Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)

Part 23

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[438] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 103. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 317. — P. Paruta Hist. Ven., l. III, p. 184._

Quattro ambasciatori, i più qualificati personaggi che avesse la repubblica di Venezia per le dignità loro e per i loro impieghi, erano stati mandati a Milano per felicitare Francesco I intorno alla sua vittoria, e per ricordargli le promesse fatte ai Veneziani, di far loro ricuperare tutto ciò che degli stati della repubblica occupava l'imperatore. La conquista dello stato di Milano non poteva risguardarsi come terminata, finchè i Francesi non la venivano assicurando da nuove invasioni dalla banda della Germania, rendendo Verona e Brescia ai Veneziani, siccome dal canto dell'Italia spagnuola, scacciando i Medici da Firenze, e forzando il papa a fare la pace. Se Francesco I avesse saputo approfittare della sua vittoria, avrebbe potuto col solo spavento che inspirava ottenere tutti questi vantaggi senza nuove battaglie: ma la sua politica era troppo personale, perchè potesse comprendere quanto il più delle volte torni in utile proprio il servire vivamente i suoi alleati. Sebbene accogliesse gli ambasciatori veneziani con dimostrazioni di singolare amicizia, e loro si mostrasse pieno di zelo per gl'interessi della repubblica, tardò assai a mandar loro le sue truppe; e queste ancora pareva che affatto avessero dimenticato il valore e l'impeto francese[439].

[439] _P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 185._

I Veneziani, abbandonati alle proprie forze, vollero non pertanto tentare di ricuperare le perdute città. Lo spagnuolo Hijar comandava a Brescia, e Marc'Antonio Colonna in Verona. Quest'ultima città aveva una numerosa guarnigione, l'altra una piccolissima; onde l'Alviano ebbe ordine dal senato d'accostarsi a Brescia: ma Hijar, prevedendo il vicino attacco, chiede al Colonna i soccorsi creduti necessarj; e mille fanti partiti da Verona, girando intorno al lago di Garda, entrarono in Brescia prima che l'armata veneziana giugnesse sotto le mura[440].

[440] _P. Paruta Ist. Ven, l. III, p. 191. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 318._

Bartolommeo d'Alviano, che per la prima volta in sua vita lasciavasi vincere da un altro in celerità, non lo fu che per sopraggiuntagli infermità. Le fatiche sostenute nella battaglia di Marignano, sproporzionate all'età sua ed alla debole sua costituzione, gli avevano cagionata un'ernia: egli si fece trasportare a Ghedo, non molto distante da Brescia, ove morì il 7 d'ottobre dopo avere sofferti acerbissimi dolori. Quest'uomo, che dal rango di semplice soldato, passando per tutti i gradi della milizia, era giunto ad essere supremo comandante d'eserciti, non pareva dalla natura dotato di quelle facoltà che abbisognano per una vita attiva. Era piccolissimo, assai curvo, e d'una quasi deforme bruttezza. Il suo impeto, talvolta imprudente, sembrava piuttosto una qualità conveniente ad un soldato che ad un generale; e sebbene questo l'avesse esposto a sanguinose sconfitte, egli sapeva compensare tale difetto colla sua celerità ed intrepidezza, e coll'arte che aveva di guadagnarsi l'affetto e la confidenza del soldato, anche assoggettandolo alla più rigorosa disciplina. Verun uomo seppe meglio di lui ispirare coraggio alla fanteria italiana, e farle riacquistare la considerazione de' Tedeschi, degli Svizzeri, degli Spagnuoli, cui non vergognavasi di confessarsi inferiore. Morì di sessant'anni, amaramente pianto da' suoi soldati, che, non volendosi privare della sua presenza, lo tennero venticinque giorni alla testa dell'armata, facendogli rendere nella sua tenda gli onori convenienti al loro generale. Essi mai non acconsentirono che si chiedesse un salvacondotto a Marc'Antonio Colonna, comandante di Verona, per far passare il di lui corpo a Venezia, e vollero accompagnarlo armata mano attraverso al territorio nemico. Il senato lo fece seppellire nella chiesa di santo Stefano, ed accordò pensioni alla di lui vedova e figli, che lasciava poveri[441].

