Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)
Part 14
Giulio II non aveva abbandonato il suo progetto di liberare Genova, sua patria; ed incaricò dell'esecuzione di tale progetto Giano Fregoso, che in allora stava al soldo de' Veneziani. Ma ricordandosi i Genovesi troppo vivamente de' mali sofferti a cagione della loro ultima ribellione contro la Francia, erano intenzionati di non fare verun movimento, ed inoltre dichiararono al loro governatore, Francesco della Rochechouart, che lo seconderebbero con tutte le loro forze. Questi per altro sapeva troppo bene quanto per le sue vessazioni si fosse renduto odioso, onde volersi fidare sulle loro promesse. Quando intese che Giano Fregoso s'avvicinava, rifugiossi nella fortezza della Lanterna colla sua guardia, e non volle uscirne, malgrado le più calde istanze de' Genovesi. La città si tenne tre giorni senza governo fino alla venuta di Giano Fregoso, che il 29 di giugno del 1512 fu finalmente nominato doge per acclamazione. L'indipendenza della repubblica venne riconosciuta dagli alleati, mediante il pagamento di dodici mila ducati fatto nelle mani del cardinale di Sion per conto degli Svizzeri; ed il nuovo doge Fregoso s'affrettò d'assediare le due fortezze occupate dai Francesi. Quella del Castelletto capitolò dopo otto giorni, ma quella della Lanterna tenne ancora molto tempo[256].
[256] _Ubertus Folieta, Genuen. Hist., l. XII, p. 708, 709. — P. Bizarri Sen. Pop. q. Gen. Hist., l. XVIII, p. 432._
Il cardinale di Sion, il quale dal pontefice era stato nominato legato presso l'armata alleata, prendeva possesso di tutte le città della Lombardia a profitto della santa lega, ed il figlio di Lodovico il Moro, Massimiliano Sforza, che era proclamato duca di Milano, e sotto il di cui nome ottenevansi tali vittorie, vedevasi taglieggiato o tradito da tutti i suoi pretesi alleati; sorte altrettanto giusta quanto inevitabile d'ogni sovrano, che, per risalire sul trono, adopera armi straniere, e vuole regnare a prezzo di tutte le sciagure del suo paese. Gli Svizzeri opprimevano i suoi sudditi con ruinose contribuzioni; avevano imposta a Milano una taglia di sessanta mila ducati, di quaranta mila a Pavia, di trenta mila a Lodi, di venti mila a Parma e d'altrettanti a Piacenza[257]. Era appena terminata la dieta di Zurigo, che nuovi corpi di truppe svizzere avevano valicate le montagne, non per soccorrere i loro compatriotti, che non ne abbisognavano, ma per dividere con loro le spoglie della Lombardia. Non contenti delle contribuzioni, occuparono la città di Locarno ed il suo territorio; i Grigioni, Chiavenna e la Valtellina; ed il papa, con un'assai più patente violazione de' diritti del suo alleato, riunì alla Chiesa Parma e Piacenza coi loro territorj, sotto pretesto che queste città, che avevano volontariamente aperte le loro porte alla sua armata, avevano appartenuto in altri tempi all'esarcato di Ravenna, accordato da Carlo Magno alla Chiesa; di modo che il diritto della santa sede alla loro sovranità era di lunga mano anteriore alle pretese degl'imperatori tedeschi ed alla fondazione del ducato di Milano[258].
[257] _P. Bembi Hist. Ven., l. XII, p. 281._ Esprime sempre le somme in lingua classica, in lire d'oro per cento ducati.
[258] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 603. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 394. — Gio. Cambi Ist. Fior., l. XXI, p. 297. — P. Giovio Vita di Leon X, t. II, p. 141._
CAPITOLO CX.
_Sommissione del duca di Ferrara al papa, e sua fuga da Roma. Ingresso degli Spagnuoli in Toscana; sacco di Prato; deposizione del Soderini; richiamo dei Medici al governo di Firenze. Discordie tra i confederati della santa lega; nuove negoziazioni; morte di Giulio II._
1512 = 1513.
