Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)
Part 19
Raimondo di Cardone andò ad unirsi all'armata imperiale a san Martino presso Verona; e perchè non poteva attaccare i Veneziani che dicendosi ausiliario di Massimiliano, si assoggettò in gran parte all'autorità del cardinale di Gurck, il quale risiedeva in Verona, ed era il solo luogotenente dell'imperatore in Italia. Questi annunciava sempre vastissimi progetti, pei quali chiedeva frequenti sussidj a' suoi alleati, e dissipando il danaro più sollecitamente che non l'aveva ottenuto, trovavasi poi sempre inabilitato a mandare ad effetto ciò che meditava. Le sue truppe mai non erano pagate; nè lo erano meglio quelle di Ferdinando; onde le due armate dovevano vivere a carico delle sventurate province veneziane, dove avevano portata la guerra. Il marchese di Pescara aveva il comando della fanteria spagnuola, che ammontava a quattro mila cinquecento uomini all'incirca; Jacopo Landau, Giorgio di Frundsberg e Giorgio di Lichtenstein erano i capi de' pedoni tedeschi, che erano tre mila cinquecento. La cavalleria, sotto gli ordini di don Pedro de Castro, era composta di circa novecento cavalieri, in gran parte truppa leggiere; e l'artiglieria consisteva in dodici falconetti di bronzo. Tale era la forza di quest'armata, più formidabile pel valore de' veterani ond'era principalmente composta e per la virtù de' suoi capitani, che per il numero de' soldati[349].
[349] _P. Jovii Hist., l. XII, p. 193. — Fr. Guicciardini, l. XI, p. 51. — P. Paruta, l. I, p. 55. — Fr. Belcarii, l. XV, p. 417. — Herren Georgens von Frundsberg Kriegzsthathen, Buch I, f. 17._ Ediz. in foglio. Francoforte, 1568.
Il cardinale di Gurck volle che Cardone attaccasse Padova. Questa città, risguardata dai Veneziani come l'ultimo loro baluardo, era ancora la conquista che più d'ogni altra stava a cuore a Massimiliano; ma egli l'aveva invano tentata con una poderosa armata, e ciò che non aveva potuto ottenere con quasi cento mila uomini, non doveva meglio riuscire ai suoi luogotenenti con otto in nove mila. L'assedio cominciò il 28 di luglio. L'Alviano, per difendere Padova, aveva sotto di lui una numerosa armata; un figlio del doge e molti gentiluomini veneziani vi si erano con lui chiusi, e la città era una delle più forti che allora contasse l'Italia. Il Cardone, esposto in ogni lato al fuoco delle di lui batterie non poteva adunare quanti guastatori bastavano per iscavare le trincee e porsi al coperto; e le malattie che sogliono regnare nelle campagne umide e pantanose cominciavano a incrudelire nella sua armata; onde il 16 agosto si vide costretto a levare l'assedio ed a ritirarsi a Vicenza. Ma questo svantaggio raddoppiò la crudeltà de' soldati, i quali si dispersero in quelle già così ricche campagne, e vi distrussero tutto quanto ancora restava dell'antica loro opulenza[350].
[350] _P. Paruta, l. I, p. 57._
Dopo avere alcun tempo continuati questi guasti, il vicerè volle poter darsi il vanto d'avere diretta la sua artiglieria contro i palazzi di Venezia. Condusse la sua armata fino alle rive della Laguna, vi bruciò Mestre, Marghera e Fusina, e montò in batteria sulla riva alcuni pezzi di cannone, le di cui palle percossero le mura del convento di san Secondo. Questa bravata del generale spagnuolo cagionò ai Veneziani un profondo dolore. Essi vedevano di giorno il fumo, di notte le fiamme de' loro palazzi e de' loro villaggi, che gli Spagnuoli, i Tedeschi ed anche i soldati del papa bruciavano con barbaro accanimento. Chiesero vendetta all'impetuoso Bartolomeo d'Alviano, che a stento aveva acconsentito di chiudersi entro le mura d'una città, e che vedendo i suoi soldati animati dalla stessa sua collera, dal sentimento della loro forza e dalla confidenza ne' loro capitani, si credette sicuro d'ottenerla[351].
