Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)

Part 13

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Marc'Antonio Colonna, perduta ogni speranza di poter difendere Ravenna, dopo la rotta dell'armata che veniva per soccorrerlo, si ritirò nella cittadella. Gli abitanti chiesero subito di capitolare; ma mentre si trattavano le condizioni, Jacquin, capitano degli avventurieri, s'avvide che più non eravi chi custodisse la breccia, e condusse i suoi camerata all'assalto ed al saccheggio. Jacquin, accusato d'avere in tal modo macchiato l'onore francese, venne appiccato per ordine del signore della Palisse; ma il comando de' capi più non poteva contenere i soldati; e la città fu saccheggiata con una barbarie incredibile dai soldati, resi più feroci dalle perdite fatte nella battaglia[233]. Il quarto giorno Marc'Antonio Colonna rese la fortezza; bentosto le città d'Imola, di Forlì, di Cesena, di Rimini, e molte delle loro fortezze, mandarono la loro sommissione al campo francese; ed il cardinale legato di Sanseverino prese possesso di tutte a nome del concilio di Milano[234].

[233] _Mémoir. de Fleuranges, p. 100. — Mém. de Bayard, ch. LV, p. 316. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 390. — P. Bembi, l. XII, p. 278._

[234] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 592 — P. Giovio vita di Alfonso d'Este, p. 88. — Jac. Nardi Hist. Fior., l. V, p. 238._

La notizia della disfatta di Ravenna era stata portata a Roma in quarantotto ore da Ottaviano Fregoso e vi aveva sparsa la costernazione. I cardinali, affollandosi intorno al papa, lo avevano supplicato d'approfittare delle pacifiche disposizioni manifestate da Lodovico XII, per salvare Roma e la Chiesa da una invasione che omai niuna umana forza più non poteva impedire. Gli rappresentavano che lo stesso suo nipote era d'accordo coi Francesi; che tra i baroni romani, Roberto Orsini, Pompeo Colonna, Antonio Savelli, Pietro Margano, Renzo de Ceri, avevano ricevuto danaro dal re per assoldar gente, e si apparecchiavano a raggiugnere l'armata; all'ultimo che doveva risguardare come un giudizio di Dio la sconfitta che rovesciava i suoi progetti per l'indipendenza d'Italia. Dall'altro canto gli ambasciatori del re d'Arragona e de' Veneziani gli andavano ricordando i mezzi che ancora gli restavano, ed i soccorsi che doveva ripromettersi dagli Svizzeri e dal re d'Inghilterra. Ravvivavano la sua collera contro il concilio di Pisa, ed in particolare contro i cardinali di Sanseverino e di Carvajale: gli facevano calde istanze perchè non tardasse a porsi colla sua corte in luogo sicuro, o nel regno di Napoli, o nello stato di Venezia, e gli rappresentavano che l'occupazione di Roma non sarebbe in ultimo che la disgrazia d'una città, mentre che la pace trarrebbe seco la perdita dell'autorità pontificia[235].

[235] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 593. — Rayn. Ann. Eccl. 1512, § 22, p. 112 — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 390. — P. Bembi, l. XII, p, 280. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 130. — Dello stesso Vita di Alfonso da Este, p. 89._

