Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)

Part 27

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Il Baglioni teneva in Perugia un rivale della sua stessa famiglia, chiamato Gentile: Giampaolo lo scacciò nel 1520, e fece perire alcuni di lui partigiani, accusati di avere ordito trame a pro di Gentile. Il papa si fece a difendere Gentile, e citò Giampaolo a presentarsi personalmente a Roma. Giampaolo, ammalato trovandosi, o infingendosi tale, mandò Malatesta, suo figlio, in vece sua, per giustificarsi. Leon X lo accolse graziosamente; ma gli dichiarò di volere che comparisse personalmente a trattare la propria causa il signore di Perugia: e per togliergli qualunque sospetto gli mandò un salvacondotto di proprio pugno, dando in pari tempi parola a Camillo Orsini, genero del Baglioni, e ad altri di lui potenti amici, che non sarebbe esposto a verun pericolo. L'Orsini, dopo avere ottenute queste assicurazioni, cercò di persuadere il suocero ad ubbidire. Il Baglioni vi prestò fede; ed all'indomani del suo arrivo in Roma andò in castel sant'Angelo, ove il papa era andato ad alloggiare; ma invece di essere ammesso all'udienza, fu arrestato dal castellano, e dai carnefici posto alla tortura. Non fu interrogato intorno ad un solo delitto; ma gli si domandò una confessione generale di tutti i falli commessi in vita sua. La sua vita era ben lontana dall'essere irreprensibile; egli confessò varj atti di crudeltà commessi per conservare la tirannide, molte scandalose dissolutezze, e tra queste un incesto con sua sorella, ch'egli non si era curato gran fatto di dissimulare. Dietro tali confessioni, dopo due mesi di prigionia, fu per ordine di Leon X decapitato. La di lui moglie ed i figliuoli si rifugiarono a Padova sotto la protezione de' Veneziani, e Perugia venne interamente assoggettata all'autorità della santa sede[522].

[522] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 170. — Anon. Padov. presso il Muratori Ann. d'Italia ad ann. P. 162. — P. Giovio vita di Leone X, l. IV, f. 90. — Onofrio Panvinio vite de' pontefici in Leone X, p. 262. — Fr. Belcarii, l. XVI, p. 430. — Sansovino Famiglie illustri d'Italia, f. 21._

Nello stesso anno Leon X, che aveva preso al suo servigio Giovanni de' Medici, figlio della celebre Caterina Sforza di Forlì e del suo secondo marito, vedendo in questo giovinetto svilupparsi di già quell'ardore marziale, e quell'impeto che gli diedero in appresso tanta riputazione, lo incaricò di scacciare da Fermo Luigi Freducci, che comandava in questa città. Il Freducci era tenuto in concetto di buon capitano, ma non aveva che dugento uomini d'armi, coi quali non poteva sperare di resistere a mille cavalli e quattro mila fanti, che contro di lui conduceva Giovanni de' Medici. Tentò di fuggire da Fermo colle sue due compagnie d'uomini d'armi; ma sopraggiunto dal Medici e circondato da ogni banda, perì combattendo con più di cento suoi soldati, prima che gli altri avessero potuto ottenere quartiere. La morte del Freducci atterrì tutti i piccoli signori o tiranni delle Marche; gli uni fuggirono senza venire all'esperimento dell'armi; altri passarono a Roma per implorare la clemenza del pontefice. Leon X li fece tutti imprigionare, indi assoggettare alla tortura per avere da loro una confessione generale. Non eravi tra costoro chi potesse vantarsi innocente; ed alla confessione loro teneva dietro immediatamente il supplicio. Così Amadei, tiranno di Recanati; Zibicchio, capo di partito a Fabbriano; Ettore Severiani, capo di partito a Benevento, furono appiccati dopo essere stati assoggettati alla tortura, sebbene fossero volontariamente venuti a gettarsi tra le braccia del pontefice, e non fossero stati accusati di verun delitto[523].

