Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)

Part 26

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Mentre Francesco I rinnovava l'8 di ottobre la sua alleanza colla repubblica di Venezia, Leon X aveva cercato di unirsi più strettamente con questo monarca; Carlo era passato dai Paesi Bassi nella Spagna, e sembrava che dovesse trovarvisi lungamente occupato nel ricondurre i popoli all'ubbidienza. Massimiliano, di già vecchio, non era mai stato un alleato in cui si potesse fare fondamento, e Leon X, sempre pensoso della grandezza di sua famiglia, giudicò di non la potere meglio assicurare che per mezzo dell'alleanza colla Francia. In gennajo del 1518 ottenne per suo nipote Lorenzo, duca d'Urbino, la mano di Maddalena, figliuola di Giovanni della Tour, conte d'Alvergna e di Boulogne, e di una sorella di Francesco di Borbone, conte di Vendome. Con tale matrimonio univa Lorenzo alla casa di Francia, e per onorarlo maggiormente, Francesco lo scelse per padrino d'un figlio che gli era nato nel mese di febbrajo. Dopo il battesimo, celebrato il 25 d'aprile con molta pompa, Francesco restituì a Lorenzo la carta sottoscritta da Leon X, colla quale si obbligava a tornare al duca di Ferrara le città di Modena e di Reggio. In contraccambio il papa non fu meno generoso delle altrui proprietà verso il re. Gli concesse di disporre liberamente delle decime che aveva levate sul clero francese per fare la guerra ai Turchi, dando così il primo esempio di abbandonare quel progetto della crociata per l'esecuzione del quale aveva tanto insistito[503].

[503] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 155. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 131. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 333. — Mém. de Bayard c. LXI, p. 387. — Mém. de Martin du Bellay, l. I, p. 77._

Leon X ebbe la felicità di associare il suo nome alla più splendida epoca delle lettere e delle arti in Italia: salito sul trono nell'istante in cui tutte le carriere erano corse nello stesso tempo da uomini di straordinario ingegno, formati prima di lui, egli distribuì fra di loro, colla prodigalità che adoperava in tutte le altre cose, i tesori della Chiesa, i ricchi beneficj de' quali aveva la collazione in tutta la cristianità, e le prodigiose somme ricavate dal commercio delle indulgenze. I poeti, gli storici, gli artefici, arricchiti dalle di lui beneficenze, hanno per gratitudine celebrato il di lui nome, ascrivendogli tutto il merito de' lavori di cui, mercè le di lui largizioni, avevano l'ozio d'occuparsi. Ma e come pontefice e come sovrano Leon X non era propriamente degno di tante lodi. Nel precedente anno, di fresco terminato, Martino Lutero aveva in Germania cominciato ad alzarsi contro lo scandaloso traffico delle indulgenze, e si era gradatamente condotto, esaminando la propria fede, a gittare i fondamenti di quella riforma, ch'egli in appresso condusse a fine con tanta gloria[504]. Era in allora egli stesso ben lontano dal prevedere le conseguenze cui lo condurrebbe l'esame della dottrina della Chiesa. La riforma non poteva essere che un'opera progressiva, e non era che successivamente, che uno spirito religioso poteva portare la fiaccola dell'esame intorno a tutte le credenze lungo tempo ricevute come fondamentali. Non è maraviglia che Leon X sia morto senz'avere avuto sospetto della rivoluzione, che durante il suo regno si era in Germania eseguita negli spiriti, poichè in tutto il tempo abbracciato da questa storia, ed anche molto tempo dopo, dessa non fu in Italia ben conosciuta, e poichè l'atto energico, con cui la ragione infranse il giogo che aveva portato, fu dalla corte di Roma confuso colle oscure eresie, che tante volte aveva vedute nascere e morire ne' conventi. Ma Leon X mancò di prudenza, di penetrazione e di filosofia, non apprezzando meglio il suo secolo, lasciando temerariamente crescere in un'età abbondante di lumi tutti gli abusi che non s'erano potuti tollerare che in quella della più barbara ignoranza, e incoraggiando finalmente con una improvvida cupidigia lo scandaloso traffico delle cose sacre, onde ricompensar poscia col profitto medesimo di così vergognoso commercio i letterati ed i filosofi che dovevano in appresso spezzare le catene della superstizione.

