Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)
Part 2
I capitani veneziani avevano condotto a Padova un magnifico treno d'artiglieria; ed avevano approfittato dei due fiumi che attraversano la città per introdurvi tutte le munizioni necessarie in un lunghissimo assedio. I contadini di tutta la provincia, temendo il vicino arrivo de' Tedeschi, eransi affrettati di trasportare in Padova le messi in allora raccolte, e vi si erano rifugiati ancor essi colle loro famiglie e colle loro gregge: di modo che così vasta città, che d'ordinario era quasi deserta, aveva potuto raccogliere entro le sue mura una popolazione quasi quattro volte maggiore della consueta. Nè tanta gente erasi tenuta oziosa, perciocchè coll'ajuto di tante braccia si aggiunsero ogni giorno nuove fortificazioni al ricinto della città. Le fosse eransi riempiute d'acqua fin quasi al livello del terreno, le porte furono tutte coperte da opere avanzate, ed alle cortine, giudicate troppo lunghe, erano stati aggiunti nuovi bastioni. Tutte queste opere esteriori erano minate, e caricate le mine, onde poterle far saltare quando gli assediati fossero forzati ad abbandonarle. Le mura venivano sostenute in tutta la loro estensione da un largo terrapieno, dietro al quale erasi cavata una seconda fossa larga sedici braccia, ed altrettanto profonda, ed internamente difesa da casematte. Finalmente, al di dietro di questa fossa, cingeva tutta la città un nuovo baluardo ancor esso armato d'artiglieria. In tal modo veniva Padova difesa da una triplice linea di fortificazioni, che presentava quasi l'immagine di quelle che costumansi nell'età presente[16].
[16] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 451. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 327._
Affinchè la costanza degli assediati fosse proporzionata agli immensi apparecchj destinati a sostenere l'assedio, i Veneziani vollero dare una luminosa prova ai Padovani ed all'armata, ch'essi associavano la salvezza della repubblica a quella di questa città, e che perduta questa non si riserbavano altre speranze. Le leggi e le costumanze della repubblica escludevano i gentiluomini veneziani dal servigio delle armate di terra, mentre gli avevano in ogni tempo incoraggiati a servire sulle flotte. Ma in un'assemblea del senato il venerabile doge, Leonardo Loredano, persuase i suoi compatriotti a deviare da quest'antica costumanza, ed a permettere ai giovani gentiluomini di dar prove del loro zelo, ovunque il loro valore potrebbe riuscire utile alla patria, dichiarando che i suoi due figli, Luigi e Bernardo, anderebbero a chiudersi in Padova con cento fanti da loro assoldati. Il suo esempio eccitò una nobile emulazione, e cento sessanta nobili veneziani andarono a rinforzare la guarnigione di Padova, tutti conducendo un numero di militari proporzionato alla ricchezza della loro famiglia[17].
[17] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 444. — P. Bembi, l. IX, p. 199._
Finalmente Massimiliano aveva raggiunta la sua armata, e stabilito il suo quartiere generale al ponte della Brenta, tre miglia lontano da Padova; mentre stava colà aspettando l'artiglieria che gli doveva essere condotta dalla Germania, aveva attaccati i castelli dei Monti Euganei: Este e Monselice furono presi d'assalto, e Montagnana capitolò. In appresso Massimiliano occupò Limena, dove una fortezza protegge la divisione delle acque della Brenta, facendone scorrere una parte verso Padova, e l'altra per Vico d'Arzere al mare. Di già i suoi zappatori avevano atterrata porzione dell'argine che impedisce al fiume di scorrere con tutte le sue acque pel letto naturale, quando il lavoro venne d'ordine dell'imperatore improvvisamente interrotto, senza che mai si potesse penetrarne il motivo; e fu lasciato in tal modo ai Padovani il godimento delle loro acque. Massimiliano aveva inoltre tentato d'impadronirsi del divisorio delle acque del Bacchiglione a Longara, ma gli Stradioti, che battevano la campagna, mai non permisero a' suoi guastatori di terminare i loro lavori[18].
