Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)

Part 16

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Il Ridolfi, ch'erasi sempre mostrato di un partito contrario al Soderini, aveva licenziata l'antica guardia che faceva il servizio presso il gonfaloniere e presso la signoria, ma non aveva avuto il tempo di formarne un'altra, di modo che il palazzo pubblico non era difeso. Il corteggio che aveva accompagnato il cardinale de' Medici vi entrò con lui, e se ne impadronì senza trovare opposizione[286]. Allora i partigiani dei Medici fecero risuonare la piazza di minacciose grida; e Giuliano, presentandosi al consiglio degli ottanta, chiese a questo ed alla signoria di chiamare il popolo a parlamento.

[286] _Comment. del Nerli, l. VI, p. 115._

Da lungo tempo queste tumultuose assemblee erano il segno di una rivoluzione; onde, formando il gran consiglio, che comprendeva tutti i cittadini, si aveva avuto di mira di abrogare in certo modo i parlamenti. La signoria ed i collegj resistettero qualche tempo alle domande dei Medici; ma finalmente dovettero cedere alla forza; e la maggior campana suonò per adunare il popolo. I cittadini non si recarono che in piccolo numero sulla piazza, ed i Medici ebbero l'accortezza di farla riempire di soldati e di gente straniera, che risposero colle loro grida a nome del popolo fiorentino. Due ore avanti notte la signoria si presentò alla balaustrata destinata ad arringare il popolo, e colà lesse le nuove proposizioni, delle quali i Medici chiedevano l'approvazione. Dovevano essere abolite tutte le leggi emanate dopo il 1494; doveva per un anno essere investita una nuova balìa di tutti i poteri appartenenti al popolo di Firenze; e questa balìa doveva essere composta del gonfaloniere, degli otto nuovi priori, di dodici membri scelti in cadauno dei quattro quartieri, i di cui nomi indicati dai Medici furono pure letti al popolo, finalmente di undici _arruoti_, ossia aggiunti, i quali, dopo essere stata fatta la prima nomina dal segreto comitato de' Medici, avevano per singolar favore ottenuto di venire compresi nello stesso corpo. Questa balìa, cui si accordò il diritto di assumere nuovi membri, doveva pure avere quello di protrarre d'anno in anno la propria autorità; ed infatti fu lo stesso corpo, che oramai abbracciando i poteri di tutta la repubblica, continuò le sue funzioni, senza nuova missione, fino al 1527, quando i Medici furono per l'ultima volta espulsi da Firenze. La stessa balìa doveva delegare sotto il nome di _accoppiatori_ un determinato numero de' suoi membri, cui era accordata la facoltà di eleggere oramai arbitrariamente il gonfaloniere ed i priori. Rispetto a quello che in allora sedeva, Giambattista Ridolfi, fu invitato il primo di novembre a dimettersi dalle proprie funzioni[287].

[287] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 324. — Commen. di ser Fil. de' Nerli, l. VI, p. 116. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 312. — P. Giovio vita di Leone X, l. III, p. 149. — Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 17._

Tale fu la stretta e vergognosa oligarchia, che venne sostituita al libero e costituzionale governo della repubblica. Il parlamento sanzionò la rivoluzione; perchè i soli cittadini apparecchiati ad approvare ogni cosa si recarono sulla pubblica piazza, in mezzo ai soldati che facevano violenza alla loro patria. La nuova balìa pronunciò poche condanne, ma abolì quasi tutte le magistrature protettrici della libertà; inoltre licenziò il 18 settembre l'ordinanza, ossia milizia fiorentina, e fece disarmare il popolo. Un governo stabilito dagli stranieri colla violenza deve temere ogni forza nazionale, e per mantenersi disarmare ed avvilire la soggetta nazione[288].