[351] _P. Jovii Hist., l. XII, p. 198. — P. Paruta, l. I, p. 60. — Fr. Guicciardini, l. XI, p. 53._
Gli Spagnuoli si erano troppo avanzati, eransi lasciati alle spalle la Brenta ed il Bacchiglione coi loro infiniti canali, e due città, ognuna delle quali conteneva un'armata. I contadini, scacciati dalle loro case, spogliati de' loro averi, spesso maltrattati anche nella persona, mostravansi apparecchiati a sagrificare le loro vite in servigio della repubblica contro così feroci nemici. L'Alviano li chiamò a sè; fece loro occupare le rive dei fiumi, le gole delle montagne, mettere ovunque le loro vittovaglie in luoghi sicuri, e fortificare coi loro lavori i varj trinceramenti che faceva occupare alla sua armata. Il Cardone, per tirarsi dalla pericolosa situazione in cui si era posto, aveva presa la strada tra Padova e Treviso. Giunto a Cittadella, poco lontano dalla Brenta, aveva attaccato questo castello, ed era stato respinto. Ebbe la stessa sorte, quando tentò poco al di sotto di passare la Brenta[352].
[352] _P. Jovii Hist., l. XII, p. 196. — Ejusd. Vita Ferd. Davali Piscarii, l. I, p. 288. — P. Paruta, l. I, p. 64. — Fr. Guicciardini, l. XI, p. 54._
Finalmente la sua cavalleria leggiere, rinnovando gli attacchi nello stesso luogo, mentre che il Pescara guardava il fiume tre miglia al di sopra, riuscì ad ingannare la vigilanza dell'Alviano. Gli Spagnuoli erano omai giunti sull'opposta riva della Brenta, ma non erano perciò fuori di pericolo. L'Alviano si trovò bentosto sulla loro strada per precluder loro la ritirata sopra Vicenza. Fece occupare Montecchio, lungo la via della Germania, da Gian Paolo Baglioni, che giugneva allora da Treviso. Collocò dell'artiglieria in tutte le vantaggiose posizioni, e col rimanente dell'armata andò ad occupare ad Olmo un piccolo rialto che pareva fortificato dalla natura, e che trovavasi due sole miglia lontano da Vicenza a cavaliere della strada di Verona[353].
[353] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 55. — P. Paruta, l. I, p. 68. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XII, p. 197. — Ejusd. Vita Ferdin. Davali Piscarii, l. I, p. 289._
Erano gli Spagnuoli circondati da ogni banda; passarono la notte un mezzo miglio lontani dai Veneziani alla portata della loro artiglieria, e furono costretti di spegnere tutti i loro fuochi, perchè non servissero di punto di mira ai nemici. Attaccare la posizione dell'Alviano all'Olmo era un'intrapresa affatto disperata; essi vi rinunciarono dopo averne conosciuti i pericoli; e la mattina del 7 d'ottobre volsero le spalle ai nemici, per prendere a traverso alle montagne la strada di Bassano e di Trento. Di già avevano bruciata una parte dei loro equipaggi, ed erano apparecchiati a perdere il rimanente, e tutti i loro cavalli, riputandosi abbastanza felici, se potevano giugnere colle loro armi in Germania. Siccome erano partiti senza battere il tamburo e senza suonare le trombe, e che una densa nebbia li copriva, l'Alviano tardò alquanto ad avvedersene: ma quando lo seppe, li fece inseguire da Bernardo Antoniola, figliuolo di sua sorella, con un corpo di cavalleria leggiere e due piccoli cannoni. Questi sgominò i Tedeschi, che presero tutti la fuga, e non venne trattenuto che dalla fanteria spagnuola colla quale il Pescara gli fece testa. Gli Stradioti, sparsi in sui fianchi dell'armata, l'andavano stancheggiando nella sua marcia; i contadini a migliaja scendevano dalle montagne, e senza esporsi a verun rischio, ferivano i soldati coi loro archibugj: i carri dell'equipaggio cominciavano ad intralciarsi ed a cagionare disordine nella fanteria; anguste erano le strade, chiuse da fossi da tutti due i lati, e la truppa che ritiravasi non aveva ancora fatte due miglia a passo veloce, sebbene in buon ordine, che vide oltremodo cresciuto il suo pericolo[354].
