Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)

Part 22

Chapter 223,863 wordsPublic domain

[415] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 95. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 305. — Mém. de messire Martin du Bellay, l. I, p. 55. — Fr. Belcarii Comm., l. XV, p. 444._

Francesco I, per assicurare la sua comunicazione coll'Alviano e per troncare assolutamente quella del campo spagnuolo cogli Svizzeri, era venuto ad accamparsi a Marignano, posto sulla strada di Piacenza a Milano, lontano trenta miglia dalla prima di queste due città, dieci dalla seconda. L'Alviano occupava dieci miglia più in là di Marignano Lodi verso Piacenza; onde il Cardone, dopo avere fatto passare il Po a parte delle sue truppe, conoscendo l'impossibilità di avanzare, aveva ripassato il fiume. Gli avamposti francesi stendevansi fino a tre miglia presso Milano, a san Donato ed a santa Brigida; e gli Svizzeri, dopo l'arrivo del cardinale di Sion nel loro campo di Monza, erano rientrati in Milano in numero di circa trentaquattro mila uomini[416].

[416] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 97. — P. Jovii Hist., l. XV, p. 306. — Mém. de Louis de la Trémoille, c. XVI, p. 201. — Mém. du chev. Bayard, c. LX, p. 376._

Il 13 di settembre il cardinale di Sion fece battere il tamburo per adunare tutti gli Svizzeri sulla piazza del castello di Milano. Egli vi si era fatto innalzare un pulpito dal quale gli arringò, eccitandoli a combattere per la santa Chiesa; conveniva, diceva egli, sorprendere il re, vendicarsi in una sola volta di tutte le offese ricevute, ed aggiugnere nuovi allori a quelli che avevano di già colti a Novara. Nello stesso tempo fece dare un falso allarme da Muzio Colonna, che rientrò precipitosamente in città, e chiese il soccorso di tutta l'armata, come se fosse inseguito dai Francesi. Allora quegli stessi, che fino a tal giorno erano stati per la pace, diedero di piglio alle loro armi col medesimo impeto degli altri, onde non abbandonare i loro compatriotti nell'istante del pericolo[417].

[417] _P. Jovii Hist., l. XV, p. 308. — Mém. de Fleuranges, p. 190. — Paolo Paruta ist. Ven., l. III, p. 174._

Malgrado la nuova determinazione presa dagli Svizzeri i loro negoziatori e quelli de' Francesi trovavansi tuttavia uniti a Gallarate; ed il re era sempre di sentimento che sarebbesi fatta la pace; quando il tredici di settembre, tre ore dopo mezzogiorno, il maresciallo di Fleuranges, ch'era stato mandato verso Milano per osservare il nemico, e aveva probabilmente cagionato l'allarme da cui il cardinale di Sion seppe tirare partito, vide sortire dalla città tutta l'armata degli Svizzeri al suono delle terribili trombette d'Uri e d'Underwald, che tenevansi in serbo pei giorni di battaglia. Egli corse verso il re per avvisarlo di armarsi e chiamare i Francesi a raccolta. Bartolommeo d'Alviano trovavasi allora in conferenza nella tenda del re, che lo prese per mano, e gli disse: «signor Bartolommeo, io vi prego di recarvi sollecitamente alla vostra armata, e venite colla medesima il più presto che potrete sia di giorno o di notte, dove io sarò, giacchè voi ben vedete qual affare ho sulle braccia[418].»

[418] _Mém. de Fleuranges, p. 193._

Il re, che non pensava di essere attaccato, non aveva presa a santa Brigida una vantaggiosa posizione; la strada di Milano, per la quale era ripartito il maresciallo di Fleuranges con dugento uomini d'armi, per fare una carica contro gli Svizzeri, seguiva una retta linea ed era fiancheggiata di fosse da ambedue le parti, di modo che la cavalleria non poteva prendere i nemici di fianco, nè volteggiare intorno a loro. Alcuni corpi di Landsknecht erano disposti al di là della fossa, ma non potevano farvi che un debole servigio; altronde le lunghe negoziazioni ch'essi avevano veduto trattarsi tra il re e gli Svizzeri, li teneva in qualche diffidenza; temendo essi per avventura che il re gli avesse abbandonati a quei formidabili nemici[419].