Quando osserviamo atti di ferocia, ingiuste e vergognose violenze, macchiare le rivoluzioni colle quali i popoli servi tentarono di ricuperare la propria indipendenza, ci sentiamo spesse volte inclinati a supporre in queste nazioni un odio profondo, inveterato, implacabile contro i loro oppressori, a credere che l'abbiano saputo dissimulare finchè non si era presentata loro l'opportunità di scuotere il giogo, e che al presentarsi di favorevole occasione gli dessero libero sfogo. Sebbene l'odio, o lo spirito di vendetta annoverare non si possano tra i nobili sentimenti dell'uomo, una tal quale involontaria ammirazione si attacca a tutti i vigorosi affetti; la sola loro intensità eccita una specie di simpatia, e sonosi veduti talvolta uomini umani e filosofi scusare, e predicare perfino, quelle vendette popolari che loro sembravano acconce a ravvivare l'energia degli oppressi.
Per altro facevano quasi sempre soverchio onore ad una malvagia azione, attribuendola ad un nobile motivo. La ferocia de' popoli è d'ordinario il sintomo della viltà e della debolezza. L'odio che si manifesta con una così violente esplosione, nasce per l'ordinario solamente nell'istante in cui non si corre verun pericolo nel soddisfarlo. La è una delle cattive inclinazioni della natura, un'inclinazione che si manifesta in ogni occasione negli animali, ne' fanciulli e nel popolo ignorante, quella d'attaccare colui che sembra incapace di difendersi. I timidi uccelli opprimono col becco il compagno ammalato; i cani inseguono con furore l'uomo o l'animale che fugge; i fanciulli insultano l'idiota, lo scemo, che loro dovrebbe ispirare compassione; e la bassa plebe oltraggia con ogni specie d'insulti lo sciagurato esposto alla berlina, quantunque talvolta non ne conosca il delitto. Tostocchè le viene indicata come oggetto della sua collera una setta, un partito, una nazione, la plebe, senza esaminare i loro torti, senza neppure intenderne il nome, s'irrita, si agita e si porta agli estremi oltraggi, ai più sfrenati atti di ferocia, sebbene niun ragionevole motivo abbia potuto eccitare il suo risentimento. A stento un'armata che fugge può sottrarsi alla persecuzione di que' medesimi contadini, che prima della battaglia facevano voti perchè fosse vittoriosa.
I Francesi erano obbligati ad evacuare l'Italia; ognuno credette d'avere contro questi spossessati padroni i più legittimi motivi di malcontento, perchè ognuno volle far uso di tutto il potere che momentaneamente aveva, e perchè, esaltato dall'emozione che sempre comunica la moltitudine, suppose essere un suo proprio sentimento l'effetto delle grida e delle ingiurie che risuonavano alle sue orecchie. Pochi giorni prima l'armata spagnuolo-pontificia era stata sconfitta nella battaglia di Ravenna, ed i fuggitivi, attraversando di nuovo lo stesso stato del papa, erano stati spogliati, maltrattati, uccisi; gl'Italiani dai loro compatriotti, gli Spagnuoli da uomini, che ancora non avevano avuto tempo d'essere da loro vessati. Qualunque volta i Tedeschi erano perdenti nella Marca Trivigiana o nel Friuli, lo scatenamento de' contadini di quelle contrade, che tanto avevano sofferto, era lo stesso contro di loro. Venne la volta loro anche pei Francesi, quando meno se l'aspettavano, e furono esposti come i loro rivali a tutti i furori del popolaccio.
Le quattro straniere nazioni, che in allora guerreggiavano in Italia, avevano tutte dato prova d'insaziabile cupidigia e di terribile ferocia. Gli Spagnuoli, i Tedeschi, gli Svizzeri, i Francesi, non potevano per questo rispetto vicendevolmente nulla rimproverarsi. Soltanto i Francesi non aggiugnevano all'avidità, comune a tutti, l'avarizia degli altri. Tutto quanto si erano fatto dare, od avevano preso, abusando della vittoria, tutto dispensavano in appresso con mano liberale; e dopo pochi giorni si trovavano così privi di danaro, come prima del saccheggio. Nel seguire la vittoria, nel sacco d'una città, nel primo stabilimento de' loro quartieri, pareva che la loro rabbia mai non potesse saziarsi di sangue, e l'arroganza loro non risparmiava chicchessia; ma pochi giorni, e talvolta poche ore bastavano, per istringere domestichezza cogli abitanti presso cui si erano alloggiati: la sociabilità, che così eminentemente li distingue, e che per essi è un bisogno e quasi un istinto, loro faceva bentosto cercare ciò che poteva ravvicinarli ai loro ospiti; desideravano di dissipare sulla fronte loro il mal umore che li rattristava; cercavano di rendere qualche piccoli servigj a coloro che avevano maltrattati; lavoravano con loro intorno alla capanna che doveva tener luogo della casa ch'essi avevano bruciata, e bevevano insieme con tutta la famiglia il vino che aveano rubato nelle di lei cantine. Comunque non conoscessero la lingua de' loro ospiti, pure discorrevano con loro e sapevano indovinare ciò che non poteano capire. Se spesse volte davano motivo di gelosia agli amanti, ai mariti, ai genitori, non era altrimenti colla brutalità d'inesorabili vincitori, ma colle officiose attenzioni d'una militare galanteria.