[504] Come ciò accadesse, e per quali vie, e per quali non disinteressati motivi, basterà il leggere l'eccellente opera di Giacomo Benigno Bossuet, vescovo di Meaux, _Storia delle rivoluzioni delle Chiese protestanti_, di cui sonosi fatte più edizioni in lingua italiana. Con questa storia il lettore cattolico potrà rettificare le opinioni del nostro autore, senza che io debba di tratto in tratto prendere la difesa delle dottrine cattoliche. _N. d. T._

Infatti Leon X, giunto alla più sublime dignità umana, da quell'istante risguardò la sua vita come un continuo carnovale, nel quale ad altro pensare non doveva che a godere. Egli divideva il suo tempo tra i banchetti e la caccia; amava la compagnia de' buffoni, ch'egli si compiaceva di tormentare e di coprire del più vile ridicolo; fomentava la vanità di coloro che di già conosceva vanissimi; e sotto coperta d'accordar loro nuove onorificenze, gli esponeva all'universale dileggio. Egli non temeva di spingere fino alla pazzia con questo crudele dileggiamento uomini di merito, o rispettabili vecchi. La riputazione di continenza che si era acquistata, essendo cardinale, non aveva sostenuto un più severo esame, e la sua famigliarità co' suoi paggi dava luogo a vergognosi sospetti. La di lui liberalità, che stendevasi su tutti coloro che lo avvicinavano, e ch'era più proporzionata al suo buon umore ed alla riuscita della caccia che al merito dei beneficati, altro infine non era che una disposizione egoistica: egli voleva vedersi intorno visi ridenti, voleva raccogliere le benedizioni di coloro che lo avvicinavano, e punto non curavasi del modo con cui ammassava, sia colle gravose gabelle sui popoli, sia col rendere venale tutto quanto era dalla Chiesa riputato più sacro, i tesori che poi dissipava con tanta prodigalità[505].

[505] _P. Giovio Vita di Leon X, l. IV, f. 91-96._

La tregua che i Veneziani avevano conchiusa con Massimiliano, e che spirava dopo diciotto mesi, fu prolungata, in agosto del 1518, coll'intervento della Francia per cinque anni alle medesime condizioni. L'imperatore avrebbe inoltre di buon grado acconsentito a cambiarla in una perpetua pace; ma vi ostò Francesco I, per timore che i Veneziani, trovandosi senza sospetto, non allentassero i legami co' quali la Francia li teneva sotto la sua clientela[506]. La corte di Francia adombravasi di ogni potere che in Italia sembrasse aspirare all'indipendenza: conservando l'alleanza de' Veneziani, cautamente impediva che non accrescessero in Lombardia il numero de' loro partigiani. Il maresciallo Trivulzio, che avevale renduti così segnalati servigj, le si era fatto sospetto pel suo attaccamento ai Veneziani. Egli era il capo del partito guelfo; e Lautrec, per mortificarlo, colmava di onori Galeazzo Visconti capo dell'opposta fazione. Il Trivulzio, per non trovarsi in balìa degli avvenimenti, domandò ed ottenne la nazionalità de' cantoni svizzeri; ma con ciò non fece che somministrare nuove armi a' suoi nemici. Accusato alla corte, risolse, malgrado l'avanzata sua età, di passare i monti e di presentarsi a Francesco I per giustificarsi. Il re lo accolse duramente, lo rimproverò di godere di una non meritata riputazione, e lo costrinse a ritornare agli Svizzeri le sue lettere di cittadinanza. Poco dopo il Trivulzio infermò a Chartres, ove morì, ludibrio fino alla fine della sua lunga carriera della incostanza della fortuna; al che faceva allusione l'epitaffio scelto da lui medesimo. «Qui riposa Gian Giacopo Trivulzio, che mai non riposò[507].»

