Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)

Part 17

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Il più attivo in queste così complicate negoziazioni era però sempre Giulio II. Stava con impazienza aspettando la buona stagione per attaccare Ferrara, il di cui duca, abbandonato da tutti i suoi alleati, non poteva opporgli lunga resistenza. Aveva segretamente pel prezzo di trenta mila ducati acquistati da Massimiliano i diritti dell'impero sopra Siena, e contava di farne un dono a suo nipote, il duca d'Urbino: mercè un'altra somma di quaranta mila ducati Massimiliano doveva pure consegnargli Modena in pegno. Egli minacciava i Lucchesi, ai quali voleva togliere la Garfagnana, che avevano conquistata sopra Alfonso d'Este in tempo delle sue calamità. Era scontento dei Medici, che trovava più attaccati alla corte di Spagna che a lui, e meditava di mutare nuovamente la costituzione di Firenze. Aveva tolta al cardinale di Sion la legazione di Milano, e lo aveva richiamato a Roma, per gastigarlo delle concussioni colle quali questo prelato erasi formata in Lombardia un'entrata di trenta mila ducati. Apparecchiavasi a scacciare da Perugia Giovanni Baglioni, per sostituirgli Carlo Baglioni, e a far deporre Giano Fregoso, doge di Genova, per far eleggere in sua vece Ottaviano Fregoso. I soli Svizzeri continuavano a parergli degni della sua stima e dell'amor suo. Col loro soccorso egli sperava di terminare di _cacciare i barbari d'Italia_, secondo la favorita sua espressione, e di disfarsi un giorno degli Spagnuoli; ed il cardinale Grimani avendo detto in sua presenza che il regno di Napoli rimaneva sempre in mano degli stranieri, Giulio II, battendo sul suolo col suo bastone, disse, che se il cielo gli dava vita non tarderebbe a liberare anche i Napolitani dal giogo che gli opprimeva[308]. Finalmente nell'implacabile sua collera contro la Francia trasferiva con una bolla al re d'Inghilterra il titolo di Cristianissimo, privava Lodovico del regno di Francia, e lo accordava al primo occupante[309].

[308] _Paolo Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 94._

[309] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 30. — Rayn. An. Eccl. 1512, § 97, p. 126._

Tutti questi progetti fermentavano nello stesso tempo nel capo di Giulio II, quando una leggiere ma ostinata febbre, cui ben tosto s'aggiunse la dissenteria, gli fece sentire che poco gli rimaneva a vivere. Chiamò presso di sè i cardinali in concistoro, e fece loro confermare la bolla contro la simonia, ch'egli aveva pubblicata dopo la sua prima malattia. Fece loro dichiarare, che i cardinali scismatici sarebbero esclusi dal conclave, al quale, e non già al concilio adunato, lasciò l'elezione del suo successore; persuase di nuovo i cardinali a confermare il vicariato di Pesaro a suo nipote, il duca d'Urbino, in vista che questa era la sola grazia ch'egli accordava alla propria famiglia. Infatti non si presentò nella storia una sola occasione di parlare di Madonna Felicia, sua figlia, maritata a Gian Giordano Orsini. Egli mai non le aveva accordato verun favore; ed un giorno ch'ella caldamente gli chiedeva il cappello di cardinale per Guido di Montefalco, suo fratello per parte di madre, glielo rifiutò aspramente, dichiarando che non erane degno. Giulio II conservò fino all'ultimo istante la stessa fermezza, la stessa costanza, tutto il vigore della sua anima e tutto il suo discernimento. Ricevette i sacramenti della Chiesa, e morì dopo più giorni di patimenti nella notte del 21 febbrajo nel 1513[310][311].