[523] _P. Jovii vita Leonis X, l. IV, p. 83. — Anon. Padov. presso il Muratori, Ann. 1520, p. 163._

Ma di tutte le sovranità dipendenti dalla santa sede, quella di Ferrara più d'ogni altra solleticava l'ambizione di Leone: egli aveva cercato indarno nel precedente anno d'impadronirsene per sorpresa; e nel presente non si vergognò di adoperare più odiosi mezzi. Uberto Gambara, protonotaro apostolico, che poi fu cardinale, venne incaricato di sedurre Rodolfo Hello, tedesco, capitano della guardia del duca. Uberto diede a Rodolfo due mila ducati, e gli fece più larghe promesse, tanto che il tedesco promise di assassinare Alfonso, e di aprire la porta di castel Tealdo, cittadella di Ferrara, alle truppe della Chiesa, le quali arriverebbero da Modena e da Bologna. Era stato fissato il giorno dell'esecuzione; e lo storico Guicciardini, che comandava in Modena, e Guido Rangone, che comandava in Bologna, avevano avuto ordine di far avanzare le truppe pontificie fino alle porte di Ferrara. Ma fino dal principio Rodolfo Hello aveva palesate al duca le profferte fattegli, e con di lui intelligenza aveva mostrato di entrare nella congiura. Quando il duca ebbe in sue mani tutte le lettere del Gambara, e che gli furono aperti tutti i disegni di Leone X, ne fece fare autentico processo cogli interrogatorj di più complici, e lo depose unitamente alle lettere originali del Gambara negli archivj di casa d'Este, ove furono letti dal Muratori; poscia il duca troncò quest'affare, onde schivare, se ancora fosse possibile, di romperla irremissibilmente con Leone X[524].

[524] _Muratori An. d'Ital. ad an. 1520, t. XIV, p. 164. — Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 171_, il quale sopprime nel racconto della trama il progetto dell'assassinio, al quale forse non aveva parte. Il Giraldi e P. Giovio ommettono quest'avvenimento, ed il signor Roscoe si appoggia al loro silenzio per dubitarne. _Vita di Leon X, c. XXIII._

Questo pontefice, in preda alla mollezza ed ai piaceri, passava la vita in continue feste, occupandosi di musica, di commedie, delle ridicole pompe de' suoi buffoni, inebbriato dalle lodi de' poeti e degli oratori, cui prodigava le sue ricchezze, senza prendersi quasi verun pensiero della burrasca che contro di lui andava addensando in Germania Lutero, e senza parere desiderare una nuova guerra. Le sue prodigalità avevano in breve dissipati in tempo di pace gl'immensi tesori ragunati da Giulio II in mezzo a continue guerre; onde per soddisfare al suo inconsiderato lusso era costretto d'accrescere continuamente lo scandaloso traffico delle indulgenze, e di rendere più aperti que' disordini contro i quali i primi riformatori osavano finalmente d'alzare la voce[525].

[525] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 173. — Ann. Eccl. Rayn. 1517, § 56, an. 1518, 1519, 1520. — Fleury Hist. Eccl. Liv. CXXV, ch. 29 e segu. — Spondanus contin. Ann. Baronii 1517, § 12, t. II, pag. 596 e segu._

Ma una vaga inquietudine di spirito facevagli desiderare nuove scene e nuovi argomenti d'adulazione per i suoi cortigiani; e perchè più non aveva famiglia alla quale tramandare potesse la grandezza che voleva acquistare, invidiava la gloria di Giulio II, che aveva illustrato il suo pontificato colle conquiste fatte per la santa sede; egli ancora si lasciò prendere dal chimerico progetto _di cacciare i barbari d'Italia_, armando l'uno contro l'altro i due principi rivali; e non rifletteva che colui ch'egli ajuterebbe a vincere, rimarrebbe più ingagliardito dalla vittoria, che indebolito dagli sforzi sostenuti per ottenerla.

