Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)

Part 12

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Conveniva ad ogni modo uscire bentosto da così pericolosa situazione, ed il Nemours, avendo colla sua artiglieria aperta nelle mura di Ravenna una breccia larga trenta braccia, risolse di dare l'assalto, sebbene detta breccia fosse alta tre braccia, e non vi si potesse giugnere che colle scale. Per risvegliare l'emulazione tra le nazioni che servivano insieme nella sua armata, la mattina del 9 aprile, giorno del venerdì santo, fece marciare separatamente all'assalto i Tedeschi, gl'Italiani ed i Francesi. Avanti ad ogni corpo marciavano a piedi dieci uomini d'armi compiutamente armati, e scelti fra tutta la cavalleria. Gli assalitori montarono infatti sulla breccia colla maggiore intrepidezza, e vi si mantennero sotto il fuoco dei nemici con grandissima ostinazione; ma l'apertura fatta nella muraglia era così angusta e di così difficile accesso, che dava ai suoi difensori tutto il vantaggio. Gli Spagnuoli si mantennero immobili al loro posto, ed i Francesi furono respinti. Francesco di Beusserailhe, signore de l'Espì, comandante dell'artiglieria, e Chatillon, furono mortalmente feriti; Federico di Bozzolo, cadetto della casa Gonzaga, che in appresso si rendette così famoso, fu ancor esso ferito; e rimasero sul campo di battaglia, morti dall'una e dall'altra parte, circa mille cinquecento uomini[209].

[209] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 584._ — F. Belcario, che d'ordinario si limita a tradurre, prende i _bracci_ per braccia marine, e dà loro cinque piedi, _l. XIII, p. 386. — Mém. du chev. Bayard, c. LII, p. 275. — Mémoir. de Fleuranges, t. XVI, p. 89. — Muratori Ann. d'Italia ad an. 1512. — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 79._

L'armata spagnuola stava sotto Faenza, fuori della porta che mette a Ravenna: quand'ebbe avviso dell'intrapresa di Gastone di Foix, si avanzò immediatamente, passò il Montone a Forlì, e dopo d'avere camminato alcun tempo fra i due fiumi, passò di nuovo il Ronco, e si avanzò sulla sua riva destra. Voleva Fabrizio Colonna che l'armata facesse alto in distanza di tre miglia dal campo di Nemours, onde tenere così i Francesi in timore. Se questi prendevano Ravenna, siccome il loro generale non avrebbe potuto impedire che gli avventurieri si disperdessero per saccheggiare, gli Spagnuoli sarebbero piombati sopra di loro in quel momento di disordine, e facilmente gli avrebbero compiutamente disfatti[210]. Se poi si restavano inattivi, la mancanza delle vittovaglie non poteva tardare a riuscir loro molesta, ed a ridurli agli estremi. Ma il Navarro non approvava giammai gli altrui consiglj; egli desiderava una battaglia, nella quale dar prova della superiorità della sua fanteria, e persuase Raimondo di Cardone ad avanzare; infatti il 10 d'aprile il Cardone presentossi tutto ad un tratto innanzi all'armata francese sull'altra riva del Ronco, mentre che questa stava esaminando le proposizioni che facevano, per arrendersi, gli abitanti di Ravenna[211].

[210] _Mém. de Bayard, l. LII, p. 275. — Mém. de Fleuranges, p. 89._

[211] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 585. — Jo. Marianae de reb. Hisp. XXX, c. IX, p. 312._

Il Nemours fece subito ritirare i cannoni dalle batterie per dirigerli contro l'armata spagnuola; adunò nello stesso tempo un consiglio di guerra per iscegliere tra i diversi partiti che si offrivano. Se permettevasi agli Spagnuoli d'entrare in Ravenna, perduta era ogni speranza di prendere quella città, e la ritirata poteva riuscire pericolosa e vergognosa; per fermarli rendevasi necessario di passare il Ronco sotto i loro occhi, ed attaccarli nella loro marcia; ma, anche ciò facendo, non potevasi impedir loro di giugnere, se volevano, alla pinaja che stendesi fino al mare, e di arrivare alle porte della città senza venire a battaglia[212].