Giulio II, abbandonandosi alternativamente al terrore o alla collera, non prendeva verun partito, ed a tutti rispondeva quasi sempre con ingiuriose parole. Coloro avidamente ascoltava che gli facevano travedere qualche mezzo di resistenza; ma l'idea di abbandonare Roma, e farsi dipendente da un'altra potenza, gli riusciva oltremodo odiosa. Aveva fatto venire a Cività Vecchia il genovese Biascia, capitano delle sue galere, affinchè la flotta fosse pronta a riceverlo qualunque volta fosse costretto a fuggire; ma poco dopo lo rimandò senza manifestare quale partito avesse preso. Acconsentì finalmente a dare orecchio alle proposizioni di pace che erano incaricati di fargli, a nome di Lodovico XII, i cardinali di Nantes e di Strigonia. Queste condizioni erano state mandate prima che la corte di Francia avesse notizia della battaglia di Ravenna; e sapendo quanto il re desiderasse la pace, i cardinali non credettero di doverle cambiare, sebbene fossero vantaggiosissime pel papa. Lodovico XII offriva lo scioglimento del concilio di Pisa, la restituzione di Bologna, la cessione di Lugo e di tutti i possedimenti di casa d'Este in Romagna, finalmente la rinuncia al diritto di far sale in Comacchio, e non chiedeva in contraccambio che la revoca dell'interdetto e di tutte le sentenze ecclesiastiche, e la restituzione dei loro beni ai Bentivoglio. Il papa, dopo le reiterate preghiere de' suoi cardinali, acconsentì di trattare su queste basi, e ne diede la commissione al cardinale di Finale ed al vescovo di Tivoli, che risedevano in Francia; ma non gli autorizzò a conchiudere; anzi dichiarò agli ambasciatori d'Arragona e di Venezia, che questa apparente condiscendenza non era che uno stratagemma per disarmare la Francia e guadagnar tempo[236].

[236] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 594. — P. Bembi, l. XII, p. 279. — Rayn. Ann. Eccl. 1512, § 23, p. 112. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 390._

Infatti Lodovico XII, lungi dall'invanirsi per la vittoria di Ravenna, di fidarsi alle proteste di Massimiliano che prometteva di non ratificare l'armistizio con Venezia, segnato senza suo ordine, o di riposarsi sull'alleanza che i Fiorentini avevano rinnovata nel primo terrore della vittoria de' Francesi, non manifestava che maggior ardore per riconciliarsi col papa. Accettò la mediazione offerta dai Fiorentini, e mandò loro il presidente del parlamento di Grenoble colla sua accettazione delle proposizioni che gli erano state fatte[237].

[237] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 597. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 302. — Rayn., § 24, p. 112. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 391._

Ma intanto il papa, avendo saputo da Giulio de' Medici, mandatogli dal cardinale legato, in quale disordine si trovava l'armata francese, si andava alquanto rassicurando. Aveva Ferdinando promesso di rimandare in Italia il gran capitano Gonsalvo di Cordova, il di cui solo nome rianimava le speranze di tutto il suo partito, e di già vi aveva mandato Solis con due mila soldati spagnuoli, ed Ugone di Moncade, vicerè di Sicilia[238]. Il duca d'Urbino aveva domandato ed ottenuto di rientrare in grazia del papa, suo zio; gli aveva promessi dugento uomini d'armi e quattro mila fanti, ed era stato nuovamente dichiarato generale dell'armata pontificia[239]. I baroni romani, che avevano trattato colla Francia, eransi di nuovo accomodati col papa, ed avevano convenuto di tenere il danaro ricevuto, dispensandosi dalle contratte obbligazioni[240]. Finalmente La Palisse, sulla vociferazione di una prossima invasione degli Svizzeri, erasi ravvicinato a Milano, e non aveva lasciato al cardinale di Sanseverino per proteggere la Romagna che trecento lance, trecento cavaleggieri e sei mila fanti[241]. Allora il papa, deponendo ogni pacifica disposizione, scrisse a Venezia al cardinale di Sion, che invece di levare per lui sei mila Svizzeri, ne levasse dodici mila, o pure che accettasse al suo servigio tutti coloro che si fossero presentati[242].

[238] _Jo. Marianae Hist. Hisp., l. XXX, c. IX, p. 315._

[239] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 594. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 391._

[240] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 596._

[241] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 595._

[242] _P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 131._

Era giunta l'epoca annunciata per l'apertura del concilio di Laterano, e, malgrado la guerra, molti prelati d'Italia, di Spagna, d'Inghilterra e d'Ungheria, eransi adunati in Roma. Tre settimane dopo la battaglia di Ravenna, il giorno 3 di maggio, Giulio II potè fare la solenne apertura del concilio; e trovaronsi alla prima sessione ottantatre vescovi[243]. Sentendosi appoggiato dalla Chiesa adunata, volle Giulio ispirare coraggio ai cardinali, che fin allora lo avevano consigliato alla pace. Fece leggere in pieno concistoro le proposizioni di Lodovico XII; ma il cardinale di Ebora, suddito del re d'Arragona, e quello di Jorck, suddito del re d'Inghilterra, chiesero ambidue la parola, per rappresentargli che sarebbe cosa vergognosa il trattare col comune nemico senza tutti gli alleati. Il papa mostrò d'acquietarsi al consiglio che si era fatto suggerire; e per dare a conoscere che aveva rinunciato ad ogni pensiere di pace, pubblicò un monitorio contro il re di Francia, per ordinargli, sotto tutte le pene che può pronunciare la Chiesa, di mettere in libertà il cardinale de' Medici, da lui tenuto prigioniere[244].

