Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)
Part 11
Il saccheggio non cominciò che quando si cessò di spargere il sangue; ma l'avidità del soldato non fu minore della sua ferocia. Non contento di prendere tutti i mobili delle case, e tutto ciò che aveva qualche valore, fece prigionieri gli abitanti, e li forzò coi tormenti a palesare in qual luogo avessero nascoste parte delle loro ricchezze. Spesse volte, quando non potevano ridurli a manifestare il segreto, o quando sospettavano che quegli sventurati non avessero palesata ogni cosa, li facevano perire sotto la tortura. Tutto ciò ch'era stato deposto nelle chiese e ne' conventi diventò preda de' soldati; le donne più illustri, e le stesse claustrali non si sottrassero alle ultime violenze. Bajardo difese da ogni insulto la signora che lo aveva accolto nella sua casa, e le due di lei figlie, ma la profonda loro riconoscenza provò quanto quest'atto di generosità fosse parso raro. Due interi giorni vennero accordati a tutti gli orrori della militare licenza. Finalmente Gastone di Foix fece cessare il saccheggio, ed uscire le sue truppe dalla città; ma fece decapitare sulla pubblica piazza il conte Avogaro, e poco dopo i di lui due figliuoli. Il sacco di Brescia fu valutato trecento milioni di scudi, e fu osservato che inflisse egli stesso ai vincitori la punizione delle crudeltà che l'avevano macchiato. «Niente è così certo, dice il leal servitore di Bajardo, che la presa di Brescia fu in Italia la ruina de' Francesi; imperciocchè avevano essi tanto guadagnato in questa città, che la maggior parte tornarono in Francia stanchi della guerra, e sarebbero pure stati utili nella giornata di Ravenna siccome voi intenderete tra poco[193].»
[193] _Mém. du chev. Bayard, ch. L, p. 245-258. — Fr. Guicciardini, l. X, p. 577. — P. Bembo l. XII, p. 276. — Anon. Padov. MS. presso Muratori An. d'Ital. ad an. 1512. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 281-283. — Jac. Nardi, l. V, p. 233. — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 78. — Vita di Leon X, l. II, p. 115. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 382. — Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXX, c. VIII, p. 310. — Arnoldi Ferroni, l. IV, p. 71._
CAPITOLO CIX.
_Battaglia di Ravenna; morte di Gastone di Foix, ed indebolimento dell'armata francese; Giulio II si ostina a ricusare la pace; dissimulazione di Massimiliano; irritamento degli Svizzeri; questi si uniscono ai Veneziani e scacciano i Francesi d'Italia._
1512.
Uno dei più grandi mali cagionati dalla violenza delle passioni popolari, è quello di distruggere nel cuore umano le primitive nozioni del giusto e dell'ingiusto, di confondere ciò che è onesto con ciò che è turpe. Quando giudichiamo con calma la condotta de' partiti e dei loro corifei, ci sorprende e ci affligge per l'umana natura il vedere interi popoli applaudire a rivoltanti azioni, individui distinti per le loro belle qualità macchiarsi senza rimorso con atti di ferocia e di perfidia che oltraggiano l'umanità. Noi saremmo a tal vista tentati di dubitare dell'universale potere della coscienza, primaria legge della nostra esistenza, se non volgessimo lo sguardo alla prepotente influenza, che gli altrui giudizj esercitano sopra di noi. L'amore del bello e del giusto è dato ad ogni uomo; ma la conoscenza di ciò che è bello, di ciò che è giusto non è rapida abbastanza per andare innanzi all'istruzione che gli viene offerta dagli altri. La lentezza del suo spirito, e più di tutto la sua infingardaggine, hanno bisogno d'essere diretti dalla pubblica opinione; ed il più delle volte l'universale consenso ha segnata quella linea morale, che cadauno separatamente avrebbe potuto a stento determinare. E per tal modo la coscienza diventò quasi sempre l'eco della voce popolare; ed anche l'uomo d'eminente intelletto, non avendo tempo di esaminare partitamente tutte le quistioni della morale, abbraccia per lo più il giudizio suggeritogli dagli altri, ma ch'egli crede dovuto ad affezioni od a ripugnanze innate in un cuore onesto.