[441] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 318. — P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 192. — Fr. Guicciardini, t. II, l. XII, p. 105. — Mém. de Martin du Bellay, l. I, p. 66. — Fr. Belcarii Comment., l. XV, p. 450._

Dopo la morte dell'Alviano parve che l'armata veneziana più non avesse il coraggio di misurarsi col nemico; ed i medesimi rinforzi, che le mandava il re di Francia, giugnendo al campo veneziano contraevano in certo modo lo stesso spirito di timidità e d'indisciplina. Gian Giacopo Trivulzio, che le condusse settecento lance francesi e sette mila fanti tedeschi, ed intraprese l'assedio di Brescia, si lasciò intimidire da difficoltà, di cui non sarebbesi preso cura se fosse stato ai servigj del re. I Tedeschi si ammutinarono, dichiarando di non voler servire contro le insegne imperiali che vedevano sulle mura di Verona e di Brescia. Fu d'uopo rimandarli, e chiamare in vece loro cinquemila Biscaini comandati da Pietro Navarro. Una sortita di mille cinquecento soldati tedeschi e spagnuoli della guarnigione di Brescia pose in fuga più di sei mila uomini dell'armata veneziana, togliendo loro dieci cannoni. Le mine cominciate dal Navarro per penetrare sotto le fortificazioni vennero sventate dagli assediati, furono uccisi i minatori, e le gallerie distrutte. Finalmente avendo il Trivulzio cambiato l'assedio in blocco, ridusse colla fame la guarnigione a promettere, che, se non veniva soccorsa entro venti giorni, evacuerebbe la città: ma prima che spirasse il prefinito termine, il barone di Rockandolf[442] adunò otto mila Tirolesi di milizie de' paesi confinanti, ed avanzandosi pel contado di Lodrone e Rocca d'Anfo, che vilmente gli si arrese, vittovagliò Brescia, da cui al suo avvicinamento erasi scostata l'armata nemica. I Veneziani non ottennero in quest'anno verun altro vantaggio dalle vittorie de' loro alleati, che di ricuperare Peschiera, Asola e Lonato, evacuate dal marchese di Mantova[443].

[442] Il biografo di Frundsberg lo dice Giorgio di Lichtenstein; onde probabilmente il nome di Rockandolf, datogli da tutti gl'Italiani, era quello della sua baronia. _Buch. II, f. 28._

[443] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XII, p. 106. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 319; l. XVI, p. 324. — P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 205. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 451. — Mém. de mess. Martin du Bellay, l. I, p. 69._

Frattanto Leone X aveva chiesta a Francesco I una conferenza, desiderata ancora da questi per meglio stringere l'alleanza tra di loro conchiusa. I due sovrani convennero di trovarsi in Bologna, ove il papa arrivò l'otto di dicembre, due giorni prima del re. Leon X non aveva torto di confidare nell'influenza che gli darebbero sul giovane monarca la sua accortezza e le sue maniere. Francesco I, negoziando in Viterbo, aveva richiesto a favore del suo fedele alleato, il duca di Ferrara, la restituzione di Modena e di Reggio, a condizione che gli fossero restituiti i quaranta mila ducati pei quali la prima di queste città era stata impegnata. Era questa la sovranità che Leon X aveva destinata a suo nipote; e vedevasi forzato a spogliare la propria famiglia degli stati per lei conquistati sulla destra del Po. Rinunciandovi voleva collocare altrove Lorenzo de' Medici; e gli destinò il ducato d'Urbino, per confiscare il quale a pregiudizio dell'attuale possessore non poteva allegare che il di lui attaccamento verso la Francia. Leone domandò che il duca d'Urbino fosse sagrificato al suo rancore ed alla sua ambizione; e Francesco ebbe la debolezza d'acconsentirvi. Inoltre il papa chiese che si abolisse la _prammatica sanzione_, che formava la guarenzia della libertà della Chiesa gallicana; e Francesco si lasciò piegare a fissare con lui le basi del concordato, che infatti le venne sostituito nel susseguente mese d'agosto. In contraccambio di così umilianti cessioni e così contrarie alla politica, Francesco ottenne il cappello di cardinale per Adriano di Boisì, fratello del gran maestro di Francia, la promessa d'un soccorso di cinquecento uomini d'armi, ed il soldo di tre mila Svizzeri, per difendere lo stato di Milano qualunque volta fosse attaccato[444].