[18] _P. Bembi Hist. Ven., l. IX, p. 197._
Quando giunse l'artiglieria tedesca, Massimiliano stabilì il suo campo in faccia alla porta di santa Croce; e perchè vi si trovava troppo esposto al fuoco degli assediati, lo trasportò avanti a quella del Portello, che conduce a Venezia, tra la Brenta ed il Bacchiglione. Colà pose il suo quartiere generale soltanto il giorno 15 di settembre, dopo avere guastato tutto il paese vicino, ma dopo avere altresì dato ai Veneziani tutto il tempo necessario per terminare i loro apparecchj di difesa[19].
[19] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 449. — P. Bembi, l. IX, p. 198._
Trovavansi sotto gli ordini di Massimiliano, La Palisse con settecento lance francesi, Luigi Pico della Mirandola con dugento lance di papa Giulio II, il cardinale Ippolito d'Este con altrettante del duca di Ferrara, il cardinale Gonzaga con un numero simile di Mantova, e seicento uomini d'arme italiani al soldo dell'imperatore sotto diversi condottieri. L'infanteria consisteva in diciotto mila fanti tedeschi, ossia _landsknecht_, in sei mila Spagnuoli, in sei mila avventurieri di varie nazioni, ed in due mila Ferraresi. Eransi condotti dalla Germania centosei pezzi d'artiglieria montati sulle loro ruote; sei bombarde erano così grosse, che non si erano potute collocare sui loro carri; quando erano poste al loro luogo rimanevano immobili, e non potevano tirare più di quattro volte al giorno. Erano giunti da Milano e da Ferrara due altri treni d'artiglieria, ed in tutto contavansi nel campo dell'imperatore dugento cannoni sui loro carri. Da più secoli non eransi impiegate mai tante forze nell'attacco e nella difesa di una città. L'armata di Massimiliano ammontava dagli ottanta ai cento mila uomini, e sebbene non fosse quasi mai pagata, il soldato, che amava la bravura e la prodigalità dell'imperatore, che sapeva di essere da lui amato, e che si rifaceva sopra gli sventurati abitanti della mancanza di danaro del suo generale, non pensava ad abbandonarlo[20].
[20] _Mémoir. du chev. Bayard, par son loyal serviteur, ch. XXXII, p. 84. — Mém. du jeune adventureux maréchal de Fleuranges, t. XVI, p. 57. — Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 450. — Petri Bembi Hist. Ven., l. IX, p. 198. — Jac. Nardi, l. V, p. 211._
Fin allora l'imperatore non avea dato agl'Italiani che lo spettacolo della sua versatilità, della sua mancanza di fede e delle sue prodigalità; ma ne' primi giorni dell'assedio di Padova, dispiegò ai loro occhi quell'attività, quell'intelligenza militare e quel valore personale, che rendettero ai Tedeschi tanto cara la di lui memoria. Egli aveva il suo alloggio nel convento di sant'Elena, lontano un quarto di miglio dalle mura; il suo campo, che occupava tre miglia d'estensione, trovavasi in quasi tutta la sua linea sotto al fuoco della piazza; e Massimiliano vi si esponeva continuamente. Vedevasi sempre in mezzo agli operaj per dirigere ed affrettarne i lavori; ed infatti colla sua attività le batterie si aprirono su tutta la linea nel termine di cinque giorni[21].
[21] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 452. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. V, p. 211._
Quattro giorni dopo che le batterie giuocavano, furono aperte nelle mura diverse brecce praticabili, onde all'indomani Massimiliano ordinò in battaglia l'esercito per dare l'assalto; ma durante la notte i Padovani avevano potuto introdurre nuove acque nelle fosse, e l'attacco venne giudicato impraticabile, finchè non fossero diminuite. Convenne impiegare ventiquattr'ore per farle scolare, dopo di che Massimiliano attaccò il bastione che cuopre la porta di Coda Lunga; ma fu respinto; risoluto però di voler prenderlo ad ogni modo, fece avanzare da questa banda l'artiglieria francese, che allargò notabilmente la breccia, e dopo due altri giorni diede un secondo assalto. I fanti tedeschi e spagnuoli, incoraggiati dall'emulazione fra le due nazioni, penetrarono all'ultimo per la breccia dopo una furiosa zuffa, nella quale perdettero moltissima gente, e si stabilirono sul bastione. Ma non l'ebbero i Veneziani appena abbandonato, che diedero fuoco a tutte le mine, la di cui esplosione fece perire la maggior parte de' vincitori, tra i quali i più distinti compagni d'armi e soldati della scuola di Gonsalvo di Cordova[22]. Nello stesso tempo gli imperiali costernati vennero furiosamente attaccati da Zittolo di Perugia, e scacciati da tutte le opere che avevano con tanto loro danno occupate[23].