Ma quando lo spirito di parte, impadronendosi d'una società, la divide in due, ogni parte ammette una credenza, che per coloro che la seguono, presentasi con tutti i caratteri della pubblica opinione, e diventa in sua vece il regolatore ed il supplimento della coscienza individuale. La violenza dello spirito di parte si attacca quasi sempre a quistioni morali, che vengono decise dal pregiudizio, ed intorno alle quali la ragione rimane in sospeso. Tali sono, l'origine del potere e la sua legittimità, i doveri de' sudditi, i diritti de' cittadini, la fedeltà che i primi credono dovuta al loro monarca, che i secondi credono di potere pretendere dal loro governo. L'esame di cadauna di tali quistioni, da cui può dipendere la condotta dell'uomo d'onore, nelle più importanti occasioni, spaventa colla sua difficoltà: ma gli uomini di partito non si curano di esaminarle; adottano il pro o il contro con una cieca fede, che poi risguardano come il loro sentimento morale, come la voce della loro coscienza; accusano di mala fede coloro che hanno abbracciato il contrario sistema, e, sentendosi appoggiati dall'assenso de' soli uomini con cui essi parlano, disprezzano i loro avversarj, e non vedono che colpevoli in tutti coloro che essi combattono. Il solo filosofo conosce quanto difficile sia lo stabilire principj nelle astratte quistioni della politica, e sotto quanti differenti aspetti esse si presentino ai migliori ingegni: per tal modo egli abbraccia tutte le opinioni, tutte le scuse, ed altro non vede nelle politiche dissensioni che vincitori e vinti.
Il conte Luigi Avogaro, ed il numeroso partito da lui strascinato nella ribellione, potevano giustificare la loro causa con tutti i nomi tra gli uomini più sacri. Quando l'Avogaro volle ristabilire nella sua patria quella stessa autorità della repubblica veneta, sotto la quale egli era nato, e sotto la quale vissuto era suo padre, prendeva le armi per ciò che gli uomini hanno convenuto di chiamare legittimo potere: nello stesso tempo combatteva per la libertà, che l'Italia credeva di vedere nel governo repubblicano di Venezia; combatteva per l'indipendenza italiana contro il giogo d'una nazione straniera; finalmente combatteva per la religione e per la Chiesa, perciocchè il papa aveva abbracciata la difesa di Venezia, ed i suoi avversarj erano macchiati col nome di scismatici. Pure uno degli eroi della Francia, Gastone di Foix, condannò l'Avogaro al supplicio coi due suoi figli; cercò d'infamarlo col nome di traditore; non credette di sagrificarlo alla politica, ma alla giustizia, e volle egli stesso trovarsi presente ad un'esecuzione, di cui pareva gloriarsi. Un poeta francese, risguardando l'Avogaro quale uomo abbandonato all'infamia, non si fece scrupolo di calunniarlo con perfide supposizioni; e quanto più ristretto è in Francia il numero delle tragedie storiche, tanto più l'odioso carattere che Du Belloy ha dato al conte Avogaro, ha lasciata contro di lui una gagliarda impressione popolare[194]. Finalmente gli storici francesi, lungi dal vergognarsi della carnificina di Brescia, sonosi compiaciuti di esagerarne le conseguenze. Non vi scorsero che fatti gloriosi per Lodovico XII, il padre del popolo, e per Nemours, l'idolo dell'armata; ed hanno coperto col loro disprezzo quelli che erano stati vinti dai loro compatriotti, senza farsi carico de' nobili sentimenti che loro avevano poste le armi in mano.