Il trattato di Noyon aveva lasciati molti semi di nuove dissensioni tra Carlo V e Francesco I. L'ultimo non aveva ottenuta soddisfazione pel suo alleato, il re di Navarra. Metteva in campo nuove pretese sul regno di Napoli, prendendo argomento dall'antica costituzione de' papi, i quali, fino dai tempi in cui avevano tolto questo regno a Manfredi per darlo alla casa d'Angiò, avevano richiesto che non potesse essere posseduto dal capo dell'impero. Carlo V aveva egli stesso giurato di non riunire le due corone, e poichè doveva abdicare quella di Napoli, credeva il re Francesco d'avere diritto di ripeterla. Carlo, dal canto suo, voleva far rivivere le sue pretese sopra il ducato di Milano e su quello di Borgogna. Tutti e due i re, opponendo gl'imprescrittibili diritti della legittimità alle convenzioni ed ai trattati, si fondavano sopra una dottrina, che, se fosse ammessa, sbandirebbe per sempre la pace e la buona fede di frammezzo agli uomini. La naturale gelosia tra due giovani sovrani, ambiziosi, potenti e rivali di gloria, aguzzava i loro risentimenti, e li rendeva più fermi nelle vicendevoli loro pretese. Ma fin allora le insurrezioni della Spagna, e la guerra della Germania tra la lega di Svevia ed il duca di Virtemberga, avevano dato troppo di che fare a Carlo V, perchè potesse nello stesso tempo avventurarsi a cominciare le ostilità contro la Francia.

Erasi il re Francesco riservata la facoltà di prestare soccorsi al re di Navarra per ricuperare i suoi stati, senza perciò rompere la pace generale conchiusa tra le due corone. Questi soccorsi furono dalla Francia mandati in principio del 1521[526]. Nello stesso tempo un'altra piccola guerra si era accesa nelle Ardenne e nel ducato di Lussemburgo tra Roberto della Marck, signore di Sedan, secondato da suo figliuolo il maresciallo di Fleuranges, e madama di Savoja, governatrice de' Paesi Bassi a nome di Carlo V[527]. Gli è vero che nulla ancora presagiva una diretta guerra tra i due monarchi, e che inoltre questi non poteva estendersi all'Italia, finchè il papa tenevasi neutrale. Gli stati della Chiesa e quelli di Firenze, coprivano il regno di Napoli contro gli attacchi de' Francesi, i quali dall'altro canto non avevano nulla a temere per il Milanese, i di cui confini, dalla banda della Germania, erano coperti dalla loro alleanza colla repubblica di Venezia e da quella che avevano conchiusa a Lucerna cogli Svizzeri, il 5 maggio del 1521[528].

[526] _Mém. de Martin du Bellay, l. I, p. 89._

[527] _Mém. de Fleuranges, p. 285. — Mém. de Martin du Bellay, l. I, p. 92-99._

[528] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 176. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VI, p. 284._

Ma la pace aveva cessato di piacere a Leon X, e le sue negoziazioni, non meno presso Carlo V, che presso Francesco I, tendevano ad armarli l'uno contro l'altro. Il papa pendeva tuttavia incerto a quale dei due si unirebbe. Facendo la guerra ai Francesi poteva loro togliere Parma e Piacenza, ch'era pentito d'avere perduto, dopo che il suo predecessore le aveva conquistate; attaccando l'imperatore, poteva levargli alcune province del regno di Napoli, che ugualmente gli si confacevano. Faceva a vicenda profferte all'uno ed all'altro, mentre che Antonio Pucci, vescovo di Pistoja, aveva per lui assoldati sei mila Svizzeri, ai quali Lautrec aveva senza veruna difficoltà accordata licenza d'attraversare in marzo la Lombardia, siccome a quelli che credeva destinati contro il regno di Napoli. Leon X, che non aveva ancora deciso da qual parte si porrebbe, gli accantonò nella Marca d'Ancona, ove gli Svizzeri, trovandosi oziosi, disertarono quasi tutti[529].

[529] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 175. — Fr. Belcarii, l. XVI, p. 481. — Rayn. Ann. Eccl. 1521, § 76, p. 335 e segu. — Muratori Ann. d'Italia, t. X, p. 146 ad annum._

All'ultimo i negoziatori di Leon X convennero con quelli di Francesco I in un trattato d'alleanza, in virtù del quale il papa ed il re si obbligavano ad attaccare di concerto il regno di Napoli. Fattane la conquista, tutto il paese posto tra Roma ed il Garigliano doveva essere riunito alla Chiesa; ed il rimanente doveva formare un regno pel secondo figliuolo di Francesco I. Ma perchè questo secondo figliuolo era inallora ancor fanciullo, tutto il regno, fino alla di lui maggiorità, doveva essere governato da un legato pontificio. Inoltre Francesco I si obbligava a non accordare più la sua protezione al duca di Ferrara, nè a verun altro feudatario della Chiesa; di modo che la conquista di quel ducato era pure uno degli utili che il papa ritrarrebbe da tale alleanza[530].

