Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)

Part 21

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Infatti prima d'entrare in campagna, Francesco I voleva conoscere la disposizione de' suoi vicini. Trovò ch'Enrico VIII, re d'Inghilterra, non era meno di lui desideroso di rinnovare il trattato di alleanza conchiuso col suo predecessore; e questo nuovo trattato fu soscritto a Londra il 5 di aprile[391]. L'arciduca Carlo, sovrano de' Paesi Bassi, si mostrò egualmente disposto a stipulare in Parigi, il 24 di marzo, un trattato di alleanza in forza del quale prometteva di sposare Renata di Francia, figliuola di Lodovico XII, e cognata di Francesco I, tostocchè questa sarebbe nubile[392].

[391] _Rymer Acta pubblica, t. XIII, p. 473, 475, 476._

[392] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 83_. — Il trattato trovasi in Dumont t. IV. — _Mém. du chev. Bayard, ch. LIX, p. 364. — Mém. de Martin de Bellay, l. I, p. 43. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 436._

Ma d'altra parte Ferdinando il Cattolico non volle rinnovare la tregua d'Orthes, se non a condizione che vi si comprendesse il Milanese, al che Francesco non volle acconsentire. Massimiliano ricusò d'entrare in negoziazioni; gli Svizzeri non vollero ricevere gli ambasciatori francesi, quando non fossero apportatori della ratifica della convenzione di Digione; il papa promise di tenersi neutrale, ma nello stesso tempo negoziava segretamente con Massimiliano, con Ferdinando e cogli Svizzeri, ed in luglio sottoscriveva un trattato di guarenzia per il ducato di Milano[393]. I Veneziani dal canto loro riponevano ogni speranza nei soccorsi della Francia; affrettavano il re a scendere in Italia, mentre che l'assistenza loro poteva ancora essere efficace; e rinnovarono con lui, il 27 di giugno, l'alleanza che avevano conchiusa col di lui predecessore[394].

[393] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 85. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 437. — P. Paruta Stor. Ven., l. III, p. 161._

[394] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 84. — Mém. de Mart. du Bellay, l. I, p. 42. — Trovasi in trattato presso Leonard, t. IV. — P. Paruta stor. Ven., l. III, p. 150._

Il doge di Genova, Ottaviano Fregoso, era stato ricondotto in patria dalle armi degli Spagnuoli e del papa, onde la lega contraria alla Francia credeva di poter contare sopra di lui; pure ella non lo accarezzava più di quello che fatto avesse il duca di Milano medesimo, e mentre opprimeva questi colle contribuzioni, e continuamente lo minacciava di cedere i suoi stati ad un altro, gli offriva nello stesso tempo la signoria di Genova, a condizione ch'egli pagasse alla lega una grossa somma di danaro; di modo che il Fregoso non ignorava che, sotto la protezione del papa e del re di Spagna, la sua patria veniva in certo modo posta in vendita al migliore offerente. Accolse dunque con piacere le segrete proposizioni di Francesco I, che chiedeva la sua alleanza. Conchiuse un trattato col contestabile di Borbone, che non doveva essere pubblicato che dopo che le armate francesi sarebbero entrate in Italia; allora il Fregoso doveva aprir loro i passaggi della Liguria, secondarle con un determinato numero di fanti, e deporre il titolo di doge, per assumere quello di perpetuo governatore di Genova a nome del re di Francia[395].

[395] _P. Jovii Hist. sui tem., l. XV, p. 292 e 503. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 87. — P. Bizarri Hist. Gen., l. XIX, p. 445. — Uberti Folietae, l. XII, p. 717. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 439._

Finalmente a Francesco I restava un ultimo alleato in Italia, ma di tutti il più debole, ed era il marchese di Saluzzo, che, spogliato di tutti i suoi stati per cagione del suo attaccamento alla Francia, altro più non conservava che la città di Revello, che dalla sua posizione per altro alle falde delle montagne era renduta importante[396].

