Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)

Part 20

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Nello stesso tempo Ferdinando aveva rinnovata per un altro anno la tregua di Orthes tra la Francia e la Spagna; e per tal modo mancava formalmente agl'impegni contratti con suo genero Enrico VIII; lo aveva lusingato colla vana speranza delle conquiste da farsi in Francia, e lo abbandonava poi quando si doveva ridurre la promessa ad effetto. Era la terza volta dopo il cominciamento di questa guerra, che lo ingannava, sagrificandolo alla privata sua ambizione. Enrico VIII, sdegnato di vedersi ingannato così sfacciatamente da suo suocero, si mostrò disposto a pacificarsi colla Francia. Era morta il 9 di gennajo del 1514 Anna di Bretagna: Lodovico XII, rimasto vedovo, fece chiedere in matrimonio Maria, sorella d'Enrico VIII, perchè servisse di arra ad una intera riconciliazione tra la Francia e l'Inghilterra. La negoziazione fu lunga; ma sospese le ostilità fino al 7 agosto del 1514; nel qual giorno due trattati furono sottoscritti in Londra, uno per ristabilire la pace tra la Francia e l'Inghilterra, e in questo la repubblica di Venezia fu nominata tra gli alleati delle due corone, l'altro per regolare le condizioni del matrimonio tra Lodovico XII e la principessa Maria[370].

[370] _Rymer Acta publica, l. XIII, p. 413. — Rapin de Thoyras, Hist. d'Anglet., l. XV, p. 87 e seg. — Mém. de Bayard, ch. LVIII, p. 358. — Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 154, 157. — Mém. de du Bellay, l. I, p. 27. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 429. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 73. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XIV, p. 289. — P. Paruta Hist. Ven., l. II, p. 146._

Così da ogni banda era sospesa la guerra ai confini della Francia: imperciocchè, sebbene gli Svizzeri cercassero d'offendere questa corona col più ingiurioso procedere, non uscivano per altro dalle loro montagne. Lodovico XII, spossato dai rovesci del precedente anno, aveva per questa campagna rinunciato a mandare un'armata in Italia, ancorchè annunciasse gli apparecchi d'una nuova spedizione, per non iscoraggiare del tutto i suoi alleati. Finalmente le fortezze, che i Francesi avevano conservate in Italia, dopo essersi difese con eroico coraggio, furono forzate di capitolare; quelle di Milano e di Cremona in giugno del 1514, e la Lanterna di Genova soltanto il 26 d'agosto. Ottaviano Fregoso, doge di Genova, per ridurre alla resa la guarnigione della Lanterna, che aveva di già consumate le vittovaglie e le munizioni, le pagò ventidue mila scudi di soldo arretrato: fece poscia spianare la fortezza, affinchè nè un principe straniero, nè un altro doge, nè egli stesso, potessero valersene per tenere la patria in ischiavitù[371].

[371] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XII, p. 201, 217. — Uberti Folietae Gen. Hist., l. XII, p. 715. — Petri Bizarri, l. XVIII, p. 437. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 76._

La guerra omai più non facevasi che nel territorio della repubblica di Venezia; ed anche colà l'esaurimento di tutte le potenze l'aveva ridotta ad essere trattata con deboli armate, che mai non conducevano a fine veruna strepitosa azione. Massimiliano, sempre egualmente incoerente, sempre incapace di tener dietro ai suoi progetti con sufficiente costanza per condurli a termine, o per abbandonarli quando vedeva l'impossibilità di eseguirli, si ostinava a non fare la pace coi Veneziani; pure egli non recavasi contro di loro personalmente, e non mandava per questa guerra nè generali, nè soldati, nè munizioni, nè danaro. Dopo la morte di sua moglie aveva formato il progetto d'approfittare della prima vacanza della santa sede per farsi nominare papa. Prometteva in tal caso di rinunciare alla corona imperiale in favore di Carlo, suo nipote, ed impegnava Ferdinando il Cattolico a favoreggiare questa bizzarra ambizione[372]. Nello stesso tempo i suoi vassalli ed i suoi contadini tenevano viva la guerra ai confini dello stato veneto. Alcuni baroni tedeschi, seguiti da alcune migliaja d'uomini levati nelle milizie del vicinato, penetravano ora nel Friuli, ora nella Marca Trivigiana; sorprendevano le piccole città, bruciavano i castelli, guastavano le campagne, e tornavano bentosto ai loro focolari dopo avere accresciuta la miseria e la disperazione degli sventurati agricoltori, senza però in verun modo aver contribuito a terminare la lunga lite del loro padrone[373].