Gli Spagnuoli, sobrj, taciturni, alteri, vendicativi, non abusavano meno de' Francesi dell'istante della vittoria; non perchè fossero come questi esaltati dalla frenesia delle battaglie, ma perchè rispettavano ancora assai meno la vita degli uomini, e non erano in verun modo sensibili all'altrui dolore. Il soldato spagnuolo quale si era mostrato il primo giorno, tale mostravasi ancora in appresso in tutte le relazioni che potevansi formare con lui. Egli aveva spogliato per avarizia, e quest'avarizia non veniva mai meno, andando sempre egualmente in traccia e di nuovi guadagni e di nuovi risparmj, sebbene talvolta lo stesso uomo spendesse per orgoglio e per sembrare magnanimo in una clamorosa circostanza ciò che aveva con gran pena ammassato in più anni. Quest'orgoglio mai non gli permetteva d'ammettere un forastiere a veruna famigliarità con lui; sempre si manteneva alla stessa distanza dalla famiglia de' suoi ospiti, e sebbene il suo idioma si avvicinasse in modo all'italiano da potere senza troppo studio intendere e apparare quello degli abitanti, mai non lo adoperava che per alcune frasi di cerimonia, cui avvezzava i suoi ospiti; egli loro insegnava i riguardi dovuti ad un _senhor soldado_, ma non si abbassava a conversare con loro.
Gli Svizzeri ed i Tedeschi, senz'essere considerati come uno stesso popolo, avevano tali rapporti gli uni cogli altri, che gl'Italiani non potevano assegnare un distinto carattere a questi formidabili ospiti. Gli Svizzeri, superbi de' loro prosperi successi negli ultimi vent'anni, avevano un più insolente contegno. Non accostumati a riconoscere verun superiore, più difficilmente degli altri si assoggettavano alla disciplina; e non avendo da lungo tempo militato che come soldati mercenarj, altro fine non vedevano nella guerra che quello di guadagnare danaro; ed a questo fine frequentemente sagrificavano la loro fede ed il loro onore. Altronde le due nazioni erano, a gara l'una dell'altra, feroci rispetto ai vinti, avide ed insaziabili nel saccheggio, ed avare per conservare ciò che avevano acquistato. Ambedue si abbandonavano allo stesso genere d'intemperanza; ed il diritto d'ubbriacarsi loro sembrava il più alto premio della vittoria. Affatto indifferenti pei popoli coi quali vivevano, senza curarsi di conoscerne i costumi o le opinioni, gli Svizzeri ed i Tedeschi, dopo le loro orgie, si abbandonavano ad un indolente riposo: essi non tentavano nè meno di farsi intendere dai loro ospiti, lasciandoli dubitare che potessero, come gli altri uomini, pensare, amare, sentire.
Ravenna fu la prima città in cui i Francesi furono vittima di quell'odio popolare che improvvisamente scoppiava contro di loro. Vero è ch'essi l'avevano crudelmente provocata col saccheggiarla nell'istante in cui i di lei magistrati sottoscrivevano la capitolazione. Giulio Vitelli, vescovo di Città di Castello, che aveva comandato nella fortezza di Ravenna, vi s'avvicinò con un corpo di truppe, quando seppe che l'aveva abbandonata La Palisse. I Francesi offrirono ancor essi di capitolare, ed il vescovo accordò loro un'onorevole capitolazione; ma riserbavasi d'usare odiose rappresaglie per la violazione della precedente capitolazione. Non curandosi della sua parola, abbandonò al popolaccio i quattro principali ufficiali della guarnigione, e permise in onta del suo carattere di vescovo e di luogotenente del papa, che fossero sepolti vivi sotto i suoi occhi in una fossa colla sola testa fuori della terra, e che si lasciassero colà perire in un lungo e crudele supplicio[259].