[444] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 108. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XVI, p. 325. — P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 202. — Rayn. Ann. Eccl., § 28 e seg., p. 194. e seg. — Mémoir. de Fleuranges, p. 214. — Mém. de du Bellay, l. I, p. 66. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 452._

Prima di recarsi a Bologna aveva Francesco I colla mediazione del duca di Savoja conchiuso cogli Svizzeri un più importante trattato per la difesa dello stato di Milano. Erasi obbligato a pagar loro i seicento mila ducati convenuti nel trattato di Digione; i trecento mila promessi a Gallarate per prezzo delle podesterie italiane, ed inoltre ad accrescere le loro annue pensioni: questi dal canto loro promettevano di restituire al ducato di Milano le podesterie italiane, e di servire la casa di Francia verso e contro tutti, tranne il papa e l'imperatore, con quel numero di truppe che il re troverebbe opportuno d'assoldare. Per tal modo, malgrado la sanguinosa vittoria di Marignano, il re accordava agli Svizzeri press'a poco le medesime condizioni, ch'essi avevano domandate a Gallarate avanti la loro sconfitta; tanto era egli penetrato dell'importanza della loro alleanza per procurare alle sue armate quell'infanteria, che la politica sua non gli permetteva di formare tra i suoi sudditi. Ma il trattato sottoscritto a Ginevra il 7 di novembre non venne ratificato che da otto cantoni, avendo gli altri cinque, che davano un altissimo valore alle podesterie italiane, ricusato di ratificarlo. Francesco, senza aspettare l'assenso degli ultimi, mandò il promesso danaro a tutti i cantoni che avevano approvato il trattato, e gli affezionò così più caldamente al suo partito[445].

[445] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 109._

Aveva Francesco I concepiti più vasti progetti; pensava a rinnovare le sue pretensioni sopra il regno di Napoli, e ne aveva parlato col papa nella sua conferenza di Bologna. Ma Leon X gli aveva rappresentato che Enrico VIII, re d'Inghilterra, e genero di Ferdinando il Cattolico, si mostrava di già aombrato delle vittorie conseguite dalla Francia, che la cupidigia, o le personali animosità del suo favorito, il cardinale di Wolsey, potevano persuaderlo a rinnovare la guerra; ch'egli aveva il 9 d'ottobre rannodati con più stretti legami la sua alleanza con suo suocero, il re d'Arragona[446]; e che in quest'istante opporrebbe un valido ostacolo alla conquista di Napoli, se attaccava le coste della Francia: che d'altra parte erasi avuto avviso che Ferdinando, di già vecchio assai, era caduto infermo, e che probabilmente non viverebbe ancora molto; che accadendo la di lui morte, il suo successore, Carlo, non potrebbe sperare molto nell'alleanza dell'Inghilterra, e che allora, angustiato dalle difficoltà che accompagnano le successioni contestate, probabilmente cederebbe alla Francia, senza combattere, il regno di Napoli. Il vero ed unico motivo che muoveva Leon X a dare questo consiglio era quello d'acquistar tempo: Francesco I si lasciò facilmente persuadere; onde, licenziata la maggior parte della sua armata per liberarsi da una eccessiva spesa, non si riservò per la difesa del Milanese che settecento lance, sei mila fanti tedeschi e quattro mila baschi ossiano avventurieri francesi[447].

[446] _Acta publica, Rymer, t. XIII, p. 520. — Rapin Thoyras Hist. d'Anglet., l. XV, p. 107. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XVI, p. 334._

[447] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 109. — Mém. de Fleuranges, p. 220. — Mém. de du Bellay, l. I, p. 67. — P. Paruta, Ist. Ven., l. III, p. 207._