[506] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 255. — P. Paruta Hist. Ven., l. IV, p. 258._

[507] L'epitaffio fu inscritto sul di lui sepolcro nella chiesa di san Nazaro in Milano: _Joannes Jacobus Trivultius Antonii filius, qui nunquam quievit, quiescit: tace._ — _Carlo Rosmini Storia del Trivulzio, l. XII, p. 539. — Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 157. — P. Giovio Vita di Leon X, l. IV, f. 100. — Id. Vite degli uomini ill. l. IV, p. 259._

Negoziazioni che dovevano decidere non solo della sorte dell'Italia, ma di tutta l'Europa, tenevano in allora occupati tutti gli spiriti. Massimiliano, sentendo finalmente gli effetti della vecchiaja, avrebbe voluto assicurare a suo nipote la dignità imperiale; ma, per le costituzioni dell'impero, non poteva farlo eleggere re de' Romani, finchè egli medesimo non avesse ricevuto la corona d'oro dalle mani del papa: onde pensava o di andare a cercarla a Roma, o di ottenere che Leon X gliela mandasse in Germania per mezzo di un legato, ed intanto cercava di guadagnare i suffragj degli elettori. Malgrado le inquietudini de' principi dell'impero, la gelosia della Francia, e gli artificj della corte di Roma, non avrebbe tardato ad ottenere l'intento. Ma la morte venne a rompere inaspettatamente i suoi disegni, sorprendendolo a Lintz il 19 gennajo del 1519, mentre occupavasi caldamente della caccia, cercando di sbarazzarsi da una leggiere febbre con inopportuni rimedj[508].

[508] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 169. — Par. de Grassis ap. Rayn. An. Eccl. 1519, § 1-2, p. 277. — Fr. Belcarii, l. XVI, p. 472. — P. Bizarri, l. XIX, p. 449. — P. Giovio vita di Leon X, l. IV, f. 88. — P. Paruta Ist. Ven., l. IV, p. 261._

La morte di Massimiliano, accaduta prima che fosse eletto un re de' Romani, apriva la porta a tutti i candidati che potevano aspirare a questa prima dignità del mondo cristiano. Pure non la chiesero che i due più potenti monarchi dell'Europa, il re di Spagna ed il re di Francia. Il primo, come arciduca d'Austria e come sovrano de' Paesi Bassi, era di già membro dell'impero; il secondo gli era assolutamente straniero, ma, se avesse ottenuta la corona, avrebbe compromessa quella indipendenza della monarchia francese, cui i Francesi apprezzavano con ragione così altamente, rendendola dipendente per meglio unirla all'impero. Rappresentavano i ministri dei due principi, che in questo momento era necessario alla cristianità un potente monarca, onde mettere argine alle conquiste de' Turchi, che opprimevano l'Ungheria, e minacciavano la Germania. Frattanto tutti i principi e tutti gli stati indipendenti della Germania e dell'Italia tenevano una contraria opinione; vedevano con inquietudine la corona imperiale perpetuarsi nella casa d'Austria fin dal 1438 per via delle successive elezioni d'Alberto II, di Federico IV, e di Massimiliano, e del lungo regno degli ultimi due. Temevano l'assoluta sovversione delle loro libertà, quando l'erede di questi monarchi, che di già non le avevano abbastanza rispettate, sarebbe inoltre sovrano di tutte le Spagne, delle Indie, de' Paesi Bassi e delle due Sicilie. L'elezione di Francesco I, per le abitudini ch'egli porterebbe d'una assoluta monarchia in una monarchia elettiva e limitata, non sembrava meno pericolosa per l'indipendenza di tutti i piccoli stati: e per tal modo mentre i due monarchi facevano girare d'una in altra corte della Germania splendide ambasciate, accompagnate da corpi d'uomini d'armi e di convogli di danaro, onde apertamente guadagnarsi i suffragj, tutti gli amici del loro paese e della libertà europea facevano voti perchè questi due fossero rigettati. Vero è che molti, capo de' quali era Leon X, fingevano di essere attaccati a Francesco I, per impiegare il danaro ed il credito di lui contro il di lui competitore; ma fidavansi al nazionale orgoglio de' Tedeschi, che mai non permetterebbe ad un re di Francia di salire sul primo trono della Germania[509].

