Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)

Part 24

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Dopo la partenza dell'imperatore, il duca di Borbone, richiamato da Francesco I, tornò in Francia, e lasciò il comando dell'armata e del paese al signore di Lautrec, col titolo di luogotenente generale in Italia[458]. Questi andò bentosto a raggiugnere sotto Brescia l'armata veneta, che ne avea ricominciato l'assedio. Sette mila Tedeschi, che si avanzavano per soccorrerla, furono dai Veneziani trattenuti a Rocca d'Anfo; onde non restando in Brescia che seicento fanti e quattrocento cavalli, ed essendo loro impossibile di difendersi, il 24 maggio del 1516 la città di Brescia aprì le porte ai Veneziani[459].

[458] _Mém. de Fleuranges, p. 224. — Mém. de Martin du Bellay, l. I, p. 72. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 116._

[459] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 116. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XVIII, p. 393. — P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 227. — Mém. de Martin du Bellay, l. I, p. 72._

Desiderava il senato che la stessa armata passasse sotto Verona, ed eccitava il Lautrec ad intraprendere l'assedio di quella città, la quale, quando fosse ritornata in potere de' Veneziani, avrebbe chiusa l'Italia ai Tedeschi; ma il Lautrec mostravasi inquieto per Parma e Piacenza, dove avea scoperto che il papa ordiva qualche trama per mezzo di Prospero Colonna. Probabilmente altresì voleva aspettare il fine delle negoziazioni che sapeva intavolate a Noyon tra il nuovo re Cattolico e Francesco I, e ritirossi a Peschiera, del qual luogo le sue truppe guastavano i territorj di Verona e di Mantova; mentre Marc'Antonio Colonna, comandante della truppa tedesca in Verona, il 28 luglio avendo sorpresa Vicenza mal guardata dai Veneziani, l'abbandonava al saccheggio[460].

[460] Fr. Guicciardini, l. XII, p. 120. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XVIII, p. 396. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 459.

Nella stessa epoca Carlo, nipote di Massimiliano e di Ferdinando, in appresso così celebre sotto il nome di Carlo V, desiderava di riconciliarsi con tutti i suoi vicini, per raccogliere senz'ostacolo la successione del secondo de' suoi avi. Antonio di Croy, signore di Chievres, che l'aveva educato, e che prendevasi tuttavia cura della di lui gioventù, aveva aperte in Noyon delle conferenze con Arturo di Gouffier, signore di Boisì, gran maestro di Francia, ch'era stato il precettore di Francesco I. Questi due plenipotenziarj, che godevano l'intera confidenza de' padroni da loro educati, sottoscrissero, il 13 d'agosto del 1516, un trattato che servì di base alla pace d'Europa. Soltanto due oggetti erano rimasti indecisi tra l'ultimo re Cattolico ed il re di Francia; da un canto i riclami del re di Navarra, spogliato del suo regno a motivo del suo attaccamento ai Francesi; dall'altro i diritti della Francia sopra il regno di Napoli, che, secondo il convenuto nel trattato di Blois nel 1505, dovevano ricadere alla Francia, poichè Germana di Foix non aveva avuto figliuoli da Ferdinando. Il trattato di Noyon non provvedeva alla pendenza della Navarra. Carlo obbligavasi solamente di dare stato entro otto mesi alla regina Catarina, rimasta vedova, in giugno di quest'anno, del re di Navarra; e Francesco I riservossi il diritto di soccorrere lei ed i suoi figliuoli di truppe e di danaro, senza mancare alla pace, se questa dopo gli otto mesi non dichiaravasi paga di quanto le offrirebbe il re di Spagna. I diritti delle due corone sul regno di Napoli si confusero con un maritaggio stabilito preventivamente tra Carlo e la figlia primogenita di Francesco I, che inallora non contava che un anno[461].

[461] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 121. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XVIII, p. 405. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 458. — Mém. de Martin du Bellay, l. I, p. 75. — Hist. de la Diplomatie Française, t. I, l. III, p. 319._

Il trattato di Noyon ristabiliva la pace soltanto tra la Francia e la Spagna, e lasciava libero Francesco I di soccorrere i Veneziani contro Massimiliano. Ma se questi voleva esservi compreso, le parti contraenti avevano per lui stipulato, che renderebbe Verona ai Veneziani, ricevendo invece da loro dugento mila ducati, e che conserverebbe Riva di Trento, Roveredo e tutto ciò che aveva acquistato nel Friuli. Per non apportare pregiudizio ai diritti e alle pretese dell'impero, non si dava a queste condizioni che una tregua di diciotto mesi[462].