[288] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 329. — Jac. Nardi, l. VI, p. 263. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 311._

Riusciva non agevole cosa il trovare subito il danaro necessario per soddisfare gli alleati. Il 23 di settembre la balìa fu forzata di aprire un prestito forzato di ottanta mila fiorini, col di cui prodotto furono pagati gli Spagnuoli[289]. Ogni membro della balìa fu in appresso autorizzato ad indicare otto cittadini del suo quartiere tra coloro che si credevano più affezionati ai Medici, e più contrarj ai principj popolari. La lista di costoro, che montava a cinquecento quarantotto cittadini, fu ridotta a dugento da uno scrutinio segreto; e questi furono considerati come formanti la rappresentazione nazionale o il consiglio della repubblica, che fu poi detto il consiglio degli _arruoti_. I Medici, formando questo consiglio, ebbero particolar cura di non lasciarvi entrare veruno degli antichi partigiani di Savonarola, i quali eransi proposti di volere ad un tempo guarentire la libertà e riformare la Chiesa. Di tutti i partiti che conoscevansi in Firenze questo fu il più rigorosamente escluso da qualunque carica governativa[290].

[289] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 330._

[290] _Comment. del Nerli, l. VI, p. 119. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 351 — Jac. Nardi, l. VI, p. 262._

Il primo gonfaloniere, eletto il 2 di novembre da' venti accoppiatori della balìa, per succedere a Giambattista Ridolfi, fu Filippo Buondelmonti allora in età di settantatre anni. Niun membro di questa così antica famiglia, il di cui nome ricordava le prime contese dei Guelfi coi Ghibellini, non era stato per anco onorato del gonfalone, perchè tutti i suoi antenati, ed egli medesimo avevano in ogni tempo professate opinioni aristocratiche, e mostrato grande disprezzo per il popolo. Tale elezione riuscì perciò oltremodo spiacevole agli amici della libertà; e nella stessa signoria si fece più volte sentire al Buondelmonti che non aveva la confidenza de' suoi concittadini[291].

[291] _Ist. di Gio. Cambi, l. XXI, p. 340._

Il risultamento di questa rivoluzione fu quello di far rientrare in Firenze il cardinale Giovanni de' Medici e suo fratello Giuliano, ambidue figliuoli del magnifico Lorenzo, Giulio, cavaliere di Malta, e priore di Capoa, figliuolo naturale di Giuliano fratello del Magnifico, e Lorenzo II, figlio di Piero, il primogenito de' tre figli del Magnifico, il quale si era annegato nel Garigliano. Conducevano inoltre con loro due fanciulli, Ippolito, figliuolo naturale di Giuliano II, e Giuliano, figliuolo naturale di Lorenzo II, ne' quali si spense l'antica stirpe de' Medici, niuno dei capi della quale aveva legittimi figli[292].

[292] _Jac. Nard. Hist. Fior., l. VI, p. 263._

Appena i Medici si trovarono di nuovo capi del governo, che si vide sorgere nella repubblica una classe di cortigiani, che sembravano stranieri agli antichi costumi ed al di lei carattere. Molti dipendevano da famiglie rendute illustri dal loro amore per la libertà: ma la vanità, il gusto del piacere, e la speranza di ristabilire col favor di una corte la loro cadente fortuna, loro facevano preferire il servigio de' principi alla partecipazione della sovranità in uno stato libero. Vantavano essi allora l'inalterabile loro fedeltà alla casa de' Medici, e sebbene si fosse fatta la rivoluzione colle armi straniere, davano ad intendere d'averla preparata colle loro segrete pratiche, ed agevolata co' loro tradimenti. Dicevano d'avere essi dato in mano degli Spagnuoli i passi dell'Appennino, Campi e Prato, e d'avere impedito che queste città si approvigionassero. Avevano, dicevano essi, tenuta viva una lunga corrispondenza con Giulio de' Medici, il principale agente del cardinale suo cugino, e le loro lettere senza addirizzo e senza sottoscrizione erano poste in un buco della muraglia del cimitero di santa Maria Novella, ove un messo deponeva in seguito le risposte, senza conoscere il nome, la dimora o la figura di chi manteneva la corrispondenza. In premio di queste lunghe pratiche contro la loro patria riclamavano da' Medici alcuni favori; ma i loro sforzi non ottennero che d'indicarli al disprezzo de' loro concittadini e delle età future[293].