[419] _Mém. de Louis de la Trémoille, c. XVI, p. 202. — Mém. de messire Martin du Bellay, l. I, p. 57. — Mém. de Fleuranges, p. 196. — P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 178._

Gli Svizzeri giunsero agli avamposti francesi quando omai non rimanevano che due ore di giorno. Essi vanzavano sulla fronte dell'armata colla picca abbassata, non ricorrendo a veruno studiato movimento, nè altr'arte militare adoperando che la forza del corpo e la loro intrepidezza. Essi marciavano contro l'artiglieria senza lasciarsi spaventare dalle scariche delle batterie, che prendevano in pieno le loro file; dopo la caduta de' loro commilitoni serravano di nuovo le file ed avanzavano sempre. Gli uomini d'armi si scagliarono contro di loro, condotti dal re alla testa de' gentiluomini della sua guardia. Scriveva egli stesso a sua madre: «Da cinquecento e da cinquecento vi fu fatta una trentina di belle cariche; e al certo più non si dirà che gli uomini d'armi sono lepri armate; perciocchè a non dubitarne essi fecero l'esecuzione[420].» Però questo corpo di cavalleria, che non poteva tenere che la retta linea della grande strada ed attaccare gli Svizzeri di fronte, veniva trattenuto dal bosco di picche, contro le quali esso urtava. A misura che gli squadroni piegavano, gli Svizzeri, che mai non si erano lasciati intaccare, s'avanzavano contro di loro in buon ordine. Alcune migliaja di Landsknecht tentarono di passare la fossa per prendere gli Svizzeri di fianco, ma vi perirono quasi tutti[421].

[420] Lettera di Francesco I a sua madre dal campo di santa Brigida, il venerdì 14 di settembre, in seguito alle _Mém. de Martin du Bellay, t. XVII, p. 442-451._

[421] _Mém de Fleuranges, p. 197. — Mém. de Bayard, c. LX, p. 377._

La prima batteria che venne attaccata dagli Svizzeri non era composta che di sette pezzi di cannone, sotto il comando di Pietro Navarro: era coperta da una larga fossa che veniva difesa da un corpo di fanteria basca e guascona. Fu attaccata dal battaglione svizzero della gioventù perduta, che era un corpo di giovani soldati scelti in tutti i cantoni, che portavano il distintivo di alcune piume bianche sul capo, ed avevano doppio soldo. Questi perdettero nell'attacco moltissima gente, ma all'ultimo s'impadronirono della batteria[422].

[422] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 310._

La luce del giorno era da molto tempo mancata ai combattenti, ma era stata rimpiazzata da una chiarissima luna, e la pugna continuava. Ciò nulla meno i capì più non potevano discernere l'andamento della battaglia, nè dirigere le cominciate operazioni, e tutti separatamente si battevano contro coloro che accidentalmente si trovavano a fronte. I corpi francesi erano di già separati dagli Svizzeri, ma combattevano ancora per conservare il posto che avevano preso. Dopo quattro ore di notturna battaglia, la stanchezza ed il non conoscere la situazione de' nemici fecero deporre le armi a tutti. Tutti rimasero al proprio luogo, cercando di ricuperare col sonno le perdute forze[423].

[423] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 310. — P. Jovii Hist., l. XV, p. 311. — Paolo Paruta Ist. Ven., l. III, p. 180. — Mém. du chev. Bayard, c. LX, p. 378._

«Sopraggiunse la notte, dice Fleuranges, e gli Svizzeri cominciarono a cacciare gli uomini d'armi da un canto e dall'altro; perciocchè più non sapevano dove andassero, e venivano uccisi dovunque si trovavano. Nello stesso stato erano i Landsknecht ed i fanti francesi, tutti smarriti come gli altri. Il re si fermò presso l'artiglieria, e non aveva un uomo a piedi presso di lui; e fece una carica con circa venticinque uomini d'armi, i quali lo servirono maravigliosamente; e poco mancò che il re non impazzisse, e vi giuro in su l'onor mio, che fu uno de' più valorosi capitani della sua armata, non avendo mai voluto abbandonare la sua artiglieria, e facendo intorno a sè ordinare il più di gente che poteva. E gli Svizzeri furono assai vicini all'artiglieria, ma non la videro: ed il detto re fece spegnere un fuoco ch'era vicino alla menzionata artiglieria, perchè trovandosi gli Svizzeri vicini, non la vedessero custodita da così poca gente. Ed il detto signore chiese da bere, essendo molto assetato; e fuvvi un pedone che andò a prendergli dell'acqua ch'era lorda di sangue, la quale fece tanto male al detto signore, ch'era soverchiamente riscaldato, che lo costrinse a rigettare tutto quello che aveva in corpo. Egli si coricò sopra un carro dell'artiglieria per riposarsi alquanto, e sollevare il suo cavallo ch'era malamente ferito. Aveva vicino un trombetta italiano, chiamato Cristoforo, che lo servì assai bene, perchè gli si tenne sempre accanto, ed il suono della sua tromba vinceva quello di tutte le altre del campo; e perciò sapevasi ove stava il re, e la gente si andava ristringendo verso di lui[424].»

