Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)

Part 15

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Soltanto in una cosa i confederati sembravano consentire, cioè nell'abusare della superiorità delle loro forze contro la repubblica fiorentina. Eppure questa non aveva offeso veruno di loro; non aveva mancato a nessuno de' suoi obblighi, ed altri soccorsi non aveva dati al re di Francia che quelli cui erasi obbligata con un trattato negoziato di concerto con Ferdinando il Cattolico: altronde ella si era scrupolosamente confermata, con tutte le altre potenze, ai doveri di buon vicinato; ai soldati fuggitivi dell'armata rotta a Ravenna aveva accordato un asilo, invano da' medesimi cercato negli stati del papa. Vero è che la di lei politica era stata timida e vacillante. Per timore d'attirare sopra di sè l'attenzione delle altre potenze e di compromettersi, non erasi unita con tutte le sue forze ai Francesi; non gli aveva nè pure abbandonati, accettando le proposizioni del re d'Arragona, nè aveva cercato di far rispettare la sua neutralità ponendosi in istato di difesa. Erasi conservata neutrale senza che veruno gli sapesse buon grado della sua neutralità. Ma la sorte d'uno stato debole il più delle volte è affatto indipendente dai suoi prudenti o mal accorti consiglj; il risentimento di Giulio II, le pratiche dei Medici e la cupidigia dei generali influirono assai più nella ruina di Firenze, che la politica del Soderini.

Il papa e l'imperatore, facendo sentire alla repubblica il loro scontento, parvero offrirle sì l'uno che l'altro una via per sottrarsi al turbine. Il papa le mandò in luglio il suo Datario per chiederle di deporre il Soderini, d'unirsi alla santa lega contro i Francesi, e di richiamare tutti gli esiliati, offrendole a tale prezzo di ridonarle la sua amicizia. Dopo tre giorni di deliberazioni, i consiglj di Firenze ricusarono di assoggettarsi a queste condizioni[270]. D'altra parte Matteo Lang, vescovo di Gurck, e segretario di Massimiliano, che veniva a rappresentare il suo padrone in un congresso delle potenze della lega convocato a Mantova, offeriva ai Fiorentini di prenderli sotto la protezione imperiale mercè una contribuzione di quaranta mila fiorini; ma conoscendo questi quanto potevano fare poco fondamento sulle promesse dell'imperatore, non seppero risolversi a privarsi del loro danaro per acquistare una così debole garanzia[271].

[270] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 303._

[271] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 6. — Jac. Nardi, l. V, p. 246. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 304._

Frattanto i Fiorentini spedirono il giureconsulto Vittore Soderini, fratello del gonfaloniere, alla dieta di Mantova per difendere i loro interessi, e farli comprendere nella universale pacificazione. Giuliano de' Medici, il terzo de' figliuoli del magnifico Lorenzo, si presentò alla stessa dieta, per domandare il ristabilimento della sua famiglia in Firenze. Il suo esilio, e tutte le sue sventure, egli disse, erano l'opera de' Francesi; non potevasi perciò dubitare dell'attaccamento della casa Medici al partito dell'imperatore e della Spagna, nè per conseguenza di quello dei democratici fiorentini ai Francesi; e se le armate della lega abbisognavano di danaro, i Medici ne saprebbero ragunare a Firenze assai più per compiacere i loro amici, che non poteva offrirne il partito popolare per calmare i suoi nemici. In fatti il danaro era il solo convincente argomento sullo spirito degli alleati. Raimondo di Cardone trovavasene affatto sprovveduto; aveva fatto avanzare l'armata spagnuola fino a Bologna, ma questa ricusava di andare più in là se non era pagata. Massimiliano desiderava che entrasse in Lombardia per contenere gli Svizzeri e spaventare i Veneziani; ed ambidue avrebbero preferito il danaro contante de' Fiorentini alle lontane promesse dei Medici. Si fece di nuovo sentire a Gian Vittore Soderini, che per quaranta mila fiorini poteva salvare la repubblica; ma invece di appigliarsi rapidamente a questo partito, egli si credette obbligato a giustificare la sua patria, a provare che nulla doveva, e che non aveva commesso verun fallo: si lasciò fuggire l'occasione, e la dieta risolse di far marciare l'armata spagnuola ed il cardinale de' Medici, legato di Toscana, sopra Firenze, per mutarne il governo[272].