[354] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 55. — P. Paruta, l. I, p. 75. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XII, p. 198. — Ejusd. Vita Ferdin. Davali Piscarii, l. I, p. 290._
L'Alviano aveva determinato di non dare battaglia, ma soltanto d'accrescere la confusione dell'armata nemica tenendola tribolata, di spingerla tra le montagne, in luoghi sterili, ove le mancassero assolutamente le vittovaglie, e sforzarla in tal modo a capitolare. Ma Andrea Loredano, provveditore veneziano, che lo accompagnava, si fece a dire, ch'era finalmente giunto l'istante di vendicare tutte le atrocità commesse dagli Spagnuoli nel Padovano, che una vigorosa carica poteva tutta distruggere l'armata nemica, poichè il confine tedesco non era tanto lontano, che colla pazienza e colla sobrietà spagnuola questa stessa armata non potesse arrivarvi anche senza viveri. L'impetuoso Alviano lasciavasi facilmente persuadere, quando trattavasi di combattere. Distribuì con molta intelligenza le sue truppe, e le condusse contro il nemico; ma nè i talenti, nè il coraggio del generale, nè il favore delle circostanze possono bastare, quando i soldati non vogliono esporsi a verun pericolo. I fanti romagnuoli, comandati da Naldo di Brisighella, che dovevano cominciare l'attacco, vennero ricevuti dalla fanteria spagnuola coll'ordinario suo vigore; onde gettarono bentosto le loro picche, e cominciarono a fuggire. Tutto il rimanente dell'armata seguì così vergognoso esempio: lo stesso Alviano fu strascinato dai fuggitivi, ed andò a chiudersi in Padova: la maggior parte aveva contato di ricoverarsi in Vicenza; ma questa città chiuse le sue porte, ed i fuggiaschi vennero uccisi sotto le sue mura, o sulle rive del Bacchiglione, nel quale molti si annegarono volendolo passare a nuoto. Tutti gli equipaggi dell'armata veneziana caddero in mano degli Spagnuoli, come pure non pochi prigionieri, tra i quali Gian Paolo Baglioni, Giulio, figlio di Gian Paolo Manfroni, e Malatesta di Sogliano. Si rinvennero fra gli estinti Alfonso Muto di Pisa, Antonio de' Pii e suo figliuolo Costanzo, Carlo di Montone, Meleagro di Forlì, Francesco Sassatello, Sacramoro Visconti ed Ermes Bentivoglio. Il provveditore Loredano, di già fatto prigioniere, fu ucciso da coloro che vennero a contesa per la sua cattura. La totale perdita de' Veneziani si valutò quattrocento uomini d'armi e quattro mila fanti[355].
[355] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 56. — P. Paruta, l. I, p. 77. — P. Jovii Hist., l. XII, p. 199. — Ejusd. Ferd. Davali Piscarii Vita, l. I, p. 291. — Vita di Leon X, l. III, p. 171. — Jo. Marianae Hist. Hisp., l. XXX, c. 21, p. 334. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 419. — Georgens von Frundsberg Kriegzsthaten, B. I., f. 18._
Questa sconfitta non ebbe pei Veneziani le disastrose conseguenze che potevano dapprima temerne; o sia perchè gli Spagnuoli, stanchi della precedente campagna, non volessero di nuovo avventurarsi in un paese nemico, o perchè la stagione delle piogge, che s'approssimava, rendesse infatti pericolosa la continuazione della guerra in quelle basse terre. Il Cardone ed il Pescara posero le loro truppe ai quartieri d'inverno in Este ed in Montagnana fra le ridenti colline Euganee, che terminarono di guastare. Prospero Colonna, che senza avere il primo rango nella loro armata, gli aveva colla sua esperienza sottratti a molti pericoli, gli abbandonò per passare nell'armata di Massimiliano Sforza, di cui ebbe il comando; il senato veneto con una irremovibile costanza scrisse all'Alviano di non disperare della salute della repubblica; e nello stesso tempo gli mandò danaro per adunare una nuova armata[356].