[293] _Jac. Nardi, l. V, p, 230, l. VI, p. 264-265._

Il vicerè, don Raimondo di Cardone, era ripartito da Prato il 18 di settembre, ed aveva raggiunto coll'armata spagnuola i Veneziana che assediavano Brescia. Il signor d'Aubignì, che difendeva quella città, e che aveva poca speranza di potervisi tenere lungamente, dopo aver ricusato di arrendersi ai Veneziani, offrì di capitolare col Cardone, per gettare in tal modo semi di malcontento tra gli alleati della santa lega; egli ottenne onoratissime condizioni. Peschiera aprì egualmente le porte agli Spagnuoli, Legnago al vescovo di Gurck, ministro di Massimiliano, e la sola Crema si assoggettò ai Veneziani[294].

[294] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 18. — P. Bembi Hist. Ven., l. XII, p. 283-284._

Il vescovo di Gurck andò in appresso a Roma, attraversando Firenze; e giammai ambasciatore, nè prelato alcuno, fu ricevuto nella capitale della cristianità con tanti onori e contrassegni di rispetto[295]. Il papa, che vedeva la lega divisa da sorde nimicizie, e vicina a sciogliersi, voleva assicurarsi la gratitudine di questo segretario dell'imperatore, che sembrava il solo che si fosse guadagnata la di lui confidenza: gli accordò il cappello di cardinale, di cui lo andava lusingando da oltre un anno, e cercò col suo mezzo di unirsi più intimamente con Massimiliano[296].

[295] Un'elegante descrizione dell'ingresso del vescovo Langio in Roma fu scritta in latino da Pierio Valeriano Bolzanio, e pubblicata in Germania. _N. d. T._

[296] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 19. — Paris de Grassis Diar., t. III, p. 938, apud Rayn. Ann., t. XX, p. 125, an. 1512, § 90. — Ist. di Gio. Cambi, p. 338. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 311. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 401._

Si adunava in Roma un congresso delle potenze della lega per regolare i destini dell'Italia, e terminare le controversie ch'erano di già scoppiate in Mantova. Una generale gelosia pareva armare tutti gli alleati gli uni contro gli altri. Lagnavasi il papa che Ferdinando avesse promessa la sua garanzia a Firenze, Siena, Lucca e Piombino, e richiedeva per la libertà della santa sede che il sovrano di Napoli non si arrogasse veruna autorità sopra la Toscana. D'altra parte gli Spagnuoli volevano estendere la loro protezione non solo su questa contrada, ma ancora sopra Fabrizio e Marc'Antonio Colonna, i quali dopo l'evasione del duca di Ferrara erano caduti nella disgrazia del papa. In pari tempo essi riclamavano il sussidio di quaranta mila fiorini al mese, loro promessi dal trattato della santa lega, e che da qualche tempo loro non erano più pagati. Gli Svizzeri, che il papa aveva proclamati i difensori della libertà ecclesiastica, loro mandando una bandiera, una spada, ed un caschetto da lui benedetti, volevano che il ducato di Milano fosse restituito a Massimiliano Sforza, che loro assai importava d'avere vicino piuttosto che un grande potentato; e volevano consegnargli essi medesimi le chiavi di Milano, per dare ad intendere ch'essi soli lo avevano conquistato. L'imperatore Massimiliano pretendeva di avere per sè medesimo il Milanese, e ricusava al cugino l'investitura ed il titolo di duca. Lo stesso Massimiliano, d'accordo cogli Spagnuoli, lagnavasi del pontefice, che aveva occupata Piacenza, Parma e Reggio, in pregiudizio dei diritti dell'impero[297].

