicine; e sebbene il marchese di Mantova, per non macchiare i suoi primi fatti d'armi con un atto di debolezza, rimostrasse come il Lautrec ed il duca di Ferrara erano fuori di stato d'attaccarlo, e quanto fosse vergognosa cosa l'abbandonare in sui loro occhi una città più che a metà presa; sebbene il Guicciardini e Francesco Moroni lo andassero confortando a terminare ciò che aveva così ben cominciato, Prospero Colonna fu inflessibile: il marchese di Pescara fu del medesimo sentimento, dichiarando di volere conservare i suoi soldati per una sicura vittoria; e l'armata si ritirò in riva alla Lenza, per aspettarvi nuovi ordini da Roma e nuovi rinforzi[544].

[544] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 197. — P. Jovii Vita Piscarii, l. II, p. 302. — Vita di Leon X, l. IV, f. 98. — Gal. Capella, l. I, f. 9. — Mém. de Martin du Bellay, l. II, p. 178. — Anon. Padov. presso Muratori Ann., t. X, p. 148. — Mém. de Fleuranges, ch. dernier, p. 316, 319. — Jac. Nardi, l. VI, p. 288. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 338._

Questo avvenimento poteva avere per la lega le più funeste conseguenze. I generali del papa erano disposti a credere che quelli dell'imperatore non avevano abbandonata una quasi terminata conquista all'avvicinamento di forze inferiori alle loro, che perchè invidiavano al pontefice l'acquisto di Parma: dal canto suo il Colonna sospettava che Leon X volesse ritirarsi dalla guerra, e lasciare di concorrere al mantenimento dell'armata, tostocchè avrebbe ricuperate Parma e Piacenza, che gli erano state assegnate nel trattato. L'armata della lega si tenne un mese stazionaria, e divisa da una segreta diffidenza. Ma Leon X, più che mai allettato dalla speranza di far nuove conquiste, aveva incaricato il cardinale di Sion di levare per suo conto nuove genti nella Svizzera. Queste arrivarono successivamente nel Modenese; e Prospero Colonna, incoraggiato a riprendere le sue operazioni con nuova attività, passò il Po il primo ottobre per portare la guerra nel Cremonese. Dal canto suo il Lautrec, avendo ricevuti considerabili rinforzi, si lasciò fuggire di mano una bella occasione di batterlo nel passaggio del fiume[545].

[545] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 201. — Georg von Frundsberg, B. II, f. 32._

L'armata di Lautrec, ingrossata da quasi venti mila Svizzeri, superava di forze quella ch'era venuta ad attaccarla; e sebbene la sua corte lo lasciasse sempre senza danaro, s'egli avesse spinta la guerra ad una pronta decisione, come tutti i suoi capitani lo consigliavano di fare, avrebbe cavato buon servigio da' suoi Svizzeri in una battaglia; ma sgraziatamente egli attaccava la sua vanità a non seguire mai i suggerimenti che gli venivano dati; e per mostrare di saperne più che tutti gli altri, credeva necessario di scostarsi sempre dalla comune opinione. Questa caparbietà gli fece perdere un'occasione unica di distruggere l'armata di Prospero Colonna, che si era imprudentemente acquartierata a Rebecco, in riva all'Oglio, e sotto il cannone della fortezza veneziana di Pontevico, posta sull'altra riva. Il Pescara, conoscendo il pericolo della sua situazione, ed approfittando della lentezza del generale francese, ritirò durante la notte le sue genti da Rebecco, senza lasciar loro conoscere il pericolo in cui si erano trovate. Il Lautrec aveva voluto differire fino all'indomani l'attacco consigliatogli dal duca d'Urbino e da Andrea Gritti; ma all'indomani il suo nemico erasi posto in sicuro[546].