[22] _Jo. Marianae de Reb. Hisp., l. XXIX, c. XX, p. 289._
[23] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 453. — P. Bembi Hist. Ven., l. IX, p. 201. — Jac. Nardi Hist. Fior., l. V, p. 211._
Questa rotta scoraggiò tutta l'armata, ed intiepidì l'ardore di Massimiliano. Gli assediati non tenevansi chiusi entro le mura; e gli Stradioti, che avevano voluto mantenersi ne' sobborghi, battevano continuamente la campagna. Vero è che non mancavano agli assedianti le vittovaglie, perciocchè, malgrado tutta l'autorità del governo veneziano e lo zelo dei contadini, non era stato possibile di spogliare affatto così ricca campagna; onde i saccomanni non ebbero mai bisogno di allontanarsi più di sei miglia dal loro quartiere per trovare munizioni da bocca. Ma se l'assedio si fosse protratto ancora alcun tempo, le truppe avrebbero all'ultimo provate le conseguenze della loro indisciplina e della povertà del loro capo[24].
[24] _Mém. du chev. Bayard, ch. XXXIV, p. 94._
Prima che i Veneziani avessero chiusa la breccia per la quale erano entrati gli Spagnuoli ed i Tedeschi, e dove tanto avevano sofferto, Massimiliano fece proporre alla Palisse di far mettere piede a terra ai suoi uomini d'armi per montare all'assalto coi _landsknecht_. Ma, così consigliato da Bajardo, La Palisse rispose, che questo corpo francese era tutto composto di gentiluomini, e che non sarebbe cosa onesta il farli combattere in compagnia dei pedoni tedeschi, ch'erano ignobili. Se l'imperatore, soggiunse, voleva far mettere piede a terra a' suoi principi ed alla sua nobiltà tedesca, la nobiltà francese loro mostrerebbe la strada della breccia. Massimiliano comunicò questa provocante risposta ai Tedeschi, i quali risposero che non combatterebbero che come si conveniva a gentiluomini, cioè a cavallo. Massimiliano impazientato abbandonò il campo, allontanandosi quaranta miglia in sulla strada della Germania, e lasciando ordine ai suoi luogotenenti di levare l'assedio[25]. Questi ritirarono la loro artiglieria il tre di ottobre, sedici giorni dopo l'apertura della trincea, e portarono il quartiere generale a Limena, lungo la strada di Treviso. Dopo pochi giorni Massimiliano li ricondusse a Vicenza, ove poi ch'ebbe ricevuto da quel popolo solenne giuramento di fedeltà, congedò la maggior parte del suo esercito[26].
[25] _Mém. du chev. Bayard, ch. XXXVII et XXXVIII, p. 116-127. — Mémoir. de Fleuranges, t. XVI, p. 58._
[26] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 453. — P. Bembi, l. IX, p. 203. — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 24. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 328._
Con questo inutile tentativo aveva Massimiliano perduta gran parte della sua riputazione, e Chaumont era venuto nel Veronese per conferire con lui. L'imperatore gli disse: che ove il re di Francia non gli desse potenti ajuti, troverebbesi in breve esposto ancor esso a perdere le sue conquiste; che i Veneziani di già pensavano ad attaccare Cittadella e Bassano; che non mancherebbero di portare in appresso le loro armi contro di Este, Monselice e Montagnana, e che il solo mezzo di tenerli a freno era quello di attaccare Legnago colle forze riunite francesi e tedesche. Ma il governo francese non era altrimenti disposto ad incaricarsi solo delle spese e dei pericoli di una guerra, i di cui vantaggi non erano suoi; e quando Massimiliano, dopo molte irrisoluzioni, prese la strada di Trento, La Palisse ritirò le sue truppe dal territorio veronese per rientrare nello stato di Milano[27].