[272] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 8. — Jac. Nardi, l. V, p. 247. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 142. — Comm. di Filippo de' Nerli de' fatti civili di Firenze, l. V, p. 107._

Una mal intesa economia, ed il timore di richiamare sopra di loro l'attenzione de' vicini, avevano impedito ai Fiorentini d'armarsi nel momento in cui le violenti convulsioni che provava l'Italia ne faceva loro un dovere di prudenza. Essi avevano somministrati trecento uomini d'armi al re di Francia, parte de' quali trovavansi in allora chiusi in Brescia, mentre gli altri, svaligiati dai Veneziani, tornavano scoraggiati, e perciò soli dugento allora ne rimanevano loro, i di cui capi non avevano veruna riputazione. Le milizie dell'ordinanza non avevano nè disciplina, nè pratica di guerra, nè confidenza in sè medesime. Si erano sollecitamente assoldate alcune migliaja di fanti stranieri; ma perchè non si aveva avuto tempo di sceglierli, non potevano stare a fronte di quelli de' Veneziani o del papa, meno ancora dei Tedeschi e degli Spagnuoli[273].

[273] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI; p. 9. — Comm. del Nerli, l. V, p. 107._

Nè le forze con cui il vicerè don Raimondo di Cardone andava ad attaccare i Fiorentini erano molto ragguardevoli. Egli non aveva che dugento uomini d'armi, due cannoni presi a Bologna e veruno degli equipaggi necessarj ad un'armata. Ma il Cardone contava nella sua cinque mila di quegli Spagnuoli che avevano così ostinatamente combattuto a Ravenna, e dopo avere distrutta una considerabile parte della fanteria tedesca e francese, eransi gloriosamente ritirati senza cedere alle cariche ripetute di tutta la cavalleria vittoriosa. Nell'attraversare gli Appennini con questa piccola armata il vicerè non trovò verun ostacolo[274]: giunto a Barberino, lontano quindici miglia da Firenze, mandò a dichiarare ai Fiorentini, che non era intenzione sua, nè della lega, d'attaccare le loro proprietà, le loro leggi o la loro libertà; che non domandava che due cose, l'allontanamento dei gonfaloniere Soderini, ch'era sospetto a tutti i confederati, e l'accettazione de' Medici in Firenze, non come principi, ma come semplici cittadini[275].

[274] Il Macchiavelli era stato spedito il 20 agosto a Firenzuola per chiudergli la strada, ma giunse troppo tardi, e non aveva quanta gente bastava per occupare il passo dello _Stale_; più addietro le montagne non avevano gole suscettibili di difesa. _Lettere di Macchiavelli, di Francesco Zati, di Baldassare Carducci e di Francesco Tosinghi del 21, 22 e 23 agosto del 1512. Legazioni, t. VII, p. 431-438._

[275] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 10. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 144. — Jac. Nardi Hist. Flor., l. V, p. 248._

