Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)
Part 25
Leone X, informato dell'aggressione diretta contro suo nipote, vi ravvisò la mano di Francesco I. Egli sapeva con quanti segreti raggiri, con quante piccole perfidie aveva provocata la di lui collera. Ad ogni modo volle chiedere soccorso a lui medesimo, accusando Lautrec solo, suo luogotenente, d'avergli suscitato contro un nuovo nemico in mezzo alla pace. Ma quando si rivolse nello stesso tempo al re di Spagna ed all'imperatore per avere la loro assistenza, rappresentò loro l'aggressione, ond'era minacciato, come opera dello stesso Francesco[478]. Nello stesso tempo incaricò suo nipote Lorenzo di adunare in Romagna tutte le truppe della repubblica fiorentina e della Chiesa, per chiudere la strada ai nemici.
[478] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 127, 130._ — Lettera di Leon X del 12 delle calende d'aprile, al vescovo di Tortosa. _Apud Rayn. Ann. Eccl. an. 1517, § 82, 83, p. 239._
Ma perchè Lorenzo non conosceva l'arte militare, il papa gli aveva dati per consiglieri Renzo Orsini di Ceri, Giulio Vitelli di Città di Castello, e Guido Rangoni di Modena, tutti tre assai distinti ufficiali. Altronde gli aveva particolarmente raccomandato di non si esporre alle vicissitudini d'una battaglia, persuaso che prolungando la guerra, il più ricco dei due rivali non poteva restare perdente. Lorenzo de' Medici si fece prestare dai cittadini fiorentini cinquanta mila fiorini d'oro; fece marciare alla volta della Romagna dieci mila uomini presi nella milizia della campagna; provvide di guarnigioni le città, e lasciò libero il passo al duca d'Urbino, che si presentò il 5 di febbrajo innanzi alla sua capitale. Il duca sconfisse lo stesso giorno Francesco del Monte, che voleva tenerlo lontano dalle mura della città, e nel susseguente giorno fu ricevuto dagli abitanti con trasporti di gioja. Questi gli professavano lo stesso attaccamento come ai tempi del duca Borgia, e non sapevano accomodarsi all'alterigia ed al duro carattere di Lorenzo de' Medici[479].
[479] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, Deliz. degli Eruditi Toscani, p. 108. — Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 127. — P. Giovio Vita di Leon X, l. III, p. 81. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 322. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 461._
Tutto il ducato d'Urbino aveva rialzate le bandiere dell'antico loro padrone; ma in mezzo all'insurrezione, Lorenzo de' Medici si era accampato su due montagne poste sopra Pesaro ed in faccia ad Urbino, e vi riceveva i rinforzi che Leon X aveva domandati ai sovrani. Il conte di Potenza gli aveva condotte quattrocento lance dal regno di Napoli per conto del re Carlo. Dal canto suo Francesco I faceva marciare trecento lance francesi; e somministrando al papa questo soccorso gli chiedeva in contraccambio la restituzione tante volte promessa di Modena e di Reggio al duca di Ferrara[480]. Senza contare questi uomini d'armi francesi cui il papa non permise di giugnere sul teatro della guerra, Lorenzo aveva di già adunati mille uomini d'armi, mille cavaleggieri e quindici mila fanti. Ma i soldati, entrando ai servigj del papa, parevano rinunciare al loro antico punto d'onore ed al loro valore: sapendo i capitani che nè il sovrano, nè il generale non potevano giudicare de' loro mancamenti, essi cercavano di non recar danno a' loro avversarj, e di tirare in lungo la guerra per prolungare i loro profitti. L'armata pontificia si lasciò fuggire tutte le occasioni d'ottenere qualche vantaggio contro il duca d'Urbino fino al 4 d'aprile, in cui Lorenzo de' Medici fu ferito nella testa all'assedio del castello di Mondolfo da un colpo d'archibugio[481].