[27] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 455. — Bembi Hist. Ven., l. X, p. 205._
Le armate di questa lega, in addietro così formidabile, eransi ritirate da tutte le bande. Omai i Veneziani, invece di temere per sè medesimi, minacciavano coloro che avevano invase le loro province; ed inoltre la malintelligenza cominciava ad introdursi tra i loro nemici. Lagnavasi Massimiliano d'essere stato abbandonato dai suoi confederati, incolpandoli de' suoi infelici successi. Il re di Francia si doleva del papa, che, fondandosi sulla circostanza che il vescovo di Avignone era morto nella corte di Roma, aveva conferito quel vescovado, invece di lasciarne la nomina al re; ed il risentimento del re si spinse tant'oltre, che furono per suo ordine confiscate tutte le entrate degli ecclesiastici romani nel ducato di Milano[28].
[28] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 455. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 329. — Parisii de Grassis Diar. Curiae Rom., t. III, p. 485. — Rayn. Ann. Eccl. 1509, § 20, p. 70._
Finalmente cedette Giulio II, ma suo malgrado: altero, impetuoso e ad un tempo diffidente, verun altro sentimento più omai non nodriva per la corte di Francia, che la malevolenza ed il desiderio di vendicarsi: fondavasi sul religioso rispetto dei popoli e sulle forze della Chiesa, e non voleva essere spalleggiato da verun confederato: s'alienava nello stesso tempo da tutti, e, se pure prendeva tuttavia qualche parte nella guerra, era in favore dei Veneziani. Pure non gli aveva per anco assolti; voleva preventivamente farli rinunciare alla giurisdizione del loro _Visdomino_ in Ferrara, come cosa indecente in un feudo della Chiesa, ed all'esclusivo diritto che si arrogavano della navigazione e del commercio nel mare Adriatico[29].
[29] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 456._
I Fiorentini, accecati a dismisura dalla loro gelosia contro Venezia, desideravano prosperi successi alla lega di Cambray, ed avevano mandato ambasciatori a Massimiliano, quando era entrato in Italia, per regolare con esso lui tutte le pretese della camera imperiale, rispetto alla quale non avevano potuto andare d'accordo un anno prima. Massimiliano avanti che lasciasse Verona accolse questi ambasciatori, tra i quali trovavasi Pietro Guicciardini, padre dello storico. Le sue finanze erano affatto esauste, urgenti i suoi bisogni, e perciò le sue domande furono assai più moderate di quelle fatte a Macchiavelli nel 1508. Mercè il pagamento di quaranta mila fiorini, da farsi in quattro termini avanti la fine di febbrajo, assolse i Fiorentini da tutti i censi non pagati, e da tutte le investiture di cui potessero andargli debitori; riconfermò i loro privilegj su tutti i feudi imperiali ch'essi possedevano, ed inoltre si obbligò a non turbare, nè ad attaccare giammai il loro governo[30].
[30] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 454. — Jac. Nardi, l. V, p. 212. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 289. — Diario del Bonaccorsi, p. 144. — Legazione del Macchiavelli a Mantova, missione del 10 di novembre 1509, t. VI, p. 289._
Intanto le armate Veneziane andavano facendo rapidi progressi. Il provveditore, Andrea Gritti, si accostò a Vicenza, e la vista delle insegne di san Marco cagionò subito una sollevazione in quella città, di cui gli furono aperte le porte il 26 di novembre. Il principe d'Anhalt, che ne aveva il comando, ritirossi nella cittadella con Fracassa di Sanseverino, ma dopo tre giorni fu costretto a capitolare[31]. Se, invece di perdere un tempo troppo prezioso nell'assedio di questa fortezza, il Gritti si fosse immediatamente recato sotto Verona, questa città, che di già tumultuava, gli avrebbe pure aperte le porte. Il vescovo di Trento, cui Massimiliano l'aveva data in guardia, ebbe tempo di farvi entrare trecento lance francesi sotto gli ordini di Daubignì, ed un grosso corpo d'infanteria spagnuola e tedesca. Non pertanto tutte queste truppe appena bastavano a contenere gli abitanti, i quali, minacciati, insultati, saccheggiati a vicenda dai soldati di tutte le nazioni che alloggiavano nelle loro case, ardentemente desideravano il paterno governo degli antichi padroni. L'armata veneziana, dopo un mal diretto attacco sopra Verona, si divise in due corpi, uno de' quali ricuperò Bassano, Feltre, Cividale e Castelnovo del Friuli, l'altro riprese Monselice, Montagnana ed il Polesine di Rovigo[32].