[212] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 585. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 387. — Jac. Nardi, l. V, p. 234. — P. Giovio Vita di Alfonso, p. 81._

L'errore o la presunzione del Cardone trasse il duca di Nemours dall'imbarazzo in cui si trovava. Il primo, invece d'entrare in Ravenna, come avrebbe potuto farlo, segnò il suo campo in faccia ai Francesi, tre miglia distante dalla città, con intenzione di metterli tra due fuochi; ed impiegò tutta la notte nel coprire con una larga e profonda fossa la fronte della sua armata. Il Nemours, avvisato di ciò che stava facendo il generale nemico, fece sentire al suo consiglio di guerra che non dovevasi ritardare l'attacco de' nemici, malgrado i loro trinceramenti. Fece perciò in tempo di notte gettare dei ponti sul Ronco e spianare gli argini che lo contengono in tempo di piena; in appresso in sullo spuntare del giorno, la domenica di Pasqua, 11 aprile del 1512, fece passare il ponte alla sua fanteria tedesca, mentre il restante dell'armata guardava il fiume. Lasciò soltanto sulla sinistra del Ronco Ivone d'Allegre con quattrocento lance e l'infanteria della retroguardia, per tenere in dovere la guarnigione di Ravenna; e diede a due capitani italiani, i fratelli Scotti, mille fanti, per guardare il ponte del Montone, e tenere aperta, in caso di sinistro successo, la strada su cui avrebbe dovuto ritirarsi l'armata[213].

[213] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 585. — Mém. de Fleuranges, p. 91. — Mém. de Bayard, ch. LIV, p. 285. — Jac. Nardi Hist. Fior., l. V, p. 234._

Il Nemours dispose la sua armata in semicerchio; appoggiò al fiume l'estremità dell'ala destra, colla quale voleva cominciare l'attacco, rinculò il suo centro, ed avanzò di nuovo l'ala sinistra. Aveva collocata sulla diritta l'artiglieria comandata dal duca di Ferrara, e settecento uomini d'armi francesi; dopo di questi veniva la fanteria tedesca; indi otto mila fanti, parte Guasconi e parte Picardi, formavano il corpo di battaglia; per ultimo cinque mila Italiani, comandati da Federico di Bozzolo, componevano l'ala sinistra, la quale era coperta da tre mila arcieri o cavaleggieri. La Palisse aveva il comando d'una retroguardia di seicento lance, collocate in riva al fiume, e con lui trovavasi il cardinale Sanseverino, legato del concilio, che si era coperto da capo a piedi di lucidissima armatura, ed era a motivo della gigantesca sua statura conosciuto a molta distanza[214].

[214] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 586. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 387. — Jac. Nardi, l. V, p. 235. — Mém. du chev. Bayard, ch. LIV, p. 285._

Gastone di Foix non aveva preso il comando di verun corpo in particolare, per trovarsi in libertà di andare con un certo numero di gentiluomini, ove lo chiamasse il bisogno. «Ed il detto signore Nemours, dice il maresciallo di Fleuranges, era solito, per amore della sua dama, di non portare armatura dal gomito fino alla manopola, e di tenere coperta colla sola camicia questa parte del braccio. Egli pregava tutta la compagnia d'uomini d'armi, loro dolcemente parlando e caldamente scongiurando, che volessero in questo giorno prendersi cura dell'onore della Francia, del suo e del loro, e che volessero seguirlo. Soggiunse, che vedrebbero ciò che in quel giorno farebbe per amore della sua dama; ed all'istante partì, e fu il primo uomo d'armi che ruppe la sua lancia contro i nemici»[215].