[372] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 65._

[373] _Ivi, p. 69. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XII, p. 207. — P. Paruta, l. II, p. 90 e seg._

Tra i più attivi e crudeli vassalli di Massimiliano che trattavano questa piccola guerra, si distinse Cristoforo, figliuolo di Bernardino Frangipane; un giorno sorprese un villaggio del territorio di Marano, i di cui abitanti avevano dato singolari prove del loro attaccamento alla repubblica, e fece a tutti cavare gli occhi e tagliare l'indice della mano destra[374]. Verun altro contribuì più di costui alla desolazione del Friuli, veruno lo invase più frequentemente, commettendovi maggiori guasti o crudeltà. D'altra parte diede motivo ad alcuni capitani veneziani d'acquistarsi nome combattendolo, tra i quali ricorderò Girolamo Savorgnano, che difese contro di lui Osofo, e Giovanni Vettori, che all'ultimo lo fece prigioniere[375].

[374] _P. Paruta, l. II, p. 91. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XII, p. 209._

[375] _P. Paruta Ist. Ven., l. II, p. 102, 115. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 71. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XII, p. 208._

Bartolommeo d'Alviano, che aveva adunata una nuova armata a Padova ed a Treviso, colla quale faceva testa a Raimondo di Cardone ed agli Spagnuoli, otteneva sopra di loro piccoli vantaggi; e colla sua risoluzione, colla prontezza e sagacità delle sue misure, avvezzò nuovamente i soldati ad affrontare il pericolo, e loro ispirò confidenza. Condusse parte della sua armata nel Friuli, sconfisse il Frangipane, e gli fece levare l'assedio d'Osofo, indi tornò alla sua stazione a Padova, prima che gli Spagnuoli avessero potuto approfittare della sua lontananza. Anzi pochi giorni dopo sorprese gli Spagnuoli ad Este, di cui s'impadronì, e nella quale trovò i loro magazzini; all'ultimo sorprese ancora Rovigo, ove smontò quasi tutta la loro cavalleria, facendo loro molti prigionieri. Sebbene schivasse sempre una generale battaglia, dietro espresso ordine del senato, ottenne poco a poco di distruggere quell'armata, ch'era stata si lungo tempo così formidabile[376].

[376] _P. Paruta Stor. Ven., l. II, p. 135. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 79. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XII, p. 214._

Renzo di Ceri sostenevasi sempre in Crema con una guarnigione veneziana; e non solo vi si difendeva contro tutti gli attacchi de' nemici, contro la fame e la peste, malgrado privazioni d'ogni genere; ma faceva inoltre delle sortite per levare contribuzioni in tutte le vicine piazze, per sorprendere i quartieri delle truppe di Massimiliano Sforza, per occupare la stessa città di Bergamo, che dovette in appresso evacuare per capitolazione; ed in queste province, separate dalla capitale dalle armate nemiche, mantenne l'onore del nome veneziano e la confidenza nella fortuna della repubblica[377].

[377] _P. Paruta Hist. Ven., l. II, p. 137. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 79. — P. Jovii Hist., l. XII, p. 203._

Fino a tale epoca non si vedeva quale vantaggioso effetto avessero prodotto le negoziazioni che Leon X manteneva tra la repubblica di Venezia e Massimiliano, tra il re di Francia e gli Svizzeri; veruna delle incominciate pacificazioni eransi ridotte a fine, ed omai si cominciava a diffidare della di lui buona fede. In fatti nelle sue lettere confidenziali, egli affrettava tanto più Lodovico XII ad entrare quest'anno medesimo in Italia, quanto meno lo credeva disposto a tale intrapresa[378]; lo assicurava del suo attaccamento agli interessi della Francia, e faceva sposare a suo fratello, Giuliano, Filiberta di Savoja, sorella della madre di Francesco I; insisteva intorno a questo matrimonio, conchiuso il 10 maggio del 1513, ma che non si celebrò in Torino che in febbrajo del 1515[379]; e nello stesso tempo mandava Pietro Bembo in legazione a Venezia per persuadere questa repubblica a staccarsi dalla Francia ed a riconciliarsi coll'imperatore e col re di Spagna[380].