[480] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 131. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 322. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 462._
[481] _Ist. di Gio. Cambi, p. 111. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 327. — P. Giovio Vita di Leon X, l. III, f. 81. — Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 137. — Jac. Nardi, l. VI, p. 279._
Lorenzo II de' Medici, erede di tutto l'orgoglio di sua madre Alfonsina Orsini, aveva passata la sua giovinezza nell'esilio, inteso a procacciare nemici ai Fiorentini, od a cercare colle sue pratiche i mezzi di ricuperare un'autorità, cui credeva d'avere ereditarj diritti. Aveva con ciò offesi in mille modi i suoi compatriotti, ed era da loro detestato, siccome egli in segreto li detestava. Allorchè fu ferito, avendogli i suoi medici ordinato il silenzio ed il riposo, niuno fu ammesso a visitarlo in Ancona, dove si era fatto trasportare; ed i Fiorentini si persuasero bentosto che fosse morto. Accertavano che Lorenzo era spirato nella notte del venerdì al sabbato santo; che il di lui feretro era già stato deposto a nostra Signora di Loreto, e che lo aveva detto un ossesso, la di cui asserzione si preferiva a quella de' testimonj oculari[482]. I consiglj, con una segreta gioja, nominarono tre commissarj della repubblica per dirigere l'armata durante l'assenza del di lei capo: ma Leon X, che ravvisò in questa nomina, consentanea agli antichi usi, il progetto di ricuperare un'autorità ch'egli si arrogava tutta intera, vietò ai commissarj di recarsi al quartiere generale[483].
[482] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 114. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VI, p. 279._
[483] _Ist. di Gio. Cambi, p. 111. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 327._
Soltanto dopo quaranta giorni, Lorenzo de' Medici, risanato dalla sua ferita, andò a Firenze per disingannare coloro che lo credevano morto, e per calmare un movimento che poteva farsi pericoloso. Rientrò bruscamente in patria la domenica, 24 di maggio, ed all'indomani girò per le strade onde tutti potessero vederlo: ma la voce della di lui morte si era talmente accreditata, che molti cittadini andavano dicendo non essere il principe che loro si mostrava adesso, che un corpo privo di vita, animato da uno spirito maligno[484].
[484] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 114._
Invece dei commissarj della repubblica, Leone X spedì il cardinale di Bibbiena ad assumere il comando dell'armata abbandonata dal nipote. Questo favorito del papa, cui andiamo debitori del rinnovamento della commedia, e che tra i letterati ed i cortigiani aveva grandissima riputazione d'uomo dotato di squisito gusto, di amenità e di erudizione, era ben lontano dall'avere la stessa riputazione presso i soldati; e la sua campagna fu ancora più infelice che quella del suo predecessore. Una contesa insorta nel suo campo tra i soldati spagnuoli e tedeschi, dopo essergli costata più di cento soldati, lo costrinse a dividere in due campi l'armata. Francesco Maria della Rovere seppe approfittarne: sebbene da circa tre mesi non avesse più potuto pagare i suoi soldati, persuase i Baschi ed i Tedeschi, che militavano per il papa, e che si vergognavano d'essere subordinati al comando dei preti, di unirsi a lui; altrettanto avevano fatto molti Spagnuoli; e si vide quasi tutta un'armata abbandonare il sovrano, che generosamente e puntualmente la pagava, per seguire quegli che non poteva offrirle che le eventualità della guerra. Il cardinale di Bibbiena, sorpreso ne' suoi quartieri a Monte imperiale, dopo avere perduta molta gente, si ritirò a Pesaro[485].
[485] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 139. — P. Giovio Vita di Leon X, l. IV, p. 86. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 327._
Frattanto il duca d'Urbino, avendo raddoppiata la sua armata senza accrescere i suoi proventi, sentì la necessità di portarla a vivere in paese nemico. La condusse perciò in Toscana per predare le vittovaglie e gli armenti, che il popolo senza verun sospetto lasciava sparsi nelle campagne; sforzò Giampaolo Baglioni a redimere Perugia da un attacco con una contribuzione di dieci mila ducati; minacciò città di Castello e Siena; e dopo avere arricchiti i suoi soldati col saccheggio, li ricondusse rapidamente nel ducato d'Urbino, per cacciarne il cardinale di Bibbiena, che vi era penetrato durante la di lui lontananza. Leone X scrisse il 16 ed il 17 di maggio al Baglioni ed alla repubblica di Siena per ringraziarli della buona condotta da loro tenuta, ed esortarli alla costanza[486]. Di que' dì all'incirca, le genti della Chiesa trovando più facile il vincere il duca d'Urbino colle cospirazioni che colle armi, avevano comperati de' traditori nel di lui campo. Maldonato, Soares e due altri capitani spagnuoli promisero di dare Francesco Maria nelle mani del cardinale di Bibbiena o di assassinarlo. Il duca ebbe sentore delle loro trame; e li denunciò ai loro compatriotti adunati, che chiamò a giudici di tanta perfidia; gli Spagnuoli sdegnati li condannarono alla morte, ed eseguirono essi medesimi tale sentenza contro i quattro capitani che avevano tentato di tradire il principe cui servivano[487].