[546] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 202. — Gal. Capella, l. I, f. 10. — P. Jovii Vita Ferdin. Davali, l. II, p. 303. — Mém. de du Bellay, l. II, p. 179. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VI, p. 289._

Il Lautrec aveva nella sua armata quasi venti mila Svizzeri; ed il cardinale di Sion ne aveva condotti quasi altrettanti all'armata del papa. La dieta elvetica vedeva con ribrezzo i suoi concittadini sul punto di versare il sangue gli uni degli altri per una causa straniera. Spedì loro perciò l'ordine di rientrare ne' loro focolari, minacciando soprattutto di castigare coloro che, in disprezzo dell'alleanza di fresco conchiusa colla Francia, eransi ridotti a servire contro di lei; ma l'autorità de' magistrati era assai meno potente degl'intrighi di Mattia Schiner, cardinale di Sion, e dell'accortezza del cardinale Giulio de' Medici, che Leon X aveva spedito all'armata in qualità di legato. Altronde l'animosità nazionale, così vivamente eccitata in tempo delle guerre di Lodovico XII, non era stata del tutto spenta nell'ultima pace. Gli Svizzeri dell'armata francese erano offesi dall'alterigia e dalla diffidenza di Lautrec, erano intiepiditi dalla sua lentezza, e non prendevano fiducia ne' suoi talenti. Lagnavansi soprattutto di non essere pagati malgrado le promesse, che mai non si eseguivano. I quattrocento mila scudi, così solennemente promessi al generale per la difesa del Milanese, non erano stati mandati dalla Francia; ed una sovranità veniva sagrificata per un intrigo di corte dalla stessa madre del re, che aveva destinato ad altri usi questo danaro[547].

[547] _Gal. Capella de bello Mediol., l. I, f. VI. — Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 205. — Mém. de du Bellay, l. I, p. 181._

In breve la diserzione diminuì rapidamente il numero degli Svizzeri che formavano il nervo principale dell'armata di Lautrec. Non si trovando più in istato di tenere la campagna tra l'Oglio ed il Po, egli si ritirò sull'Adda con intenzione di difenderne il passo e di coprire il Milanese. Alzò frequenti ridotti lungo la sponda del fiume, indi pose il suo quartiere a Cassano per tenere d'occhio tutta la linea. Prospero Colonna, giunto in faccia a lui a Rivolta, diede a credere di voler gettare un ponte in questo medesimo luogo, e richiamò così l'attenzione dell'armata nemica. Il Lautrec aveva fatte levare o distruggere tutte le barche del fiume; ma Francesco Moroni, uno degli emigrati milanesi, ne scoprì tre nel Brembo, che si getta poco al di sopra nell'Adda. Con queste cominciò a far passare il fiume ad alcune compagnie italiane a Vaprio, cinque miglia al di sopra del quartiere generale di Lautrec. Questo passaggio non poteva eseguirsi che con estrema lentezza, adoperando le tre piccole barche, ed i fanti italiani, quantunque rinforzati bentosto dagli Spagnuoli del Pescara, a stento potevano sostenersi nel luogo in cui erano sbarcati sulla diritta dell'Adda, prima contro Ugone de' Pepoli, poi contro Lescuns, dal fratello incaricato di respingerli nel fiume. Passarono ben quattordici ore, prima che ricevessero quanta gente bastava per non aver più nulla a temere. Il Lautrec, a cagione della sua lentezza, si lasciò per la terza volta fuggire l'occasione che gli era offerta di conseguire la vittoria, e si ritirò coll'armata scoraggiata in Milano[548].

[548] _P. Jovii Vita Ferd. Dav. Piscarii, l. II, p. 306. — Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 207. — Gal. Capella, l. I, f. 11. — Mém. de du Bellay, l. II, p. 182. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 340. — Georgens von Frundsberg Kriegzsthaten, B. II, f. 32._