[396] _Mémoir. de Bayard, ch. LIX, p. 365._

Ma Francesco primo contava meno sopra i suoi alleati che sulle proprie forze della Francia, e sull'entusiasmo con cui questa apparecchiavasi a secondare il suo giovane re nella prima di lui impresa. Volendo Francesco cancellare la vergogna delle sconfitte di Novara e di Guinegattes, ragunava la più poderosa armata che fin allora fosse stata condotta in campagna da un re di Francia. Riunì nel Delfinato duemila cinquecento lance francesi, il fiore di tutta la nobiltà francese; e perchè la gelosia di questa casta teneva in Francia disarmato il terzo stato e lontano da ogni militare esercizio; e perchè d'altra parte le ultime guerre avevano fatta sentire la decisiva importanza dell'infanteria, quand'essa presentava o la massa impenetrabile e coperta di picche degli Svizzeri, o l'agilità unita alla costanza degli Spagnuoli; Francesco I si procurò ventidue mila Landsknecht per far testa agli Svizzeri, e dieci mila Baschi da opporsi agli Spagnuoli. Erano i primi sotto il comando del duca di Gueldria, del capitano Tavannes, la di cui gente, che ammontava a sei mila uomini, chiamavasi la banda nera, del duca di Suffolck, del conte di Volff-Brandeck, e di Michele di Openberg[397]. L'avarizia di Ferdinando, che mai non aveva voluto pagare la taglia del suo illustre capitano Pietro Navarro, fatto prigioniero nella battaglia di Ravenna, somministrò ai Francesi un eccellente capo per formare l'infanteria basca. Il Navarro, stanco di così lunga prigionia, restituì a Ferdinando tutti i feudi che aveva da lui ricevuti, entrò al servigio della Francia, e levò parte nel Bearn e parte nel Delfinato i dieci mila uomini, cui egli diede la forma, la disciplina e le armi colle quali la sua fanteria spagnuola erasi lungo tempo distinta[398].

[397] _Mém. de Fleuranges, l. XVI, p. 177. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 88. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 295. — Fr. Belcarii Comm., l. XV, p. 438._

[398] _Mém. de Mart. du Bellay, l. I, p. 47. — Anonimo Padovano presso Murat. ad an. 1515._

Raimondo di Cardone, dopo di avere minacciato il Vicentino, e forzato a rinculare Bartolommeo d'Alviano, che aveva dal senato ricevuto espresso ordine di non esporsi a formale battaglia, aveva ricondotta a Verona l'armata spagnuola. Giuliano de' Medici, che suo fratello Leon X aveva nominato gonfaloniere della Chiesa, adunava tra Piacenza e Reggio un'armata composta di truppe pontificie e di truppe della repubblica fiorentina. Finalmente gli Svizzeri si affrettavano soli di prevenire i Francesi, occupando i passi delle Alpi. Avevano stabilito il loro quartiere generale a Susa, ove tenevano di già un'armata di oltre venti mila uomini, la quale custodiva le aperture delle due valli d'Exiles e della Novalese, con tutte le gole del monte Cenisio e del monte Ginevra[399].

[399] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 88. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 294. — Paolo Paruta, l. III, p. 158. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 440._

D'altra parte l'armata di Francesco I occupava le spalle delle stesse Alpi nel Delfinato, tra Grenoble e Briançon. Il passaggio del monte Ginevra, pel quale i Francesi erano nelle precedenti guerre scesi in Italia, veniva loro chiuso: ed il re giudicava impossibile di sforzare gli Svizzeri in anguste gole, ove la sua cavalleria non poteva agire, e dove il più piccolo ritardo avrebbe esposta la sua armata a perire di fame. In tale stato di cose il maresciallo Trivulzio s'addossò il carico di visitare le montagne, per informarsi da tutti i pastori intorno alle strade per le quali l'armata francese potrebbe passare e prendere alle spalle l'armata svizzera; s'attenne in ultimo a quella, che, dalle rive della Duranza, conduce per Guillestre e per l'Argentiera alle sorgenti della Stura, ed ai piani del marchesato di Saluzzo[400].