[486] _Lettera ai Sienesi del 15 delle cal. di giugno, ed a G. P. Baglioni del 16. Presso il Raynaldi § 84, 85, p. 240._
[487] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 141. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 328. — P. Giovio vita di Leon X, l. III, f. 82. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 464._
Non contento di avere cacciato fuori de' suoi stati il cardinale di Bibbiena, il duca d'Urbino lo inseguì nella Marca d'Ancona; ma perchè aveva poca artiglieria e pochissime munizioni da guerra, non vi potè occupare veruna città. Ripassando l'Appennino, estese i suoi guasti nello stato fiorentino tra borgo San Sepolcro ed Anghiari; ma la sua armata non pagata si era renduta formidabile non meno agli amici che ai nemici, e la sua situazione rendevasi ogni giorno più difficile; verun alleato aveva voluto assumersi di proteggerlo, mentre che tutte le grandi potenze spedivano soccorsi al papa, e che lo stesso Francesco I mostravasi sollecito di terminare questa guerra[488]. All'ultimo Francesco Maria perdette la speranza di potersi più lungo tempo difendere, ed accettò la mediazione che gli offriva il signore di Lescuns, fratello di Lautrec, inviato dal re di Francia presso il papa. In agosto o in settembre del 1517 venne sottoscritto un trattato, in forza del quale Leon X si obbligava di pagare all'armata del duca d'Urbino tutti i soldi arretrati, che ammontavano a più di cento mila ducati; lo assolveva da tutte le censure ecclesiastiche; accordava un'intera amnistia, che poi non osservò, a coloro che si erano dichiarati per il duca; e permetteva a Francesco Maria di far trasportare a Mantova, ove si ritirò, la sua artiglieria e la bella biblioteca raccolta in Urbino da suo avo, Federico di Montefeltro[489].
[488] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 147. — P. Giovio vita di Leone X, l. IV, f. 87. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 330. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 466._
[489] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 150. — P. Giovio vita di Leon X, l. IV, f. 87. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 332. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 467._
Non era ancora terminata la guerra d'Urbino, quando la corte di Roma venne agitata dalla scoperta di una congiura contro il papa, ed in appresso dal supplicio di uno de' principali dignitarj della Chiesa. Il capo di tale congiura era quello stesso cardinale Alfonso Petrucci che si era adoperato con tanto zelo nella nomina di Leone, e che lo aveva poi annunciato al popolo con sì vivo trasporto di gioja, gridando: _vivano i giovani!_ Pandolfo Petrucci, suo padre, aveva governata la repubblica di Siena con prudente accortezza, rispettando le abitudini de' cittadini, de' quali aveva abolite le leggi, e si era acquistata così fama tra i più grandi politici del suo secolo. Morì Pandolfo di sessantatre anni, il 21 maggio del 1512[490], lasciando tre figli; Borghese, il primogenito, che non aveva più di vent'anni; Alfonso, il secondo, ch'era stato creato cardinale nel 1509 in età di appena sedici anni; ed il terzo, Fabio, che non era per anco giunto all'adolescenza. Niuno di loro aveva ereditati i talenti nè la forza di carattere del padre, sebbene il primogenito gli succedesse nell'autorità presso la repubblica di Siena, e venisse riconosciuto capo della balìa, e comandante della guardia[491].