[378] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 75._

[379] _Guichenon, Hist. généal. de la maison de Savoie, t. II, p. 179. — P. Giovio Vita di Leon X, t. III, p. 174. — Jac. Nardi, l. VI, p. 275._

[380] _P. Paruta Stor. Ven., l. II, p. 140. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 77._

Il nuovo pontefice punto non si rassomigliava al suo predecessore, nulla avendo di quel carattere severo, irascibile, implacabile di lui. Per lo contrario aveva co' suoi familiari maniere affatto amene e graziose; la protezione che accordava alle arti ed alle lettere, i beneficj che a larga mano spargeva sui dotti, sui poeti, sugli artefici venivano celebrati in tutta l'Europa con profusione di lodi. Ma d'altra parte Leone non aveva nè la lealtà, nè l'elevato carattere di Giulio II. Tutte le sue negoziazioni erano associate alla falsità ed alla perfidia; sempre parlando di pace, ovunque soffiava il fuoco della guerra; ed i popoli d'Italia, oppressi da tante barbare armate, non valevano a risvegliare la di lui pietà, nè influivano sulla di lui condotta. La sua ambizione non era minore di quella di Giulio II, e non poteva vestirla agli occhi proprj con così rispettabili titoli. Non erano più l'indipendenza dell'Italia, o la potenza della Chiesa, che dirigevano le azioni del pontefice, ma solamente l'aggrandimento della propria famiglia.

Aveva Leon X promesso a suo fratello Giuliano di formargli un illustre stato, ed a tale condizione lo aveva persuaso a rinunciare a favore di Lorenzo, figlio di Pietro de' Medici, alla direzione della repubblica fiorentina. Aveva intenzione di formare per Giuliano una nuova sovranità cogli stati di Parma e di Piacenza, ai quali voleva aggiugnere Modena e Reggio, spogliandone la casa d'Este; perciocchè sebbene avesse da principio prodigato al duca Alfonso le più lusinghiere promesse, sebbene gli avesse, in occasione del suo coronamento, fatto tenere il gonfalone della Chiesa, non aveva ancora rivocate le sentenze contro di lui pronunciate dal suo predecessore. Gli aveva promessa la restituzione di Reggio entro un determinato tempo; ma due volte era scaduto questo termine, e due volte aveva mancato alla sua promessa. Finalmente aveva fomentata una congiura dei Rangoni, gentiluomini modenesi, che in settembre del 1514 avevano arrestato Vito Fürst, governatore imperiale della loro città; e, mediante il pagamento di quaranta mila fiorini, egli si era dall'imperatore fatto cedere il dominio di quella città[381].

[381] _Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 315. — P. Giovio Vita di Alfonso d'Este, p. 96. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 77._

Col mostrarsi affezionato alle case d'Austria e d'Arragona sperava Leon X d'ottenere l'assenso loro per formare a favore di suo fratello una sovranità cispadana, smembrandola dai ducati di Milano e di Ferrara; ma i Veneziani gli facevano sperare l'ajuto della Francia per un progetto di tutt'altra importanza, quello di collocare suo fratello sul trono di Napoli, cacciandone il re d'Arragona. L'universale desiderio degl'Italiani di scuotere il giogo de' barbari poteva in fatti procacciare applausi a questo tentativo, e la vicendevole gelosia delle potenze straniere, le quali non volevano lasciare ai loro rivali ciò ch'esse erano forzate di abbandonare, poteva procurargliene l'appoggio. I Medici portavano le loro speranze non solo a conseguire il regno di Napoli per Giuliano, ma ancora ad avere il ducato di Milano per Lorenzo, ed appoggiavano i loro politici calcoli alle profezie d'un monaco, di cui mostravano una lettera, ch'esso, dicevano, aveva scritta dopo la sua morte[382].