[400] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 89. — P. Jovii Hist., l. XV, p. 298._

Già era il 10 d'agosto, e più non si vedevano nevi nelle gole delle montagne che si dovevano attraversare coll'artiglieria; ma verun'armata non aveva fin allora penetrato in così alpestre valli, sconosciute perfino dai condottieri di merci, e praticate solamente da alcuni cacciatori di camozzi. L'intrapresa di condurvi un treno d'artiglieria, tutti gli uomini d'armi francesi, e trenta mila pedoni, doveva dunque sorprendere l'immaginazione. Da Grenoble l'armata erasi recata ad Embrun per Vizille e la Mura. Colà provvedutasi di vittovaglie per cinque giorni, penetrò nelle montagne pei villaggi di san Clemente e di Crispino. Aveva lasciato a sinistra il monte Genievre, guadata la Duranza, e trovata la sua prima stazione a Gilestre. Di là fu d'uopo aprirsi col ferro una strada a traverso alla rupe di san Paolo, che chiudeva il passaggio: questo si eseguì il secondo giorno, e l'armata andò a passare la notte a Barcellonetta. Il terzo giorno si doveva valicare la catena centrale delle Alpi, quella che, tra Barcellonetta e l'Argentiera, divide le acque che scendono nel Rodano da quelle che vanno nel Po. Qua e là dovevansi far saltare degli scogli per aprirsi la via, o gettar ponti a traverso ai precipizj, o innalzare sull'erta delle montagne lungo i precipizj delle gallerie di legno. Settantadue grossi pezzi d'artiglieria dovevano passare per questa strada colla colonna centrale dell'armata, la cavalleria pesante e gli equipaggi; ed in oltre due mila cinquecento pontonieri e zappatori, raccolti in corpo e pagati come la fanteria, i quali dovevano aprire le strade; ma lo zelo dei semplici soldati era ancora più efficace; essi strascinavano l'artiglieria invece dei cavalli, e mostravano altrettanta avvedutezza e destrezza che coraggio per superare le inudite difficoltà che loro opponeva la natura. La terza stazione dell'armata fu ne' villaggi di Larchia e di Ehergia. L'armata era omai giunta nella valle della Stura; ma la montagna di Piè di Porco gli chiudeva tuttavia il passaggio: essa la superò il quarto giorno, ed il quinto si trovò in Lombardia nelle pianure del marchesato di Saluzzo[401].

[401] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 298. — Mém. de Fleuranges, p. 178. — Mém. de Louis de la Tremouille, c. XVI, p. 200. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 90. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 441._

Mentre la colonna del centro teneva questa strada, continuamente lottando con pericoli e con difficoltà che verun altro generale non aveva per anco tentato di superare, altre divisioni dell'armata tenevano le strade della Dragoniera, di Rocca Perotta e di Cuneo, senza mai scontrarsi negli Svizzeri, che con tanto vantaggio avrebbero potuto vietarne il passaggio.

Con una di queste divisioni La Palisse era stato incaricato di portarsi da Briançon a Villafranca, e di là per Sestrieres alle sorgenti del Po. Egli formava in tal modo l'ala sinistra di tutta l'armata francese, e siccome colui che trovavasi più vicino agli Svizzeri, era altresì quegli che più particolarmente copriva l'artiglieria. Bajardo, Humbercourt e d'Aubignì camminavano con questa divisione. Bajardo ebbe avviso che Prospero Colonna, capitano generale del duca di Milano, aveva il suo quartiere a Carmagnola, alle falde di quelle stesse montagne, e seppe inoltre che, sebbene la strada di Rocca Sparviera non avesse mai veduti cavalli, era non pertanto praticabile. Bajardo e La Palisse risolsero di sorprendere il generale nemico. Al Colonna riuscì in quest'occasione dannoso il suo circospetto carattere; perchè non potè credere possibile ciò ch'egli medesimo non avrebbe osato di tentare. Infatti egli non aveva verun sospetto dell'avvicinamento de' Francesi; pure era partito da Carmagnola per Pignerolo la mattina medesima del 15 agosto, giorno in cui, attesa la sollecitudine usata, La Palisse e Bajardo avevano sperato di sorprenderlo nella prima di queste due città: ma, avvisati della sua partenza, gli tennero dietro di galoppo. Il Colonna, che aveva con lui trecent'uomini d'armi, alcuni cavaleggieri, e molti cavalli di rimonta, erasi trattenuto a Villafranca per desinare. Non volle dar fede alle sue spie che vennero a partecipargli l'imminente arrivo de' Francesi. Il corpo di guardia, posto all'ingresso di Villafranca, vedendo venire il nemico volle chiudere le porte; ma due uomini d'armi francesi, che avevano preceduta la compagnia, si precipitarono avanti con sì grande impeto, che uno di loro riuscì a cacciare la sua lancia tra le imposte della porta che si chiudeva, ed a tenervela finchè sopraggiunsero i suoi camerata. Prospero Colonna, sorpreso, non potè fare veruna resistenza e fu fatto prigioniere colla maggior parte dei suoi uomini d'armi, e più di settecento cavalli[402].