[243] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 596. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 302. — Rayn. Ann. Eccl. 1512, § 28, p. 113. — Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXX, c. X, p. 315. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 391._

[244] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 598. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 392._

Agli Svizzeri appoggiava Giulio II le principali sue speranze, ed aveva trovato nel cardinale di Sion un agente presso di loro, nè meno impetuoso, nè meno costante di lui ne' suoi odj. La contesa degli Svizzeri colla Francia, cominciata per avarizia, era per loro diventata un affare d'orgoglio. Non erano più le ricusate pensioni, ma il tuono insultante del re, era il disprezzo di lui per gente di contado ed ignobile, che loro mettevano le armi in mano. I partigiani della Francia avevano, finchè era stato loro possibile, resistito nella dieta di Zurigo al torrente dell'odio popolare, ed avevano prevenuta una dichiarazione di guerra; ma non avevano potuto impedire che non si desse licenza al papa di levare ne' cantoni dieci mila uomini; ed in appresso il cardinale di Sion aveva facilmente potuto aumentare questa leva a suo piacere[245].

[245] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 599. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 384._

Malgrado i riclami della Francia, la prima unione di quest'armata si fece a Coira. I Grigioni dichiararono, che tra la loro alleanza coi cantoni e quella colla Francia, doveva preferirsi la prima siccome la più antica. L'esperienza degli ultimi due anni aveva provato, che gli Svizzeri, per tenere la campagna, non potevano dispensarsi dall'avere un corpo d'uomini d'armi e di cavaleggieri. Perciò vedevano la necessità di unirsi ad un'armata veneziana o pontificia, prima di entrare nel territorio nemico. La più breve strada per giugnere nello stato veneto era quella che attraversa il vescovado di Trento, ed ottennero da Massimiliano la licenza di toccare il suo territorio.

Si può dubitare se la condotta di Massimiliano debba attribuirsi all'instabilità del suo carattere o alla sua perfidia; ad ogni modo i risultamenti furono quelli della più insigne mala fede. La città di Verona era sempre stata custodita da una guarnigione francese, qualunque fosse stato il bisogno in cui si fosse trovato Lodovico XII di valersi altrove delle sue truppe. Massimiliano aveva in proprio nome convocato il concilio di Pisa, ed in appresso non erasi curato di farlo riconoscere sia nell'impero che nei suoi stati ereditarj, lasciando a Lodovico XII tutta l'odiosità d'avere eccitato uno scisma. In Roma il suo ambasciatore aveva sottoscritta, il 6 d'aprile, una tregua di dieci mesi coi Veneziani, non solo senza comprendervi il suo alleato, che in allora trovavasi attaccato da potenti nemici, ma cercando inoltre di levargli parte delle sue truppe. Massimiliano aveva giurato di non ratificare questa tregua, e mercè una nuova gratificazione di dieci mila fiorini la ratificava, ma celatamente. Nascondendo a Lodovico XII tale transazione, ne accresceva il pericolo per la Francia. Finalmente accordando agli Svizzeri un passaggio a traverso ai proprj stati per attaccare i Francesi, passava, senz'esserne provocato, da un'intima alleanza ad un aperto atto d'ostilità.