[530] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 176. — Mém. de Mart. du Bellay, l. I, p. 102. — P. Paruta Stor. Ven., l. IV, p. 277._

Questi preliminarj erano stati sottoscritti prima che cominciassero le ostilità nella Navarra, che Asparoth, fratello di Lautrec, conquistò in poco tempo. La sollevazione degli Spagnuoli contro i consiglieri fiamminghi di Carlo V, e la violenza delle guerre civili tra i partigiani del dispotismo e quelli della libertà, ne' due regni di Castiglia e d'Arragona, sembravano dare ai Francesi una favorevole occasione per portare assai più in là questi primi prosperi avvenimenti. In tali circostanze il trattato conchiuso con Leon X venne presentato alla ratifica del consiglio del re. Desso venne esaminato con estrema diffidenza, perciocchè il papa aveva date tante prove della sua nimicizia, che il consiglio non era disposto a credere, che volesse ristabilire i Francesi a Napoli, mentre che dava a conoscere di soffrirli a stento nel Milanese. Temevasi dai più che dopo avere tirata la loro armata nella Campania non si unisse all'imperatore per distruggerla, ed in appresso attaccare il ducato di Milano, rimasto senza difensori. In tanta incertezza, Francesco I non mandava la sua ratifica. Leon X, di già scontento di Lautrec e del vescovo di Tarbes, ambasciatore a Roma, perchè avevano ricusata l'autorità della corte pontificia in tutti gli affari beneficiarj del ducato di Milano, si accostò subito all'imperatore, col quale non aveva mai lasciato di trattare, e con lui l'8 maggio del 1521 sottoscrisse un trattato, con cui i confederati si obbligavano a stabilire nel ducato di Milano Francesco Sforza, secondo figlio di Lodovico il Moro; dopo avere staccato da questo ducato Parma e Piacenza, che unitamente al ducato di Ferrara farebbero parte degli stati della santa sede. Il papa sciolse Carlo V dall'impedimento di possedere nello stesso tempo il regno di Napoli e l'impero, chiedendo in compenso un feudo nel regno di Napoli per Alessandro de' Medici, figliuolo naturale di Lorenzo già duca di Urbino[531].

[531] La bolla del papa che scioglie Carlo V dal giuramento prestato come re di Napoli è del 3 giugno 1521. _Rayn. Ann. Eccl., § 81, 86, p. 336 e segu. — Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 181. — P. Paruta Stor. Ven., l. IV, p. 279. — P. Giovio Vita di Leon X, l. IV, p. 97. — Galeat. Capella de bello Mediol., l. I, p. 4. — Fr. Belcarii, l. XVI, p. 483. — Jac. Nardi, l. VI, p. 286. — Mém. de Mart. du Bellay, l. I, p. 157. — Ub. Folietae Gen. Hist., l. XII, p. 721._

Francesco Sforza, che i confederati volevano collocare sul trono di Milano, trovavasi allora a Trento, ov'era stato raggiunto da Girolamo Morone, ch'era stato il principale confidente e ministro di suo fratello, e che, dopo averlo persuaso a cedere per capitolazione il castello di Milano, si era accorto d'essere caduto in sospetto ai Francesi, e non dover rimanere lungamente sicuro ne' loro stati. Morone, il più intrigante, il più destro, il più scaltrito, il più doppio degl'Italiani de' suoi tempi, manteneva segreto intelligenze con tutti i malcontenti di Lombardia, moltiplicati a dismisura dai duri ed altieri modi del signore di Lautrec. Aveva il Morone promesso al papa, che una simultanea insurrezione sorprenderebbe i Francesi in tutte le città, prima che questi potessero levare alcuna fanteria o farla venire d'oltremonti; ed i mille uomini d'armi francesi accantonati in Lombardia non si giudicavano sufficienti a difendere questa provincia, neppure per pochi giorni, contro gli attacchi combinati del popolo, del papa e dell'imperatore. L'attivissima cooperazione di questo capo di faziosi fu probabilmente il principale motivo che persuase Leon X a domandare il ristabilimento dello Sforza sul trono di Milano[532].