[462] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 121. — P. Paruta, l. III, p. 242. — P. Jovii Hist., l. XVIII, p. 405._

Erano stati accordati a Massimiliano due mesi per accettare il trattato di Noyon; e perchè Francesco I prevedeva la di lui ripugnanza a rinunciare a veruna delle passate pretese, ordinò al signore di Lautrec d'unirsi all'armata veneziana, per cominciare l'assedio di Verona. Infatti le due armate si presentarono sotto le mura di quella città il 20 agosto, una sulla riva destra, l'altra sulla sinistra dell'Adige; e malgrado la valorosa resistenza di Marc'Antonio Colonna, che conservava tuttavia sotto il suo comando ottocento cavalli, cinque mila fanti tedeschi, e mille cinquecento spagnuoli, avanti la metà d'ottobre furono aperte nelle mura varie breccie assai larghe. Ma il Lautrec desiderava d'evitare ogni effusione di sangue in una guerra che non dubitava doversi in breve terminare con un trattato di pace. Malgrado le istanze del senato di Venezia, ricusò di procedere all'assalto; non volle nemmeno venire a battaglia con Rockandolf, che si avvicinava con una debole armata tedesca, e s'accontentò piuttosto di levare l'assedio, non senza eccitare le lagnanze e i sospetti dei Veneziani. Vero è che questi non tardarono a conoscere, che tale moderazione aveva salvata Verona per loro vantaggio, che questa città sarebbe in breve loro renduta intatta, mentre che, se l'avessero presa d'assalto, non avrebbero guadagnato che ruine[463].

[463] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 122. — P. Jovii Hist. sui temp. l. XVIII, p. 402. — P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 237. — Mém. de Fleuranges, p. 293. — Mém. de Martin du Bellay, l. I, p. 73._

Effettivamente tutte le guerre, tutte le nimicizie eccitate dalla lega di Cambrai sembravano tendere ad un fine comune, e l'anno 1516 fu l'epoca delle paci più importanti. I cinque cantoni svizzeri, che nel precedente anno non avevano voluto accedere al trattato di Ginevra, conchiusero, il 29 novembre del 1516, d'accordo cogli altri cantoni, un nuovo trattato colla Francia, cui fu dato il nome di _pace perpetua_, trattato che infatti durò quanto la monarchia francese. Regolavasi in esso la pensione che in avvenire la Francia pagherebbe ai tredici cantoni ed ai loro alleati, si lasciava alla decisione d'un arbitramento tutte le differenze che potessero insorgere, ed al re si accordava la facoltà di levare tra gli Svizzeri quante truppe vorrebbe[464].

[464] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 123. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 460. — Hist. de la Diplomatie française, t. I, l. III, p. 312._

Fu nello stesso anno che Francesco I stipulò colla corte di Roma il trattato che porta il nome di concordato, sottoscritto il 18 d'agosto del 1516, ed approvato dal concilio di Laterano il 19 di dicembre. Questo trattato, che aboliva la prammatica sanzione e le più preziose libertà della Chiesa gallicana, era stato fatto da due sovrani che reciprocamente si rinunciavano ciò che loro non apparteneva. Il papa accordava al re la collazione de' beneficj del regno, di spettanza de' capitoli e delle comunità: il re cedeva al papa le annate, ossiano l'entrate d'un anno bel beneficio ch'egli conferiva, e che spettava alle pie fondazioni[465].