Il gonfaloniere in tempo della sua amministrazione aveva date frequenti testimonianze della moderazione del suo carattere e del suo amore per la libertà; ma non aveva egualmente fissata la stessa opinione rispetto a quella risolutezza e fermezza di carattere, che nelle difficili circostanze sono necessarie ai capi dello stato. Adunò il gran consiglio per fargli parte delle domande de' nemici, e dichiarò, che lungi dal volere che per la sua difesa si esponesse la repubblica, era apparecchiato non solo a sagrificare la sua dignità, ma la libertà e la vita per la salvezza della medesima: invitò soltanto i suoi concittadini a considerare, se potrebbero contenere sotto l'autorità delle leggi i Medici ricondotti in Firenze da un'armata straniera; e nel supposto che ne conoscessero l'impossibilità, li supplicò a non risparmiare nè le loro sostanze, nè il sangue de' soldati, nè quello de' cittadini, per salvare la loro libertà, il più prezioso di tutti i beni. «Niuno di voi si persuada, aggiunse egli, che i Medici siano adesso per governare come avanti la loro cacciata. Allora erano essi stati allevati in mezzo di noi, come cittadini, in privata condizione; grandissime erano le loro ricchezze, niuno gli aveva offesi, ed essi contavano sull'universale benevolenza. Essi associavano ai loro consiglj i principali cittadini, e lungi dal volere far pompa della loro potenza, si sforzavano di coprirla sotto il manto delle leggi. Ma oggi che da tanti anni vivono fuori di Firenze, che contrassero nuove straniere costumanze, che mal conoscono quelle della nostra patria, che d'altro non si ricordano che dell'esilio e dei rigori contro di loro esercitati, oggi che la personale loro ricchezza è distrutta, che sentonsi offesi da tante famiglie, che sanno che la maggior parte, e quasi la totalità della nazione, ha in orrore la tirannide, più non potranno fidarsi ad alcuno. La povertà ed il sospetto li renderanno proclivi a tutto riferire a sè medesimi, a sostituire in ogni cosa la forza e le armi alla benevolenza ed all'amore, di modo che questa città si troverà in breve tempo ridotta alla condizione di Bologna ne' tempi de' Bentivoglio, a quella di Siena o di Perugia. Ho voluto richiamare tutte queste cose a coloro che danno così smisurate lodi al governo di Lorenzo de' Medici: era ancora quella una tirannide, ma più dolce assai di tutte le altre; ed a petto di quella che ci viene minacciata, sarebbe un'età dell'oro. Oramai s'aspetta a voi il risolvere con prudenza, mentre che le mie parti saranno o di rinunciare con costanza e con gioja a questa magistratura, o se voi giudicate altrimenti, di coraggiosamente provvedere alla conservazione ed alla difesa della vostra patria[276].»

[276] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 11._ — Filippo de' Nerli, presente al consiglio quando il gonfaloniere tenne questo discorso, dice che il Guicciardini lo riferì con molta eleganza. _Comm. l. V, p. 108._ Non si deve dunque risguardare come un'invenzione dello storico. — _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 305._

L'inquietudine che cagionava l'avvicinamento dell'armata spagnuola, e più ancora lo stato ostile di tutta l'Europa, disponeva tutti i cittadini a porgere orecchio alle moderate proposizioni fatte dal vicerè; ma quando si fecero a riflettere allo stato in cui troverebbesi la repubblica, perdendo il suo capo appunto nell'istante medesimo in cui la città sarebbe obbligata di ricevere entro le sue mura ambiziosi esiliati, che ravviverebbero le pretese di tutto un partito; quando pensarono che l'armata nemica, introdotta dai Medici nel seno della loro patria, sarebbe sempre ai loro ordini per ischiacciare ogni libertà; che gli stranieri desideravano il consolidamento della tirannide, affinchè desse ai nuovi principi il diritto di levare più ampie contribuzioni, ed in appresso di prodigar loro i tesori de' Fiorentini, tutti i Fiorentini sentirono un'eguale avversione per le proposizioni del vicerè. Il grande consiglio si divise in sedici sezioni, sotto la presidenza di sedici gonfalonieri di compagnia, e dopo una lunga deliberazione tutte le sezioni unanimamente dichiararono che acconsentirebbero al ritorno de' Medici, purchè soltanto il gonfaloniere rimanesse alla testa dello stato, e che non si facesse mutazione nel loro governo o nelle loro leggi[277].

[277] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 12. — Istor. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 306. — Comm. di Ser Filippo de' Nerli, l. V, p. 108. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 306._

Frattanto il vicerè era giunto sotto Prato: i Fiorentini avevano posto in quella città il condottiere Luca Savelli, che invecchiando tra le armi non vi aveva acquistata nè esperienza, nè riputazione; egli aveva sotto il suo comando cento uomini d'armi di quegli svaligiati in Lombardia, e due mila fanti quasi tutti presi nell'ordinanza o milizie di campagna. Non si aveva avuto tempo di provvedere la città di munizioni di bocca, e di artiglieria; ma non pertanto credevasi in istato di sostenere l'attacco degli Spagnuoli, e di fare una vigorosa resistenza. Il Cardone giunse in faccia alla porta di Mercatale, e cercò di sfondarla colla sua artiglieria, o di atterrare la vicina muraglia; ma da questo lato le fortificazioni si trovavano in buono stato, e dopo poche ore gli assalitori cessarono di far fuoco, riconoscendone l'inutilità[278].