[382] Questa lettera sottoscritta _Frate Angelo morto_ venne comunicata in Roma agli amici di Giuliano pochi mesi dopo l'elezione di suo fratello, _Jac. Nardi, l. VI, p. 276_. — Intorno alla proferta dei Veneziani può leggersi _Paol. Paruta Stor. Venez., l. II, p. 121._

Frattanto Leon X correva rischio di trovarsi preso dalle sue capziose negoziazioni. Lodovico XII lo affrettava a dichiararsi, e ad appoggiarlo nella spedizione che meditava per la campagna del 1515. Gli mostrava come i Veneziani si andavano rialzando colla loro costanza dalle sofferte perdite, mentre Bartolomeo d'Alviano, loro generale, ricuperava con una serie di felici sebbene piccoli avvenimenti quella riputazione che perduta aveva in due grandi sconfitte. Gli ricordava l'alleanza ch'egli aveva recentemente conchiusa con Enrico VIII d'Inghilterra, e che gli assicurava per la vicina spedizione i soccorsi di quella stessa potenza che aveva fatta mancare la precedente. Faceva riflettere al pontefice quanto sarebbe imprudente consiglio l'affidarsi alle promesse di Ferdinando e di Massimiliano, de' quali non era meno nota la povertà che la mala fede. Lo invitava a mettersi in guardia contro l'ambizione di questi due principi, che aspiravano niente meno che al dominio di tutta l'Italia; mentre ne' tempi in cui egli medesimo ne possedeva i due più potenti stati, egli aveva rispettata l'indipendenza di tutti gli altri. Nello stesso tempo non aveva Lodovico XII tenuti segreti gl'inviti fattigli da Leon X di passare in Italia, ed aveva in tal modo renduto il pontefice sospetto agli altri di lui alleati. Pareva giunto l'istante in cui vedrebbesi il papa forzato a dichiararsi scopertamente, e far conoscere chi avesse voluto ingannare, o il re di Francia, o gli Svizzeri, o Massimiliano e Ferdinando, oppure i Veneziani[383].

[383] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 80._

Ma l'inaspettata morte di Lodovico XII, accaduta il 1.º di gennajo del 1515 ritardò ancora per poco tempo una dichiarazione che sembrava imminente. Lo sproporzionato matrimonio di questo monarca, in età di cinquantaquattro anni, con una bellissima principessa di diciotto, venne risguardato come cagione della sua morte. La breve malattia che conducevalo al sepolcro aveva tutti i caratteri del rifinimento. In tempo delle medesime feste delle nozze fatte in Abeville il 9 ottobre, e continuate in Parigi per sei settimane con giostre e tornei, il re trovavasi così debole, che rimase costantemente sul suo letto di riposo. «A cagione di sua moglie, dice il leale servitore di Bajardo, aveva il re mutata affatto la sua maniera di vivere, perciocchè invece che era solito di pranzare alle otto ore, conveniva che pranzasse a mezzogiorno; invece di porsi a letto secondo il suo costume alle sei ore della sera spesso non si coricava che a mezzanotte, onde cadde infermo in sulla fine di dicembre; dalla quale malattia non potendolo liberare veruno umano rimedio, spirò il primo di gennajo seguente, dopo la mezzanotte[384].»

[384] _Mém. du chev. Bayard, ch. LVIII, p. 361. — Mém. de mess. Martin du Bellay, l. I, p. 37-39. — Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 163. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 82. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 433. — P. Jovii Hist. sui temp., l, XIV, p. 289._