[465] _Rayn. Ann. Eccl. 1516, § 12, p. 205 ec. — Labbe Conc. Gen., t. XIV, p. 358-389. — Hist. de la Diplom. franc., l. III, p. 316. — Fleury Hist. Eccl., l. CXXIV, c. 121. e segu. — Spondanus Cont. Ann. Baron., t. II, p. 592 ad an. § 13 e segu._

Il trattato del concordato fu cagione di profondo dolore alla Chiesa francese, e fu un oggetto di trionfo per la corte di Roma. Era la conseguenza della politica di Francesco I, il quale voleva a qualunque prezzo guadagnarsi il papa. Pure il re aveva potuto sperimentare anche recentemente quanto verso di lui implacabile fosse l'odio di Leon X, e quanto poco fondamento dovesse fare sopra i di lui trattati e sopra le di lui promesse. In tempo della spedizione di Massimiliano, che aveva minacciato il ducato di Milano, Leon X, invece di spedire in ajuto de' Francesi i cinquecento uomini d'armi ed i tre mila Svizzeri promessi, aveva anzi mandato il cardinale Bibbiena al campo imperiale per complimentare Massimiliano, e per rendere più intima la di lui alleanza colla santa sede. Inoltre non aveva mai cessato di confortare i Veneziani a staccarsi dalla Francia per entrare nella lega de' di lei nemici, di ravvivare lo sdegno degli Svizzeri, d'attraversare i Francesi in tutte le loro negoziazioni; e lo stesso giorno in cui sottoscriveva il concordato, 18 agosto 1516, metteva il colmo alla ruina d'uno de' più fedeli alleati della Francia, del duca d'Urbino, dando l'investitura del di lui ducato al proprio nipote, Lorenzo de' Medici.

Leon X più non aveva bisogno di pensare a fondar la grandezza di due principi della sua casa: suo fratello Giuliano, che aveva sposata Filiberta di Savoja, sorella minore di molti anni della madre di Francesco I, e che per cagione di questo matrimonio aveva da lui ricevuto il titolo di duca di Nemours, era morto il 17 di marzo del 1516. Giuliano, che durante il suo esilio da Firenze avea trovato asilo alla corte del duca d'Urbino, riconoscente de' ricevuti beneficj, avea difeso finchè era vissuto il duca contro l'ambizione di suo fratello[466]. Ma non fu appena morto Giuliano, che Leon X pubblicò un monitorio contro Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino, nel quale lo accusava dell'assassinio del cardinale di Pavia, del quale delitto era di già stato assolto; lo accusava d'avere negoziato con Lodovico XII, quando ancora viveva Giulio II; d'avere attaccati i soldati dispersi dell'armata spagnuola e pontificia dopo la sconfitta di Ravenna; finalmente d'avere ricusato d'unirsi all'armata di Lorenzo de' Medici contro Francesco I. Per tutte questa cagioni privava Francesco Maria della Rovere de' suoi stati, ed incaricava Lorenzo de' Medici, e sotto i suoi ordini Renzo di Ceri, di dare esecuzione a questa sentenza[467].

[466] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 92. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 320. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 117._

[467] _Par. de Grassis Diarium curiæ Roman. apud Raynald. Ann. 1516, § 33, t. XX, p. 219._

Il ducato d'Urbino, col contado di Montefeltro e colle signorie di Pesaro e di Sinigaglia, non dava un'entrata maggiore di venticinque mila ducati. Con così deboli sussidj il duca, abbandonato da tutti i suoi alleati, ed in particolare da quello pel quale erasi compromesso, sprezzando la collera del suo abituale signore, non poteva sperare di resistere a tutte le forze della Chiesa. Quando seppe che Lorenzo de' Medici era giunto al confine de' suoi stati con un'armata composta di truppe fiorentine e pontificie, fuggì a Pesaro, indi passò a Mantova, dove precedentemente aveva mandati la consorte ed il figlio. Il 30 maggio Lorenzo de' Medici entrò in Urbino; e nel termine di quattro giorni gli si arresero tutti i castelli di quel piccolo stato. Poca resistenza opposero ancora le fortezze di Sinigaglia, di Pesaro, di Majuolo di San Leo; quest'ultima, che credevasi inespugnabile, fu presa per iscalata dopo tre mesi[468].