[532] _Galeat. Capella de reb. gest. pro restitutione Franc. II Mediol. Ducis, l. I, f. 4. Edit. princeps 1533, in 4.º_ — Galeazzo Capella era segretario di Girolamo Morone.

La lega tenevasi coperta con tutto il segreto d'una congiura; ed infatti doveva, a guisa d'una cospirazione, scoppiare nelle province, nelle quali l'insurrezione era disposta contemporaneamente, dalle montagne comasche fino a Parma. Gli alleati risguardavano inoltre come cosa di maggiore importanza l'operare una rivoluzione a Genova, onde aprire al re di Spagna tutte le comunicazioni per mare colla Lombardia. Girolamo Adorno doveva entrare nel porto di quella città con nove galere, mentre che suo fratello Antoniotto giugnerebbe attraverso alle montagne fin presso alle mura. Affinchè il loro attacco riuscisse più inaspettato, fecero in modo d'intercettare per venti giorni tutti i corrieri che andavano a Genova; ma quest'eccesso di precauzione riuscì loro pernicioso. Ottaviano Fregoso, che governava la Liguria per il re, insospettito da questo universale silenzio, si pose in guardia con più vigilanza che mai; Girolamo Adorno non potè entrare in porto, e sbarcò le sue truppe a Chiavari ed a Recco per unirle a quelle di suo fratello, che s'avanzava dalla banda di Pietra Santa. Tentarono inutilmente d'eccitare una sollevazione tra i loro partigiani; verun Genovese non prese per loro le armi, veruna terra murata aprì loro le porte, talmente che dovettero passare in Lombardia con circa tre mila fanti spagnuoli, dopo d'avere rimandata la flotta a Napoli[533].

[533] _Uberti Folietae Gen. Hist. l. XII, p. 722. — Petri Bizarri, Sen. Pop. Q. Gen. Hist., l. XIX, p. 450. — Galeat. Capella, l. I, p. 8. — Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 183._

Il signore di Lautrec si trovava inallora alla corte di Francia, ed aveva lasciato in suo luogo, per governare la Lombardia, suo fratello, il signore di Lescuns, che, secondo scrive il signor di Fleuranges, «aveva lasciata la berretta rotonda, e da principio era vescovo di Tarbes, ma si sentiva troppo gentil compagno per correre la carriera ecclesiastica; ed io vi accerto che era tale[534].» Lescuns fu avvisato che il Morone era subitamente partito da Trento per passare, deviando dalle più frequentate strade, a Reggio, ove allora era governatore lo storico Guicciardini. Seppe che moltissimi emigrati milanesi eransi adunati nella stessa città, e supponendo che fossero intenzionati di sorprendere Parma si recò immediatamente egli stesso a Reggio, per far che il governatore gli desse schiarimento intorno alle intenzioni del papa, e pretendere da lui che cacciasse gli emigrati, ai quali aveva dato asilo contro il prescritto de' trattati e le regole di buona vicinanza. Frattanto, per dare maggior forza alle sue istanze con un poco di timore, e forse, avendone il destro, per sorprendere la città, prese con sè quattrocento lance, ed ordinò a Federigo di Bozzolo di tenergli dietro a non molta distanza con mille fanti[535].