[259] _P. Bembi Hist. Ven., l. XII, p. 279. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 390._
Nel tempo in cui i Francesi evacuavano la Lombardia, l'accanimento del popolo contro di loro si manifestò con eguale crudeltà. La feccia della plebaglia milanese trucidò tutti i soldati francesi ch'erano rimasti nelle loro caserme o ne' loro spedali dopo la partenza de' capi; attaccò in seguito le botteghe ed i magazzini de' mercanti francesi per saccheggiarle, e si dice che rimasero vittima del popolo furibondo mille cinquecento individui. Gli stessi orrori rinnovaronsi in Como subito dopo evacuata la città. I Francesi nella loro ritirata non potevano scostarsi dal grosso dell'armata; perciocchè tutti coloro che si disperdevano, e che più non erano in istato di difendersi, erano uccisi dai forsennati contadini; onde questa ritirata costò al loro esercito più soldati che una battaglia[260].
[260] _Murat. Ann. d'It., t. X, p. 86 ad an. 1512._
Credevano gl'Italiani che tanti oltraggi dovessero restar sempre impuniti: i Francesi altro omai non possedevano in Italia, che Brescia, Crema e Legnago, colle fortezze di Milano, di Novara, di Cremona e della Lanterna di Genova[261]. Altronde venivano occupati al di là dalle Alpi da una potente invasione. Mentre che l'ammiraglio Howard guastava le coste della Bretagna, il marchese di Dorset aveva, il 18 giugno, fatto uno sbarco nella Guipuscoa, ed avendo raggiunto Ferdinando con sei mila fanti inglesi, minacciava nello stesso tempo la Guienna e la Navarra. Non era presumibile che con tali nemici in su le braccia, Lodovico XII potesse, durante tutta la campagna, pensare alla Lombardia[262].
[261] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 4._
[262] _Rapin Thoyras, Hist. d'Anglet., t. XV, p. 45. — Rymer Acta publica, t. XIII, p. 326. — Hume's History, chap. XXVII, t. V, p. 114._
La sorte degli alleati della Francia non era diversa da quella de' soldati che si erano sbandati dall'armata. Il più esposto d'ogni altro era Alfonso d'Este, duca di Ferrara. Egli era stato perseguitato da Giulio II col più fiero accanimento; il suo stato trovavasi inondato da barbari soldati, esauste erano le forze, e perduta la speranza d'ogni esterno soccorso. In tale estremità egli si abbandonò all'amicizia ed alla riconoscenza di Fabrizio Colonna. Dopo aver fatto prigioniero questo generale nella battaglia di Ravenna, aveva costantemente ricusato di cederlo ai Francesi; per sottrarlo alle inchieste ed alle minacce di La Palisse l'aveva mandato a Ferrara, ed all'ultimo liberato senza taglia. Fabrizio chiamò in favore d'Alfonso tutta la sua potente famiglia, e persuase l'ambasciatore del re Cattolico ad intercedere per lui presso il papa, rappresentandogli che Alfonso era figliuolo d'una principessa d'Arragona[263]. Il marchese di Mantova interpose ancor esso i suoi buoni ufficj a di lui favore. Tanti intercessori chiedevano soltanto un salvacondotto pel duca di Ferrara, in forza del quale potesse andare a Roma a gettarsi ai piedi del papa per ottenere perdono. Fu accordato il salvacondotto, e l'ambasciatore d'Arragona con Fabrizio e Marc'Antonio Colonna guarentirono la libertà del duca.