[424] _Mémoires de Fleuranges, p. 198._

E fu in tal modo che durante la notte si ragunarono circa venti mila Landsknecht e tutti gli uomini d'armi nel luogo ove trovavasi il re presso l'artiglieria. I capitani francesi, approfittando del breve intervallo tra l'una e l'altra battaglia, ritiravano le batterie che credevano troppo avanzate, le collocavano vantaggiosamente, rifacevano la loro linea rotta in varj punti, e combinavano gli attacchi che la cavalleria doveva tentare ai fianchi o alle spalle per rompere la falange degli Svizzeri[425].

[425] _Mém. de Fleuranges, p. 200. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 100. — P. Jovii Hist., l. XV, p. 312._

Questi dal canto loro eransi riuniti al suono de' due corni d'Uri e d'Underwald, che si udirono suonare tutta la notte. Il cardinale di Sion loro aveva fatte portare vittovaglie da Milano, e i loro corpi s'intendevano ancora senza vedersi. Il prelato aveva spediti corrieri in varie parti per annunziare, dietro l'accaduto nel primo attacco, che gli Svizzeri erano vittoriosi e l'armata francese disfatta[426].

[426] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 100._

«Quando si fece giorno (il venerdì 14 settembre) ognuno si ritirò sotto le proprie insegne, dice Martino di Bellay, e ricominciò la battaglia più furiosa che la sera, di modo che io vidi uno dei principali battaglioni de' nostri Landsknechts rinculare più di cento passi; ed uno Svizzero, passando tutte le linee della battaglia, arrivò a toccare colla mano un pezzo dell'artiglieria del re, ove fu ucciso; e senza la cavalleria, che sostenne gran parte dell'urto svizzero, si era in pericolo[427].» Ma malgrado l'intrepidezza degli Svizzeri, e l'eccellente loro ordinanza, potevasi di già prevedere che il risultato della battaglia non riuscirebbe loro favorevole. L'artiglieria francese faceva orrendi guasti ne' loro battaglioni, ed ogni loro sforzo per impadronirsene tornava vano. I replicati attacchi della cavalleria sui loro fianchi, sebbene non li disordinassero, ne impedivano la marcia, e loro uccidevano molta gente. «E cominciavano, dice Fleuranges, a girare intorno al loro campo da ogni lato per vedere se potevano assalirli; ma non vi riuscivano; cercarono di rompere una banda che si era mossa, ma quando si videro abbassate contro le picche, passarono avanti senza toccarla[428].»

[427] _Mém. de mess. Martin du Bellay, l. I, p. 58._

[428] _Mém. de Fleuranges, p. 201._

Mentre gli Svizzeri cominciavano già ad essere titubanti, Bartolommeo d'Alviano, ch'era stato a Lodi a prendere la sua truppa e che aveva camminato tutta la notte, giunse sul campo di battaglia con soli cinquantasei cavalieri, prevenendo la sua armata, che avanzavasi più lentamente ordinata a colonne. Ma il grido de' Veneziani _Marco! Marco!_ le loro insegne e la grande opinione che si aveva della rapidità dell'Alviano fecero credere ai due campi che tutta la sua truppa arrivasse con lui. Gli Svizzeri non giudicarono conveniente di aspettarlo; strinsero nuovamente le loro file e ripiegarono verso Milano in buona ordinanza, e con sì fiero contegno, che niun corpo dell'armata francese di fanteria o di cavalleria, ardì molestarli. Soltanto due loro compagnie, che si riposavano ne' granai di un villaggio, perirono tra le fiamme, che vi accesero i cavaleggieri dell'armata veneziana[429].

