Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)
Part 18
A tale oggetto Lodovico XII fece adunare a Susa, sotto il comando di Lodovico de la Tremouille, mille dugento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri, ottomila landsknecht, che aveva condotti Roberto de la Marck, signore di Sedan, ed i suoi due figliuoli, Fleuranges e Jametz, ed otto mila avventurieri francesi. Il re non volle dare il comando di quest'armata al vecchio maresciallo Trivulzio, cui però diede ordine d'accompagnarla, per timore che la di lui manifesta parzialità pei Guelfi non ispaventasse i Ghibellini e li riducesse ad una più ostinata difesa[330]. In pari tempo Bartolommeo d'Alviano era giunto a Venezia dopo essere stato posto in libertà dal re, il quale l'aveva sempre tenuto prigioniere dopo la battaglia della Ghiara d'Adda. Il senato gli diede il comando dell'armata che si adunava a San Bonifacio nello stato di Verona. Per ultimo una flotta francese presentavasi a Genova, ove gli Adorni ed i Fieschi si apparecchiavano ad assecondarla. Mentre che così imponenti forze si accostavano contemporaneamente da tre diversi lati, il vicerè don Raimondo di Cardone sembrava risoluto di non volersi loro opporre: erasi ritirato sulla Trebbia, chiamandovi i pochi soldati che guardavano Tortona ed Alessandria: avea apertamente manifestata la sua intenzione di ricondurre la sua armata nel regno di Napoli; e, datone avviso allo stesso maresciallo Trivulzio, si era infatti di già posto in marcia; ma, avendo tra Piacenza e Firenzuola ricevute nuove lettere da Roma, che per quanto pare lo rassicuravano intorno alle disposizioni del papa, egli ritornò nella sua prima posizione[331].
[330] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 36. — Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 116-119. — Mém. de du Bellay, l. I, p. 4 e 15. — Hist. de la Ligue de Cambray, vol. II, l. IV, p. 297._ — Questa spedizione non essendo riuscita, gli storici francesi diminuiscono le forze della loro armata.
[331] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 37. — P. Jovii Hist., l. XI, p. 161._
I soli Svizzeri attaccavano il loro amor proprio nazionale alla difesa della Lombardia. Avevano chiesti al papa i soccorsi promessi dal suo predecessore; ma Leon X non voleva ancora apertamente prendere parte nella guerra, e mandò al cardinale di Sion quarantadue mila fiorini, onde li desse agli Svizzeri come pagamento di un debito anteriore, e non come un sussidio. Non perciò gli Svizzeri si astennero dallo scendere in gran numero dalle loro montagne; si avanzarono fino a Tortona, ove furono raggiunti dal duca di Milano, ed invitarono anche il Cardone ad unirsi a loro coll'armata spagnuola. Avendo quel generale ricusato di farlo, lo Sforza si ritirò coll'armata Svizzera a Novara, mentre che il Trivulzio aveva occupate Alessandria ed Asti: nulla più si opponeva all'armata francese che poteva liberamente portarsi sopra Milano, ed infatti lo Sforza permise ai Milanesi di capitolare colla Francia. Sacramoro Visconti, ch'egli aveva lasciato in Milano con cent'uomini d'armi, fece spiegare sulle mura le bandiere della Francia, ed acconsentì che fosse vittovagliato il castello sempre occupato dai Francesi[332].
[332] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 38. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 410. — Mém. de Fleuranges, l. XVI, p. 120. — P. Jovii Hist., l. XI, p. 163._
L'entusiasmo scoppiato pochi mesi prima alla venuta dello Sforza, erasi di già compiutamente spento. L'incapacità e la miseria del duca, e le vessazioni degli Svizzeri avevano bentosto fatto comprendere ai popoli quanto avessero a torto nudrite troppo lusinghiere speranze: onde le città s'affrettavano d'alzare spontaneamente lo stendardo dell'armata creduta più forte. Per mettere Parma e Piacenza al coperto dell'invasione francese, il Cardone le restituì agli ufficiali del papa. L'Alviano occupò Valeggio, Peschiera e Cremona, ed incaricò Renzo di Ceri di entrare in Brescia, mentre Soncino e Lodi spiegavano le insegne francesi; onde l'armata veneziana fu tosto in comunicazione colla francese. Pure i progressi dell'Alviano non erano in Venezia veduti senza inquietudine: si osservava che egli s'andava troppo allontanando dalle province che più importava di difendere, tanto più che la guarnigione tedesca di Verona aveva ricevuto alcuni rinforzi, ed ottenuti diversi vantaggi alle spalle dell'armata veneziana[333].