[297] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 20. — Jac. Nardi, l. VI, p. 266._

Ma più complicate di tutte e più difficili a conciliarsi erano le contese tra Massimiliano ed i Veneziani. Il primo, che occupava sempre Verona, chiedeva ancora Vicenza, e non si accontentava di lasciare ai Veneziani il possesso di Padova, Treviso, Brescia, Bergamo e Crema, ch'egli riclamava sempre come terre dell'impero, se non mediante il pagamento di dugento mila fiorini d'investitura ed un annuo tributo di trenta mila. D'altra parte i Veneziani non potevano acconsentire, nè di rinunciare all'alta signoria di cui avevano goduto per più d'un secolo, nè di fare un così enorme sagrificio di danaro nello stato di esaurimento in cui si trovavano le loro finanze, nè di perdere ogni comunicazione colle province, che loro si rendevano al di là del Mincio, ed il di cui possedimento sarebbe in conseguenza sempre stato per loro precario[298].

[298] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 21. — P. Bembi, l. XII, p. 285. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 402._

Giulio II adoperò tutto il suo ascendente, tutta la sua attività per conciliare così opposte pretese; offrì ai Veneziani di sovvenire loro parte del danaro domandato dall'imperatore; gli andò vivamente esortando a cedere per la pace dell'Europa; ma non potendo persuaderli, li minacciò coll'abituale suo impeto di rovesciare sopra di loro tutte le pene ecclesiastiche, se protraevasi per colpa loro la pace d'Italia, e subito dopo conchiuse coll'imperatore, e pubblicò il 25 novembre una nuova alleanza, cui gli ambasciatori d'Inghilterra e di Arragona ricusarono d'intervenire. In forza di questa Massimiliano aderì al concilio di Laterano, annullò tutti gli atti per i quali erasi unito al concilio di Pisa, promise di non soccorrere in verun modo nè Alfonso d'Este, nè i Bentivoglio, e di richiamare i Tedeschi che trovavansi ai servigj del primo. Dal canto suo Giulio si obbligò ad impiegare le armi spirituali e temporali per mettere l'imperatore eletto in possesso di tutte le province che gli erano state date per sua parte nella lega di Cambrai. La persecuzione di Giulio contro i Colonna, ed i contraddittorj diritti dell'Impero e della Chiesa sopra Parma, Piacenza e Reggio, dovevano rimanere sospesi fino alla fine della guerra[299].

[299] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 21. — Rayn. An. Eccl. 1512, § 91, p. 125. — Fr. Belcarii l. XIV, p. 402._

Tuttavolta il papa non ruppe le sue negoziazioni colla repubblica; sperava ancora di sottrarla a nuove ostilità, e non voleva attaccare Ferrara avanti il ritorno della bella stagione. In questo intervallo di pace, il cardinale di Gurck, quello di Sion, ed il vicerè di Napoli, si recarono a Milano per dare a Massimiliano Sforza il possesso della sua capitale: il cardinale di Sion gli consegnò le chiavi alle porte della città, il 29 di dicembre, a nome della confederazione elvetica. I Milanesi, dopo avere tanto sofferto, speravano di trovare sotto un sovrano italiano e sotto il nipote del grande Francesco Sforza tutta la felicità degli andati tempi: la memoria dello stesso Lodovico il Moro era loro diventata cara pel contrapposto del dominio degli stranieri; e la capitolazione della fortezza di Novara contribuì ad abbellire le feste della inaugurazione del nuovo duca. Ai Francesi null'altro omai restava in Italia che i castelli di Milano, Cremona, Trezzo, e la Lanterna di Genova[300].