[402] _Mém. de Mart. du Bellay, l. I, p. 50. — Mém. de Fleuranges, p. 183. — Mém. du chev. Bayard, c. LIX, p. 368-374. — Pauli Jovii Hist., l. XV, p. 299. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 91._

L'Italia seppe nello stesso tempo la discesa dalle Alpi di un'armata francese tanto formidabile, e la prigionia del suo più riputato generale. Queste notizie scoraggiarono gli alleati, e li fece più diffidenti gli uni degli altri; onde essi volsero tutte le loro cure a cercare separatamente i mezzi di porsi al sicuro dal comune pericolo. Giuliano de' Medici, sorpreso da una pericolosa febbre, aveva abbandonata l'armata, per recarsi a Firenze, lasciandone il comando a suo nipote Lorenzo. Leon X si affrettò di far dire a quest'ultimo di non avanzarsi contro i Francesi, di non violare la neutralità, e di cogliere il pretesto della rivoluzione di Guido Rangoni, per trattenersi nel Modenese all'assedio di Rubiera. Nello stesso tempo spedì il suo confidente, Cinzio di Tivoli, a Francesco I, per iscusare i suoi primi passi, ed intavolare qualche negoziazione; ma questo emissario fu arrestato dagli Spagnuoli, e le carte che gli si trovarono addosso fecero conoscere a Raimondo di Cardone, cui furono rimesse, quanto poco fondamento doveva fare sul papa[403].

[403] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 92. — Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXX, c. XXVI, p. 343. — P. Jovii Hist., l. XV, p. 300._

Il Cardone aveva concentrato in Verona tutte le forze della Spagna, e stava colà aspettando i soccorsi della Germania, che Massimiliano prometteva sempre e non mandava mai. Altronde egli aveva fin allora mantenute le sue truppe senza danaro a carico del paese ch'esse guastavano, conciossiachè non si può dire che rifacessero la guerra. Ferdinando non mandava verun sussidio; però nell'istante in cui avrebbe dovuto porsi in cammino, il generale non poteva dispensarsi dal pagare ai soldati almeno una parte de' soldi arretrati. Bartolommeo d'Alviano gli si era di nuovo avvicinato, occupando colla sua armata il Polesine di Rovigo; e, senza voler tentare la dubbia sorte di una battaglia, riteneva gli Spagnuoli, loro non permettendo di andare ad unirsi agli Svizzeri[404].

[404] _P. Paruta, l. III, p. 167._

Gli stessi Svizzeri avevano con qualche perturbamento udita la notizia del passaggio di Francesco I: eransi da principio avviati verso Pignerolo con intenzione di liberare Prospero Colonna, ed avevano costretto La Palisse a ripiegarsi sopra Fossano; ma quando seppero che tutta l'armata, e lo stesso re alla testa della medesima avevano passate le Alpi, chiesero una sospensione d'armi per ritirarsi a Vercelli, lo che da Francesco, che ardentemente bramava di riconciliarsi con loro, fu subito accordato. Nella loro ritirata saccheggiarono Chivasso e Vercelli, ed infine si fermarono a Novara[405].

[405] _P. Jovii Hist., l. XV, p. 361. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 93. — Mém. de Fleuranges, p. 187. — Mémoir. de Martin du Bellay, l. I, p. 53._

Dopo il cominciamento della guerra gli Svizzeri si trovavano divisi in due fazioni; gli uni, strascinati dal cardinale di Sion, implacabile nemico della Francia, non volevano udire ragionamenti di accordo; gli altri, i di cui principali capi erano Alberto della Pietra e Giovanni di Diesbach, capitani de' Bernesi, e Giorgio di Super-Sax Valesano, desideravano di riconciliarsi con una monarchia, che risguardavano come la naturale amica della loro nazione; e si lagnavano, che si facesse loro versare il più puro lor sangue per una contesa affatto straniera alla svizzera. L'ambizione di coloro che volevano signoreggiare l'Italia ed opprimere la Francia, era sproporzionata affatto colla loro forza, e pareva loro che la Svizzera dovesse essere egualmente perduta, sia che la Francia cessasse di esistere, o sia che la Francia vittoriosa volesse vendicarsi de' suoi più prossimi vicini. Il timore, che inspirava l'armata di Francesco I, consigliava gli Svizzeri a dare orecchio alle persuasioni di Diesbach e di Alberto, che volevano che si accettasse la mediazione loro offerta dal duca di Savoja, e dal bastardo di lui fratello[406].