[333] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 40. — P. Paruta Stor. Venez., l. I, p. 26._
I Francesi, che così rapidamente andavano occupando le province perdute nel precedente anno, non avevano per anco combattuto in verun luogo, fuorchè nelle montagne di Genova. Dopo essersi seduto sul trono ducale, Giano Fregoso aveva stretto con ardore l'assedio della Lanterna, nuova fortezza, che nello stesso tempo signoreggiava il porto e la città di Genova, e che i Francesi avevano sempre conservata. Un vascello, uscito dai porti di Normandia, senza avere preso lingua in verun luogo, era giunto in gennajo fino sotto la fortezza per vittovagliarla, e cominciava a scaricare le munizioni che teneva a bordo, quando Emmanuele Caballo, marinajo rinomato per la sua intrepidezza, domandò al doge una galera, sulla quale fece montare i più risoluti volontarj; indi non si curando delle palle di cannone che i Francesi facevano piovere sopra di lui, andò, tostocchè fu a vista della Lanterna, a porsi tra il vascello normanno e la fortezza; venne all'abordaggio della nave nemica, la prese, e la condusse in trionfo nel porto[334].
[334] _Uberti Folietæ Genuens. Hist., l. XII, p. 710. — P. Bizarri Sen. Pop. q. Genuens. Hist., l. XVIII, p. 433._
Ma quando in primavera le truppe di La Tremouille e di Trivulzio cominciarono a dilatarsi nel Piemonte, una flotta francese presentossi in faccia a Genova, mentre i fratelli Antoniotto e Girolamo Adorno, aperti partigiani de' Francesi, si avvicinavano alla città con quattro mila fanti. Il doge, per non trovarsi esposto nello stesso tempo agl'interni ed agli esterni nemici, fece uccidere, mentre usciva di senato, Girolamo Fieschi, il quale aveva di fresco co' suoi discorsi dato a conoscere il suo attaccamento per la Francia. Questo assassinio, che il doge aveva risguardato come un colpo da grande politico, fu invece quello che lo perdette: il senato ed il popolo, risguardandolo oramai con orrore, ricusarono di più difenderlo, ed i suoi soldati furono nelle montagne battuti dagli Adorni. Suo fratello Zaccaria cadde nelle mani de' Fieschi, che lo uccisero per vendicare il loro parente; il signore di Prejan, che aveva il comando della flotta francese, non trovò verun ostacolo per entrare in porto; Giano Fregoso ritirossi colla sua flotta genovese alla Spezia, ed Antoniotto Adorno, riconosciuto da Lodovico XII come suo luogotenente, fu nello stesso tempo proclamato doge dal senato e dal popolo[335].
[335] _Uberti Folietæ, l. XII, p. 712. — P. Bizarri, l. XVIII, p. 435. — P. Jovii Hist., l. XI, p. 162._
Genova si era data ai Francesi; l'armata veneziana occupava la metà dello stato milanese; La Tremouille e Trivulzio colle truppe francesi occupavano l'altra, ed in tutto il ducato Massimiliano Sforza altro più non aveva che Como e Novara. In quest'ultima città si era il duca unito all'armata svizzera; ma tutto il mondo, vedendolo colà chiuso, rammentava che i medesimi La Tremouille e Trivulzio avevano assediato in Novara il padre di quel duca Sforza, che vi si difendeva adesso; ch'era egualmente in mano degli Svizzeri, che l'avevano venduto ai Francesi, e che molti di que' capitani e soldati, che circondavano il figlio, avevano contribuito a tradire il padre. Queste vicine memorie stringevano il cuore di spavento a Massimiliano, ed accrescevano fiducia a La Tremouille; onde scriveva a Lodovico XII, che in breve farebbe prigioniere il figlio nello stesso luogo in cui aveva fatto prigioniere il padre[336].