[468] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 117. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 457. — Comm. di Filippo de' Nerli, l. VI, p. 130. — Jac. Nardi, l. VI, p. 278. — Ist. di Gio. Cambi, p. 99. — P. Giovio Vita di Leon X, l. III, f. 77, ediz. di Venez. 1557, in 12.º._

Leon X, costantemente occupandosi intorno all'ingrandimento della sua casa, rompeva per tale cagione i vincoli della riconoscenza che doveano legarlo a Francesco Maria della Rovere, protettore della sua famiglia in tempo del suo lungo esilio. Egli voleva ad ogni modo procurare una sovranità a suo nipote Lorenzo, figlio di Pietro, suo fratello maggiore, e dell'orgogliosa Alfonsina Orsini, le di cui istanze affrettarono, per quanto si dice, cotale decisione. Non dubitò quindi d'accordare il ducato d'Urbino e la signoria di Pesaro a Lorenzo de' Medici, lo stesso giorno in cui la sottoscrizione del concordato sembrava assicurare alla sua famiglia la protezione della Francia. Ottenne che il decreto d'investitura venisse confermato in pieno concistoro da tutti i cardinali, ad eccezione del solo Grimani, vescovo d'Urbino, il quale per questa sua opposizione fu forzato ad abbandonare Roma[469].

[469] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 118. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 101. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VI, p. 278. — Par. de Grassis Diar., l. IV, p. 167 apud Raynald. Ann. Eccl. 1516, § 83, p. 129._

La pace tra Carlo e Francesco I, quella tra gli Svizzeri e la Francia, e quella tra il papa e quest'ultima potenza avevano finalmente scossa l'ostinazione di Massimiliano. Egli aveva conosciuto che potrebbe difficilmente continuare solo la guerra, senza i sussidj pecuniarj d'altra potenza, ed il 4 di dicembre aveva dato il suo assenso al trattato di Noyon. Tuttavolta per salvare il suo amor proprio, e non parer di cedere a' suoi nemici, acconsentì soltanto di consegnare la città di Verona a suo nipote il re Cattolico, affinchè questi la consegnasse ai Francesi, i quali poi dovevano darla in mano ai Veneziani. Il vescovo di Trento, incaricato d'eseguire questa commissione, aprì le porte di Verona al signore di Lautrec il 23 di gennajo del 1517, e da lui ricevette a conto dei dugento mila scudi che dovevano pagare i Veneziani, il danaro necessario per pagare il soldo arretrato della guarnigione. Il Lautrec consegnò nello stesso istante le chiavi della città ad Andrea Gritti ed a Giampaolo Gradenigo, provveditori veneziani. Quattrocento uomini d'armi, il fiore dell'armata, e due mila fanti, presero possesso della città, mentre che i generali ed i provveditori veneziani si recarono alla cattedrale in mezzo ad un popolo ebbro di gioja, per rendere grazie al cielo della fine di così orribile guerra, e del ristabilimento in tutta la Venezia della benefica autorità del senato veneziano[470].

[470] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 124. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XVIII, p. 405. — Paolo Paruta Hist. Ven., l. III, p. 248. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 460. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 321. — H. Georgens von Frundsberg, Ritters Kriegszthaten, B. II, f. 28._

CAPITOLO CXIII.

_Rivoluzione e guerra d'Urbino: cospirazione de' cardinali contro il papa: ambizione di Leon X. Sua alleanza con Carlo V contro Francesco I. Le loro armate conquistano il Milanese; morte di Leon X._

1517 = 1521.

Nell'istante in cui la repubblica di Venezia ricuperò, contro ogni speranza, il possedimento di quasi tutto lo stato di terra ferma, che le aveva fatto perdere una sola battaglia, e pel quale aveva in appresso combattuto otto anni contro le principali potenze d'Europa, il senato scelse due de' suoi più illustri membri, Andrea Gritti e Giorgio Cornaro, per visitare tutte le città e le province della repubblica, conoscere i loro bisogni, consolare la loro miseria, rassodare la loro fedeltà, e loro promettere più felici tempi. I due deputati percorsero tutta la terra ferma veneziana; esaminarono le fortificazioni di Salò, di Peschiera, Bergamo, Brescia, Crema, Verona, Padova, Treviso, Rovigo, Udine e di tutte le piazze del Friuli[471]; mentre che dal canto loro tutte le città spedirono deputati al senato per rinnovare il loro giuramento di fedeltà, ed offrirgli le loro felicitazioni. La repubblica, che aveva resistito alla più formidabile lega che si fosse mai formata dopo la caduta dell'impero romano, che aveva contemporaneamente provati tutti i disastri nell'interno delle sue città, nelle sue armate, nelle sue flotte, e che non aveva in fine di così lunga ed acerba guerra perdute che alcune poco importanti città della Romagna, ed alcuni porti che teneva in pegno nel regno di Napoli, poteva credersi sicura della sua immortalità. Ella aveva trovati inesauribili mezzi, e spiegata una tale costanza ed energia, che non sarebbersi forse trovate in verun altro stato della Cristianità, ed il senato pareva avere fondamento d'esortare i suoi sudditi a riporre ogni loro fidanza nella fortuna di san Marco.