[310] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 31. — P. Giovio, Vita di Leon X, l. III, p. 151. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 4. — Jac. Nardi, l. VI, p. 270. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 311. — P. Bizarri, l. XVIII, p. 433. — Rayn. Ann. Eccl. 1513, § 1-9, p. 132-133. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 407._ — La storia di Venezia di Pietro Bembo finisce alla morte di Giulio II, _l. XII, p. 286_. Dessa è uno de' più deboli libri di questo celebre letterato. Egli sagrifica sempre la sua imparzialità e la sua buona fede a ciò ch'egli crede l'onore della sua patria. Le sue informazioni sono troppo inesatte, e sebbene abbia avuto sott'occhio alcune carte dello stato, che non avevano potuto vedere gli altri storici, il più gran numero de' moltissimi documenti che gli sarebbero stati necessarj gli furono sottratti dalla gelosia del governo. Finalmente anche sotto il rapporto del merito letterario la storia del Bembo, conviene confessarlo, non è degna del nome del suo autore. A molta eleganza e purità di stile egli non seppe aggiugnere quell'interesse, che alletta a leggere la storia; e non si può scorrere quella del Bembo senza molta fatica e senza noja. Io feci uso dell'edizione del _Thesaurus antiquitatum et historiarum Italiae del Burmanno, nel t. V, p. I, p. 1-286._

[311] È cosa notabile che ciò che osserva il nostro autore rispetto al merito della storia del Bembo, altri lo hanno osservato per conto delle altre opere dello stesso autore. Il Bembo ottenne grandissimo nome, ma separatamente esaminando tutte le sue opere, sempre si crede che lo debba a tutt'altra scrittura che a quella che si ha sotto gli occhi. _N. d. T._

CAPITOLO CXI.

_Leon X succede a Giulio II; spedizione di La Tremouille in Lombardia; sua sconfitta a Novara; rotta di Bartolommeo d'Alviano all'Olmo; la guerra si rallenta in Italia; negoziazioni; morte di Lodovico XII._

1513 = 1515.

Le rivoluzioni che avevano agitata l'Italia negli ultimi dieci anni, e le crudeli guerre che l'avevano insanguinata, potevano per la maggior parte attribuirsi al violento ed impetuoso carattere di Giulio II, ed a quell'accanimento con cui teneva dietro al compimento de' suoi progetti, o delle sue vendette. Le sue passioni confondevansi a' suoi occhi co' principj da lui adottati, ed egli si era fatti dei doveri conformi alla sua ambizione. Quasi tutti i progetti da lui formati avevano un lato nobile e generoso; abbastanza elevati erano i suoi pensieri, abbastanza disinteressati i suoi desiderj, per giustificare la sua condotta ai proprj occhi; e malgrado le criminose violenze con cui ne affrettò l'esecuzione, Giulio II non era affatto indegno degli elogj che gli furono prodigati dal cardinale Bellarmino, dall'annalista della Chiesa Rainaldi, e dagli altri apologisti della santa sede[312].

[312] _Bellarminus de Potest. sum. Pont. in tempore, c. II, apud Raynald. Ann. 1513, § 12, p. 134._

Giulio II, che non poteva soffrire veruna opposizione, veruna resistenza, e che spingeva agli ultimi eccessi il dispotismo delle sue volontà, nutriva per altro in massima, rispetto ed amore per la libertà: voleva assicurare quella dell'Italia, non sapeva soffrire l'idea di vedere questa contrada signoreggiata dagli stranieri, ed il suo più ardente desiderio era quello di liberarla dal giogo de' barbari, siccom'egli chiamava tutti gli oltremontani. Conosceva altresì il prezzo della libertà civile: aveva tentato di restituire l'indipendenza alla repubblica di Genova, e di salvare quella di Venezia, sebbene fosse stato egli il primo ad adunare il turbine che l'oppresse: aveva rispettata la libertà di Bologna e delle altre città dello stato della Chiesa, dalle quali avea scacciati i tiranni, ed alle quali avea cominciato a rendere un'amministrazione repubblicana sotto la protezione della santa sede. Vero è che, scontrando in queste città qualche opposizione, la sua collera non aveva più confini; che ravvisava nell'opposizione una ribellione, e puniva all'istante la città rubella, togliendole quella libertà, che le aveva data, e che egli risguardava come il primo de' beni.

Avea concepita un'altissima stima degli Svizzeri, perchè vedeva in essi un popolo libero, guerriero e docile alla sua voce; e siccome le loro montagne cuoprono un'importante parte de' confini dell'Italia, aveva concepito il progetto, degno d'un animo elevato, di costituirli custodi della libertà italiana. Aveva contribuito alla deposizione del gonfaloniere Piero Soderini, perchè nel bollore della sua collera non poteva condonargli nè il suo attaccamento alla Francia, nè l'asilo dato al concilio di Pisa; ma egli non aveva altrimenti acconsentito che i Medici riducessero Firenze in servitù, ed altamente biasimava il cardinale Giovanni d'essere entrato nella sua patria circondato di picche e di alabarde, e d'avere con armi straniere fondata la tirannide della sua casa. Dichiarava di non avere avuto mai intenzione di dar mano allo stabilimento d'una nuova tirannide, e che anzi il voto del suo cuore era di rovesciarle e di distruggerle ovunque si trovavano[313].