[263] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 1. — P. Giovio Vita d'Alfonso, p. 90. — Jac. Nardi Hist. Flor., l. V, p. 241. — Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXX, c. XIII, p. 320._
Alfonso d'Este passò a Roma, apparecchiato a sottomettersi alle umiliazioni, nelle quali pareva omai soltanto riposta la conservazione della sua sovranità. Vi arrivò il 4 di luglio, ed il pontefice, contento di questo passo del duca, parve raddolcirsi verso di lui. Sospese le censure contro di lui pronunciate, ed acconsentì che gli fosse data l'assoluzione, non alle porte della Chiesa colla corda al collo, e dopo essere stato battuto con bacchette dal penitenziere, ma nel concistoro de' cardinali. Paride de Grassis, maestro delle cerimonie del papa, ne concertò con lui preventivamente le formalità, e convenne intorno a ciò che direbbe il duca, e che Paride scrisse in appresso nel suo giornale. «Beatissimo e clementissimo padre, gli disse Alfonso, gettandosi a' suoi piedi, io conosco veramente e confesso che ho peccato in molti intollerabili modi sia contro la divina Maestà, sia contro Vostra Santità, vicario di N. S. Gesù Cristo, e contro la santa sede apostolica; e ciò tanto più gravemente, che io stesso ed i miei antenati e fratelli ne avevamo ricevuti i più grandi beneficj; perciò mi trovo pieno di pentimento e di dolore per essermi renduto colpevole d'ingratitudine verso Vostra Santità, e per averle fatto ingiuria.» Dopo aver pronunciate queste parole doveva piangere e sparger lagrime, poi ripigliare così: «Per tal cagione io mi prostro supplicante ai piedi di Vostra Beatitudine, ed abbraccio le sue ginocchia, implorando la mia grazia per la divina misericordia, e la pietà della Santità Vostra. Prometto che in avvenire non commetterò verun mancamento contro Vostra Santità, e mi dichiaro apparecchiato ad espiare quelli che ho commessi, sopportando nella mia persona, nel mio principato, nella mia fortuna, tutte le pene che Vostra Santità vorrà infliggermi nella sua misericordia.» Il papa, rispondendo, riepilogò in un lungo discorso tutti i delitti d'Alfonso d'Este; gli rinfacciò di non umiliarsi anche in allora che per forza, ma terminò coll'assolverlo[264].
[264] _Parisii de Grassis Diar. Cur. Rom., t. III, p. 879, apud Rayn. Ann. 1512, t. XX, p. 122, § 71-76._
In appresso furono nominati da Giulio II sei cardinali per conchiudere con Alfonso il trattato di pace; ma pochi giorni dopo costoro dichiararono che il papa aveva determinato di far rientrare Ferrara sotto l'immediato dominio della Chiesa. Soltanto, siccome Giulio pretendeva che tutto il paese posto a mezzogiorno del Po appartenesse alla santa sede, desso contava di farsi restituire la città d'Asti, occupata dai coalizzati, e di darla ad Alfonso in compenso dell'antico ducato. Questa proposizione fu pel duca di Ferrara un colpo di fulmine: vi ravvisò la malizia d'Alberto Pio, conte di Carpi, suo personale nemico, ed uno de' privati consiglieri del papa. Seppe bentosto che Reggio aveva aperte le porte alle truppe della Chiesa, e che la Garfagnana era stata conquistata dal duca d'Urbino: temette che Ferrara, di cui aveva affidata la guardia al cardinale Ippolito, suo fratello, fosse attaccata in tempo della sua assenza, e domandò il suo congedo per tornare a casa sua. Il papa lo ricusò con isdegno; ma l'ambasciatore d'Arragona ed i Colonna dichiararono che non soffrirebbero in verun modo che si abusasse del loro nome per sedurre il loro raccomandato, e violare una parola di cui si erano dichiarati essi garanti. All'indomani Fabrizio e Marc'Antonio Colonna condussero Alfonso alla vicina porta di san Giovanni di Laterano; e sebbene vi fosse stata posta doppia guardia, essi la forzarono, e condussero armata mano il loro ospite al proprio castello di Marino, di dove trovarono poi modo di farlo passare ne' suoi stati[265].