[490] _Orl. Malavolti stor. di Siena, p. III, l. VII, f. 117. — P. Giovio elogi e vite degli uomini illustri, l. V, p. 303._
[491] _Orl. Malavolti stor. di Siena, p. III, l. VII, f. 118._
In questa stessa famiglia de' signori di Siena Leon X aveva un favorito, Raffaello Petrucci, vescovo di Grosseto, persona a lui devota e fedele, ma illetterato, e di depravati costumi. Il papa lo aveva nominato castellano di castel sant'Angelo; ed in appresso pensò di metterlo alla testa del governo di Siena, affinchè questa repubblica, chiusa fra gli stati della Chiesa e de' Fiorentini, fosse da lui dipendente non meno che gli stati che la circondavano. Vitello Vitelli condusse a Siena il vescovo di Grosseto con dugento cavalli e due mila fanti, e lo installò il 10 marzo del 1515 nella signoria, mentre che Borghese Petrucci uscì di città senza avere il coraggio di fare uno sforzo per conservare la sua autorità. Il nuovo signore richiamò alcuni emigrati, ed in iscambio esiliò tutti coloro che avevano avuto molta parte nell'ultimo governo; in breve rendette la sua tirannide odiosa a tutti i Sienesi[492].
[492] _Ivi, f. 119._
Il cardinale Alfonso Petrucci non poteva perdonare a Leon X l'ingratitudine di cui si vedeva vittima. Suo padre Pandolfo era stato il più costante alleato dei Medici; aveva preso parte per favorirli nelle più pericolose guerre, aveva loro dato asilo in quella stessa patria da cui i Medici scacciavano i suoi figliuoli, confiscandone i beni. In un inconsiderato impeto di gioventù, Alfonso si lasciava talvolta uscire di bocca, ch'era tentato di gettarsi in concistoro sopra Leon X con un pugnale in mano, per disfarsi di lui in mezzo al sacro collegio. Aveva pure pensato di guadagnare il chirurgo Battista di Vercelli, perchè avvelenasse un'ulcera che obbligava Leon X a farsi medicare ogni giorno. Per altro questo chirurgo, invece d'essere al servigio del papa, non trovavasi neppure in Roma, ed esercitava la sua professione in Firenze; tutte le pratiche di Petrucci per eseguire questo progetto, se realmente vi aveva fatto entrare il Vercelli, si ristringevano all'avere raccomandato inutilmente questo chirurgo, per farlo ricevere nella corte del papa[493].
[493] _Rayn. An. Eccl. 1517, § 89, p. 241._
Ma il Petrucci aveva preso in odio il soggiorno di Roma, ov'erasi renduto sospetto co' suoi violenti discorsi. Se ne allontanò, e vi fu richiamato. In tempo della guerra d'Urbino si pronunciò vivamente favorevole a Francesco Maria della Rovere, e si allontanò di nuovo. Vennero sorprese certe sue lettere dirette al suo segretario Antonio Nino: esse esprimevano i medesimi sentimenti o i medesimi progetti di vendetta; e Leone X le trovò sufficienti per servire di fondamento ad un processo criminale. Bisognava con inganno assicurarsi della di lui persona, prima di tradurlo in giudizio; ed il papa gli scrisse un'affettuosa lettera per richiamarlo, mandandogli un salvacondotto. Nello stesso tempo diede di propria bocca parola all'ambasciatore di Spagna, che il Petrucci, ritornando, non si esponeva a verun pericolo. Infatti Alfonso tornò a Roma, e presentossi al palazzo del pontefice col suo amico il cardinale Bandinello Sauli di Genova, che aveva pure assai contribuito all'elezione di Leon X. L'uno e l'altro, invece di essere introdotti all'udienza del papa, furono arrestati ed immediatamente condotti in castel sant'Angelo. L'ambasciatore di Spagna si lagnò che il papa violasse il salvacondotto e la parola a lui data; ma rispose Leon X che tutte queste sicurezze erano distrutte da un'accusa di lesa maestà e di avvelenamento. Con tale risposta impegnava in certo modo anche l'ambasciatore a trovare gli accusati colpevoli[494].