[313] _Jac. Nardi, l. VI, p. 265._

Ma sebbene Giulio II fosse riuscito ne' suoi progetti assai più felicemente che non poteva sperarsi dai calcoli ordinarj della politica, e sebbene il suo impetuoso carattere, confondendo i suoi avversarj e prevenendo i loro disegni, gli fosse spesse volte tornato più utile che non la stessa prudenza, di modo ch'egli aveva dilatati i confini della Chiesa più che verun altro de' suoi predecessori, egli era stato non pertanto cagione di tante disgrazie, aveva fatto versare tanto sangue, e chiamate in Italia tante barbare nazioni, nell'istante medesimo in cui pretendeva di combattere per liberarla, che la di lui morte venne risguardata come una pubblica felicità; ed i cardinali, i Romani, gl'Italiani, e tutti i popoli della Cristianità desideravano egualmente che il suo successore non fosse a lui somigliante. Egli era vecchio, e perciò preferivasi un giovane pontefice; era turbolento, impaziente, collerico, e si cercò colui che l'amore per le lettere, per i piaceri, per una vita epicurea, faceva credere d'una tempra affatto diversa da quella di Giulio II. Egli non aveva mai sofferti nè consiglj, nè opposizione, onde si cercò di porre il suo successore prima d'eleggerlo sotto la tutela di tutti gli altri cardinali, e di vincolare la potenza papale coi giuramenti e colle convenzioni. Ma questo tentativo, tante volte rinnovato ne' conclavi, era sempre tornato vano; ed il nuovo papa mai non ommetteva d'abolire colla sua plenipotenza il giuramento emesso quand'era cardinale. Le convenzioni giurate dopo la morte di Giulio II dai venticinque cardinali, adunati per eleggere il suo successore, non ebbero un più felice risultamento, e l'annalista della Chiesa non riputò necessaria cosa il registrarle ne' suoi annali[314].

[314] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 32. — Parisii de Grassis Diarium curiæ Roman. apud Raynald. Ann. 1513, § 13, p. 134._

Terminati i funerali di Giulio II, i ventiquattro cardinali, che si trovavano in Roma si chiusero il 4 di marzo in conclave. Sebbene Giovanni de' Medici fosse immediatamente partito da Firenze, trovandosi egli affetto da un ascesso, e costretto a viaggiare lentamente in lettiga, non giunse a Roma che il giorno 6, e fu l'ultimo ad entrare in conclave. Il cardinale Raffaele Riario, nipote di Sisto IV, essendo inallora decano del sacro collegio, e nello stesso tempo il più ricco e meglio provveduto d'ecclesiastiche dignità, da principio aveva aspirato alla tiara. Ma le sue personali qualità e la memoria dello zio non erano tali da ottenergli molti suffragj; egli fu bentosto escluso.

L'influenza delle famiglie principesche d'Italia aveva fatti introdurre nel sacro collegio alcuni giovani cardinali, i quali, d'ordinario vinti dalla deferenza loro verso il capo della propria famiglia, poca parte aver potevano nelle decisioni del corpo cui appartenevano. Ma la violenza e l'austerità del vecchio Giulio II aveva accresciuto grandemente il credito della gioventù; onde per la prima volta si vide formarsi nel conclave una fazione di giovani cardinali. Alfonso Petrucci, figliuolo del signore di Siena, era uno de' più attivi e zelanti di questo partito, e non tardò ad averne una mala ricompensa. Giovanni de' Medici, che inallora non contava che trentasette anni, era il più giovane di tutti coloro sui quali i giovani cardinali potevano decentemente riunire i loro suffragj. Nè tale scelta ripugnava a molti de' più attempati cardinali, i quali, in mezzo alle turbolenze ed ai pericoli d'Italia, risguardavano come sommamente vantaggioso allo stato della Chiesa l'avere per sovrano il capo della repubblica fiorentina, ed il far causa comune colla Toscana.