[509] _Rayn. An. Eccl. 1518, § 156 e seguenti, p. 273; 1519, § 8, p. 278. — Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 159. — P. Giovio vita di Leon X, l. IV, f. 89. — Jac. Nardi, l. V, p. 283. — P. Paruta, l. IV, p. 261._

Mentre Leon X cercava di tener la bilancia in bilico tra due così potenti principi, l'ultimo legittimo erede della sua propria famiglia moriva in Firenze. Lorenzo de' Medici, duca d'Urbino, vi aveva condotta sua moglie Maddalena de Latour d'Alvergna; ma le aveva comunicata la vergognosa malattia di cui era egli stesso affetto. Maddalena morì il 23 di aprile nel dare alla luce la troppo famosa Caterina de' Medici; e cinque giorni dopo, il 28 aprile, soggiacque ancora Lorenzo alla malattia che lo andava già da gran tempo distruggendo[510]. Altro discendente non restava di Cosimo de' Medici, padre della patria, che papa Leon X, Caterina, di lui pronipote, varie femmine maritate in diverse case fiorentine, e tre bastardi; cioè, Giulio di già cardinale, Ippolito ed Alessandro tuttavia in età fanciullesca. I discendenti di Lorenzo de' Medici, fratello di Cosimo, che vent'anni prima avevano rinunciato al loro nome per prendere quello di Popolani, e che nelle rivoluzioni di Firenze si erano mostrati partigiani del popolo e della libertà, erano in allora divisi in due rami, nel cadetto de' quali Giovanni de' Medici, figliuolo di Caterina Sforza, cominciava a farsi nome nelle armi. In questo stesso anno gli nasceva un figliuolo, il giorno 11 di giugno del 1519, destinato a ridurre un giorno la sua patria in servitù, ed a portare il primo, col nome di Cosimo, il titolo di gran duca di Toscana[511].

[510] _Gio. Cambi, p. 144-149. — Fil. Nerli, l. VI, p. 132. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 468. l. XVI, p. 470._

[511] _Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 335._

Gli ambiziosi disegni di Leon X per la sua famiglia, cui aveva sagrificata la gloria e l'indipendenza della sua patria, più avere non potevano esecuzione; perciò alcuni cittadini ebbero il coraggio di supplicarlo a rendere a Firenze una libertà che pregiudicare non poteva alla grandezza di lui o della di lui casa: la sorte del cardinale Giulio, gli dicevano essi, era stabilita nella Chiesa, mentre che i due fanciulli, Alessandro ed Ippolito, da Leone X appena riconosciuti, non sembravano inspirargli veruno interesse[512]. Ma Leone nel suo lungo esilio aveva contratto l'odio della libertà: suppose che conserverebbe la Toscana in una maggiore dipendenza dalle sue volontà sostituendo a Lorenzo il cardinale Giulio suo cugino; perciò lo fece subito partire alla volta di Firenze, quand'ebbe notizia della malattia del primo. Giulio, ch'era corucciato con Lorenzo, non entrò nel palazzo Medici finchè non fu morto suo cugino. In allora annunciò ai magistrati che non era sua intenzione di seguire le pedate del suo predecessore; che non era per appropriarsi in sul di lui esempio le nomine a tutti gli ufficj lucrativi; ma che anzi si farebbe debito di rispettare la pubblica libertà: infatti i Fiorentini, sollevati dal giogo che avevano portato, credettero di trovare sotto il cardinale Giulio un immagine della repubblica; e si affezionarono a questo prelato, che si trattenne fra di loro fino al mese di ottobre, e che, ripartendo alla volta di Roma, lasciò nel palazzo de' Medici Goro Gheri di Pistoja, vescovo di Fano, ed il cardinale di Cortona, per governare in vece sua[513].

[512] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 162._

[513] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 152. — Filip. de' Nerli comment. de' fatti civili di Firenze, l. VII, p. 133._

Dopo estinta la casa Medici, il ducato d'Urbino avrebbe dovuto ricadere alla santa sede. Leon X non volle restituirlo all'antico signore, malgrado il desiderio degli abitanti; anzi per tenerlo sottomesso ne fece smantellare le città. Ma mentre incorporò il ducato d'Urbino all'immediato dominio della Chiesa, accordò la fortezza di san Leo, ed il contado di Montefeltro, che viene formato da una sessantina di castella o villaggi murati, alla repubblica fiorentina in pagamento di cento cinquanta mila fiorini, dovutile a saldo delle somme sovvenute alla santa sede in occasione della guerra d'Urbino[514].