[471] _P. Justinian. Hist. Ven., l. XI, ap. Rayn. Ann. Eccl. 1517, § 80, p. 238._

Non pertanto la guerra della lega di Cambrai aveva essiccate molte parti vitali della repubblica, e dopo quest'epoca più non si vide ricuperare il primiero vigore. Aveva supplito all'enorme dispendio cui era stata forzata di soggiacere per lo spazio d'otto anni, non solo con prestiti che le assorbivano per molti anni tutte le pubbliche entrate, ma ancora col vendere al migliore offerente quasi tutte le principali cariche dello stato. Allorchè fu ristabilita la pace, i consiglj posero fine a questa vergognosa maniera di distribuire gl'impieghi della repubblica, ma non potevano impedire che i corpi risguardati fin allora come il fiore della nazione non fossero stati formati a prezzo d'oro, e che molti impieghi non venissero occupati da persone portate ai medesimi dalle sole ricchezze[472].

[472] _P. Paruta Ist. Ven., l. IV, p. 252._

Il commercio aveva fondata la potenza veneziana, ma questo commercio aveva sofferto in tutte le sue parti. Quasi tutte le officine delle manifatture stabilite nel territorio veneto erano state distrutte dalla guerra: Giulio II aveva sforzati i Veneziani a dividere coi direttori delle sue saline di Cervia il monopolio dei sali, lungo tempo esercitato esclusivamente dai primi in tutta l'Italia. Selim, imperatore dei Turchi, aveva conquistato il Cairo ed Alessandria, e distrutto l'impero dei Mamelucchi[473]. L'Egitto, ch'egli aveva occupato, era uno di que' paesi in cui i Veneziani esercitavano il più lucrativo commercio; ed il regime de' Turchi, più oppressivo che quello del soldano, lo fece bentosto languire, e annullò tutti gli utili, sebbene il senato non avesse ommesso di mandare subito un'ambasciata a Selim per felicitarlo intorno alle sue conquiste, rinnovare con lui i trattati di commercio e pagargli il tributo del regno di Cipro, antico feudo del soldano[474].

[473] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XVII e XVIII. — Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 152._

[474] _P. Paruta Stor. Ven., l. IV, p. 254. — Alfonso de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 45 e seg._

In pari tempo la navigazione dei Portoghesi intorno al capo di Buona Speranza dava una nuova direzione al commercio delle Indie; il quale, invece di farsi soltanto per gli scali del mar Rosso e d'Alessandria, paesi ne' quali i Veneziani, per l'influenza loro, s'erano procurato una specie di monopolio, era venuto in mano de' mercanti di Lisbona, che andavano direttamente a cercare le spezierie alle Molucche e ne approvvigionavano tutta l'Europa. Finalmente il commercio de' Veneziani coll'Africa e colla Spagna aveva ricevuto un funesto colpo dall'imprudente avidità de' ministri del nuovo re Cattolico. Una flotta veneziana faceva regolarmente ogni anno il giro del Mediterraneo per fare tutti i cambj tra i diversi porti di questo mare. Le galere ond'era composta, e che dicevansi _galere del traffico_, partivano da Venezia per Siracusa in Sicilia; davano in appresso fondo a Tripoli, all'isola di Gerbi presso alle Sirti, a Tunisi, a Tremizene, a Orano, e ad altri porti dei regni di Fez e di Marocco: giugnevano in cadauno di questi porti nell'epoca di fiera annuale, cui i Mori recavano la loro polvere d'oro, per cambiarla coi metalli lavorati e colle stoffe dell'Europa. Questa stessa polvere d'oro veniva in seguito portata dalle _galere del traffico_ ne' porti spagnuoli d'Almeria, Malaga e Valenza, dove serviva a comperare sete, lane e frumento. Queste mercanzie ne' tempi di Ferdinando erano state assoggettate ad un diritto d'esportazione del dieci per cento del loro valore, lo che aveva danneggiato l'interesse de' produttori, senza far torto al commercio. I ministri del successore di Ferdinando duplicarono l'imposta, e ne posero un'altra simile sopra l'importazione delle merci recate dai Veneziani; e, credendo in tal modo di quadruplicare le loro entrate, distrussero invece il commercio e l'agricoltura della Spagna; ma in pari tempo fecero cessare uno de' più ricchi traffichi de' Veneziani[475].