[336] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 42. — Jo. Marianæ Hist. Hisp., l. XXX, c. 20, p. 331._
Questa speranza aveva persuaso La Tremouille ad assediare Novara, invece d'attenersi al consiglio d'Andrea Gritti, che avrebbe voluto che i Veneziani uniti ai Francesi cacciassero, prima di null'altro intraprendere, gli Spagnuoli di Lombardia, perciocchè inallora restando gli Svizzeri senza cavalleria, senza artiglieria, senza equipaggi da guerra, non potrebbero tenere lungamente la campagna[337].
[337] _Paruta Ist. Venez., l. I, p. 35._
Si cominciò l'assedio di Novara, ed il signore de la Fajette, che comandava l'artiglieria, piantò in pieno giorno le batterie contro le mura, ed in quattro ore vi aprì una breccia capace di ricevere cinquant'uomini di fronte; ma per scendere dalla breccia in città, eranvi quindici piedi d'altezza. Intanto il generale svizzero fece dire ai Francesi che non consumassero inutilmente la loro polvere, e che, se pensavano di dare l'assalto, attaccassero pure la porta, poichè egli la lascerebbe aperta. Infatti gli Svizzeri si accontentarono di fare stendere alcuni lenzuoli a guisa di tende sì dietro la porta che dietro la breccia, onde i nemici non vedessero le evoluzioni de' loro soldati, e ricusarono di acconsentire alle inchieste di Silvio Savelli, di Giovanni Gonzaga, d'Alessandro Bentivoglio e di Camillo Montani, principali capitani dell'armata dello Sforza, i quali volevano scavare una fossa dietro la breccia e dietro la porta, oppure fiancheggiare le mura con terrapieni[338].
[338] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 42. — P. Giovio Ist., l. XI, p. 165. — Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 126._
Massimiliano aveva presso di sè in Novara gli Svizzeri d'Uri, Schwitz ed Underwald, i quali, sotto gli ordini de' loro landamani, erano scesi prima degli altri in Italia senza ricevere nè soldo, nè ingaggio. Si avvicinava un secondo corpo composto delle milizie di Glaritz, Zug, Lucerna e Sciaffusa; ed un altro di circa cinque mila uomini, colle milizie di Berna e di Zurigo, si avanzava sotto gli ordini del capitano Alt-Sax dalla banda de' Grigioni alla volta di Chiavenna[339].
[339] _P. Jovii Hist., l. XI, p. 163._
I Francesi, apparecchiandosi a dare l'assalto, avevano di già fatto stare tre giorni e tre notti i loro Landsknecht nella trincea, la quale era finalmente abbastanza profonda per metterli al coperto dell'artiglieria della città, quando furono avvisati dai loro cavaleggieri che avvicinavasi il secondo corpo dell'armata svizzera, e che desso cercherebbe d'entrare in Novara lo stesso giorno. Roberto della Marck consigliava che si andasse ad attaccarlo in aperta campagna, prima che giugnesse il terzo corpo, che non aveva per anco potuto passare il Ticino; ma il Trivulzio giudicò più prudente consiglio d'opporre la lentezza all'impeto degli Svizzeri. Bastava, egli diceva, onde fossero forzati in breve a capitolare, d'intercettare i loro convoglj, d'inquietarli colla cavalleria, di far loro soffrire la fame, e di non venire a battaglia. Persuase a La Tremouille di portare il campo francese due miglia addietro, alla Riotta, presso al fiume Mora, in mezzo a' suoi proprj poderi, ed in un paese che egli conosceva minutissimamente[340].
[340] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 42. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XI, p. 165._
I Francesi si allontanarono da Novara il 5 di giugno, alla volta del Po, come se avessero voluto andare a Milano per la strada di Abbiategrasso. Lodovico il Moro aveva derivato dall'Agogna un canale, chiamato la Mora, che irrigava quella pianura in cui tutti si trovavano i vasti poderi del Trivulzio; un piccolo bosco stendevasi lungo il canale da Novara fino presso Trecase. I generali francesi si accamparono da principio alla Riotta intorno ad un'abbazìa alquanto elevata; ma i Landsknecht trovavansi su questo piccolo rialto esposti all'artiglieria della città, ed una palla, entrata per la finestra, attraversò la camera stessa in cui si adunava il consiglio di guerra. Perciò i generali scelsero un'altra posizione intorno a Trecase. Il Trivulzio, per salvare questa sua terra, aveva ottenuto che non vi entrassero le truppe. Il signore di Sedan aveva inventata una specie di fortificazione portatile, che suo figlio chiama: «un parco, fatto a guisa di scala, il quale era maravigliosamente buono; dentro il parco stavano cinquecento archibugj a miccia, e se si fosse potuto porre in assetto, forse la bisogna non sarebbe andata come andò;» ma i Francesi in piena sicurezza non pensarono a fortificarsi in quella prima notte[341].