[278] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 13. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. V, p. 248. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 399. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 306._

Il vicerè non era totalmente persuaso che fosse vantaggioso al suo re il ristabilimento dei Medici a Firenze; onde il suo principale oggetto era quello di atterrire i Fiorentini, per ridurli al pagamento di una contribuzione: offrì dunque nuovamente di trattare, ma a condizione che fossero somministrate le vittovaglie alla sua armata, finchè continuerebbero le negoziazioni, perchè la campagna era deserta, ed i contadini avevano trasportati i raccolti nelle terre murate. O sia che in quest'occasione il gonfaloniere si rendesse più ardito che non comportava l'abituale suo carattere, lusingandosi che la mancanza dei viveri forzasse quest'armata a ritirarsi, o sia che avesse malamente provveduto al trasporto delle vittovaglie al campo spagnuolo, il fatto sta che gli Spagnuoli cominciarono bentosto a provare la fame, e i soldati impazienti di soffrire ricominciarono i loro attacchi contro Prato, ov'erano certi di trovare abbondanti viveri. Nella notte del 29 al 30 cambiarono gli alloggiamenti e vennero ad accamparsi innanzi alla porta del Serraglio, ove aggiustarono di nuovo i loro due cannoni in batteria. Nelle prime scariche uno si ruppe, e continuarono a battere le mura con un solo. In poche ore vi fecero una breccia larga venti piedi, molto alta dal suolo, ma alla quale per altro un rialto di terra attiguo al muro ne agevolava l'ingresso. Alcuni soldati spagnuoli salirono su quest'apertura, ed uccisero due fanti che vi stavano di guardia; ciò bastò per atterrire tutti gli altri; e sebbene vi fosse al di là del muro un corpo di fucilieri e di uomini armati di picche, i quali avrebbero potuto difenderlo con estrema facilità, non appena videro gli Spagnuoli sulla breccia, che cominciarono tutti a fuggire.

I vincitori, sorpresi da tanta viltà, entrarono in Prato da ogni banda, e fecero bentosto sentire ai fuggitivi quanto la paura sia peggiore consigliere che il coraggio. Appena qualche centinajo di loro sarebbero periti sostenendo anche il più sanguinoso assalto, mentre la fuga li diede quasi tutti in preda alla morte senza difesa. In quest'occasione gli Spagnuoli vinsero di lunga mano in crudeltà gli oppugnatori di Brescia e di Ravenna. La maggior parte degli storici porta a cinque mila il numero di coloro che senza combattere, senza difendersi, senza avere provocato, furono inumanamente uccisi: tutte le case, tutte le chiese vennero saccheggiate con eccessivo rigore; e gli abitanti, spogliati d'ogni cosa, furono inoltre assoggettati ad orrende torture, onde i loro amici e parenti, mossi a compassione, si ridussero a redimerli. Soltanto la cattedrale, dove si erano rifugiate molte donne, fu sottratta a questi orrori da una salvaguardia che aveva per quella chiesa ottenuta il cardinale de' Medici[279].

[279] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 14. — Jac. Nardi, l. V, p. 250. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 306. — Comment. di Filippo de' Nerli, l. V, p. 109. — Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXX, c. XIV, p. 321. — P. Giovio vita di Leon X, l. II, p. 144._

La notizia della presa e dell'uccisione di Prato empì Firenze di spavento e di costernazione. Stavano adunati in città sedici mila uomini dell'ordinanza; ma i loro compagni avevano data una tale prova di viltà, che non potevasi riporre in loro la più leggiere speranza. La grande maggiorità de' cittadini non desiderava un cambiamento, ma mancava d'ogni coraggio militare; non si sentiva abbastanza forte per respingere il nemico, e non voleva esporre la capitale alle sciagure di Prato. Il vicerè non aveva rotta ogni negoziazione; ma essendosi sottratto al bisogno, ed avendo trovati in Prato danari e viveri in abbondanza, aveva ingrandite assai le sue pretese, e non chiedeva meno di cento cinquanta mila fiorini. Tutta la città trovavasi in uno stato di terribile fermento; la signoria era scoraggiata e lo stesso gonfaloniere, che più non dissimulava il suo terrore, aveva offerto di abdicare[280].