Non tardarono a verificarsi i pronostici intorno alla morte di Ferdinando il Cattolico, il quale spirò a Madrigaleggio il 15 di gennajo del 1516, un mese più tardi del gran capitano Gonsalvo di Cordova che tanto aveva illustrato il di lui regno, e che non pertanto egli lasciava da circa dieci anni languire in esilio. La scaltrezza di Ferdinando, l'ipocrisia e la costante sua prosperità avevano ingannato il volgo, il quale lo risguardava come il più accorto politico del suo tempo, come il monarca che sapeva meglio calcolare tutte le vicissitudini degli avvenimenti, e farle servire a' suoi fini[448]. I preti ed i monaci, da lui costantemente favoriti, portarono ancora più in là i loro encomj; il gesuita Mariana, che termina col di lui regno la storia della Spagna, lo dice «il principe più eccellente di quanti vissero nella Spagna, pel suo amore della giustizia, per la sua prudenza e grandezza d'animo. Ovunque dobbiamo incontrare qualche vizio, tale è l'umana condizione; altronde l'invidia e la malizia sono sempre apparecchiate ad attribuire ai grandi uomini errori di cui non sono colpevoli: ma colla temperata modestia del comando, coll'amore della religione, collo zelo per gli studj, con tutte le qualità di giusto, dolce, benefico e veramente cristiano re, Ferdinando si rendette lo specchio nel quale devono guardarsi tutti i principi, il fondatore della pace, della sicurezza, della gentilezza, della grandezza della Spagna[449].»

[448] _P. Jovii Hist. sui temp., l. VI, p. 335. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 453. — Fr. Guicciardini, t. II, l. XII, p. 110._

[449] _Jo. Marianae Hist. Hisp., l. XXX, c. XXVII, p. 345._

Ma quest'uomo così astuto, ingiusto, crudele, che formò la disgrazia di tanti popoli, e che mostrossi costantemente inaccessibile alla pietà, non ingannò già il Macchiavelli nè colla sua prosperità, nè colla sua ipocrisia. Il segretario fiorentino, che raccolse in un corpo di dottrina la pratica de' principi del suo tempo, e che spesso si mostrò indulgente pei delitti loro, quando li trovò utili per istabilire o per corroborare la potenza, altro non vide in Ferdinando che un uomo astuto e fortunato, e non già un uomo savio e prudente; il suo amico Francesco Vettori, svolgendo questa stessa opinione del Macchiavelli, notò in tutte le azioni di Ferdinando dal 1494 in poi un'imprudenza non minore della sua perfidia. Quasi sempre quando ingannava il suo cugino Federico, i suoi alleati, i suoi generali, i suoi popoli, provocava inutili pericoli; e tutt'al più giugneva lentamente per obbliqua via allo scopo cui avrebbe potuto arrivare più onoratamente battendo la strada diretta[450].

[450] Fra le lettere famigliari del Macchiavelli trovansi curiosissime osservazioni intorno al carattere ed agl'interessi de' principi de' suoi tempi. In una lettera dell'aprile del 1513 al Vettori, _t. VIII, p. 46_, fa un rigorosissimo ritratto di Ferdinando; ed a vicenda Francesco Vettori scrivendogli il 16 maggio del 1514, _p. 116_, sviluppa le medesime idee, e passa in revista tutti i delitti del re cattolico.

Poco tempo prima di morire Ferdinando aveva mandati cento venti mila fiorini a Massimiliano, per porlo in istato di far argine ai Francesi in Italia: ed Enrico VIII, ad istigazione di Francesco Sforza, che pretendeva l'eredità del ducato di Milano dopo che suo fratello, l'ultimo duca, aveva rinunciato a' suoi diritti, aveva pure fatto passare all'imperatore un ragguardevole sussidio. In quest'istante l'Europa teneva tutti gli occhi rivolti alla successione dell'arciduca Carlo, nipote di Massimiliano, alle corone della Spagna, ed all'opposizione che incontrar potrebbe l'arciduca dal canto de' suoi nuovi sudditi; di già Carlo negoziava con Francesco I, e voleva essere sicuro della di lui amicizia prima di recarsi in Castiglia, quando suo avo invase improvvisamente l'Italia. Questi, che mai non aveva saputo porsi in istato d'agire quando era aspettato da' suoi alleati, adunò agevolmente una grande armata nel momento in cui tutte le altre potenze licenziavano le loro. Non avendo avuto abbastanza di tempo per dissipare in oggetti estranei alla guerra tutti i sussidj ricevuti dalla Spagna e dall'Inghilterra, se ne valse per riunire sotto le sue bandiere cinque mila Tedeschi, quindici mila Svizzeri, assoldati ne' cinque cantoni che avevano ricusata l'alleanza della Francia, e dieci mila fanti italiani e spagnuoli[451].