[341] _Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 119, 129, 130. — Mém. de messire Martin du Bellay seigneur de Langey, t. XVII, l. I, p. 17, 18. — Mém. de Louis de la Tremouille, l. XIV, ch. XIV, p. 183, 190._ Ma l'ultimo, che è lo stesso generale vinto, facendo la propria apologia, ha spesse volte avvertitamente confuse le date e gli avvenimenti. Le accuse de' Francesi contro il Trivulzio sembrano affatto prive di fondamento. Il recente biografo del Trivulzio, cav. Carlo Rosmini, dissimulò tali accuse invece di confutarle, come pare che avrebbe potute fare, _l. XI, p. 467_.
Intanto il secondo corpo degli Svizzeri, condotto dal capitano Jacob Mottino d'Altorfio, e da Graf, borgomastro di Zurigo, entrò in Novara, il 5 di giugno, senza avere trovata opposizione. Questi due capi, informati della ritirata di La Tremouille, e sapendo che nello stesso tempo valicava le Alpi il signore d'Aubignì con un corpo di cavalleria, stimarono non doversi dar tempo ai Francesi d'allontanarsi, o di trarre in lungo la guerra. Rappresentarono ai loro compagni d'armi, che il nemico riposava in seno ad una temeraria sicurezza, e non sospettava ch'essi osassero d'attaccarlo prima che giugnesse il capitano Alt-Sax col terzo corpo; che tutta volta la gloria loro sarebbe più splendida, se ottenevano la vittoria prima dell'arrivo de' loro compatriotti. Tutti i capitani svizzeri, vinti dalle persuasioni di coloro ch'erano venuti di fresco, ordinarono ai loro soldati di mangiare e di riposarsi qualche tempo, e prima che facesse giorno, il 6 giugno del 1513, marciarono verso Riotta e Trecase[342].
[342] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 42. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XI, p. 167. — P. Paruta Ist. Ven., l. I, p. 37._
Gli Svizzeri, nascosti dalle tenebre della notte e dal bosco che stendevasi tra Novara ed il campo francese, s'avanzarono, contro il loro costume, tacitamente, divisi in tre colonne, e giunsero presso il campo nemico senz'essere scoperti: allora si diressero impetuosamente verso l'artiglieria, senza lasciarsi sgominare da una vigorosa carica fatta da Roberto della Marck alla testa di trecento uomini d'armi, e senza ributtarsi nel vedere caduti molti loro capitani e perfino intere file di soldati sotto il fuoco dell'artiglieria nemica. Avanzando sempre intrepidi in mezzo a tanta strage, s'impadronirono delle artiglierie, e le volsero contro i nemici da loro posti in fuga. La fanteria tedesca, comandata da Fleuranges e Jametz, figliuoli di Roberto della Marck, era il principale oggetto dell'odio e della gelosia degli Svizzeri, perchè essa aveva preso il loro luogo nelle armate francesi: questa, essendo attaccata con maggior furore, e coraggiosamente difendendosi, fece agli Svizzeri grandissimo danno; ma furono altresì uccisi sul campo di battaglia più della metà dei Landsknecht. La cavalleria francese, raffrenata dai fossi, o imbarazzata in luoghi pantanosi, non agiva che pochissimo contro gli Svizzeri; l'artiglieria era di già conquistata, e adoperata contro i Landsknecht, de' quali i pochi superstiti, perduta ogni speranza di salute, dovettero arrendersi alzando le loro lance. Fleuranges e Jametz, gravemente feriti fin dal principio della battaglia, erano ambidue caduti in mano ai nemici. Il loro padre con una furiosa carica de' suoi uomini d'armi sgominò il battaglione che li calpestava, fece rialzare i suoi figliuoli, il primo de' quali non aveva meno di quarantasei ferite, e li fece portare sul collo de' cavalli de' suoi soldati[343].