[300] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 22. — P. Bizzarri Gen. Hist., l. XVIII, p. 432. — Jac. Nardi, l. VI, p. 266. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 403._

Ma intanto Lodovico XII non rinunciava altrimenti al Milanese, la di cui conquista era stato l'oggetto dell'ambizione di tutta la sua vita. Ritirando le sue truppe dall'Italia, le aveva portate sui Pirenei, aggiungendovi nuovi corpi di uomini d'armi francesi, e Landsknecht della bassa Germania; e prima che terminasse l'anno aveva ricuperata ai confini della Spagna una grande superiorità di forze a fronte del suo avversario Ferdinando. Ma la campagna del 1512 era stata fatale al suo fedele alleato Giovanni d'Albret, re di Navarra. I generali francesi, che lo difendevano, avevano commessi errori sopra errori; ed egli medesimo, prendendosi maggior cura delle cerimonie della chiesa che degli affari dello stato, passava gran parte del tempo ascoltando messe, sebbene fosse scomunicato come scismatico, ed una bolla pontificia lo privasse del suo piccolo regno. Ferdinando ne riconobbe la conquista, piuttosto che dal valore delle sue truppe e dall'abilità del suo generale, il duca d'Alba, dagli artificj con cui ritenne a Fontarabia il marchese di Dorset cogl'Inglesi, in modo di fare in suo favore una potente diversione[301]. Quando finalmente il regno di Navarra fu perduto, questo stesso rovescio lasciò la libertà a Lodovico XII di far riprendere alla sua armata la strada della Lombardia; e nel principio del 1513 cercò con nuove negoziazioni di sciogliere la lega che gli aveva tolto il Milanese, e di procurarsi in Italia nuovi alleati.

[301] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 23. — Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXX, c. XI, p. 317. — Mém. du chev. Bayard, ch. LVI, p. 329-339. — Mémoir. de Fleuranges, p. 106-116. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 404. — Hume's history of England, ch. XXVII, t. V, p. 115._

La lega trovavasi di già talmente divisa da opposti interessi, che in certo modo Lodovico XII era padrone di scegliere a suo piacimento i suoi nuovi alleati. Ferdinando, che in ogni sua azione coprivasi sempre ipocritamente col manto della religione, gli aveva mandati in Francia due monaci per trattare con lui, proponendogli o una pace generale, o una parziale alleanza; ma perchè la prima proposizione di Ferdinando richiedeva che Lodovico XII abbandonasse la Navarra, questi rispose che l'onor suo voleva che soccorresse un re che si era gettato nel pericolo soltanto per attaccamento verso di lui[302]. Dall'altro canto la regina Anna di Bretagna aveva fatto fare delle aperture di negoziazione al cardinale di Gurck, che erano state accettate; e Massimiliano aveva in cambio fatto proporre a Lodovico di unire in matrimonio il suo piccolo nipote, l'arciduca Carlo, colla seconda figlia del re, purchè questa gli portasse in dote i diritti della Francia sul Milanese e sui regno di Napoli. Chiedeva inoltre che la giovane principessa si mandasse immediatamente alla corte imperiale per essere colà educata fino all'epoca del matrimonio, e che il re secondasse Massimiliano nel suo progetto di ruinare affatto i Veneziani[303]. La regina Anna non volle acconsentire alla separazione di sua figlia, ed i consiglieri di Lodovico XII lo dissuasero dal contrarre alleanza con un imperatore, che non era mai di buona fede nelle sue promesse, e che, quand'anche lo fosse, e quand'anche avesse perdonate alla Francia le diciassette offese che diceva avere da questa ricevute, si poneva sempre nell'impossibilità di soddisfare ai suoi impegni[304].