L'accortezza di Ferdinando il Cattolico, il più falso ed il più versipelle monarca d'Europa, aveva diretta la condotta, e mutate tutte le disposizioni di Massimiliano. Questi, anche nel tempo della sua più intima unione colla Francia, non aveva giammai deposto l'antico suo odio contro quella corona: altronde egli formava sempre giganteschi progetti, che poi abbandonava prima di dar loro esecuzione. Ferdinando, per consolarlo di non aver terminata la conquista dello stato di Venezia, e di non avere in seguito condotta in trionfo un'armata tedesca a Roma ad oggetto di prendervi la corona imperiale, gli propose di scacciare i Francesi da tutta la Lombardia, di far valere sui paesi ch'essi occupavano i diritti dell'impero, da gran tempo dimenticati, finalmente di restituire il ducato di Milano al cugino germano di sua moglie, a Massimiliano Sforza, figliuolo di Lodovico il Moro, che da molto tempo erasi rifugiato alla di lui corte. In tal modo, risvegliando la di lui ambizione e vanità, lo ridusse ad associarsi alla santa lega, cui poteva riuscire utile[246].

[246] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 600. — Jac. Nardi, l. V, p. 239. — P. Giovio Vita di Leon V, l. II, p. 135._

Sei mila Svizzeri al soldo del papa, ed altrettanti al soldo de' Veneziani, dovevano adunarsi a Coira; ma sebbene il primo per avarizia, gli altri per la povertà cui erano stati ridotti da lunga guerra, non mandassero che lentamente il danaro necessario alle reclute, sebbene queste due potenze non pagassero per l'arrolamento che un fiorino del Reno per uomo, mentre i Francesi avevano sempre data un'assai maggior somma; nondimeno tale era l'odio del popolo per questi ultimi, ed il furore con cui gli Svizzeri prendevano parte in una guerra che risguardavano come nazionale, che l'armata adunata in Coira si trovò numerosa di venti mila uomini, e nella sua marcia pel vescovado di Trento e pel Veronese soffrì senza lagnarsene il ritardo della paga, la mancanza delle vittovaglie ed ogni genere d'incomodità[247].

[247] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 600. — P. Bembi Hist. Ven., l. XII, p. 280. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 393._

La condizione del signore de La Palisse, che comandava l'armata francese, era diventata estremamente difficile. Poco d'accordo col cardinale di Sanseverino, legato del concilio, che gli contrastava l'autorità, non lo era meglio col generale di Normandia incaricato della civile amministrazione del ducato di Milano, il quale, risguardando la guerra con occhio da finanziere, piuttosto che da uomo di stato, dopo la vittoria si era affrettato di licenziare l'infanteria italiana, e che poscia, quando diede a Federico da Bozzolo l'ordine di levare di bel nuovo sei mila uomini, si trovò senza danaro per pagare il loro arrolamento, e senza credito a motivo del rapido cambiamento della fortuna. Altronde La Palisse non era che generale interinale, e non abbastanza elevato di rango per far tacere tutte le gelosie de' suoi subordinati, o per soddisfare pienamente al loro orgoglio; perciò non poteva ottenere da loro l'ubbidienza mostrata a Gastone di Foix. Gli uomini d'armi francesi davano agli altri corpi l'esempio dell'indisciplina: stanchi di così lunga guerra, e con poca speranza di prosperi successi, desideravano la perdita del ducato di Milano, per potersi ritirare in Francia. Altronde le censure della Chiesa, e la vergogna di combattere per sostenere uno scisma, facevano impressione sullo spirito de' soldati. Erasene avuta manifesta prova quando il cardinale de' Medici era stato condotto prigioniere a Milano; egli era stato, sotto gli occhi del concilio nemico, ricevuto con infinito rispetto; e siccome Giulio II gli aveva accordata l'autorità di sciogliere dalle censure ecclesiastiche que' soldati che si fossero obbligati a non servir più contro la Chiesa, e d'accordare ai moribondi la sepoltura in luogo sacro, un'avida folla gli stava sempre intorno per ottenere tali grazie, ed i generali francesi, malgrado le rimostranze del concilio, non si opponevano alla distribuzione delle medesime[248].