[280] _Jac. Nardi, l. V, p. 252._

In questi frangenti, venticinque in trenta giovani delle più illustri e ricche famiglie di Firenze, che da lungo tempo avevano costume di adunarsi negli orti, diventati per essi famosi, di Bernardo Rucellai, onde intrattenervisi intorno alle cose delle lettere e delle arti, risolsero di procedere essi medesimi a mutare il governo; o perchè risguardassero l'intera libertà de' loro antenati come contraria al loro gusto per la poesia e pei godimenti del lusso, o perchè, giudicando necessario di cedere dolcemente alla burrasca, volessero, dirigendo essi la rivoluzione, salvare il gonfaloniere. Essi erano ben persuasi, che, se non venivano assecondati dai loro concittadini, non troverebbero neppure presso di loro opposizione. Erano alla loro testa Bartolommeo Valori, che aveva sposata la nipote del Soderini, e che veniva da lui risguardato come suo genero, Paolo Vettori, Anton Francesco degli Albizzi, i Rucellai, Capponi, Tornabuoni e Vespucci, che quasi tutti avevano strette relazioni colla famiglia del Soderini e co' suoi aderenti[281].

[281] Stando alle lettere di Francesco Vettori al Macchiavelli, pare che lo scopo principale di suo fratello Paolo, fosse di giovare al gonfaloniere, e di salvargli la vita. _Lettere famigliari del Macchiavelli, t. VII, lett. 16, p. 41. — Jac. Nardi, l. V, p. 253. — Fil. de' Nerli, l. V, p. 107._

I giovani congiurati, che pochi mesi prima avevano avute segrete corrispondenze con Giulio de' Medici, entrarono nel palazzo pubblico la mattina del 31 agosto all'indomani della presa di Prato. Arrivarono senza incontrare resistenza fino all'appartamento del gonfaloniere, che non aveva presa veruna misura per difendersi, e che si abbandonava alla sorte. Lo minacciarono di morte se non usciva subito di palazzo, e per lo contrario promisero di salvarlo, se prestavasi ai loro desiderj. Tutta la città erasi posta in movimento alla notizia di cotale intrapresa; ma ne' diversi attruppamenti, che si andavano formando nelle strade, udivansi pochissime voci accusare il gonfaloniere, e niuno eravi che ardisse prenderne le difese. I congiurati trassero il gonfaloniere nella casa di Paolo Vettori, posta sul lung'Arno, ove lo tennero quella notte. Nello stesso tempo fecero adunare la signoria, i collegj, i capitani di parte guelfa, i decemviri della libertà, gli otto della balìa, ed i conservatori delle leggi. Domandarono a quest'assemblea di deporre il gonfaloniere; tuttavolta di quasi settanta membri presenti, nove soli votarono per la deposizione del Soderini. Francesco Vettori allora prese a dire ad alta voce: «concittadini! coloro che oggi credono salvare il gonfaloniere, votando a suo favore, rendono sicura la sua perdita, perchè i suoi nemici lo uccideranno se non possono farlo deporre.» Questa minaccia ottenne il desiderato effetto, ed il Soderini fu legalmente privato della sua dignità; fu poi fatto partire di notte per la strada di Siena alla volta di Roma, ma avendo egli udito per istrada che il papa aveva fatti confiscare i suoi beni, piegò subito verso Ancona di dove passò a Ragusi[282].