[429] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 101. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 315. — P. Paruta, l. III, p. 182. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 446 — Mém. de Bayard, c. LX, p. 381._

Il maresciallo Trivulzio, ch'era stato presente a diciotto battaglie campali, non le risguardava che come giuochi da fanciullo a petto di quella terribile di santa Brigida o di Marignano, che aveva costume di chiamare una battaglia di giganti. Si può credere che tra l'una e l'altra armata rimanessero sul campo circa diciotto mila uomini, due terzi de' quali Svizzeri. Ma gli storici delle due parti, per adulare la vanità nazionale, danno intorno al risultamento della battaglia un calcolo assai diverso. Nell'armata svizzera eranvi pochi nomi illustri; in quella dei Francesi moltissimi, e portarono il lutto le più nobili famiglie. Francesco fratello del duca di Borbone, Imbercourt, il conte di Sancerre, il signore di Bussy nipote del cardinale d'Amboise, Giovanni di Muy signore della Meilleraye, il principe Carlo di Talmont, unico figlio di Luigi della Tremouille, il signor di Roye fratello del maresciallo di Fleuranges, ed il giovane conte di Pitigliano, venuto coll'Alviano dall'armata veneziana, rimasero tra i morti[430].

[430] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 101. — P. Jovii Hist., l. XV, p. 316. — P. Paruta Ist. Ven., l. III, p. 183. — Mém. de Louis de la Trémoille, c. XVI, p, 205. — Mém. de Fleuranges, p. 195-203. — Mém. du Bellay, l. I, p. 59. — Mém. du chev. Bayard, ch. LX, p. 381._

«La sera del venerdì, in cui terminò la battaglia con onore del re di Francia, si fece allegria nel campo e parlossene in più maniere. E si trovò che gli uni avevano fatto meglio degli altri; ma si trovò soprattutto che il buon cavaliere (Bajardo) si era nelle due giornate mostrato tal quale avea costume di essere in tutti i luoghi in casi simili. Il re volle fargli molto onore, ricevendo l'ordine di cavaliere dalle di lui mani. Ed aveva ben ragione, perchè non avrebbe saputo prenderlo da altri migliore di Bajardo[431].» Il re, dopo fatto cavaliere, accordò lo stesso ordine a molti altri gentiluomini, che avevano valorosamente combattuto. «_Io ben conosco_, disse al maresciallo di Fleuranges, _che in quante battaglie vi siete trovato, non avete mai voluto essere cavaliere; io lo fui oggi, e vi prego a volerlo essere ancora voi di mia mano_; ciò che il fortunato Fleuranges gli accordò di buon cuore, ringraziandolo dell'onore che gli compartiva[432].»

[431] _Ivi, p. 382. P. Jovii Hist., l. XV, p. 317. — Mém. de Fleuranges, p. 194._

[432] _Mém. de Fleuranges, p. 203._

Bajardo, che aveva ricevuto dal re un così segnalato favore, aveva nella precedente notte corso un grandissimo pericolo. «Il suo cavallo, punto dalle picche e sbrigliato, quando si sentì senza freno si pose a correre, ed a dispetto di tutti gli Svizzeri e delle loro ordinanze, passando oltre, portava a dirittura il buon cavaliere in mezzo ad un corpo di Svizzeri, se non che, entrato in un campo in cui le viti erano tese da un albero all'altro, si dovette fermare. Il buon cavaliere ebbe grande paura, e non senza cagione, perciocchè era senza rimedio morto, se veniva in mano dei nemici. Non si perdette per altro di coraggio, ma scese dolcemente da cavallo, ed in parte si disarmò, e seguendo le rive di una fossa, a quattro gambe si incamminò verso il luogo in cui credeva trovarsi il campo francese, ed ove udiva gridare _Francia_, Dio gli fece la grazia che vi giugnesse sano e salvo; ed inoltre, ciò che molto gli giovò, che si scontrasse nel gentile duca di Lorena, uno de' suoi signori, che fu sorpreso di vederlo così a piedi. Onde il detto duca gli fece subito allestire un gagliardo cavallo[433].»