[248] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 598. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 132._

Per formare l'armata da opporre al re d'Inghilterra Lodovico XII aveva richiamati in Francia i dugento gentiluomini, e gli arcieri della sua guardia, come pure dugento lance: d'altra parte aveva riclamati dai Fiorentini i trecento uomini d'armi ch'erano obbligati a somministrargli. Non restavano a La Palisse, che mille trecento lance francesi, e dieci mila fanti; ma anche queste truppe trovavansi disperse sopra una vasta estensione di paese, in Romagna, al Finale di Modena, a Parma ed ai confini del Veronese. Ordinò a tutti d'adunarsi a Pontoglio, per essere a portata d'osservare e di fermare gli Svizzeri; e per questo motivo fu costretto a lasciare scoperta Bologna, per difendere la quale i Francesi avevano fin allora fatti così grandi sagrificj[249].

[249] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 600. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 393._

Gli Svizzeri, scesi pel vescovado di Trento nel Veronese, avevano trovato a Villafranca presso Verona Gian Paolo Baglioni, generale de' Veneziani, con quattrocento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri, sei mila fanti ed una buona artiglieria. Nel mentre che dopo tale unione erano incerti se dovessero o no incamminarsi verso Ferrara, fu loro portata una lettera del signore de La Palisse al generale di Normandia, che loro fece conoscere l'impossibilità in cui trovavansi i Francesi di difendere Milano, onde risolsero di volgere da quella banda le loro armi. La Palisse si era da prima avanzato da Pontoglio a Castiglione delle Stiviere, poi a Valeggio sul Mincio; ma disperando di conservarsi in questa posizione, ripiegò sopra Gambara, poi sull'Oglio a Pontevico. Intanto l'armata spagnuola e pontificia, cui erasi lasciato tutto il tempo di potersi rifare, aveva ricuperato Rimini, Cesena, Ravenna, con tutte le fortezze e tutte le piazze della Romagna; e già minacciava Bologna, per difesa della quale, La Palisse, cedendo alle istanze dei Bentivoglio, aveva fatto avanzare le trecento lance lasciate a Parma. Sotto gl'immediati suoi ordini La Palisse non aveva a Pontevico che mille lance francesi, e tutt'al più sei in sette mila fanti; il rimanente trovavasi distribuito nelle piazze di Brescia, di Peschiera e di Legnago[250].

[250] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 601. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 393. — Jac. Nardi, l. V, p. 239. — Jo. Marianae de reb. Hispan., l. XXX, c. XI, p. 317._

La Palisse seppe bentosto che l'armata del Baglioni e degli Svizzeri aveva passato il Mincio sulle terre del marchese di Mantova, il quale non poteva ricusare il passaggio a chicchefosse. Il suo consiglio di guerra giudicò cosa impossibile il far testa ai nemici in altra maniera, che distribuendo l'armata nelle piazze forti, per istancheggiare l'impeto degli Svizzeri, ed esaurire le finanze del papa e de' Veneziani. Per tale oggetto mandò due mila fanti a Brescia con centocinquanta lance francesi, e cento uomini d'armi fiorentini; a Cremona cinquanta lance e mille fanti; a Bergamo cento uomini d'armi e mille fanti, e più non gli rimasero a Pontevico che settecento lance, due mila fanti francesi e quattro mila tedeschi. Non aveva appena fatta questa distribuzione, che un araldo d'armi di Massimiliano venne ad intimare a tutti i Tedeschi, che si trovavano nell'armata francese, d'abbandonarla e d'astenersi dal combattere contro il papa. I Tedeschi, quasi tutti Tirolesi ed immediati sudditi dell'imperatore, ubbidirono immediatamente, contenti di separare la sorte loro da quella d'un'armata che si andava ritirando, e che cominciava a provare le avversità. La loro partenza lasciò La Palisse nell'impossibilità di difendere il ducato di Milano; onde la sua armata abbandonò Pontevico con movimento tumultuoso, per ritirarsi a Pizzighettone sull'Adda[251].