[302] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 27. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 405._

[303] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 27. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 405._

[304] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 29._

Lodovico XII non ignorava le funeste conseguenze della sua malintelligenza cogli Svizzeri, ed ardentemente desiderava di riconciliarsi, ma questa negoziazione presentava maggiori difficoltà che non le altre. Sapeva essere stato sottoscritto un trattato tra gli ambasciatori svizzeri e Massimiliano Sforza, in forza del quale la confederazione prendeva sotto la sua protezione la casa Sforza, permettendole di levare per la difesa del Milanese quante truppe le piacesse; ed il duca prometteva cento cinquanta mila ducati nell'atto di entrare in possesso de' suoi stati, e per venticinque anni quaranta mila ducati all'anno. Lodovico caldamente desiderava di fare in modo che la dieta non ratificasse questo trattato, lo che non era fin allora accaduto. Soltanto per ottenere che i suoi ambasciatori potessero presentarsi a questa dieta, cedette agli Svizzeri le fortezze di Lugano e di Locarno: ed a tale condizione il signore de la Tremouille ebbe la licenza di portarsi a Lucerna, ov'era adunata l'assemblea. Vi si recò nello stesso tempo ancora Gian Giacopo Trivulzio, sotto pretesto di trattarvi alcuni suoi particolari interessi; ma subito gli Svizzeri gli proibirono di comunicare con la Tremouille, ed alla presenza dell'uno e dell'altro ratificarono la convenzione conchiusa collo Sforza, e ricusarono al re di Francia ogni leva di soldati, ed ogni altra domanda[305].

[305] _Fr. Guicciardini, l. XI, p. 28. — Fr. Belcarii, l. XIV, p. 406._

Nello stesso tempo Lodovico XII avea preso a negoziare coi Veneziani col mezzo del Trivulzio e di Andrea Gritti, che trovavasi tuttavia prigioniere dopo la battaglia di Ghiara d'Adda, e che il re aveva fatto venire alla sua corte. Ma sebbene queste pratiche si continuassero segretamente, Massimiliano n'ebbe qualche sentore, e per romperle si mostrò disposto a recedere dalle sue pretese, rinunciando alla restituzione di Vicenza. Risposero i Veneziani al cardinale di Gurck, che non tratterebbero, se non a condizione che fosse loro restituita Verona, senza la quale città il loro territorio si trovava diviso in due parti; soltanto offrirono in compenso all'imperatore d'accrescere il tributo loro domandato. Il che non avendo potuto essi ottenere, sottoscrissero col segretario del Trivulzio, mandato segretamente a Venezia, un trattato d'alleanza colla Francia. Servì di base a questo nuovo trattato quello del 1499 tra le due medesime potenze, in forza del quale davansi ai Veneziani Cremona e la Ghiara d'Adda[306], e a Lodovico XII tutto il restante del ducato di Milano.

[306] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 29._

Il segretario del Trivulzio, che aveva redatto questo trattato per la Francia, aveva fatta l'espressa riserva, che terrebbesi come non avvenuto, qualunque volta non fosse dal re ratificato entro un determinato tempo. Perciò fin allora nulla era conchiuso, e ciascuno tirava avanti nelle sue contraddittorie negoziazioni. Lodovico XII aveva mandato a Massimiliano il signore d'Asparoth, fratello di Lautrec, per continuare le negoziazioni relative alle proposizioni del matrimonio di madama Renata di Francia. Dall'altro canto Ferdinando confortava caldamente Massimiliano a cedere Verona ai Veneziani e ad accettare invece dugento cinquanta mila ducati d'investitura, e cinquanta mila di annuo censo. Gli proponeva di adoperare questo danaro per portare la guerra in Borgogna, e prendersi larghi compensi in Francia alle conquiste che abbandonava in Italia. Egli aveva impegnato il cardinale di Gurck, ch'era perfettamente entrato nelle sue viste, a recarsi in Germania per appoggiarle, e lo aveva fatto accompagnare da don Pedro di Urrea, suo ambasciatore, e dal conte di Cariati, suo ministro presso la repubblica di Venezia. Per dare più largo tempo a tutte queste negoziazioni, si stipulò una tregua a tutto marzo tra i Tedeschi ed i Veneziani[307].

[307] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 30._