[215] _Mémoires du jeune adventureux maréchal de Fleuranges, t. XVI, p. 94._

Così consigliato da Pietro Navarro, Raimondo di Cardone non aveva attaccati i Francesi mentre passavano il fiume; ma si era afforzato nel suo campo, coperto da un canto dal fiume Ronco, dall'altra dal fosso ch'egli aveva fatto scavare. Questo fosso era verso il mezzo interrotto da un'apertura di quaranta piedi di larghezza, che aveva lasciata per poter far uscire la sua cavalleria; ma aveva collocati di dietro dell'apertura una ventina di carri, armati di lance e carichi di grossi archibugi, che compivano la fortificazione. All'angolo formato dal fiume colla fossa trovavasi Fabrizio Colonna, che comandava la sinistra con ottocento uomini d'armi, e sei mila fanti; veniva dopo di lui il corpo di battaglia, composto di seicento lance e di quattro mila fanti, sotto gli immediati ordini del vicerè e del marchese della Palude. Vi si trovava pure il cardinale de' Medici; ma o sia che la sua corta vista lo tenesse lontano da ogni esercizio militare, o che considerasse detto esercizio come contrario ai doveri del suo stato, egli aveva conservato in mezzo alla battaglia il pacifico abito di prelato. La retroguardia finalmente, che formava ancora la diritta dell'armata, e che aveva egualmente alle spalle il fiume e avanti la fossa, era composta di quattrocento uomini d'armi e di quattro mila fanti comandati da Carvajale. L'estremità della diritta era poi coperta da un corpo di cavaleggieri sotto gli ordini del giovane Ferdinando d'Avalos, marchese di Pescara, che faceva allora i primi fatti d'armi. Tutta la fronte era guarnita d'artiglieria[216] consistente in venti pezzi, tra cannoni e lunghe colombrine, e in circa dugento archibugi a miccia, posti sopra carri armati di spontoni, i quali tenevano il di mezzo tra i moschetti ed i cannoni[217].

[216] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 588. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 388. — Jac. Nardi, l. V, p. 235. — Mém de Fleuranges, p. 93. — P. Giovio vita di Leon X, l. II, p. 121. — Ejusdem Ferdinandi Davali Piscarii vita, l. I, p. 278._

[217] _Mémoires de Bayard, c. LIV, p. 301._

L'armata francese aveva passato il Ronco circa due miglia al di sotto del campo di Cardone, e vedendo che gli Spagnuoli non uscivano dai loro trinceramenti, si avviò verso di loro, conservando la sua ordinanza, senza che la sua diritta abbandonasse la riva del fiume, e tenendo sempre la forma d'una mezza luna. Quando si trovò a quattrocento passi distante dal fosso, fece alto, e cominciò il cannonamento. L'infanteria francese era quasi affatto scoperta, ed esposta ad un fuoco terribile: ma quella degli Spagnuoli per ordine di Navarro si era buttata col ventre per terra dietro la linea del fiume, e non soffriva quasi nulla dall'artiglieria nemica. Il grande Fabiano, uno de' migliori capitani della fanteria tedesca fu la prima vittima del cannone. Giacopo Empser ed il signore di Molart si posero a sedere sotto il fuoco alla testa della loro truppa e si fecero recare da bere, ma l'uno e l'altro furono uccisi. Di quaranta capitani d'infanteria francesi ne rimasero sul campo di battaglia trentotto; e questa fanteria aveva di già perduti sei mila uomini, quando gli altri, più non potendo soffrire tanta carnificina, vollero dare l'assalto alle batterie di Pietro Navarro. Colà fu ucciso il signore di Maugiron sopra una carretta che voleva prendere. Dopo avere perduti più di mila dugento uomini in quest'attacco, i Francesi furono respinti; ma quando gli Spagnuoli vollero inseguirli, furono a vicenda respinti da un corpo di Landsknecht e di Picardi, che non avevano avuto parte nell'azione: indi ciascuno rientrò nel suo posto, e continuò il cannonamento[218].

[218] _Mémoires de Fleuranges, p. 94. — Mém. de Bayard, ch. LIV, p. 302. — Jo. Marianae Hist. Hisp., l. XXX, c. IX, p. 314._

Intanto il duca di Ferrara aveva rapidamente fatta passare una parte de' suoi cannoni dietro la linea francese dall'ala destra, ove si trovavano prima, all'estremità dell'ala sinistra. Colà egli vedeva perfettamente scoperto il fianco degli Spagnuoli, e questa nuova batteria colpiva longitudinalmente tutta la loro linea. Le palle giugnevano pure fino all'ala destra francese, e vi fecero non poco guasto. Fu detto, che, volendo taluno per questo rispetto far sospendere il fuoco, Alfonso gridasse a' suoi cannonieri: «coraggio amici! non importa sapere chi sia colpito, sono tutti stranieri, e perciò tutti agl'Italiani nemici»[219]. La fanteria spagnuola, sempre appiattata per terra, non era molto esposta ai colpi dei cannoni; ma lo erano assaissimo gli uomini d'armi, ch'erano più alti, ed occupavano una superficie maggiore. Bentosto il campo di battaglia si vide coperto delle sparse membra de' soldati e de' cavalli. Pietro Navarro, che aveva egli stesso formata la fanteria spagnuola, e che tutta riponeva in questa la sua confidenza, vedeva con perfetta indifferenza la distruzione de' suoi uomini d'armi italiani; pensava che i Francesi non soffrirebbero minor danno, e calcolava che quando gli uomini d'armi delle due armate sarebbero stati egualmente distrutti dall'artiglieria, la fanteria spagnuola, che egli aveva conservata intatta, non mancherebbe di far presto a pezzi la fanteria tedesca e francese[220].