[343] _Mém. de Fleuranges, l. XVI, p. 131, 136. — Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 44. — P. Jovii, l. XI, p. 169. — P. Paruta, l. I, p. 39._
Gli uomini d'armi francesi, che fino a quest'epoca erano stati risguardati come la più valorosa soldatesca d'Europa, non avevano sofferta altra così vergognosa sconfitta come questa nella battaglia di Novara. La sorpresa, la perdita dell'artiglieria, la notizia divulgatasi nel campo che una delle tre colonne svizzere era penetrata per di dietro nel campo e che stava saccheggiando gli equipaggi, riempirono di terror panico que' cavalieri fin allora così valorosi; non si vergognarono di gettare le armi per non essere impediti nella fuga, e si disse che un solo non aveva conservata la sua lancia dopo passata la Sesia. Se Massimiliano Sforza avesse soltanto avuti dugento uomini d'armi per inseguirli, avrebbe in quel giorno distrutta l'armata francese: ma gli Svizzeri colla sola loro fanteria non potevano nè meno tentarlo. Altronde si accerta, che, arrolandosi sotto le bandiere, giuravano di non far grazia a colui che trovavano armato sul campo di battaglia e di non seguire colui che si ritirava. L'azione non aveva durato che un'ora e mezzo; e gli Svizzeri, dopo essersi tenuti alcune ore in buona ordinanza, onde assicurarsi il possedimento del campo di battaglia, condussero in trionfo in Novara ventidue pezzi d'artiglieria coi loro cavalli d'attiraglio e tutti gli equipaggi. I Francesi perdettero circa dieci mila uomini, la metà de' quali soltanto fu uccisa sul campo di battaglia, e furono tutti Landsknecht. L'altra metà fu uccisa dai contadini, e furono i fanti guasconi, che nella loro fuga, oppressi dalla fatica e dalla fame, e disarmati, e sdrajati ne' campi o presso le siepi, venivano trucidati senza difendersi[344].
[344] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 45. — P. Jovii Hist., l. XI, p. 171. — Epist. Leonis X ad Max. Sfortiam, apud Rayn. 1513, § 29, p. 138. — P. Giovio Vita di Leon X, l. III, p. 163. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 413. — P. Paruta, l. I, p. 41._
I Francesi non osarono fermarsi in Piemonte, e ripassarono immediatamente le montagne, malgrado le istanze d'Andrea Gritti, il quale loro rappresentava, che quest'atto di viltà, assai più funesto che la sconfitta, sarebbe cagione della ruina di tutti i loro amici in Italia. Infatti tutte le città, che avevano spiegate le insegne francesi, si affrettarono di mandare i loro atti di sommissione a Massimiliano Sforza, redimendosi dal commesso errore con somme di danaro, che furono distribuite tra gli Svizzeri. Don Raimondo di Cardone, che aveva ricusato di partecipare ai pericoli della guerra, si affrettò di raccogliere i frutti della vittoria. Staccò tre mila fanti spagnuoli sotto gli ordini del marchese di Pescara per iscacciare, di concerto con Ottaviano Fregoso, i Francesi e gli Adorni da Genova. Ma di già la flotta francese, comandata da Prejean, aveva lasciata Genova; e la flotta genovese, che poche settimane prima erasi ritirata nel golfo della Spezia, si presentò nuovamente in faccia alla città. Gli Adorni non vollero attirare sulla loro patria le calamità d'un assedio; volontariamente rinunciarono alla loro autorità, ed abbandonarono la città, seco portando i ringraziamenti del senato ed i voti del popolo; mentre che Ottaviano Fregoso, ch'era assai più stimato dai suoi compatriotti che non Giano Fregoso, cui egli veniva a rimpiazzare alla testa dello stesso partito, fu eletto doge il 17 di giugno, e fece dai Genovesi pagare ottanta mila fiorini al marchese di Pescara per le spese della sua spedizione[345].