Lodovico XII, che per alcuni mesi venne riconosciuto come re di Napoli, e che regnò più di dieci anni sul ducato di Milano, dev'essere considerato come uno de' sovrani d'Italia; ed il suo carattere non ebbe che troppa influenza sui destini di questa contrada. Fu generalmente accusato d'avarizia; ed infatti alienò gli Svizzeri, e per un risparmio mal inteso e fuori di luogo fece spesso mancare i successi delle sue armate. Pure quest'economia, sebbene eccessiva, fu quasi la sola virtù che gli meritò l'onorato titolo di padre del popolo; perciocchè risparmiò le imposte de' suoi sudditi più ancora che i proprj tesori. Altronde non ravvisavasi in lui veruna di quelle qualità che si ammirano ne' grandi uomini o ne' grandi re. Privo di forza di carattere, e di spirito indeciso, era abitualmente condotto, ed aveva bisogno di esserlo; ma non sapeva prendere per sue guide uomini a lui superiori. I suoi favoriti erano quasi tutti deboli al pari di lui, la loro politica quasi sempre male intesa, ed inoltre quasi sempre senza fede. Non meno ambizioso che se la natura gli avesse dati i talenti d'un conquistatore, mai non cessò di combattere pel possedimento del regno di Napoli e del ducato di Milano, e perdette l'uno e l'altro per propria colpa, dopo avere attirati sopra la Francia i più sanguinosi disastri[385]. Non meno perfido, che se invecchiato fosse nello studio della politica, detta macchiavellica, fu infedele a tutti i trattati, indegnamente tradì l'amicizia de' suoi alleati, i Fiorentini, i Veneziani, il re di Navarra, il duca di Ferrara, i Bentivoglio, i piccoli principi di Romagna, ed il principe di Piombino. Fu il principale autore della lega di Cambrai contro i Veneziani, suoi alleati; e questa perfidia pareggiava quella cui erasi associato contro Federico, re di Napoli. Per altro non era alla ragione di stato ch'egli sagrificava in tal guisa la sua parola ed il suo onore; poichè ognuna di queste violazioni de' trattati non era meno imprudente ed impolitica, che contraria alla buona fede.

[385] Noi abbiamo un papa savio, e questo grave e rispettato (la lettera doveva venire nelle di lui mani); un imperatore instabile e vario; un re di Francia sdegnoso e pauroso; un re di Spagna taccagno e avaro; un re d'Inghilterra ricco, feroce e cupido di gloria; gli Svizzeri bestiali, vittoriosi e insolenti; noi altri d'Italia poveri, ambiziosi e vili; per gli altri re io non li conosco. Lett. a Fr. Vettori del 26 agosto 1513 t. VIII, p. 88.

Quando Lodovico XII si trovò personalmente alla testa delle sue armate, ed in particolare nella prima campagna contro i Veneziani, diede non dubbie prove di crudeltà. Ma in mezzo alle battaglie i patimenti ed i pericoli personali spengono tutti i più delicati sentimenti; e le atrocità commesse contro il governatore di Peschiera e di suo figliuolo, sono una minor prova della durezza del suo cuore, che il crudele trattamento fatto al suo rivale, Lodovico Sforza. Egli lo tenne dieci anni in una prigione o in una gabbia di ferro; gli negò la consolazione inutilmente invocata d'avere libri e mezzi di scrivere nella sua solitudine, e permise che morisse disperato, senza veruna distrazione, senza verun alleviamento di spirito[386].

[386] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XIV, p. 289._ — Lodovico XII raccontando al Macchiavelli, allora in legazione presso di lui, la presa di Monselice, e la carnificina della guarnigione, che fu segnalata da orribili crudeltà, gli disse ridendo: «Io fui tenuto, anno, un mal uomo, quando nella giornata dove io era si ammazzò tanti uomini: adesso monsignore di Ciamonte sarà tenuto quel medesimo.» _Macchiav. Legaz. Lett. di Blois 29 luglio 1510, t. VII, p. 343._

Lodovico XII fece nascere lo scisma nella Chiesa. Visse lungo tempo scomunicato, e tenne il suo regno sotto l'interdetto: ciò non pertanto era superstizioso, e dopo di avere lungo tempo sagrificata la religione alla politica, sagrificò l'una e l'altra alla bigotteria. La privata dolcezza del suo carattere non merita maggiori elogj della sua condotta pubblica. Il divorzio della prima moglie fu un insigne esempio d'ingratitudine, di falsità, di disprezzo per ogni decenza. Non ebbe altro motivo che l'amore da lui compito per la seconda, allora moglie di suo cognato; e quando in età avanzata perdette anche quest'ultima, consacrò appena qualche settimana alla di lei memoria, e chiese subito la mano d'una terza sposa nel fiore dell'età, il di cui amore gli costò la vita. Questa dal canto suo, per una specie di rappresaglia, non gli recava che un cuore di già consacrato a Carlo Brandon, duca di Suffolck, che sposò segretamente due mesi dopo la morte di Lodovico XII[387].