[534] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 316._

[535] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 184. — Galeat. Capella de bello Mediol., l. I, f. 5._

Il Guicciardini faceva buona guardia, e Reggio non temeva la visita del signore di Lescuns. Questi domandò al governatore una conferenza, che si tenne il 24 di giugno nel rivellino della porta che conduce a Parma. Mentre ch'essi ragionavano delle cose loro, gli emigrati milanesi, ch'erano accorsi sulle mura, credendo, o fingendo di credere che alcuni soldati francesi avessero voluto entrare per forza, fecero fuoco sulla scorta del signore di Lescuns, ed uccisero Alessandro Trivulzio, uno de' capi della fazione contraria alla loro. Vi fu allora una mischia, nella quale lo stesso Lescuns sarebbe rimasto ucciso, se il Guicciardini non lo avesse preso sotto la sua protezione, facendolo entrare in Reggio. Gli uomini d'armi francesi lo supposero fatto prigioniere e si sbandarono; ma perchè non erano inseguiti, e perchè incontrarono per istrada Federico di Bozzolo, che veniva in loro ajuto, si riebbero bentosto dal loro terrore, ed all'indomani il Guicciardini permise al signore di Lescuns di raggiugnere la sua gente[536].

[536] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 185. — Galeat. Capella, l. I, f. 5. — Mém. de Mart. du Bellay, l. I, p. 161. — Fr. Belcarii, l. XVI, p. 491. — P. Jovii Hist. epitome, l. XX, t. II, p. 6._

I progetti che il Morone aveva formati sovra Parma, e che dovevano eseguirsi dagli emigrati adunati a Reggio, non ebbero effetto, ed ancora più funesto fine ebbero quelli di Manfredi Palavicini sopra Como. Questo gentiluomo, in addietro partigiano de' Francesi, ma che Lautrec aveva disgustato, erasi associato ad un cotale Giovanni, capo di facinorosi notissimo in quelle montagne, chiamato il matto dei Brizzi, il quale si era obbligato di condurre a Como quattrocento soldati tedeschi ed altrettanti italiani, mentre che i loro amici in città dovevano atterrare un pezzo di muraglia per farli entrare. Ma Graziano delle Guerre, che teneva il comando di Como, sebbene avesse soli dugent'uomini sotto i suoi ordini, supplì col coraggio, colla vigilanza, coll'attività alle deboli sue forze. Sorprese la truppa che veniva per sorprenderlo, e la disperse; fece prigioniere il Palavicini ed il matto dei Brizzi, e li mandò a Milano. Volendo il governo atterrire i suoi nemici, li fece squartare, e condannò allo stesso orribile supplicio molti gentiluomini milanesi, ch'erano stati consapevoli de' loro progetti[537].

[537] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 186. — Galeat. Capella, l. I, p. 7. — Mém. de du Bellay, l. I, p. 165. — P. Giovio Vita di Leon X, l. IV, f. 99. — Jac. Nardi, l. VI, p. 287._

Leon X non aveva ancora confessata la sua alleanza coll'imperatore, nè i suoi bellicosi progetti, ma mostrò d'adirarsi fieramente, quando seppe che il signore di Lescuns aveva a mano armata violato il territorio di Reggio. Annunciò al concistoro che i Francesi più non rispettavano i possedimenti della Chiesa, e che, per reprimere la loro audacia, vedevasi forzato ad allearsi coll'imperatore, onde poter cacciarli dall'Italia. Diede il comando delle sue truppe a Federico Gonzaga, marchese di Mantova, che, accettandolo, ritornò al re di Francia la collana dell'ordine di san Michele, di cui era stato decorato. Francesco Guicciardini doveva servirlo, come consigliere, col titolo di commissario generale. Il marchese di Pescara comandava la fanteria spagnuola; e Prospero Colonna fu posto alla testa dell'armata combinata del papa e dell'imperatore, la quale era composta di seicento uomini d'armi della Chiesa o di Firenze, e d'altrettanti dell'imperatore; di quattro mila fanti spagnuoli, di sei mila italiani e di sei in otto mila tedeschi, grigioni o svizzeri. In principio d'agosto quest'armata andò ad accamparsi in sulla Lenza, a sole cinque miglia da Parma[538].

[538] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 187. — Galeat. Capella, l. I, f. 7. — P. Jovii Vita Alfonsi Piscarii, l. II, p. 300. — Mém. de Martin du Bellay, l. II, p. 172. — P. Paruta, l. IV, p. 281. — Jac. Nardi, l. VI, p. 287. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gallic., l. XVI, p. 492._