Le pratiche presso gli Svizzeri dei cardinali di Sion e de' Medici erano così felicemente riuscite, che al Lautrec di venti mila Svizzeri più non restavano che quattro mila. Pure Lautrec risolse di difendere il circondario dei sobborghi di Milano, mentre che Prospero Colonna, invece d'avanzarsi direttamente verso la capitale si trattenne a Marignano, irrisoluto se passerebbe o no a prendere i quartieri d'inverno a Pavia. Le continue piogge avevano totalmente guastate le strade, e tenevano in dietro l'artiglieria; finalmente tre giorni dopo il passaggio dell'Adda, il 19 di novembre, l'avanguardia dell'armata di linea si presentò verso sera alle mura del sobborgo di Milano tra porta Romana e porta Ticinese, che da' Veneziani, incaricati di difenderle furono vilmente abbandonate senza nessuna resistenza. Il marchese di Pescara salì il primo con soli ottanta fucilieri spagnuoli sul bastione di terra recentemente innalzato, gli tenne subito dietro tutta la sua infanteria, ed approfittando dell'avuto vantaggio, entrò in città colla stessa facilità con cui era entrato nel sobborgo, essendogli stata aperta la porta dalla fazione ghibellina[549].

[549] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 209. — P. Jovii vita Fer. Davali, l. II, p. 308. — Mém. de du Bellay, l. II, p. 184. — Gal. Capella, l. I, f. 12. — Georgens von Frundsberg, B. II, f. 32._

Il Lautrec ancora non sapeva che l'armata della lega avesse abbandonato Marignano, credendo che le piogge cadute continuamente avessero impedito al nemico di far avanzare le artiglierie; e passeggiava disarmato per città in piena sicurezza mentre questa era già presa, e mentre suo fratello Lescuns, oppresso dalle fatiche del precedente giorno, dormiva ancora. La loro negligenza fu cagione della loro ruina; supposero senza rimedio un avvenimento contro cui non eransi apparecchiati; invece di contrastare il terreno, come ancora potevano fare, contro un'armata sorpresa della propria vittoria, e divisa tra la città, il sobborgo e la campagna, abbrividita per essere stata tutto il dì sotto una fredda pioggia, ed inquieta di doversi alloggiare in istrada che non conosceva, in mezzo ai nemici e ad una profonda oscurità, Lautrec e suo fratello si ritirarono quella stessa notte a Como, di dove passarono in seguito a Lonato nel territorio di Brescia, prendendo per quell'inverno i loro quartieri nel territorio veneziano, ove si credevano al coperto da ogni attacco[550].

[550] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 210. — P. Jovii Vita Piscarii, l. II, p. 309. — Gal. Capella, l. I, f. 13. — Mém. de du Bellay, l. II, p. 185. — P. Paruta Ist, Ven., l. IV, p. 286. — Fr. Belcarii, l. XVI, p. 498. — P. Giovio Vita di Leon X, l. IV, f. 100. — Jac. Nardi, l. VI, p. 289. — Gio. Gambi, t. XXII, p. 287._

La sorte del ducato di Milano sembrava un'altra volta decisa piuttosto da una rivoluzione che da una conquista. Lodi e Pavia, e bentosto Piacenza e Cremona si affrettarono di aprire le loro porte ai vincitori. Cremona, a dir vero, fu ripresa dal Lautrec; ma nello stesso tempo i Francesi avevano per di lui ordine evacuata Parma, e vi era entrato Alessandro Vitelli, uno de' capitani pontifici. Il marchese di Pescara aveva occupato Como per capitolazione, ed erasi obbligato inverso il signore di Vandenesse, che ne aveva il comando, a far rispettare le proprietà de' soldati e degli abitanti; ma l'infanteria spagnuola forzò le guardie poste sulla breccia, e saccheggiò la città con quella ferocia ch'era diventata un carattere nazionale, strappando di bocca ai ricchi cittadini con inauditi tormenti la confessione delle loro ricchezze, e lasciando che molti morissero fra le pene della tortura. Il Pescara, che voleva ad ogni costo guadagnarsi l'affetto degli Spagnuoli, chiuse gli occhi su tanta atrocità, ed ischivò la disfida del signore di Vandenesse, che gli chiedeva soddisfazione di cotale mancamento di fede[551].