[356] _P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. I, p. 292. — P. Paruta, l. I, p. 80._
Altronde dopo che i più potenti tra i sovrani che si disputavano il possedimento dell'Italia, più non erano gl'Italiani, le principali azioni militari più non erano ristrette al suolo d'Italia. Così ruinato era il paese, che omai trovavansi a stento i viveri per le armate, e riusciva ancora più difficile in sforzare le città a pagare grosse contribuzioni. Il popolo era così calpestato, ed era stato così barbaramente trattato, ch'egli stava sempre apparecchiato a ribellarsi; ogni armata ben sapeva, che se aveva la sventura d'essere disfatta, tutti i fuggiaschi verrebbero uccisi dai contadini. Perciò invece di mandare da lontane parti soldati in Italia, e con loro munizioni, armi, danaro e vittovaglie, le potenze rivali, le quali vedevano che la guerra più non nudriva la guerra, cominciavano a trovare più comodo di combattere in maggiore vicinanza della loro residenza[357].
[357] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XIII, p. 220._
In questo stesso anno i nemici della Francia l'avevano attaccata ne' suoi proprj confini. Enrico VIII d'Inghilterra, in esecuzione del trattato di Malines, conchiuso il 5 d'aprile col papa, coll'imperatore e col re d'Arragona, aveva nel mese di maggio fatto passare la sua armata a Calè, ed il 17 di giugno aveva assediata Terovane[358]. A quest'assedio diede celebrità una nuova sciagura della Francia. Il duca di Longueville, che comandava l'armata di Lodovico XII, volendo introdurre soccorsi in Terovane, mandò il 16 d'agosto un corpo d'Albanesi a gettare nelle fosse della città alcune munizioni ch'essi avevano caricate sul collo de' loro cavalli, e nello stesso tempo aveva fatti avanzare da un'altra banda i suoi uomini d'armi con ordine di ritirarsi di galoppo, tostocchè vedrebbero gl'Inglesi, onde allontanarli da Terovane. Ma questi cavalieri, che si scontrarono negl'Inglesi più presto che non credevano, eseguirono con tanta sollecitudine l'ordine del loro generale, che gli uni comunicando agli altri il terrore, tutta l'armata fu posta in rotta. Il duca di Longueville, Bajardo, La Faiette e Bussy d'Amboise, furono fatti prigionieri, sebbene non inseguiti che da quattro in cinquecento cavalli. Questa sconfitta senza battaglia conservò il nome di _giornata degli speroni_; cui il 22 agosto tenne dietro la presa di Terovane, ed il 24 di settembre quella di Tournai[359].
[358] _Rymer Acta publica, t. XIII, p. 358. — Rapin Thoyras Histoire d'Anglet., t. XV, p. 63. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 421. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XI, p. 176._
[359] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 145. — Mém. de Martin du Bellay, l. I, p. 21. — Mém. du chev. Bayard, ch. LVII, p. 339-354. — Rapin de Thoyras Hist. d'Anglet., l. XV, p. 72. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 62. — P. Jovii Hist. sui temp., t. XI, p. 176._
La repubblica di Venezia non solo riceveva danno dalle sventure della Francia, ma risentiva ancora i contraccolpi del disastro del re di Scozia, alleato di Lodovico XII. Questo re, chiamato Giacomo IV, mosso da un sentimento cavalleresco, aveva voluto fare una diversione a favore del re di Francia, che vedeva avere sulle braccia quasi tutta l'Europa; ma nella fatale battaglia di Flowden era stato ucciso il 9 di novembre con mille dugento Scozzesi, tredici lordi, moltissimi baroni ed otto in dieci mila soldati[360].
[360] _Buchanani rer. Scot. Hist., l. XIII, p. 429. editio Trajecti ad Rhenum, 1697. — Robertson's History of Scotland, B. I, p. 38. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XI, p. 178-186. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 64. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 425._
In pari tempo quindici mila Svizzeri erano entrati in Borgogna accompagnati da Ulrico, duca di Wirtemberga, con un corpo di cavalleria tedesca e di nobiltà della Franca Contea. Essi avevano assediato Digione, ove La Tremouille si era valorosamente difeso sei settimane. Ma quando questo generale conobbe che non poteva più lungamente resistere, e che l'acquisto di Digione aprirebbe agli Svizzeri tutte le province interne della Francia, si fece in settembre a trattare con loro senz'esserne autorizzato dal re. Promise che Lodovico loro pagherebbe quattrocento mila scudi d'oro, ch'egli evacuerebbe tutte le fortezze che ancora occupava in Italia, e rinuncierebbe a tutti i suoi diritti sul ducato di Milano. Per l'esecuzione di tali promesse, che pure non lusingavasi troppo di vedere ratificate dal re, La Tremouille consegnò per ostaggi il proprio nipote, il signore di Mezieres, figlio del cancelliere di Francia, e quattro borghesi di Digione[361].