[514] _Gio. Cambi, t. XXII, p. 166. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 336. — Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 163. — P. Giovio vita di Leon X, l. IV, f. 89. — Jacopo Nardi Ist. Fior., l. VI, p. 279._

Frattanto le rivalità fra i due pretendenti all'impero si erano continuate con un aspetto di galanteria e di vicendevole rispetto. Francesco I aveva detto agli ambasciatori di Spagna, ch'egli ed il loro padrone dovevano risguardarsi come due innamorati che corteggiano la stessa amante, non già come nemici[515]. Il re di Francia aveva creduto di guadagnare i voti degli elettori, profondendo il danaro: i suoi tre ambasciatori, l'ammiraglio Bonnivet, d'Orval e Fleuranges «avevano sempre, dice l'ultimo, quattrocento mila scudi con loro che gli arcieri portavano in certe loro valigie, ed avevano i detti ambasciatori con loro quattrocento cavalli tedeschi al soldo del re, che li conducevano; ed il fortunato (Fleuranges) aveva inoltre con lui quaranta cavalli, la maggior parte pure tedeschi, tutti vestiti di verde, con i suoi colori ad una manica, i quali rendettero importanti servigj[516].»

[515] _Fr. Belcarii, l. XV, p. 472._

[516] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 248._

Ma il danaro di Carlo fu più utilmente adoperato nell'adunare un'armata, che improvvisamente si avvicinò a Francoforte sotto colore di proteggere la libertà degli elettori. Le quattro voci di Magonza, di Colonia, di Sassonia e del conte palatino, gli furono date dopo che l'elettore di Sassonia ricusò l'offerta della corona; venne in seguito quella di Boemia; e finalmente gli elettori di Brandeburgo e di Treveri furono gli ultimi ad abbandonare gl'interessi del re di Francia; Carlo, che di que' tempi si trovava in Ispagna, fu proclamato imperatore eletto il 28 giugno del 1519, e si fece chiamare Carlo Quinto[517].

[517] Lettera del cardinale Caietano a Leon X, scritta da Francoforte il 29 di giugno del 1519. _Lettere de' principi, ediz. di Ven. del 1581, t. I, f. 68. — Par. de Grassis, l. XIII, p. 264. — Alfonso de Ulloa vita di Carlo V, l. II, f. 63. — Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 263. — Fr. Belcarii, l. XVI, p. 475. — Schmidt, Hist. des Allemands, l. VIII, c. I e II, t. VI, p. 163._

In questo stesso tempo la storia d'Italia è povera di avvenimenti. Le province guastate in tempo della guerra cercavano col riposo e coll'economia di rifarsi da tanti disastri. Il marchese di Mantova, Francesco Gonzaga, che nelle guerre della fine del precedente secolo si era acquistata grandissima riputazione, morì il 20 di febbrajo. Gli successe Federico, il maggiore de' suoi tre figli; Ercole fu fatto cardinale; e don Fernando, in appresso duca di Molfetta e di Guastalla, fu uno de' più illustri capitani del secolo[518].

[518] _Muratori Ann. d'Italia ad an. 1519, p. 160._

Il duca di Ferrara, don Alfonso d'Este, in novembre dello stesso anno, fu sorpreso da pericolosa malattia, che per alcuni giorni fece credere disperata la sua guarigione. Suo fratello, il cardinale Ippolito, disgustato del soggiorno di Roma, trovavasi in Ungheria nel suo arcivescovado di Strigonia. Alfonso aveva pagati gli enormi debiti contratti in tempo delle sue lunghe guerre; aveva inoltre adunato un ragguardevole tesoro, ma coll'opprimere d'insopportabili imposte i suoi sudditi. In ogni altra cosa avarissimo, spendeva senza misura nel fortificare Ferrara, e nel fare nuove artiglierie e provvedere munizioni da guerra. Aveva ridotta la sua capitale a città quasi inespugnabile; ma aveva a carissimo prezzo acquistato tale vantaggio, cioè perdendo l'amore de' suoi popoli, ruinati dalle imposte e da' suoi monopolj. Dopo la pace aveva licenziate le sue truppe, credendo di non aver più nulla a temere, quando nella stessa epoca in cui cadde infermo, un'inondazione rovesciò ottanta piedi delle mura di Ferrara, e lo espose a nuovi pericoli[519].