Ma il cardinale Soderini, che meritamente godeva grandissima opinione nel sacro collegio opponevasi con tutti i suoi amici all'esaltazione del capo della famiglia de' suoi nemici. Perciò i partigiani del Medici si adoperarono caldamente per riconciliare queste due famiglie. Offrirono al cardinale Soderini, quale prezzo del suo suffragio, di richiamare da Ragusi il gonfaloniere Soderini, di accordargli un asilo in Roma, di riporlo nel godimento di tutti i suoi beni sequestrati in Firenze, e di unire la sua famiglia a quella de' Medici con un matrimonio. Queste proposizioni furono accettate e religiosamente eseguite, e l'elezione del Medici fu assicurata nel conclave di giovedì sera, 10 marzo. Per altro i cardinali non procedettero alla formalità de' suffragj che il giorno 11, ed al cardinale Giovanni fu data l'incumbenza dello spoglio dello scrutinio che lo dichiarava papa. Egli prese il nome di Leone X[315].

[315] _Parisii Diar. Rom. ap. Rayn. Ann. 1513, § 13, 14, 15, p. 134. — P. Giovio Vita di Leon X, l. III, p. 152. — Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 32. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 408._

Il Medici non era ancora che diacono, e fu d'uopo ordinarlo prete prima di coronarlo come papa; questa cerimonia si eseguì il 15 di marzo; poi fu consacrato il 17, e coronato il 19 in san Pietro. Si dovettero affrettare queste funzioni a motivo della settimana santa; ma Leone X non volle rinunciare ad una più solenne coronazione, la quale richiedeva lunghi apparecchi. Ebbe questa luogo l'11 d'aprile a san Giovanni di Laterano, la quale chiesa viene considerata come la propria vescovile de' papi. Il Medici aveva scelto il giorno anniversario della battaglia di Ravenna, nella quale era stato fatto prigioniero dai Francesi, e montò in questa cerimonia il cavallo di cui si era valso nella battaglia[316].

[316] _Acta Sinodalia et Par. de Grassis, apud Rayn. 1513, § 20, p. 136. — Jac. Nardi, l. VI, p. 271._

Si potè conoscere in questa coronazione quanto fosse mutato lo spirito della corte di Roma. Giulio II serbava tutte le entrate dello stato per la guerra, ed aveva ridotti all'estrema economia tutti gli altri rami della pubblica amministrazione; aveva proscritti nella sua corte ogni lusso ed ogni pompa, ed anche in mezzo alla guerra non aveva lasciato di ammassare danaro per l'esecuzione de' più vasti suoi progetti; onde lasciò, morendo, trecento mila fiorini in danaro sonante, che il di lui successore trovò nel tesoro, ottanta mila fiorini che i cardinali spesero o si appropriarono durante l'interregno, oltre le pietre di grandissimo valore, colle quali avea arricchita la mitra, detta il _triregno_. Per lo contrario Leone X, salendo sul trono, volle sorprendere il popolo collo splendore della sua magnificenza, e poca cura prendendosi della guerra in cui la Chiesa trovavasi allora impegnata, o forse supponendo inesauribili i rinvenuti tesori, consumò cento mila fiorini nelle sole feste della sua coronazione. In questa cerimonia fece portare il gonfalone della Chiesa dal duca Alfonso d'Este, e parve in tal modo presagire la di lui riconciliazione colla santa sede[317].

[317] _Jac. Nardi, l. VI, p. 272. — Fr. Guicciardini, l. XI, p. 33. — P. Giovio Vita di Leon X, l. III, p. 156. — Id. Vita d'Alfonso, p. 95. — Par. de Grassis Diar. apud Raynald. 1513, § 20, p. 136._

Tosto che Leon X si trovò seduto sul trono, rivolse le sue prime cure alla propria famiglia, onde arricchirla coi beni della Chiesa. Era morto appunto in quest'epoca, il 9 aprile, Cosimo de' Pazzi, arcivescovo di Firenze. Leone diede quest'arcivescovado a suo cugino Giulio, allora cavaliere di Rodi, e figliuolo naturale del vecchio Giuliano. In settembre lo creò cardinale, e poco dopo legato di Bologna. Accordò in pari tempo la porpora ad Innocenzo Cibo, figliuolo di sua sorella, a Bernardo Bibbiena, suo segretario, ed a Lorenzo Pucci, protonotaro apostolico e creatura de' Medici. Non permettendo i canoni di conferire le alte dignità ecclesiastiche ai bastardi, Leone accordò una dispensa a suo cugino, prima di nominarlo arcivescovo di Firenze; ma quando si trattò di farlo cardinale s'appigliò all'espediente di far deporre con giuramento al fratello della madre di lui e ad alcuni religiosi, ch'ella era stata sposa di Giuliano[318].