[31] _Fr. Guicciardini l. VIII, p. 458. — P. Bembi, l. IX, p. 205. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 330. — Macchiavelli Legazione a Mantova, lett. 1, 17 novembre 1509, t. VII, p. 293._
[32] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 458. — P. Bembi, l. IX, p. 208. — Macchiavelli Legazione lett. 4, 22 novembre 1509, ex Verona, p. 298._
Questo corpo d'armata, teneva ordine di dare esecuzione contro la casa d'Este ad una vendetta che sommamente stava a cuore alla repubblica. I Veneziani non sapevano perdonare al debole loro vicino, che aveva tanto tempo vissuto sotto la loro protezione, d'essersi approfittato dei loro disastri per attaccarli, quando si trovavano oppressi da tutti i loro nemici; l'insulto de' piccoli, che abusano del momentaneo trionfo de' loro alleati, eccita assai più profondi risentimenti che le più gravi ingiurie de' potenti. Il primo uso che far voleva il senato delle sue forze tendeva a dimostrare che non era poi caduto in così basso stato da non potersi far rispettare da un duca di Ferrara. Angelo Trevisani, che aveva il comando della flotta, dopo avere incendiato Trieste proponevasi d'attaccare Ancona, Fano o le città di Ferdinando nella Puglia; ma la signoria lo richiamò, e malgrado la sua ripugnanza ad innoltrarsi nel letto di un fiume, gli ordinò di andare, di concerto coll'armata di terra, a punire il duca Alfonso nella sua stessa capitale[33].
[33] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 459. — P. Bembi Hist. Ven., l. IX, p. 207._
La flotta veneziana entrò in Po per la foce delle Fornaci, bruciò Corbola, e si avanzò fino a Lago Scuro, bruciando lungo le due rive da lei percorse i palazzi, i castelli ed i villaggi. Lago Scuro è il porto di Ferrara sul Po; non è discosto più di due miglia dalla città; ed i cavaleggieri veneziani ch'erano venuti a porsi sotto la protezione della flotta, partivano da Lago Scuro per portare la desolazione in tutto il territorio ferrarese. Il gusto che aveva Alfonso, duca di Ferrara, per le arti meccaniche, gli aveva procurata la più bella artiglieria dell'Europa. La fonderia dei cannoni era stata il suo maggior divertimento, l'oggetto principale del suo lusso, ed ora giovò alla sua difesa. Egli innalzò le sue batterie a Lago Scuro, sulle rive del fiume, e costrinse la flotta del Trevisani a ritirarsi fin sotto a Polisella, ov'ella gettò l'ancora dietro una piccola isola[34].
[34] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 460. — P. Bembi Hist. Ven., l. IX, p. 209. — P. Giovio vita di Alfonso da Este, p. 26._
Per porre in tale situazione i suoi vascelli in sicuro, il Trevisani alzò due bastioni sulle due rive del fiume, e gli unì con un ponte. Il 30 dicembre Alfonso tentò di sorprendere questi trinceramenti, e fu respinto con grave perdita. In questa zuffa fu fatto prigioniero dagli schiavoni Ercole Cantelmo, emigrato di Napoli, e figlio del duca di Sora; e perchè non potevano fra di loro accordarsi gli schiavoni rispetto alla divisione di così ricca preda, uno di loro gli troncò il capo con un colpo di sciabola. L'Ariosto invocò la compassione delle future età per questo giovine, uno de' più distinti cortigiani del duca, e l'amico del poeta[35].