[361] _Mém. de Louis de la Tremouille, ch. XV, p. 191-199. — Mém. de Fleuranges, p. 139. — Mém. du chev. Bayard, ch. LVII, p. 356. — Mém. de Martin du Bellay, t. XVII, l. I, p. 24. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XI, p. 187. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 63._
A tante sventure s'aggiunse ancora la burrasca che il 15 d'ottobre sorprese la flotta francese tra Calè ed Honfleur, e fece perire molte navi[362]; e l'incendio di Venezia, cominciato accidentalmente, il 13 di gennajo, nelle botteghe del ponte di Rialto, e che, spinto da gagliardo vento, si estese sulla più popolata e mercantile parte della città. Furono consumati due mila tra case e magazzini con tutte le ricchezze che contenevano; e la repubblica, di già spossata da cinque anni d'infelice guerra, perdette tanto in una sola notte, quanto avrebbe speso in tutta una campagna[363].
[362] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XI, p. 190._
[363] _Ivi, l. XII, p. 203. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 69. — P. Paruta Hist. Ven., l. II, p. 168._
Ma quegli stessi che fin allora avevano lavorato con tanto accanimento per la ruina della Francia, cominciavano ad essere inquieti de' troppo prolungati successi de' suoi nemici. Il papa non ignorava che Lodovico XII aveva più volte proposto a Massimiliano di fare sposare sua figlia Renata ad uno de' di lui nipoti, dandole in dote il Milanese. Di già s'avvicinava l'istante in cui Carlo, il primogenito dei nipoti di Massimiliano, riunirebbe le due immense eredità delle case d'Austria e di Spagna. L'unione di tanti stati, che doveva distruggere ogni indipendenza per la santa sede e per l'Italia, richiamava a dir vero l'attenzione degli uomini assai meno che non sarebbesi creduto; tanto è difficile il trasportarci col pensiero a tempi assolutamente diversi da quelli che si hanno continuamente innanzi gli occhi. Ma senza fissare i loro sguardi sopra un avvenimento così vicino, e che loro sembrava tanto lontano, sentivano i politici dell'Italia, che l'assoluto abbassamento della Francia li lasciava in balìa alla rapacità degli Spagnuoli, alla brutalità dei Tedeschi, ed alla insolenza degli Svizzeri, che, più formidabili di tutti gli altri, si erano di già renduto vassallo il duca di Milano, e che non tarderebbero, vendendo la loro protezione agli altri piccoli stati d'Italia, di tutti ridurli nel medesimo stato di dipendenza[364]. D'altra parte le rivoluzioni accadute nello stesso tempo nell'impero ottomano inspiravano grandissimo terrore a tutta l'Europa: Selim aveva balzato dal trono suo padre, Bajazette II, l'11 aprile del 1512, ed aveva in appresso fatti perire i suoi fratelli e tutti i loro figli. Sapevasi che il nuovo sultano non era meno valoroso che crudele, ch'era amato dai soldati, che desiderava la guerra e che aspirava a conquistare l'Italia, ove i Cristiani colle loro nimicizie si erano inabilitati a resistergli. In fatti, se le provocazioni d'Ismaele Sofì non avessero richiamato sulla Persia il turbine che minacciava l'Europa, è verosimile che in tale epoca l'Italia sarebbe caduta in potere dei Turchi[365].