[475] _P. Paruta Ist. Ven., l. IV, p. 257._

In mezzo a queste difficoltà, il senato occupavasi incessantemente intorno ai mezzi di ristabilire la passata prosperità del territorio della repubblica, col richiamare ai campi gli agricoltori, alle officine i dispersi operaj; col rialzare le dighe abbattute, ristaurare i canali d'irrigamento e di navigazione, accrescere ovunque le fortificazioni che difendevano il paese, e particolarmente quelle di Verona e di Padova, di cui voleva formare i baluardi dello stato. Per ultimo riaprì l'università di Padova, la quale era stata chiusa otto anni, chiamandovi i più celebri professori, i quali vi attirarono di nuovo la folla degli scolari[476].

[476] _Ivi, p. 252._

Le numerose armate che l'imperatore, il re di Francia e la repubblica licenziavano nel medesimo istante, potevano in tempo di pace apportare alle province d'Italia una nuova calamità colle ruberie delle milizie sbandate. Pareva difficile di assoggettare tutto ad un tratto all'autorità delle leggi uomini da lungo tempo accostumati a disprezzarle, che lasciavansi senza mezzi di sussistenza, ed erano persuasi d'aver essi la forza in mano. Non dobbiamo perciò maravigliarci che il senato ed il luogotenente del re in Lombardia, favoreggiassero un tentativo del duca d'Urbino, che li liberava da questi formidabili avanzi delle armate, ed addensava la burrasca, che gli aveva minacciati, sopra gli stati d'un sovrano, di cui avevano lungo tempo sperimentata l'inimicizia e la mala fede.

Francesco Maria della Rovere si era lasciato spogliare senza fare resistenza del ducato d'Urbino, persuaso che in tempo d'una guerra generale, le potenze, che cercavano l'alleanza del papa, lo avrebbero sagrificato alla sua ambizione. Appena fatta la pace, la loro gelosia verso la corte di Roma, lungo tempo compressa, poteva rinascere, o per lo meno non era presumibile che per cagion della santa sede volessero ricominciare le ostilità; ed altro non domandava al rimanente dell'Europa, che di lasciare che si misurasse colle sole sue forze contro le sole forze della Chiesa. Quando si licenziavano le armate adunate sotto Verona, propose loro di seguirlo in una spedizione somigliante a quelle delle antiche compagnie di ventura. Federico di Bozzolo, cadetto della casa di Gonzaga, che si era acquistato nome militando per la Francia, e ch'era personalmente nemico di Lorenzo de' Medici, offrì di porsi alla testa dell'armata. Si unirono sotto le sue bandiere cinque mila fanti spagnuoli comandati dal capitano Maldonato, ed ottocento cavaleggieri in gran parte albanesi. Andrea Bua, Costantino Boccali, il brabantese Zucker e molti altri ufficiali, che si erano acquistata celebrità nella precedente guerra, si attaccarono all'armata del duca d'Urbino. I talenti dei capitani e lo sperimentato valore de' soldati formavano tutta la forza del duca, poichè egli non aveva nè danaro, nè artiglieria, nè munizioni, nè equipaggi di guerra. Pure partì dalle vicinanze di Mantova colla sua piccola armata il 23 di gennajo del 1517, lo stesso giorno in cui Verona fu consegnata ai Francesi[477].

[477] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 126. — P. Giovio Vita di Leon X, l. III, f. 81. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 107. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 322. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 460._