[494] _Parisii de Grassis MS. archivii Vaticani, t. IV, p. 200; ap. Raynald. an. 1517, § 91-92, p. 242. — P. Giovio vita di Leon X, l. IV, f. 83. — Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 144. — P. Bizarri S. P. que Genuens. hist., l. XIX, p. 448._
Colla processura usata in quel secolo niun uomo poteva lusingarsi di far apparire la propria innocenza, se i giudici erano determinati di trovarlo colpevole, poichè tutta l'informazione era tenuta in un profondo mistero. I due cardinali vennero assoggettati ad una rigorosa tortura. Pocointesta di Bagnacavallo, ch'era stato sotto il Petrucci comandante della guardia di Siena, e Battista di Vercelli ch'era stato arrestato in Firenze, furono egualmente posti alla tortura, e fu loro estorta la confessione di un progetto d'avvelenamento. Furono arrestati altri cardinali, siccome colpevoli d'avere uditi i violenti detti e le minacce del Petrucci senz'averne dato avviso; cioè Raffaello Riario, decano del sacro collegio, già cardinale da oltre quarant'anni, il più prudente, il più circospetto de' capi della Chiesa, che tutti avanzava in dignità, in lusso ed in ricchezze; Adriano, cardinale di Corneto, e Francesco Soderini, cardinale di Volterra, l'uno e l'altro tra' più ricchi prelati della Chiesa[495].
[495] _Gio. Cambi Ist. Fior., t. XXII, p. 118. — Rayn. An. Eccl. 1517, § 94, p. 242._
Quando fu terminata l'informazione del procuratore fiscale, e letta nel sacro collegio, Petrucci e Sauli furono degradati e consegnati al braccio secolare. Il primo fu strozzato in prigione il 21 giugno, ventiquattr'ore dopo la sentenza. Allo stesso supplicio fu condannato anche Bandinello Sauli, ma Leon X mutò la sentenza di morte in perpetuo carcere: e perchè il prigioniere fece offrire una grossa somma di danaro per avere la libertà, Leon X gli mandò il suo maestro delle cerimonie, Paride de' Grassi, per accettare l'offerta e condurre il cardinale penitente in concistoro, a condizione che non cercherebbe di giustificarsi, e che per lo contrario confesserebbe tutte le colpe ond'era stato accusato[496]. Il Sauli si assoggettò alla proposta condizione; fu posto in libertà, ma morì poco tempo dopo, non senza sospetto, come corse voce, che prima di rilasciarlo il papa gli avesse fatto somministrare un lento veleno per sbarazzarsi di lui. Il cardinale Riario, dopo essere stato degradato, fu rimesso nella pristina dignità mercè il pagamento d'una grossa somma di danaro. I cardinali di Corneto e di Volterra avevano, stando inginocchiati in pieno concistoro, confessato d'aver udito le parole minacciose d'Alfonso Petrucci, e che, attribuendole alla sua leggerezza di mente, non le avevano denunciate. Leon X li fece porre in libertà dopo averli obbligati a pagare venticinque mila ducati. Questa somma doveva essere divisa fra loro due, ma le spese della guerra d'Urbino avendo sconcertate le finanze del papa, egli pretese che tale somma doveva essere da entrambi pagata individualmente. Allora i due cardinali fuggirono: non si seppe più nulla d'Adriano di Corneto, che venne senza dubbio assassinato; il Soderini si ritirò a Fondi sotto la protezione di Prospero Colonna, e vi stette fino alla morte del papa: Vercelli, Mino e Pocointesta perirono in mezzo ad orrendi supplicj[497].
[496] _Par. de Grassis, apud Rayn. Ann. Eccl. 1517, § 98, p. 243._
[497] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 146. — Par. de Grassis Diar. ap. Rayn. An. Eccl. 1517, § 95, p. 242. — P. Giovio vita di Leon X, l. IV, f. 85. — Panvino delle vite de' pontefici, in Leone X, p. 262. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 465._
Il sacro collegio era oppresso dallo spavento; non essendosi da lungo tempo trattati i suoi membri con tanto rigore. I condannati, e non escluso lo stesso Petrucci, non erano colpevoli che d'imprudenti parole; e quando Leon X non faceva grazia agli antichi suoi amici, ed a coloro che avevano contribuito alla sua elezione, gli altri non potevano sperare un migliore trattamento; di già si sentivano ai suoi occhi colpevoli, poichè le loro preghiere a pro de' colpevoli eransi risguardate come un'offesa. Il quinto concilio di Laterano, che trovavasi adunato nell'epoca dell'assunzione al pontificato di Leon X, non poteva più mettere limiti al di lui dispotismo; desso era stato da Leone terminato il 16 marzo del 1517, cinque anni dopo la sua convocazione. In così lungo spazio di tempo non aveva tenute che dodici sessioni, quasi d'altro non occupandosi che di vane formalità e di sermoni di etichetta. Non aveva giammai riuniti più di sedici cardinali e di novanta o cento vescovi ed abati mitrati; e niuno doveva infatti lusingarsi di vederne di più in un'assemblea, che il papa cercava di spogliare d'ogni autorità reale[498].