[219] _P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 83_; ma egli soggiugne che Alfonso lo assicurò di non avere mai tenuto questo discorso.

[220] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 589. — Jacopo Nardi Hist. Flor., l. V, p. 236. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 123._

Ma gli uomini d'armi erano sotto il comando de' più illustri personaggi dell'armata, e di coloro che meno degli altri rassegnarsi potevano a vedersi sagrificati alla salvezza di un corpo ch'essi disprezzavano. Fabrizio Colonna mandò messi sopra messi al vicerè per chiedergli licenza di uscire dai suoi trinceramenti e di caricare il nemico. Non lo potendo ottenere, nè più oltre contenere i suoi uomini d'armi, gridò: «Non s'aspetta a noi altri il morire vergognosamente a cagione dell'ostinazione e della gelosia d'un malcreato _Marrano_. Non vogliamo sagrificargli più in là l'onore della Spagna e dell'Italia. Sortiamo; e se dobbiamo morire, si cada per lo meno vendendo a caro prezzo la nostra vita ai Francesi.» Trasse così senz'averne ricevuto l'ordine la sua truppa al di là della fossa, e caricò i nemici. Questo movimento costrinse Pietro Navarro a seguirlo, il quale fece alzare la sua fanteria spagnuola, fin allora rimasta col ventre per terra, e la condusse con furioso impeto contra la fanteria tedesca[221].

[221] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 589. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 388. — Mém. de Bayard, c. LIV, p. 303. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 124._

Gli uomini d'armi di Fabrizio Colonna, anche prima della battaglia, non erano stimati eguali ai Francesi; ma dopo la spaventosa perdita che avevano sofferta sotto il fuoco dell'artiglieria, più non potevano venire con questi alle mani con qualche speranza di buon successo. Mentre si avanzavano contro l'artiglieria del duca di Ferrara, furono assaliti di fianco da Ivone d'Allegre, che al romore dell'artiglieria era giunto con tutta la retroguardia, e malgrado la più ostinata difesa furono rotti, rovesciati o posti in fuga. Fabrizio, circondato da un branco di cavalieri, si andava ancora difendendo, quando Alfonso d'Este gli si avvicinò e gli disse: «Romano, non ti fare uccidere per la tua ostinazione; riconosci che la battaglia è perduta, e renditi a me. — Chi sei tu, rispose Fabrizio, tu che mostri di conoscermi? Io sono Alfonso d'Este; da me non puoi nulla temere. — Io mi arrendo volentieri a così generoso nemico, ma a condizione che tu non mi darai nelle mani dei Francesi, nemici della mia famiglia.» Alfonso alzò la mano per prometterlo, ed in quell'istante ebbe cominciamento un'amicizia, che non molto dopo salvò il duca di Ferrara dalla prigionia[222].

[222] P. Giovio, che aveva udito questo dialogo dalla bocca dell'uno e dell'altro interlocutore. _Vita d'Alfonso d'Este, p. 83._

Il vicerè e Carvajale, dopo il primo urto della cavalleria, presero la fuga troppo presto per l'onor loro, e mentre la vittoria potev'essere ancora contrastata. Antonio de Leyva, che serviva tuttavia in oscura condizione, gli scortò nella loro ritirata. Il marchese della Palude, che aveva condotta alla carica la seconda battaglia di già assai maltrattata dall'artiglieria, fu fatto prigioniere dopo avere perduto un occhio; non ebbero miglior sorte i cavaleggieri, ed il loro capo, il giovane Pescara, destinato in appresso a tanta gloria, cominciò la sua carriera militare colle ferite e colla prigionia[223].