[282] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 15. — Istor. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 309. — Jac. Nardi, l. V, p. 253. — Filippo de' Nerli, l. V, p. 109. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 307. — P. Giovio vita di Leon X, l. II, p. 146._

Furono all'istante mandati ambasciatori al vicerè, per avvisarlo che la repubblica si era uniformata ai voto da lui espresso, e per conoscere quali fossero le sue intenzioni. Il Cardone prima di tutto chiese danaro: volle ottanta mila fiorini per l'armata spagnuola, quaranta mila per l'imperatore, venti mila per sè, e volle che Firenze per pegno del suo attaccamento alla santa lega prendesse al suo soldo il marchese della Palude, e lo ricevesse entro le sue mura con dugento uomini d'armi spagnuoli. Rispetto ai Medici chiese soltanto che fossero ricevuti nella patria loro come cittadini, ed avessero la facoltà di riacquistare i loro beni ch'erano stati confiscati; di modo che sembrava lasciar la speranza di conservare l'antica libertà[283].

[283] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 311. — P. Giovio vita di Leon X, l. II, p. 147. — Jac. Nardi, l. V, p. 254. — Comment. di Filippo de' Nerli, l. V, p. 110. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 311._

I Fiorentini e gli stessi capi della rivoluzione accolsero avidamente questa speranza, e trovarono nel dolce e conciliante carattere di Giuliano de' Medici molta condiscendenza per una nuova sistemazione, che pareva soddisfare tutti i partiti. Giuliano, senz'aspettare che una sentenza de' magistrati annullasse la sua precedente condanna, era entrato in città il 2 di settembre, ed aveva preso alloggio nella casa degli Albizzi, in allora i più caldi suoi partigiani, sebbene i loro antenati fossero stati per molto tempo i rivali della sua famiglia. Una nuova legge, fatta di suo consenso, venne presentata al gran consiglio il 7 di settembre per modificare la democrazia senza affatto distruggerla. Le funzioni di gonfaloniere, invece di essere perpetue, venivano ridotte ad un anno; il gran consiglio doveva essere rimpiazzato da una balìa, incaricata della maggior parte delle elezioni; ma questo consiglio, di cui si ristringevano le attribuzioni, non era per altro soppresso: finalmente Giambattista Ridolfi veniva proposto ai suffragj de' concittadini per essere sostituito al Soderini. La legge fu sanzionata dal gran consiglio, e di mille cinquecento suffragj, il Ridolfi ne riunì a suo favore mille cento tre. Era prossimo parente dei Medici; ma durante l'amministrazione del Savonarola erasi mostrato zelante per la libertà e per lo stato popolare, ed i suoi concittadini apprezzavano la sua prudenza e la sua fermezza[284].

[284] _Jac. Nardi, l. VI, p. 259. — Comment. di ser Filip. de' Nerli, l. VI, p. 112._

I più zelanti partigiani de' Medici non erano soddisfatti di tanti riguardi, avendo sperata una più compiuta rivoluzione; e finchè non era affatto soppresso il gran consiglio, finchè un amico della libertà era capo del governo, temevano sempre che il partito che godeva il favore del popolo non riacquistasse la primiera autorità, tostochè si fosse allontanata l'armata spagnuola, e forse non procedesse di nuovo all'esilio dei Medici. Si addirizzarono al cardinale Giovanni, e gli esposero i pericoli della soverchia condiscendenza di suo fratello Giuliano. Lo trovarono apparecchiato a spingere più in là i suoi vantaggi, approfittando per compiere la rivoluzione della permanenza in Toscana dell'armata spagnuola. Fin allora il cardinale erasi trattenuto a Prato, al quartiere generale degli spagnuoli: all'ultimo fece il suo ingresso in Firenze il 14 di settembre; ma invece di presentarsi, nella sua qualità di legato della Toscana, con un corteggio di preti e di cittadini, volle avere un accompagnamento tutto militare, e lo compose di uomini d'armi e di fanti spagnuoli e bolognesi. Andò a smontare al palazzo de' Medici, ove ricevette le visite de' principali cittadini dello stato; e soltanto due giorni dopo recossi al palazzo pubblico cogli ambasciatori del papa e del vicerè, per visitare la signoria[285].

[285] _Comment. del Nerli, l. VI, p. 114. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 324._