[519] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 165. — Fr. Belcarii, l. XVI, p. 478._

Leon X non aveva rendute ad Alfonso d'Este le due città di Modena e di Reggio, nemmeno dopo la morte del nipote, che aveva troncati tutti i disegni d'ingrandimento ch'egli aveva formati a pro della sua famiglia. Lungi di essere da quest'avvenimento richiamato a più moderati sentimenti, Leone quand'ebbe avviso della malattia d'Alfonso e della caduta delle mura della capitale, risolse di approfittarne per privarlo del suo ultimo asilo. A tale oggetto sovvenne dieci mila ducati ad Alessandro Fregoso, vescovo di Ventimiglia, figlio di quel cardinale Paolo Fregoso, il di cui bellicoso carattere aveva suscitate tante rivoluzioni nel precedente secolo. Trovavasi costui in Bologna, perchè suo cugino Ottaviano lo aveva esiliato da Genova. Col danaro del papa assoldò gente nelle terre della Chiesa e della Lunigiana[520], dando voce di voler tentare una rivoluzione in Genova, ciò che facilmente era da tutti creduto. Quando seppe che suo cugino Ottaviano erasi posto in guardia contro i suoi attentati, simulò di esserne afflitto, quasi vedesse contrariati i suoi progetti, ed offrì a Federigo da Bozzolo di ajutarlo colle sue truppe, assoldate già per un mese, in certa lite che aveva con Gian Francesco Pico della Mirandola intorno al possedimento di Concordia. Sotto questo pretesto avvicinossi al Po, sperando di poterlo passare senza ostacolo, e di marciare improvvisamente sopra Ferrara. Un agente del papa gli aveva apparecchiate alcune barche dove la Secchia mette foce in Po; ma, sentendo avvicinarsi questa piccola armata, il marchese di Mantova fece ritirare tutte quelle barche; scoprì i veri disegni del vescovo di Ventimiglia, e ne diede avviso al duca di Ferrara, il quale si pose bentosto in su le difese. Perduta ogni speranza di sorprenderlo, Alessandro Fregoso licenziò le truppe: il duca lo accusò al papa per averlo voluto attaccare in tempo di pace, e Leon X non esitò ad incolpare dell'accaduto il suo agente[521].

[520] _P. Bizarri Genuens. Histor., l. XIX, p. 449._

[521] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 166. — Fr. Belcarii, l. XVI, p. 478._

Ma l'alta dignità del papato non lascia quasi mai coloro che trovansene rivestiti esposti a soffrire i danni de' proprj mancamenti: le loro provocazioni non sono esposte alle rappresaglie; se commettono una perfidia, si teme di pubblicarla, e non si ardisce attaccare la loro riputazione. Questa specie d'impunità non può a meno di non corromperli. Quando un papa si è una volta abbandonato all'ambizione di dilatare i suoi stati, non si lascia scoraggiare dal cattivo esito di un attentato; anzi una perdita gli dà motivo di rinnovare i suoi sforzi. Alessandro VI aveva cominciata la guerra contro i feudatarj della Chiesa, ed aveva spogliati tutti quelli della Romagna, per ingrandire a loro spese suo figliuolo. Giulio II, con una più generosa ambizione, si era volto contro più potenti principi: aveva cacciati i Bentivoglio da Bologna, espulsi i Veneziani dalla Romagna, e cominciata la guerra contro il duca di Ferrara; ma non aveva spogliati del loro potere coloro che assoggettandosi senza riserva alla Chiesa; altro realmente così non erano che suoi vicarj, come ne avevano il titolo, e non comandavano che in suo nome.

Giampaolo Baglione, signore di Perugia, era il più illustre di questi ultimi. Dopo avere fatta la sua pace con Giulio II, lo aveva servito in tutte le guerre, mostrandosi il più fedele vassallo de' pontefici. Era stato invitato dai Veneziani a comandare le loro armate in tempo della lega di Cambrai, e vi si era acquistato grandissimo nome di capitano prudente, conoscitore de' luoghi e degli uomini, e dell'arte della guerra; di modo che, malgrado molti disastri, i Veneziani non lo privarono della loro confidenza. Dopo la pace era tornato a Perugia. Il papa aveva da prima approvato il suo contegno, quando il duca d'Urbino s'era avvicinato a Perugia colla sua armata: ma in appresso gli rinfacciò una cotale segreta intelligenza col duca, persuaso che il Baglioni non potesse vedere di buon occhio la ruina di quest'ultimo feudatario della Chiesa, suo amico e suo vicino.