[265] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 3. — P. Giovio Vita d'Alfonso, p. 91. — Jac. Nardi, l. V, p. 242. — Fr. Belcarii Comm., l. XIII, p. 395._
La santa lega provava di già la sorte di tutte le confederazioni. I suoi membri si erano creduti d'accordo, quando non trattavasi che di difendersi, ma non avevano prevedute le conquiste che la fortuna poneva nelle loro mani; i prosperi avvenimenti avevano fatto germogliare una nuova ambizione in petto a tutti gli alleati. Il papa, prima d'ogni altro, aveva, sotto certi rispetti, rotto il legame dell'associazione, occupando Parma e Piacenza; egli così violava i diritti riclamati dall'imperatore sopra tutta la Lombardia, e quelli del nuovo duca di Milano, Massimiliano Sforza, che la lega aveva promesso di rimettere sul trono, e quelli dei popoli, che vedevano con rincrescimento lo sfasciamento in piccole parti del loro antico ducato. Il papa, per giustificare l'inaudita estensione che voleva dare all'esarcato di Ravenna, comprendendovi tutti i paesi posti a destra del Po, pretese che la loro subordinazione alla Chiesa aveva durato fino al 1272; pure in quest'epoca, ch'egli stesso indicò al suo maestro delle cerimonie[266], non era in Lombardia accaduto verun fatto che cambiasse o ristringesse il potere del papa; soltanto il vicariato dell'Impero, che la Chiesa romana pretese d'esercitare in tempo del lungo interregno che tenne dietro alla morte di Federico II, e che terminò nel 1273 colla elezione di Rodolfo d'Apsburgo, lasciò forse negli archivj della Chiesa alcune confuse memorie, che Giulio II suppose comprovanti il diritto di sovranità[267].
[266] _Parisii de Grassis, t. III, p. 898, apud Rayn. Ann. Eccl., t. XX, § 70, p. 122._
[267] _Chron. Parm. t. IX, Script. Rer. Ital., p. 786. — Chron. Placent., t. XVI, ivi p. 479._
Le pretese di Massimiliano non erano meno di quelle del papa contrarie alle precedenti convenzioni passate tra i confederati. Questo vano monarca, che mai non aveva misurati i suoi progetti colle sue forze, e che, dopo la conchiusione della lega di Cambrai, mai non aveva soddisfatti i suoi obblighi in veruna delle guerre nelle quali aveva strascinati i suoi alleati, non voleva, mutando partito, rinunciare a veruna delle speranze che aveva una volta concepite. Egli era entrato nella lega de' Veneziani, ma senza rinunciare alla pretesa che questi gli abbandonassero tutti i loro stati di terra ferma: altronde egli non voleva restituire a Massimiliano Sforza, suo cugino, il ducato di Milano, ch'era stato per lui conquistato. Ma gli Svizzeri, che occupavano tutt'intero questo ducato, e Giulio II, che voleva scacciare dall'Italia i barbari di qualunque nome, insistevano per lo ristabilimento dello Sforza sul trono de' suoi maggiori[268].
[268] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 5. — Fr. Belcarii Comm., l. XIII, p. 396._
Raimondo di Cardone aveva nuovamente adunata l'armata spagnuola ai confini del regno di Napoli, e voleva avanzarsi in Lombardia per far vivere le sue truppe a carico di que' paesi, e per avere maggiore influenza nella ripartizione degli stati occupati dalla santa lega. Perciò chiedeva al papa ed ai Veneziani di pagargli i sussidj di quaranta mila ducati al mese, che si erano obbligati di corrispondergli finchè i Francesi fossero scacciati da tutta l'Italia, e pretendeva che non si potessero dire scacciati finchè le loro guarnigioni occupavano Brescia, Crema e molte altre piazze. Dall'altro canto il papa ed i Veneziani non desideravano di tirare in quelle province una nuova armata, o di caricarsi di così ragguardevole dispendio. Intanto gli Svizzeri continuavano a mettere a contribuzione il ducato di Milano. Essi avevano persuaso Carlo III, duca di Savoja, a sottoscrivere con loro a _Bade_ nel mese di maggio un'alleanza difensiva per venticinque anni, e ne approfittavano per istaccarlo interamente dalla Francia e dal marchese di Saluzzo[269]. I Veneziani, senza partecipazione dei loro alleati, fecero alcuni tentativi contro Crema e Brescia, che non ebbero effetto. Gli alleati si accusavano a vicenda, e si lagnavano gli uni degli altri; e l'universale diffidenza annunciava il prossimo scioglimento di una lega cui inaspettati successi non permettevano di conservarsi unita.
[269] _Fr. Guicciardini, t. II, l. XI, p. 4. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 396. — Guichenon, Hist. généalog. de la maison de Savoie, t. II, p. 196._