[451] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 112. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XVI, p. 336. — Mém. de mess. Martin du Bellay, l. I, p. 70. — Fr. Belcarii Comment., l. XV, p. 454._

Abbandonando l'Italia, Francesco I aveva lasciato il governo del Milanese al contestabile di Borbone, ed aveva altresì chiamato a Milano il maresciallo Trivulzio, mentre Teodoro Trivulzio, suo nipote, aveva preso il comando dell'armata veneziana, cui erasi unito Odetto di Foix, signore di Lautrec con quasi tutte le forze francesi rimaste in Lombardia. Teodoro e Odetto avevano ricominciato l'assedio di Brescia. Rockandolf era tornato in Germania colla maggior parte de' soldati cui aveva fatto prendere le armi nel precedente anno; Brescia mancava di vittovaglie, ed i soldati trovavansi da lungo tempo senza paga, sebbene gli abitanti fossero stati oppressi da intollerabili contribuzioni per supplire ai bisogni della guarnigione. Hijar in una ribellione de' soldati erasi trovato esposto a gravissimi oltraggi; e la città pareva vicina a capitolare, quando Massimiliano entrò per la strada di Trento in Italia col formidabile esercito che aveva ragunato[452].

[452] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XVI, p. 330. — P. Paruta Istor. Ven., l. III, p. 212._

Teodoro Trivulzio, generale de' Veneziani, aveva sotto Brescia due mila cinquecento cavalli e sette mila fanti; Lautrec aveva condotti allo stesso assedio quattro mila Guasconi e cinquecento lance, ed il contestabile di Borbone aveva tenuti in Milano ed in altre città del ducato settecento lance e quattro mila fanti parte guasconi e parte italiani. Quando aveva avuto avviso dell'armamento di Massimiliano, aveva mandato ad assoldare sedici mila Svizzeri negli otto cantoni alleati della Francia; ma prima che questi giugnessero, i generali francesi e veneziani non si credettero abbastanza forti per tener testa all'imperatore, onde levarono l'assedio di Brescia, e si stabilirono lungo il Mincio per impedirgliene il passaggio[453].

[453] _P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 216. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 112._

Desideravano i Veneziani che l'armata loro non si tenesse troppo lontana dalla capitale. Non pertanto i Francesi, all'avvicinarsi del pericolo, andavano perdendo il coraggio, onde rinunciando alla difesa del Mincio, passarono l'Oglio, e ritiraronsi nel Cremonese, ove li raggiunse il contestabile di Borbone col rimanente delle truppe. Il cardinale di Sion, che a motivo dell'ardente suo odio contro i Francesi, aveva presa grandissima parte nell'arrolamento degli Svizzeri comandati da Massimiliano, voleva persuadere l'imperatore a marciare direttamente sopra Milano, approfittando del terrore incusso dalla subita sua apparizione, per terminare la guerra nella capitale. Ma il castello di Asola posto in riva al fiume Chiesa, non lontano dalla foce di questo fiume nell'Oglio, aveva chiuse le porte all'imperatore: e Massimiliano, credendo compromesso l'onor suo se non lo conquistava, consumò molti giorni nel formarne l'assedio, valorosamente sostenuto dal provveditore veneziano Francesco Contarini; Massimiliano, dopo essere stato rispinto innanzi a così piccolo castello, ripigliò il cammino alla volta di Milano[454].