[406] _Mém. de Fleuranges, p. 189._

Ma gli Svizzeri, che il giorno d'una battaglia si assoggettavano ad una rigorosa disciplina, conservavano nelle loro armate, qualunque volta non si trovavano in presenza del nemico, tutte le più focose abitudini democratiche. I ragionamenti de' loro capi gli strascinavano a vicenda ad estremi partiti. Gli uni, di già carichi di preda, desideravano di trasportarla nelle loro montagne, altri domandavano la guerra, perchè non avevano ancora nulla guadagnato; tutti si lagnavano, perchè i quaranta mila ducati al mese, loro promessi dal papa e dal vicerè, mai non giugnevano al campo. In un istante di mal umore saccheggiarono la cassa del commissario pontificio, e di già si ponevano in cammino per tornare nella Svizzera, quando arrivò il danaro. Allora si calmarono, e si accamparono a Gallarate, ove aspettarono venti mila loro compatriotti, che passavano le Alpi per raggiugnerli[407].

[407] _P. Jovii Hist., l. XV, p. 320._

Frattanto il bastardo di Savoja ed il signore di Lautrec avevano seguiti gli Svizzeri a Gallarate per continuare le loro negoziazioni; e perchè questi offrivano danaro contante, mentre che gli alleati avevano di già fatta conoscere la loro povertà, la maggior parte dei venti commissarj svizzeri, nominati per trattare con loro, erano disposti ad un accomodamento. Diffatti venne all'ultimo dalle due parti firmato un trattato, in forza del quale gli Svizzeri acconsentivano che il ducato di Milano tornasse alla Francia, non esclusi i piccoli distretti posti al piè delle Alpi ch'essi avevano staccati, a condizione che Francesco Sforza sposasse una principessa del sangue reale di Francia, e ricevesse per appannaggio il ducato di Nemours, oltre una pensione di dodici mila franchi. Dal canto suo il re promise di pagare in diversi termini seicento mila scudi per la capitolazione di Digione, e trecento mila pei villaggi conquistati, che gli Svizzeri restituivano. Ritornò ai cantoni le antiche loro pensioni, e l'alleanza rinnovatasi tra di loro doveva durare tutto il suo regno e dieci anni dopo la sua morte[408].

[408] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 94. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 304. — Mém. de Fleuranges, p. 189. — Mém. de Martin du Bellay, l. I, p. 53. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 443._

Francesco I, premuroso di fare un primo pagamento agli Svizzeri, e di porre in tal modo il suggello alla pace, richiese a tutti i principi e gentiluomini di prestargli ciò che avevano in danaro contante ed in vasellame d'oro e d'argento. Ciascuno non si serbò che quanto era necessario pel proprio mantenimento di otto giorni: ed il danaro fu mandato a Buffalora, ove il signore di Lautrec doveva consegnarlo ai deputati della lega. La pace sembrava talmente sicura che il duca di Gueldria, capitano di tutti i Landsknecht, ripartì a tutta fretta per respingere un'invasione dei Brabantesi fatta ne' suoi stati; e quando ebbe a Lione la notizia della battaglia di Marignano, cadde per dispiacere pericolosamente infermo[409].