[498] _Rayn. Ann. Eccl. 1517, § 1-17, p. 226 e seg. — Fleury, Hist. eccl., l. CXXV, c. 1-4. — Spondanus contin., Rayn. 1517, § 1-2, t. II, p. 593._
Dopo la congiura del Petrucci non rimanevano nel sacro collegio che dodici cardinali, e Leon X seppe approfittare del loro terrore per fare in una sola volta una promozione di trentuno cardinali, che metteva il loro concistoro sotto assoluta di lui dipendenza. Una nomina così numerosa e così sproporzionata col corpo ch'essa riempiva, era senz'esempio. I cardinali atterriti dal fresco supplicio de' loro colleghi, sebbene si vedessero in tal modo rigettati in una impotente minorità, non osarono di fare veruna rimostranza. La lista si chiuse il 26 di giugno, e fu pubblicata il 1.º di luglio[499]. In quest'occasione Leon X collocò nel senato della Chiesa due figli delle sue sorelle, e varie altre creature che non vantavano altro titolo per così sublime dignità che il favore del pontefice: ma nello stesso tempo accordò il cappello cardinalizio a molti gentiluomini romani, che la politica dei suoi predecessori aveva studiosamente esclusi dal sacro collegio; innalzò pure alla stessa dignità molti celebri letterati, che illustrarono il nome di Leone per riconoscenza della protezione loro accordata; per ultimo vendette questa dignità a danaro contante a tutti gli altri, e la fece pagare perfino a coloro ch'era più inclinato a favorire; ma il prezzo cresceva in ragione inversa del minor merito che il candidato aveva per così alta dignità[500].
[499] _Paris de Grassis ap. Rayn. 1517, § 101, p. 244._
[500] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 146. — P. Jovii Hist. sui temp. Epit., l. XIX, t. II, p. 3. — P. Giovio vita di Leon X, l. IV, f. 86. — Jacopo Nardi Ist. Fior., l. VI, p. 279. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 124._
Nelle ultime sessioni del concilio non erasi parlato che di progetti di lega contro i Turchi. Pareva che l'Europa si apparecchiasse ad una nuova crociata, ed infatti la guerra sacra che predicava il papa, sembrava una necessaria misura per difendere e salvare la Cristianità. Selim colla conquista dell'Egitto e colle vittorie riportate sopra il Sofì di Persia aveva quasi raddoppiata l'estensione del suo impero ed i suoi mezzi d'attacco. Era noto il suo odio verso i cristiani, la sua passione per nuove intraprese, la sua dissimulazione, la sua crudeltà. Le stesse coste dell'Italia cominciavano ad essere esposte agli sbarchi de' Turchi. Leone scriveva a Massimiliano, ch'erano venuti a saccheggiare successivamente Recanati ed Ostia[501]. Francesco, Carlo e Massimiliano sottoscrissero a Cambrai, l'undici marzo del 1517, un trattato d'alleanza contro l'impero ottomano: tutto era preventivamente convenuto; il numero delle truppe che ognuno somministrerebbe, la maniera con cui ogni monarca eseguirebbe il proprio attacco e l'assistenza che chiederebbero alle altre potenze. Pareva che i principi cristiani cercassero di superarsi l'un l'altro colle più splendide promesse per difesa della patria e dell'incivilimento. Ma il più leggiere vicino vantaggio bastava, perchè più non si pensasse ad un pericolo creduto lontano; e Leon X, che sembrava tanto zelante per la lega cristiana, fu facilmente quegli che contribuì più d'ogni altro ad impedire che si adunasse[502].
[501] _Epist. Leonis apud Rayn. 1518, § 71, p. 260._
[502] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 152. — P. Paruta Ist. Venez., l. IV, p. 259. — Rayn. Ann. Eccl. 1517, § 18 e seg., p. 230. — P. Giovio vita di Leon X, t. IV, f. 88._