[433] _Mém. de chev. Bayard, c. LX, p. 378._

Gli Svizzeri rientrati in Milano cercavano un pretesto per ritirarsi da una guerra, da cui non potevano più nulla sperare. Chiesero a Massimiliano Sforza i tre mesi di soldo che questi aveva loro promessi, ma che evidentemente egli più non poteva pagare dopo la perdita di tutti i suoi stati. Dietro il suo rifiuto, malgrado le istanze del cardinale di Sion, cui non davano più tanta credenza dopo la perdita della battaglia, si posero all'indomani in cammino per ritirarsi per la strada di Como ne' loro paesi. Massimiliano Sforza si chiuse nel castello di Milano con Girolamo Morone, suo principale ministro, Giovanni Gonzaga, pochi gentiluomini milanesi, mille cinquecento Svizzeri, e cinquecento Italiani. Suo fratello Francesco Sforza, duca di Bari, passò in Germania col cardinale di Sion, per affrettare i soccorsi dell'imperatore. Gli Svizzeri dal canto loro avevano, partendo, promesso, che non tarderebbero a ritornare in maggior numero per vendicarsi della loro sconfitta, e liberare i loro compatriotti[434].

[434] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 102. — P. Jovii Hist., l. XV, p. 316. — P. Paruta Hist. Ven., l. III, p. 183._

Però la battaglia di Marignano aveva decisa la sorte del ducato di Milano. Tutte le città si affrettarono d'assoggettarsi a Francesco I, e di manifestare il loro giubbilo d'essere state liberate dall'insolenza e dalla rapacità della soldatesca svizzera. I soli castelli di Milano e di Cremona rimasero in potere di Massimiliano Sforza, e Pietro Navarro si obbligò col re Francesco ad impadronirsi del primo avanti che passasse un mese[435].

[435] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 102. — Mémoires de Fleuranges, p. 206._

Il castello di Milano era abbondantemente provveduto d'ogni maniera di vittovaglie e di munizioni da guerra; la sua guarnigione più numerosa che non richiedevalo l'estensione del suo ricinto; e le sue mura, che avevano di già sostenuti lunghi assedj, si giudicavano presso che inespugnabili. Ma Pietro Navarro, che aveva il primo di tutti portata in Italia l'arte delle mine caricate e che l'aveva perfezionata; che col mezzo loro aveva molti anni avanti presi i tre castelli di Napoli, e che pretendeva non potergli lungamente resistere veruna fortezza, ispirava grandissimo terrore a tutti coloro ch'erano chiusi nel castello di Milano. E più d'ogni altro il duca ed i suoi ufficiali civili temevano di dovere ad ogni istante essere vittime d'una terribile esplosione. Potevano ben essi tenersi lontani da ogni conflitto e dai pericoli inseparabili dalla difesa d'una breccia: ma una mina nella sua esplosione non rispettava più il sovrano del plebeo, e poteva raggiungere il duca ne' suoi più segreti appartamenti, ed in qualunque ora del giorno o della notte seppellirlo sotto le ruine delle mura. Massimiliano Sforza, che non aveva nè coraggio, nè forza di carattere, era desideroso di sottrarsi a qualunque prezzo a tanto pericolo. Egli non aveva un solo istante goduto dell'indipendenza o della ricchezza annessa al sovrano potere. Quando l'uno, e quando l'altro de' suoi alleati, aveva proposto d'abbandonarlo, e di far ricadere i suoi stati o all'imperatore, o al re di Francia. Gli Svizzeri mantenevano il suo potere, ma per tenerlo subordinato alla loro volontà, facendolo ministro d'insopportabili esazioni, per le quali egli si era già renduto odioso a' suoi sudditi. Il 4 ottobre, venti giorni dopo la battaglia, sottoscrisse una capitolazione, colla quale dava in mano del re non solo i castelli di Milano e di Cremona, ma tutti i suoi diritti sul Milanese, obbligandosi a passare il rimanente de' suoi giorni in Francia; mentre che il re dal canto suo gli prometteva d'interessarsi per ottenergli un cappello di cardinale, e d'assegnargli trenta mila scudi di rendita in beni stabili[436]. Nell'atto che sottoscriveva il trattato, Massimiliano gridò, che allora si sottraeva finalmente alla schiavitù degli Svizzeri, alle estorsioni dell'imperatore, ed agl'inganni degli Spagnuoli.