[251] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 602. — Fr. Belcarii, l. XIII, p 393. — P. Bizarri Hist. Gen., l. VIII, p. 432. — Mém. de Fleuranges, p. 103. — Mém. du chev. Bayard, ch. LV, p. 318._

Gli Svizzeri andavano sempre avanzando; passarono l'Oglio, e giunsero il 5 di giugno avanti Cremona, che il movimento retrogrado di La Palisse aveva lasciata scoperta. La guarnigione ritirossi subito nella cittadella, e la città offrì di capitolare; ma i Veneziani pretendevano che fosse loro consegnata, e gli Svizzeri volevano prenderne possesso a nome di Massimiliano Sforza, duca di Milano: i Veneziani cedettero agli Svizzeri, che temevano di disgustare, e fu in Cremona rialzata la bandiera del duca di Milano; nello stesso tempo Bergamo si sollevò senza straniero soccorso, ed aprì le sue porte ai Veneziani[252].

[252] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 602. — P. Bembi, l. XII, p. 280. — Jac. Nardi, l. V, p. 240. — Fr. Belcarii, l. XIII. p. 394._

Avendo La Palisse richiamate le trecento lance francesi che occupavano Bologna, passò l'Adda a Pizzighettone, e recossi in due giorni a Pavia. Milano trovavasi allora affatto scoperto. Gian Giacopo Trivulzio, il generale di Normandia, Antonio Maria Palavicino, Galeazzo Visconti e tutti i Francesi partirono per salvarsi in Piemonte. Condussero con loro il cardinale de' Medici; ma nel tempo che questi stava per passare il Po, tra Pieve del Cairo e Bassignano, alcuni de' suoi amici sommossero i contadini del vicinato, e levatolo di mano alle guardie che lo custodivano, lo posero in libertà. I fuggitivi avanzi del concilio di Pisa avevano abbandonato Milano pochi giorni prima. Quest'assemblea dividendosi pronunciò con ridicola millanteria una sentenza di scomunica contro Giulio II, dichiarandolo sospeso dall'amministrazione spirituale e temporale della Chiesa[253].

[253] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 602. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 394. — Rayn. Ann. Ecc. 1512, § 59, p. 120. — Jo Marianae, l. XXX, c. X, p. 315. — Mém. du chev. Bayard, ch. LV, p. 318. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 136._

Credeva La Palisse di potersi mantenere a Pavia, mentre che il Trivulzio ed il generale di Normandia gli rappresentavano che, in un paese apparecchiato a sollevarsi in ogni luogo, non potrebbe senza fanteria lottare contro un'armata così formidabile quale era quella che lo attaccava. Stavano ancora disputando, quando l'armata della lega, avendo occupato Lodi senza trovare resistenza, si presentò sotto Pavia, e cominciò a tirare contro il castello. I Francesi, che temevano di vedersi preclusa ogni ritirata, evacuarono Pavia, collocando nella retroguardia i pochi fanti tedeschi ch'erano loro rimasti; ma gli Svizzeri entrarono in città prima che gli altri ne fossero usciti, e scaramucciarono per tutta la lunghezza delle strade. L'armata, che si ritirava, dopo essere uscita di Pavia per il ponte di pietra sul Ticino, doveva ancora passare sopra un ponte di legno il ramo dello stesso fiume, chiamato Gravellone. Nella precipitosa marcia, l'artiglieria, i cavalli, gli equipaggi si affollarono sul ponte che si ruppe sotto il soverchio peso, e tutta quella parte della retroguardia ch'era rimasta sull'altra riva fu uccisa o fatta prigioniera[254].

[254] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 603. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 394. — Mém. de Fleuranges, p. 104 — Mémoir. de Bayard, ch. LV, p. 319. — Jac. Nardi, l. V, p. 240. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 139._

Il Gravellone ed il Po impedirono che l'armata francese fosse più inseguita dai nemici, onde continuò a ritirarsi senz'essere molestata; ma tutti i paesi che si lasciava addietro mutavano subito governo. I Bentivoglio erano fuggiti da Bologna, che fu subito occupata dal duca d'Urbino colle truppe della Chiesa. Il papa, non potendo ai Bolognesi perdonare gli oltraggi che avevano fatti alla sua statua, li privò della nomina de' loro magistrati e di tutti i loro privilegj, condannò i principali cittadini a grosse ammende, e stette alcun tempo incerto se dovesse spianare la città e trasportarne gli abitanti a Cento[255].

[255] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 604._