[35] _Ariosto, Orlando Furioso, canto 36, st. 6-8. — Petri Bembi, l. IX, p. 209. — Paolo Giovio vita di Alfonso, p. 27._
Frattanto Chaumont, non volendo lasciar perire il duca di Ferrara, venne a Verona, e diede voce di marciare sopra Vicenza, con che sforzò l'armata veneziana ad allontanarsi dalla flotta per difendere gli stati della repubblica; il cardinale d'Este, approfittando della circostanza che il Trevisani non era più padrone della campagna intorno alla Polisella, fece di notte trasportare un grosso treno d'artiglieria in faccia alla flotta. Le acque del fiume erano in modo cresciute per le dirotte piogge, cadute in que' giorni, che le navi sorgevano quasi a livello delle dighe. Il cardinal d'Este fece in queste praticare alcune aperture, e collocarvi con grandissimo silenzio parecchi cannoni al dissopra ed al dissotto della flotta. Il rumore delle acque, che in allora scorrevano impetuose oltre l'usato, celarono i lavori del nemico al Trevisani, il quale non aveva altronde preveduto che il subito innalzamento del fiume permetterebbe di collocare l'artiglieria a fior d'acqua. Il 22 dicembre allo spuntare del giorno fu risvegliato dal continuo fuoco di queste batterie a lui ignote, ed alle quali le sue navi non potevano sottrarsi nella lunghezza di tre miglia. Non avendo sufficienti truppe da sbarco per attaccarle ed impadronirsene, perdette il senno, ed in cambio di far tagliare la diga del fiume, per la quale operazione, spargendosi le acque sul territorio ferrarese, sarebbersi in modo abbassate nell'alveo del fiume, che la flotta non sarebbe stata così esposta al fatal fuoco della batteria, egli, credendo la cosa affatto disperata, fuggì sopra una piccola barca in principio dell'azione. Quasi tutti gli equipaggi de' vascelli seguirono l'esempio del loro capo, quando videro una galera bruciata e due altre colate a fondo. Quasi due mila persone perirono sotto i colpi del nemico, o furono sommerse; e furono dal cardinale d'Este condotte in trionfo a Lago Scuro quindici galere, molte piccole navi, e sessanta bandiere. Il Trevisani avrebbe dovuto pagare colla sua testa tanta imprudenza e tanta viltà; ma così grande era il numero dei gentiluomini che avevano prevaricato nell'ultima campagna, che formavano un partito nello stato, e reciprocamente si difendevano, onde il Trevisani non fu punito che coll'esilio di tre anni[36].
[36] _P. Bembi Hist. Ven., l. IX, p. 211, l. X. p. 218 — Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 462. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 331. — Jac. Nardi Hist. Flor., l. V, p. 213. — Ariosto Orl. Fur., can. III, st. 57._
Per tal modo la campagna del 1509 terminava pei Veneziani con una disfatta quasi egualmente strepitosa quanto quella che avevano avuta in principio. Ma la distruzione della flotta alla Polisella non ebbe le funeste conseguenze di quella dell'armata di terra a Vailate. Da niun canto trovavansi avere addosso nemici in istato di trarne vantaggio. I Francesi vendevano la loro protezione a Massimiliano, e si facevano cedere il castello di Valleggio sul Mincio, che solo mancava alla loro linea di difesa. Spedivano inoltre a Verona soldati e danaro per pagare la truppa tedesca, a condizione però che occuperebbero le principali fortezze di quella città; ma nemmeno con tali sussidj i generali tedeschi erano in grado di tenere la campagna. Bajardo, che coi Francesi era entrato in Verona, non sapeva trovare pascolo alla sua attività che combattendo cogli stratagemmi e colle sorprese il suo antagonista Gian Paolo Manfrone; ed intanto macchiava la sua gloria con frequenti crudeltà, ricordate con ostentazione dal suo leale servitore, perchè non venivano esercitate che sopra soldati ignobili, ai quali i gentiluomini non credevano dovuta niuna compassione[37].
[37] _Mémoires de Bayard, c. XXXIX e XL, p. 127-148. — Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 463._
Il duca di Ferrara era ancora meno degli altri a portata di approfittare dei suoi vantaggi: il papa, che non perdeva veruna occasione di far sentire che questo duca era feudatario della Chiesa, e che di già pensava a riconciliarlo coi Veneziani, da loro chiese ed ottenne, che non spingerebbero più oltre le loro vendette contro Ferrara, e che restituirebbero ad Alfonso la città di Comacchio presa e bruciata il 4 di settembre. Il duca si riputò felicissimo di potere a tal prezzo sospendere le ostilità[38].
[38] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 463._