[436] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 104. — Mém. de Fleuranges, p. 208. — Mém. de du Bellay, l. I, p. 63. — Observations sur ces Mémoires, p. 451. — P. Bizarri Gen., l. XIX, p. 444. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 450. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 321, 322._

Francesco I non volle fare il suo solenne ingresso in Milano che dopo la capitolazione del castello, credendo sconveniente alla dignità d'un sovrano di Francia l'entrare in una città che non gli apparteneva tutta intera. Queste bizzarre nozioni intorno a ciò che egli chiamava l'onore della sua corona gli fecero più tardi commettere grandissimi mancamenti, ch'ebbero su tutti i suoi destini una fatale influenza. In questa circostanza il ritardo del suo ingresso in Milano era di poca importanza, non gli togliendo il tempo d'approfittare colle armi e colle negoziazioni degli ottenuti vantaggi.

Le negoziazioni erano attivissime: gli alleati nemici del re si andavano vicendevolmente confortando alla costanza; ma ognuno cercava di ritirarsi dalla difficile lotta, lasciandovi implicati i compagni. Il papa era più d'ogni altro spaventato dalla fortuna de' Francesi; perciocchè non solo vedeva essere esposti a così potente nemico gli stati della Chiesa, ma anche per parte di Firenze doversi da un momento all'altro temere una rivoluzione. I Medici erano stati ricondotti in questa repubblica dal Cardone, a nome dell'imperatore e del re di Spagna; onde i patriotti professavano alla Francia il più caldo attaccamento. Per questo attaccamento avevano permesso che si tenesse il concilio di Pisa nel loro territorio, provocando la collera di Giulio II e di Ferdinando, locchè era stato all'ultimo cagione della loro ruina. La politica, d'accordo colla riconoscenza, suggeriva al monarca francese l'obbligo di ristabilire la fedele sua alleata, la repubblica fiorentina, per servire d'avamposto al ducato di Milano: una volgare prudenza lo ammoniva di fidarsi piuttosto a sperimentati amici che a nemici costretti dalla forza a cercare la pace.

L'avversione de' re per le repubbliche, e l'avversione che aveva Francesco I ad entrare in guerra colla Chiesa, gli fecero abbracciare la contraria decisione. Il vescovo di Tricarico ed il duca di Savoja trattavano con lui a nome di Leon X, e lo ridussero a sottoscrivere un trattato preliminare, con cui il re guarentiva l'autorità de' Medici sopra la repubblica fiorentina; onde il papa, omai riavutosi da quel primo terrore che lo aveva invaso, cominciò a muovere difficoltà intorno alla ratifica de' preliminari, perchè aveva avuto notizia degli scrupoli del re. Intanto egli andava indagando cosa potrebbe ottenere da Massimiliano o dagli Svizzeri per continuare la guerra, e se gli sarebbe possibile di staccare i Veneziani dalla Francia. Quando conobbe che da questo canto non poteva riuscire, fece finalmente il 13 ottobre sottoscrivere in Viterbo il suo trattato d'alleanza col re. Egli evacuava Parma e Piacenza, che dovevano di nuovo riunirsi al ducato di Milano, mentre il re prometteva a Giuliano ed a Lorenzo de' Medici, oltre il mantenimento dell'autorità loro sopra Firenze, onori, pensioni e comando di truppe; obbligandosi inoltre a fare che il ducato di Milano si provvedesse di sali alle saline di Cervia con pregiudizio di quelle de' Veneziani[437].

[437] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 103. — Rayn. Ann. Eccl. an. 1515, § 23, p. 193. — Léonard Corps Diplomatique, t. II. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 318. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 448._

Gli Svizzeri avevano adunata una dieta in Zurigo, nella quale si declamava altamente contro la Francia, e si parlava intorno ai modi di soccorrere il castello di Milano. Frattanto i loro soldati avevano abbandonate le podesterie italiane, ed altro non conservavano al di qui dei monti che le fortezze di Bellinzona e di Locarno. Raimondo di Cardone, che trovavasi coll'armata spagnuola prima d'ogni altro esposto agli attacchi dell'armata francese, e che non ignorava che l'Alviano era impaziente di vendicarsi di lui, che i soldati spagnuoli avevano eccitato contro di loro l'odio universale in tutti gli abitanti della Lombardia, era premuroso di ricondurre la sua armata nel regno di Napoli; egli chiese ed ottenne d'essere compreso nella negoziazione del papa: e Francesco I acconsentì che senz'essere molestato attraversasse colle sue truppe lo stato della Chiesa[438].