[409] _Mém. de messire Martin du Bellay, l. I, p. 54._ — Partì il 10 di settembre. _Mém. de Fleuranges, p. 195._

Frattanto Rosten[410], borgomastro di Zurigo, che per l'età e per la sua sperienza militare era stato da' cantoni nominato generale di tutte le loro truppe in Italia, arrivò da Bellinzona al campo, ch'erasi trasportato a Monza, con una nuova divisione di venti mila uomini. Gli Svizzeri, che prima si sentivano più deboli, credettero allora di avere ricuperata la superiorità. I nuovi venuti non sapevano risolversi a tornare in patria senza combattere; portavano invidia alle ricchezze acquistate dai loro compagni, e dichiararono che giammai i cantoni non acconsentirebbero alla restituzione delle podesterie italiane, secondo portava il trattato. Invano i partigiani della Francia rappresentavano quanto vergognosa cosa sarebbe il violare una convenzione così solennemente stipulata; la maggior parte di quella moltitudine di Svizzeri domandava la battaglia; essi proponevano, con due subiti attacchi, d'impadronirsi del danaro ch'era stato portato a Buffalora, e di sorprendere il re, che colla sua armata erasi avvicinato a poche miglia di Milano. Alberto della Pietra e Giovanni di Diesbach, non volendo prendere parte a quest'atto di mala fede, abbandonarono il campo per tornare in patria, e con loro si posero in cammino sei in sette mila de' loro commilitoni. Il signore di Lautrec, prevenuto a tempo da alcune spie de' progetti degli Svizzeri, partì precipitosamente da Buffalora, e pose in sicuro il danaro a lui affidato[411].

[410] Il biografo di Frundsberg lo chiama Rösch, e dev'essere seguito di preferenza pei nomi tedeschi, _II Buch, f. 23._

[411] _Mém. de Martin du Bellay, l. I, p. 54. — P. Jovii Hist., l. XV, p. 304. — Mém. de Fleuranges, p. 191._

Intanto l'armata francese aveva omai occupata la maggior parte della Lombardia. Aymar di Prie con quattrocento lance e cinque mila fanti erasi avvicinato a Genova, onde sollecitare Ottaviano Fregoso a dichiararsi per la Francia; e questi aveva subito spiegate le bandiere francesi, e rinforzata con quattro mila fanti l'armata d'Aymar di Prie, che occupava tutto il paese a mezzogiorno del Po[412]. Dalla banda settentrionale di questo fiume, il re si era avanzato da Vercelli verso Novara, che non aveva fatto che una debolissima resistenza; indi, passato il Ticino, si trattenne a Buffalora e ad Abbiategrasso, mentre che Pavia gli apriva le porte, e che Gian Giacopo Trivulzio si avanzava fino a quelle di Milano: quest'ultimo veniva incontrato da una deputazione del popolo di questa città, la quale lo supplicava di non compromettere, prima della battaglia, la capitale della Lombardia, che trovavasi tra le due armate, e di astenersi dall'entrarvi per umanità, e per riconoscenza dell'attaccamento dei Milanesi verso la corona di Francia[413].

[412] _P. Bizarri, l. XIX, p. 445. — Uberti Folietae, l. XII, p. 717._

[413] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 94._

Il cardinale di Sion trovavasi presso Raimondo di Cardone, che aveva stabilito il suo campo al confluente dell'Adda e del Po. Quando seppe che i suoi compatriotti avevano determinato di continuare la guerra, sollecitò il Cardone ad unire la sua armata alla loro, e non lo potendo ottenere, si recò egli presso gli Svizzeri a Monza, con Muzio Colonna, Luigi di Pitigliano, quattro cento cavaleggieri ed alcuni uomini d'armi. Gli Svizzeri non avevano altra cavalleria nella loro armata[414].

[414] _P. Jovii Hist. sui temp., l. V, p. 305. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 95._

Il Cardone, dopo avere lasciate guarnigioni in Verona ed in Brescia, andò ad unirsi a Piacenza a Lorenzo de' Medici con settecento uomini d'armi, seicento cavaleggieri, e sei mila fanti. Dal canto suo il Medici aveva sotto di sè settecento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri e quattro mila fanti. Queste due armate, riunite alle spalle de' Francesi, erano abbastanza forti per tenerli inquieti; ma intanto l'Alviano aveva passato l'Adige, e, rimontando la sinistra del Po fino a Cremona, era venuto ad accamparsi in faccia al vicerè, che aveva di già apparecchiato il suo ponte di battelli sotto Piacenza. L'armata veneziana, che sotto gli ordini dell'Alviano contava novecento uomini d'armi, mille quattrocento cavaleggieri e nove mila fanti, teneva in dovere tutte le forze della Spagna, del papa e de' Fiorentini, e con così maestro movimento agevolava ai Francesi il modo di sperimentare co' soli Svizzeri la sorte della guerra[415].