[223] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 590. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 389. — P. Jovii Ferdinandi Avali Pescarii Vita, l. I, p. 280._

La pugna dell'infanteria non fu così presto decisa. I fanti spagnuoli avevano attaccati i Tedeschi: la loro armatura non era eguale. I Landsknecht portavano una picca di sedici a diciotto piedi di lunghezza, ed una sciabola al fianco. Il loro petto era coperto da un corsaletto di ferro, e non avevano nè scudo, nè altra arma difensiva. Per lo contrario gli Spagnuoli non avevano per armi offensive che la spada ed il pugnale; ma essi portavano lo scudo, e la loro testa, le gambe, le braccia e tutto il corpo erano difesi da un'intera armatura[224]. Al primo urto i Tedeschi, avanzandosi colla picca abbassata, rovesciarono molti Spagnuoli; ma questi non per ciò si sgomentarono, e spingendosi innanzi, riuscirono all'ultimo a penetrare fra le picche. Allora i Tedeschi, in certo modo disarmati, trovaronsi esposti a tutti i colpi; le picche, invece di servir loro di difesa, loro impedivano di muoversi, e le loro stesse sciabole, quando le sguainavano, richiedevano spazio e tempo per ferire di taglio, mentre che gli Spagnuoli li ferivano di punta, e penetravano facilmente ove mancava l'armatura. Spaventosa fu la carnificina, ed i Tedeschi sarebbero tutti periti sotto i colpi de' fanti spagnuoli, che spesso s'introducevano, chinandosi a terra, tra le loro gambe e li ferivano col pugnale, se Ivone d'Allegre e subito dopo Gastone di Foix non sopraggiugnevano in loro soccorso con tutta la cavalleria francese, cui dalla spagnuola era stato abbandonato il campo di battaglia[225].

[224] _Niccolò Macchiavelli dell'arte della guerra, l. II, p. 67. — Herrn Georgens von Frundsberg, Ritters Kriegzsthaten I Buch. f. 15. Francfort, 1568, in fol._

[225] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 590. — Mém. de Fleuranges, p. 96. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 389. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 125._

Ivone d'Allegre aveva nel precedente anno perduto Melilot, uno de' suoi figliuoli in una scaramuccia presso Ferrara; l'altro, il signore Viverots, fu ucciso sotto i suoi occhi nella battaglia di Ravenna, nell'istante in cui attaccava gli Spagnuoli. D'Allegre, non volendo sopravvivere a quest'ultima sventura, si gettò in mezzo ai nemici, bramoso soltanto di vendetta, e non di salvare la propria vita, e cadde traforato da mille colpi. La fanteria spagnuola si andava non pertanto ritirando in buon ordine, lentamente e sempre combattendo, lungo la sponda del fiume, tra le acque e l'argine. Gastone di Foix, irritato dalla spaventosa carnificina che questa aveva fatto della sua gente, non volle permetterle la ritirata senza cercare di avvilupparla. La caricò in persona colla sua cavalleria, e cadde ferito da cavallo. Lautrec, che stava al suo fianco, invano gridava al soldato spagnuolo, che lo aveva gittato a terra: «non l'uccidete, egli è il nostro vicerè, il fratello della vostra regina.» Lo spagnuolo gl'immerse la sua spada nel seno. Anche Lautrec fu lasciato per morto carico di venti ferite. La cavalleria francese, atterrita per la caduta de' suoi capi, si fermò, e la fanteria spagnuola continuò la sua ritirata senz'essere molestata[226].

[226] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 591. — Mém. de Bayard, ch. LIV, p. 311. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 127. — Vita d'Alfonso, p. 86._

In questo secolo, insanguinato da tante battaglie, niuna aveva ancora uguagliato in accanimento quella di Ravenna: in niuna non avevano preso parte all'azione tutti i corpi di così grosse armate, nè il campo di battaglia era rimasto coperto di tanti morti. Quasi tutti gli storici ne contano diciotto in venti mila, due terzi de' quali appartenevano all'armata alleata; il solo Guicciardini, più moderato ne' suoi calcoli, li porta in tutto a dieci mila[227]. Gli equipaggi, le insegne e l'artiglieria dei vinti caddero in potere dei vincitori. Il cardinale de' Medici, legato del pontefice, che pochi mesi dopo doveva essere papa, fu fatto prigioniero da alcuni Stradiotti di Federico da Bozzolo, e condotto al cardinale di Sanseverino, legato del concilio. Fabrizio Colonna, Pietro Navarro, i marchesi della Palude, di Bitonto e di Pescara, con moltissimi ufficiali d'importanza, contavansi tra i prigionieri; mentre i Francesi piangevano la perdita di Gastone di Foix, d'Ivone d'Allegre, dei capitani della fanteria guascona e tedesca, Molard e Giacomo Empser, e di molti altri distinti ufficiali o capi appartenenti alla più illustre loro nobiltà[228].