[318] _Jac. Nardi, l. VI, p. 276. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 313._

La notizia dell'elezione di Leon X venne accolta in Firenze con trasporti di gioja non solo dai partigiani de' Medici, ma ancora dagli antichi repubblicani; o sia che sperassero, che i nuovi progetti che formerebbe Leone, come capo della Chiesa, farebbero diversione al piano che egli aveva di già formato per ridurre in servitù la sua patria, o sia che i vantaggi del commercio ed i favori che potevano sperare dalla corte di Roma, facessero loro dimenticare gl'interessi della libertà. «Io ben intendo,» disse il genovese Lomellini osservando le feste de' Fiorentini, «come voi, non avendo ancora veduto verun vostro cittadino diventare papa, possiate rallegrarvi di questa nuova dignità; ma quando avrete l'esperienza de' Genovesi, saprete quai tristi effetti producano così fatte grandezze nelle città libere[319].»

[319] _Jac. Nardi, l. VI, p. 272._

Vero è che inallora Firenze aveva pochi diritti al nome di città libera. Appunto nell'epoca in cui il cardinale de' Medici mettevasi in via per recarsi al conclave in cui fu eletto, una lista coi nomi di diciotto in venti giovani, conosciuti pel loro patriottismo e pel loro amore di libertà, cadde di tasca a Pietro Paolo Boscoli, e fu portata al tribunal criminale, detto la _magistratura degli otto_. Il tribunale credette di ravvisarvi l'indizio d'una cospirazione per assassinare Giuliano e Lorenzo; tanto più che il Boscoli era già tenuto di vista per alcune imprudenti espressioni. Costui fu posto alla tortura, e così pure Agostino Capponi ed altri molti, il più ragguardevole de' quali era senza dubbio Niccolò Macchiavelli, stato di già spogliato nel precedente novembre dell'impiego di segretario di stato da lui lungo tempo occupato[320].

[320] _Filippo Nerli Comm., l. VI, p. 123. — Vita di Macchiavelli, p. 166._

La violenza de' tormenti inflitti ai prevenuti non istrappò loro di bocca veruna confessione di cospirazione, ma molti confessarono d'avere sparlato del presente governo, e d'averne desiderato lo scioglimento. Tanto bastò per condannare alla morte Boscoli e Capponi, facendo eseguire la sentenza all'indomani della partenza del cardinale verso di Roma. Gli altri, tra i quali contavansi Niccolò Valori, Giovanni Folchi, Guccio Adimari, Niccolò Macchiavelli, Bonciani e Serragli, furono relegati in diversi luoghi[321].

[321] _Jac. Nardi, l. VI, p. 268. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 5. — Comm. del Nerli, l. VI, p. 123. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 312._

Questi terribili rigori delle creature de' Medici diedero occasione a Leon X di cominciare il suo regno con un atto di clemenza, facendo liberare tutti gli accusati, richiamando tutti gli esiliati per titolo di congiura, e stendendo questo favore a tutti i Soderini ch'erano stati precedentemente rilegati[322]. Nello stesso tempo fece sentire ai Fiorentini i benefici effetti della sua protezione nelle relazioni de' loro vicini. Alcune dispute di confini nelle vicinanze di Barga erano state cagione in luglio ed in agosto del 1513 d'ostilità tra i Fiorentini ed i Lucchesi: Leon X si fece mediatore tra le due repubbliche; ma con arbitramento del 12 ottobre obbligò la più debole a restituire ai Fiorentini Pietra Santa e Mutrone, fortezze che i Lucchesi avevano usurpate in tempo della guerra di Pisa; ed a tale condizione fece sottoscrivere un'alleanza perpetua fra le due repubbliche[323].