[364] Nelle lettere tra il Macchiavelli e Francesco Vettori, nelle quali si pongono in disamina gli avvenimenti che prevedevano, la successione di Carlo V, non è ricordata una sola volta come soggetto di timore, mentre che l'ambizione e l'onnipotenza degli Svizzeri occupano sempre questi due politici. _Macch. Lett. fam., N.º 16-39, p. 41-142._
[365] _Alfonso de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 13 e 42. — P. Paruta Stor. Venez., l. II, p. 85. — Macchiavelli Lett. fam. passim. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XIV, p. 256._
Finalmente Leone X pensò di proposito a porre l'Italia in sicuro da tanti pericoli. La guerra di Massimiliano colla repubblica di Venezia era il solo pretesto della continuazione delle ostilità: Leone, avendo inutilmente cercato di riconciliare le due potenze, e non potendo ridurre l'imperatore ad acconsentire a moderate condizioni, ottenne per lo meno di essere dalle parti scelto per arbitro. I Veneziani acconsentirono a rinunciare alla restituzione di Verona, purchè i castelli di Gange e di Valeggio fossero loro lasciati, onde conservare una comunicazione colle province situate al di là del Mincio. Dal canto suo Massimiliano promise che si sospenderebbero le ostilità finchè durerebbero le negoziazioni; ma i suoi ufficiali tedeschi, non altrimenti che i generali spagnuoli, lungi dall'osservare la tregua, ne approfittarono, abusandosi della sicurezza che questa inspirata ai contadini, per ricominciare i loro saccheggj: il cardinale di Gurck cercò di attraversare il negoziato, e riusciva farlo andare a monte[366].
[366] _P. Paruta Stor. Ven., l. I, p. 139. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 70._
In pari tempo Leon X si mostrò disposto a riconciliarsi colla Francia, purchè Lodovico XII rinunciasse allo scisma ed alla protezione del concilio di Pisa. Era questo talmente caduto in dispregio, che il sostenerlo omai più non offriva verun vantaggio politico, mentre che Anna di Bretagna, moglie di Lodovico XII, punto non dubitava che le scomuniche della santa sede non dovessero produrre l'eterna sua dannazione e quella di suo marito. Due de' cardinali che lo avevano convocato, Bernardo Carvajale e Federico di Sanseverino, erano stati fatti prigionieri in Toscana, mentre recavansi al conclave in cui fu creato Leon X. Si erano questi umiliati innanzi a lui, avevano abbjurato lo scisma, ed erano perciò stati ristabiliti nella loro dignità[367]. Pochissimi prelati trovavansi tuttavia adunati in Lione per servire alla politica del re; ma la gran massa de' Francesi gli aveva in conto di scismatici, ed essi stessi si credevano probabilmente colpevoli. Finalmente Lodovico XII acconsentì ad abbandonarli. Con un atto firmato a Corbia, il 26 d'ottobre, e letto nel concilio di Laterano nell'ottava sessione, il 17 di dicembre, Lodovico rinunciò al conciliabolo di Pisa, aderì al concilio di Laterano, e premise che sei de' prelati che avevano seduto tra gli scismatici verrebbero similmente ad abbjurare in Roma a nome di tutta la chiesa gallicana[368].
[367] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 48. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XI, p. 190. — Par. de Grassis, t. IV, p. 47, ap. Rayn. Ann. Eccles., § 44, t. XX, p. 142._
[368] _Fleury Hist. Eccl. Liv. CXXIII, § 128. — Ann. Eccl. Rayn. 1513, § 61, p. 147, § 85, p. 154. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XI, p. 191. — Fr. Guicciardini, l. XII, p. 65. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 416._
Tosto che la Francia ebbe rinunciato allo scisma, Leon X si credette autorizzato a riprendere verso di lei il carattere di comun padre de' Cristiani, ed a non dare più soccorso ai di lei nemici. Cercò pure in principio del 1514 di renderle più segnalati servigj, ed in particolare a riconciliarla cogli Svizzeri: rappresentò ai cantoni tutta l'estensione del pericolo cui si esponevano riducendo Lodovico XII a una separata convenzione con Massimiliano, il di cui prezzo sarebbe l'abbandono del ducato di Milano alla casa d'Austria; quanto la lunga nimicizia degli Austriaci renderebbe, rispetto a loro, perniciosa l'unione dell'Italia alla Germania sotto il dominio di quella ambiziosa casa. Dall'altro canto Leon X voleva persuadere Lodovico XII a ratificare la convenzione di Digione, rappresentandogli che se giammai le circostanze diventavano più favorevoli, non troverebbesi imbarazzato a far rivivere sul ducato di Milano i diritti, cui oggi volevasi che rinunciasse[369].
[369] _Fr. Guicciardini, l. XII, p. 66._