[551] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 211. — P. Jovii Vita Piscarii, l. II, p. 313. — Mém. de du Bellay, l. II, p. 187._

Ma in mezzo a queste zuffe un inaspettato avvenimento rendette dubbioso l'esito d'una guerra cominciata con così brillanti successi. Il 24 di novembre Leon X, trovandosi alla sua villa della Malliana, ricevette la notizia della presa di Milano; e Castel sant'Angelo festeggiò tutto il giorno questa vittoria col cannone. Leone mostravasi pieno di giubbilo, e si proponeva d'adunare un concistoro, onde partecipare ai cardinali questa fausta notizia, ed ordinare rendimenti di grazie in tutte le chiese: ma entrato nella sua camera, cominciò dopo poche ore a sentirsi alquanto incomodato[552]. Si fece trasportare a Roma, senza per altro credere di trovarsi in pericolo della vita, non manifestandosi la sua malattia che come una febbre catarrale: ma tutt'ad un trattò peggiorò, e morì contro l'universale aspettazione il giorno 1.º di dicembre, dopo avere regnato otto anni, otto mesi e diciannove giorni, ed essere giunto al suo quarantasettesimo anno. Esausto affatto era il suo tesoro, ed avrebbe in breve dovuto lottare contro insormontabili difficoltà per continuare la guerra; ma egli conobbe i prosperi avvenimenti delle sue armi e non le difficoltà che li dovevano seguire. In tempo della sua malattia ricevette la notizia della presa di Piacenza, e lo stesso giorno in cui morì quella dell'acquisto di Parma. Era questo l'avvenimento che più caldamente desiderava: ed aveva detto al cardinale de' Medici, che l'avrebbe volentieri comperato anche a prezzo della propria vita[553].

[552] _Par. de Grassis Diar. Curiæ Rom., t. IV, p. 384, apud Rayn. Ann. Eccl. 1521, § 109, p. 342._

[553] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 212. — P. Giovio Vita di Leon X, l. IV, f. 100. — Jac. Nardi, l. VI, p. 290. — Onof. Panvino Vite de' Pontefici in Leon X, f. 262. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 341. — Fr. Belcarii, l. XVI, p. 499. — Mém. de du Bellay, l. II, p. 192. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 189. — P. Bizarri, l. XIX, p. 451. — P. Paruta, l. IV, p. 289. — Gal. Capella, l. I, f. 14._

Questa inaspettata morte d'un papa, che aveva tanti nemici non andò esente da sospetto di veleno. Il suo coppiere, Bernardo Malaspina nel giorno che precedette la di lui malattia gli aveva presentato mentre cenava un nappo di vino, dopo bevuto il quale, il papa si era a lui rivolto pieno di sdegno, chiedendogli dove avesse preso un vino così amaro. Essendo morto Leone la notte del primo di dicembre, lo stesso coppiere volle all'indomani uscire da Roma in sul far del giorno con de' cani come se andasse a caccia. Le guardie della porta di san Pietro, maravigliandosi che un servitore del papa volesse andare a divertirsi la stessa mattina della morte del suo padrone, lo arrestarono su questo solo indizio; ma raccontano il Giovio, il Nardi e Paride Grassi, che il cardinale Giulio de' Medici, tornato a Roma, lo fece porre in libertà, e non volle permettere che si praticassero ricerche intorno all'accusa di veleno, per timore che il nome di qualche gran principe non vi si trovasse implicato, e si rendesse in tal modo l'implacabile nemico della sua famiglia[554].

[554] _P. Giovio Vita di Leon X, l. IV, f. 101. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VI, p. 291. — Par. de Grassis apud Rayn. Ann. Eccl. 1521, § 110, p. 343. — Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 212. — Gal. Capella, l. I, f. 14._

FINE DEL TOMO XIV.

TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO XIV.

CAPITOLO CVI. _I Veneziani riprendono e difendono Padova: loro guerra nel Ferrarese e loro sconfitta alla Polisella. Giulio II gli assolve dalla scomunica. Campagna del principe d'Anhalt nello stato veneziano, e sue crudeltà._ 1509-1510 _pag._ 3