[322] _Jac. Nardi, l. VI, p. 272. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 8. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 313._

[323] _Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 314. — Gio. Cambi, p. 27, 31._

Tostocchè si ebbe in Lombardia la notizia della morte di Giulio II, Raimondo di Cardone si era avvicinato a Piacenza, poi a Parma, ed aveva persuase queste due città a darsi al duca di Milano[324]. Sebbene queste fossero state occupate da Giulio II senza verun diritto, Leon X non fu appena salito sul trono pontificio, che ne riclamò la restituzione, determinato a non volere permettere che in tempo della sua amministrazione si smembrassero gli stati della Chiesa, o piuttosto pensando già fin d'allora a formare con queste nuove conquiste della santa sede uno stato per suo fratello Giuliano, o per suo nipote Lorenzo[325]. Finchè non fu che cardinale, erasi mostrato nemico della Francia, ed aveva con tutta la sua attività secondata la lega formata da Giulio II contro quella corona. Perciò generalmente credevasi di vederlo camminare sulle orme del suo predecessore; altronde le negoziazioni cominciate, quando ancora non si prevedeva la morte di Giulio, avevano avuto qualche risultamento prima che Leone avesse potuto decidersi.

[324] _P. Giovio Vita d'Alfonso, p. 99. — Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 31._

[325] _Lett. di Vettori a Macchiavelli, n.º 21, p. 63_, del 12 luglio 1513.

Da un canto Ferdinando il Cattolico, il quale era troppo povero per fare la guerra a proprie spese, era sempre inclinato a far cessare le ostilità ai confini della Spagna, perchè non poteva farvi vivere le sue armate a spese de' nemici. Cercava soltanto di lasciare aperta una via alla fortuna; onde il 1.º d'aprile sottoscrisse ad Orthes, nel Bearn, la tregua d'un anno colla Francia riguardo soltanto ai confini della Spagna[326]. Stando al carattere che a Ferdinando attribuisce il Macchiavelli, questo re, più astuto che accorto politico, si affidava alla propria fortuna, e voleva compromettere i suoi alleati per far loro sentire il bisogno che avevano di lui, aspettando intanto consiglio dagli avvenimenti. Non pertanto la tregua da lui conchiusa era totalmente vantaggiosa alla Francia, la quale trovavasi in libertà di ricondurre le sue armate in Italia[327].

[326] _Lettera familiare 17 di Macchiavelli a Francesco Vettori del mese di aprile del 1513. Opere, t. VIII, p. 47._

[327] I motivi di questa tregua vengono discussi acutamente tra il Macchiavelli ed il Vettori, _t. VIII, p. 41 e segu. — Fr. Guicciardini, l. XI, p. 33. — P. Giovio Vita di Leon X, l. III, p. 161. — Jo. Marianæ Hist. Hisp., l. XXX, c. 18, p. 329._

D'altra parte venne sottoscritto un trattato d'alleanza tra la Francia e la repubblica di Venezia a Blois, il 24 marzo del 1513, da Andrea Gritti, che di prigioniero era diventato ambasciatore. La negoziazione tra queste due potenze risguardava le rispettive loro pretese sopra province che più non erano possedute dalle parti contraenti, e che trattavasi di togliere di mano ai loro nemici. I Veneziani, in conformità de' primi articoli convenuti e del loro antico trattato colla Francia, domandavano la Ghiara d'Adda e Cremona. I Francesi avrebbero voluto ritenere queste province; ma all'ultimo acconsentirono a prometterne la restituzione, però sotto la segreta condizione di contraccambiarle poscia con Mantova, il di cui marchese fu dalla Francia sagrificato alle convenienze del senato[328]. I Veneziani obbligavansi ad entrare in campagna circa nella metà di maggio con ottocento uomini d'armi, mille cinquecento cavaleggieri, e dieci mila fanti, mentre che Lodovico XII invaderebbe nello stesso tempo la Lombardia con una potente armata[329].

[328] _Lettera del Vettori a Macchiavelli del 21 aprile 1513, t. VIII, p. 42._

[329] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 36. Fr. Belcarii, l. XIV, p. 409. — Paolo Paruta della Stor. Venez., l. I, p. 19. — P. Jovii Hist., l. XI, p. 160._ — Dopo la lacuna che lasciano i sei libri perduti nel sacco di Roma, l'undecimo di Giovio comincia col pontificato di Leon X.