[454] _P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 218. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XVI, p. 337. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 113._

I Francesi avevano abbandonate le rive dell'Oglio, ed in appresso quelle dell'Adda, come eransi prima ritirati da quelle del Mincio, senza tentare di difenderle, e si erano chiusi in Milano dopo averne bruciati i sobborghi, onde l'imperatore non potesse fissarvi i suoi alloggiamenti. Massimiliano, quando si trovò sei miglia lontano dalla città, intimò ai Milanesi di scacciare i Francesi e di aprirgli le porte entro tre giorni, se non volevano essere più severamente trattati che non lo erano stati i loro antenati da Federico Barbarossa. Estremo era il terrore nella città, e debolissimi i mezzi di difesa. Sapevasi, a dir vero, che gli Svizzeri del partito francese si erano posti in cammino; ma sapevasi ancora che la dieta, vergognandosi che i suoi concittadini andassero a battersi gli uni contro gli altri per istraniere cagioni, aveva spedito ordine ai suoi sudditi delle due armate, di ripatriare immediatamente; ma si temeva che quelli ai servigj della Francia s'affrettassero d'ubbidire a quest'ordine, più assai che gli altri, cui avevano poste le armi in mano la focosa eloquenza del cardinale di Sion e la propria animosità. A calmare tanta inquietudine giunse opportunamente in Milano Alberto della Pietra, capitano de' Bernesi con dieci mila suoi compatriotti, che promisero di difendere la città[455].

[455] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XVI, p. 340. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 114. — Mém. de Fleuranges, p. 222. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 455._

Trovavansi di già adunati nel Milanese trenta mila Svizzeri divisi tra le due armate; e sebbene fossero gli uni condotti dal cardinale di Sion, gli altri da' suoi più caldi nemici, Alberto della Pietra e Francesco, figlio di Giorgio Supersax, tutti dichiararono ad una voce di non voler combattere contro i loro compatriotti. Vedevansi conferire tra di loro, corrispondere, concertarsi, e scuotere assolutamente l'autorità de' due sovrani cui servivano. Unendosi tra di loro potevano in quell'istante dettare la legge ad ambidue; onde le loro conferenze si rendevano gagliardamente sospette alle due armate. Non avevano i Francesi dimenticato che metà di quegli stessi uomini avevano contro di loro combattuto nel precedente anno nella terribile battaglia di Marignano; che l'intera nazione aveva mostrato un estremo odio contro la Francia, e che negli ultimi anni aveva dato più volte motivo d'accusarla di mala fede. Pure il maresciallo Trivulzio trovò modo di risvegliare più violenti sospetti ancora nello spirito di Massimiliano, facendo cadere tra le di lui mani due sue lettere dirette a Stapffer ed a Goldhill, capitani svizzeri a' servigj dell'imperatore, colle quali gli eccitava a dare senza ulteriore ritardo esecuzione alle loro promesse. Massimiliano non ardiva di far arrestare questi ufficiali in mezzo ai loro soldati, nè di confidare a chicchessia i suoi sospetti, quando Giacomo Stapffer, capitano generale di quegli Svizzeri, gli chiese il soldo arretrato dovuto alla sua truppa. Massimiliano, che, secondo il consueto, non aveva danaro, temendo, se lo palesava, d'essere trattenuto come ostaggio, o d'essere consegnato ai nemici, rispose che recavasi in persona ad affrettare la trasmissione del danaro che aspettava; e presi con lui dugento cavalli, s'avviò subito alla volta di Trento, senza provvedere al comando della sua armata, e senza manifestare a veruno i suoi progetti; era già lontano più di venti miglia dall'armata, quando al campo fu palese la sua fuga[456].

[456] _Georgens von Frundsberg Kriegzsthathen, B. II, f. 24. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XVI, p. 341. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 115. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 456. — P. Paruta Ist. Venez., l. III, p. 221. — Mém. de Bayard, ch. LXI, p. 384. — Mém. de Fleuranges, p. 224._

Massimiliano senza trattenersi si fece dare sedici mila ducati dai Bergamaschi, e trenta mila ne ricevette per parte di Enrico VIII, che mandò subito alla sua armata, la quale, per rifarsi degli arretrati, saccheggiò Lodi, poi Sant'Angelo. Mentre ciò accadeva, gli Svizzeri del campo francese e dell'imperiale eseguirono nello stesso tempo gli ordini della dieta, e presero la strada del loro paese. Tre mila fanti, parte tedeschi e parte spagnuoli, abbandonarono le bandiere imperiali per passare sotto quelle de' Francesi, ed il rimanente di quest'armata, che aveva prodotti in Italia così vivi timori, si disperse, arrossendo dell'esito vergognoso della sua spedizione, e dell'instabilità del suo capo[457].

[457] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XVI, p. 342. — P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 222._