[387] _Rapin Thoyras Hist. d'Anglet., l. XV, p. 98. — Mém. de Fleuranges, p. 169._

CAPITOLO CXII.

_Francesco I assume il titolo di duca di Milano; passa le Alpi; batte gli Svizzeri a Marignano e conquista il Milanese; invasione di Massimiliano in Lombardia, e sua ritirata; diversi trattati che pongono fine alle guerre prodotte dalla lega di Cambrai._

1515 = 1517.

Alla morte di Lodovico XII, suo genero il duca d'Angoleme, primo principe del sangue, salì sul trono di Francia sotto il nome di Francesco I. Era egli nato il 12 settembre del 1494, e pronipote dello stesso Lodovico, duca d'Orleans, figlio di Carlo V, di cui Lodovico XII era nipote. Prese nello stesso tempo il titolo di duca di Milano, come erede di Valentina Visconti, sua bisavola, e come nominato nelle investiture accordate da Massimiliano, in conseguenza del trattato di Cambrai[388]. L'Italia fu in qualche modo così avvisata, che il nuovo monarca aspirava a ricuperare colla forza delle armi la sovranità ch'era stata tolta al suo predecessore.

[388] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XII, p. 82. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XV, p. 290._

La Francia aveva avuta la felicità di vedere succedersi due monarchi nati in privata fortuna, i quali portavano sul trono virtù, o talenti, che la reale educazione non può sviluppare. Lodovico XII, che, come principe del sangue, si era mostrato uomo debole e mediocre, si conservò quale sempre era stato; ad ogni modo andò debitore alla sua ristretta e spesso contraria fortuna delle abitudini di regolarità, d'economia, di rispetto per la giustizia e di compassione per le miserie del popolo, che gli fruttarono l'amore de' suoi sudditi. Francesco I era stato dalla natura assai più favorito: era egli giovane di bella presenza, e di una forza ed agilità singolari in tutti gli esercizj militari; la sua affabilità, la gentilezza delle sue maniere e la sua generosità gli guadagnavano il cuore di chiunque lo avvicinava. Finalmente era il primo re francese che fosse stato liberalmente educato; amava le lettere, le arti, la poesia, e le coltivava egli stesso non infelicemente. Sebbene Lodovico XII, fuori di speranza d'aver figliuoli, lo risguardasse di già come presuntivo erede della corona, e lo avesse perciò scelto per suo genero, promettendogli Claudia di Francia, sua primogenita, la regina Anna di Bretagna, non aveva permesso finch'ella visse che questo matrimonio avesse effetto. L'odio che costei nudriva contro Luigia di Savoja, madre di Francesco I, stendevasi anche sopra il di lei figliuolo. Il matrimonio non si celebrò che in maggio del 1514[389]; e fino a quest'epoca Francesco sostenne il peso dello sfavore, e quello della necessità d'ubbidire.

[389] _Mém. du chev. Bayard, c. LVIII, p. 360. — Mém de Fleuranges, t. XVI, p. 154-157. — Mém. de du Bellay, l. I, p. 28._

Le luminose qualità di Francesco I eccitavano l'attenzione dell'Italia, che sentivasi minacciata dalle sue prime mosse, e rammentavasi che Gastone di Foix, pervenuto alla stessa età con eguali talenti, ma con minore potenza per farli valere, erasi di già renduto famoso con tante vittorie. Frattanto i nemici della Francia, posti in guardia dagli apparecchi di Lodovico XII, credettero di avere per la di lui morte guadagnato, se non altro, una dilazione; sembrava loro affatto inverisimile che il nuovo re volesse intraprendere una guerra straniera ne' primi mesi del suo regno, allontanandosene prima d'avere avuto il tempo di consolidare la propria autorità. Francesco I nulla omise che convalidare potesse questa opinione, e sebbene portasse a quattro mila lance il numero delle sue compagnie d'ordinanza, non annunciò quest'armamento che come una misura di difesa[390].

[390] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 83. — P. Jovii Hist., l. XV, p. 294._