[345] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 45. — P. Jovii Hist. sui temp., p. 173. — Ejusd. Vita Ferdin. Davali Piscarii, l. I, p. 285. — Uberti Folietae Gen. Hist., l. XII, p. 713. — P. Bizarri, l. XVIII, p. 436._
Sacramoro Visconti, il quale aveva preso possesso di Milano a nome del re di Francia, era uscito da quella città con settecento uomini d'armi per raggiugnere il campo francese, ed era arrivato alle rive del Ticino, quando udì il cannone della battaglia di Novara. Non tardò ad avere avviso della sconfitta de' Francesi; onde, allontanandosi rapidamente, andò a raggiugnere a Cremona Bartolomeo d'Alviano e l'armata veneziana. Questi, che trovavasi a fronte degli Spagnuoli, udendo che il vicerè aveva passato il Po il 13 giugno, non volle aspettare che le due armate si riunissero contro di lui, e ritirossi subito sopra Verona colla rapidità usata in tutte le sue operazioni; tentò, passando, d'impadronirsi di quella città, e nello stesso giorno piantò le batterie, aprì una breccia e diede l'assalto; ma non avendo avuto felice riuscita, ritirò i suoi cannoni, continuò la sua marcia, e si accampò a Tomba nel territorio di Vicenza[346].
[346] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 46. — P. Jovii Hist., l. XI, p. 172. — P. Paruta Ist. Ven., l. I, p. 44._
Intanto Raimondo di Cardone si avanzava senza incontrare opposizione nelle province dall'Alviano abbandonate, e le trattava colla ferocia e coll'avarizia proprie degli Spagnuoli, saccheggiando Cremona, levando enormi contribuzioni sopra Brescia, Bergamo ed altre città, e guastando le borgate ed i villaggi. L'Alviano, che sentiva l'impossibilità di tenere la campagna contro tanti nemici riuniti, si chiuse in Padova, e nello stesso tempo Gian Paolo Baglioni in Treviso, e Renzo di Ceri in Crema; tranne queste tre città, tutto il rimanente della terra ferma veneziana fu abbandonato al dilapidamento de' nemici[347].
[347] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 47. — P. Jovii Hist., l. X, p. 173. — P. Paruta, l. I, p. 45 e 52._
Gli Svizzeri, che non avevano verun motivo di nimicizia contro i Veneziani, non si curavano di attaccarli, limitandosi a stabilirsi nel ducato di Milano, e levandovi contribuzioni grandissime; mentre che i generali spagnuoli, facendo la guerra, quasi altr'oggetto non si proponevano che quello di mantenere co' saccheggi i loro soldati. Tra Ferdinando ed i Veneziani non sussistevano nè motivi di nimicizia, nè dichiarazione di guerra; anzi il re di Spagna aveva recentemente offerta la sua mediazione per riconciliare la repubblica coll'imperatore. Leon X aveva ancor esso offerta la sua mediazione accompagnata dalle più affettuose espressioni; ma nè l'uno, nè l'altro aveva ottenuto l'intento, perchè Massimiliano non aveva voluto rinunciare a veruna pretesa, e il senato veneto area sempre ricusato con eroica costanza d'entrare in negoziazione, se l'imperatore non restituiva prima Verona e Vicenza. Ma per lo meno queste amichevoli offerte non dovevano far presumere vicine ostilità; perciò quando Raimondo di Cardone fece avanzare la sua armata per unirla a quella dell'imperatore, e fare la guerra in suo proprio nome, rendette visibile con tale condotta la barbara indifferenza d'un condottiere, che ad altro non pensa che ad arricchire i suoi soldati, senza prendersi pensiero se ciò accada con danno de' nemici o degli amici. Ancora più amara riuscì ai Veneziani la condotta di Leon X, il quale scelse quest'istante di contraria fortuna per mandare i suoi uomini d'armi all'armata spagnuola, sotto gli ordini di Troilo Savelli e di Muzio Colonna, bruttamente dimenticandosi che nel lungo corso delle sue sciagure non aveva mai cessato d'essere beneficato dalla repubblica, e di averle promesso riconoscenza[348].
[348] _P. Paruta Ist. Ven., l. I, p. 49. — Fr. Guicciardini, l. XI, p. 49. — P. Jovii de Vita Ferdin. Davali Piscarii, l. I, p. 286._