[227] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 592._ — Nelle Memorie di Bajardo 16,000, 4000 Francesi, _c. LV, p. 315_. — Jacopo Nardi 12,000 Spagnuoli, 4000 Francesi, _Ist. Fior., l. V, p. 237_. — Giovanni Cambi, 14,000 Spagnuoli, 6000 Francesi, _Ist. Fior. p. 288_. — Pietro Bizarro 18,000 in tutto, _Hist. Genuens., l. XVIII, p. 431_.

[228] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 591. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 389. — Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXX, c. IX, p. 514. — Muratori Ann. d'Italia, t. X, p. 81. — P. Bembi Hist. Ven., l. XII, p. 278. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 128._

«Ognuno seppe la morte di così virtuoso e nobile principe, il gentil duca di Nemours, onde cominciò nel campo francese un così maraviglioso rammarico, ch'io punto non dubito, se fossero giunti due mila uomini freschi e dugento uomini d'armi, che non avessero tutto disfatto, tanto per la pena, che per la fatica sostenuta in quel giorno»[229]. Infatti la morte di Nemours era in quelle circostanze il più fatale avvenimento che accadere potesse all'armata francese. S'egli fosse vissuto, non vi ha dubbio, che seguendo l'ordinaria sua rapidità, e valendosi dell'entusiasmo che inspirare sapeva ai suoi soldati, non si fosse allontanato dal luogo in cui aveva combattuto, per indebolire la memoria di tante perdite; e che, spingendo a Roma la sua vittoriosa armata, non avesse colà dettata la pace al papa, indi distrutta la potenza spagnuola a Napoli, ove non era apparecchiata veruna resistenza, e forse conquistato quel regno per sè medesimo: perciocchè era comune opinione che Lodovico XII gli avesse ceduti quegli stessi diritti, che in un precedente trattato avea trasferiti alla di lui sorella, Germana di Foix, in allora regina di Spagna[230]. Ma i Francesi, piangendo il duca di Nemours, non erano disposti ad ubbidire a verun altro; il loro rammarico e le numerose perdite che avevano fatto ispiravano loro quasi tanto scoraggiamento, come se fossero stati vinti. Il cardinale di Sanseverino contrastava a la Palisse il comando dell'armata; e non potendo accordarsi, erano stati costretti di ricorrere al re di Francia per chiedere nuovi ordini. Intanto l'amministratore delle finanze, che portava il titolo di generale di Normandia, e che comandava a Milano, non consultando che una sordida economia, aveva, secondando le inclinazioni del re, licenziata tutta la fanteria italiana, e gran parte della francese[231].

[229] _Mém. du chev. Bayard, ch. LIV, p. 313._

[230] _Mém. du chev. Bayard, ch. LV, p. 314. — Fr. Belcarii, l. III, p. 590._

[231] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 595. — P. Giovio, Vita di Leon X, l. II, p. 134. — Mémoir. de Fleuranges, p. 102. — Jac. Nardi, l. V, p. 239._

I fuggiaschi dell'armata della lega avevano presa la strada di Cesena, di dove in appresso si sparsero nelle vicine province. Il vicerè si fermò solamente in Ancona, ove giunse accompagnato da pochi cavalieri. Gli altri cadevano quasi tutti nelle mani de' contadini sollevati, e sempre apparecchiati ad opprimere ed a spogliare i vinti. Per altro la repubblica fiorentina protesse coloro che si erano rifugiati nel suo territorio, mentre che il duca d'Urbino, dopo d'aver fatto per mezzo del conte Baldassare Castiglioni, celebre autore del _Cortigiano_, la sua pace parziale col re di Francia, inseguì egli stesso i fuggitivi[232].

[232] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 591. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 389. — Jac. Nardi, l. V, p. 238._