[194] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 577. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 115. — Gaston et Bayard tragédie de Du Belloy, 1771._
La riputazione ed il carattere di Gastone di Foix, duca di Nemours, sono altri esempi dell'influenza dei pregiudizj di partito. Questo principe, nato il 10 dicembre del 1489, e che di poco era entrato nel suo ventesimo terzo anno, ove si debba giudicare dalla sua gloria, è uno de' più grandi uomini che producesse la Francia, ove poi si esaminino le azioni sue, sembra uno de' più feroci capi d'esercito. Durante la battaglia, egli eccitava continuamente i suoi soldati alla carnificina, e poche volte dava quartiere ai nemici; verun capitano trattò con maggiore asprezza i popoli delle città conquistate, o gli assoggettò a più pesanti contribuzioni: nel suo campo, in cui la negligenza del signore di Chaumont aveva permesso che s'introducesse l'indisciplina, non era stato da altro generale rimesso l'ordine con una più costante severità e con più inflessibile rigore: per ultimo niuno risparmiava meno di lui la vita dei soldati, che strascinava con rapidissime marcie a traverso ai pantani o tra le profonde nevi, e teneva le intere notti a cielo aperto in mezzo ai ghiacci nel più rigoroso inverno.
Ma un generale, più ancora che un politico, è l'opera del suo secolo e di quel potente pregiudizio che copre di tanta gloria le militari fortunate imprese. È cosa ingiusta il rendere un individuo risponsabile d'un'opinione popolare, cui forse cadauno di noi ha contribuito. Gli applausi che i più deboli diedero in ogni occasione ai forti, quell'entusiasmo che il più timido sesso sente per il valore, quella corona di gloria onde i poeti cinsero la fronte de' vincitori, furono altrettante offese fatte all'umanità. La pubblica opinione si compiacque d'inebbriare i guerrieri per iscatenarli in appresso contro la società; riserbò tutti i suoi allori per le loro vittorie, senza farsi da costoro rendere conto nè dei motivi delle guerre, nè de' mezzi adoperati per ottenere la vittoria; ella rimane sola risponsabile della formidabile frenesia de' conquistatori. Questi non sono che ciò che li fa il mondo; e Gastone di Foix, uno forse degli uomini che recarono maggior danno alla umanità, in proporzione della sua breve carriera, per l'elevazione della sua anima e per i singolari suoi talenti, era meritevole della stima che gli fu accordata.
Gastone di Foix, che di ventidue anni aveva ottenuto l'importantissimo comando della Lombardia, aveva date nella sua prima gioventù tali prove di talenti militari, che pochi vecchi guerrieri pareggiarono. Circondato da nemici, tutti egualmente pericolosi, aveva nel cuore dell'inverno fatto testa a tutti successivamente colla stessa armata; e sempre gli aveva sopraggiunti in una perfetta sicurezza, mentre lo supponevano in faccia ad altre armate. Dal mese di novembre in poi aveva inquietati gli Svizzeri scesi in Lombardia, e forzatili a rientrare nelle loro montagne; aveva costretta l'armata del re di Spagna e del papa a levare l'assedio di Bologna, ed a ritirarsi in Romagna; aveva battuto Gian Paolo Baglioni coi Veneziani tra l'Adige ed il Mincio, e finalmente aveva ripresa Brescia, distruggendovi l'armata del Gritti e dell'Avogaro. Dopo quest'ultima vittoria Gastone pareva abbandonarsi ai piaceri, non d'altro occupandosi che delle feste del carnovale; ma frattanto la sua armata era in cammino, ed apparecchiavasi a nuove intraprese; e per tirarlo da questo apparente dissipamento non abbisognavano gli eccitamenti di Lodovico XII, che gli pervennero uno dietro l'altro, affrettandolo di correre alla battaglia[195].
[195] _Jo. Marianae de reb. Hisp. l. XXX, c. VIII, p. 310. — Mém. du chev. Bayard, c. L, p. 256._
Lodovico XII vedeva finalmente addensarsi sul proprio capo tutti i turbini che Giulio II da tanto tempo andava preparando. Aveva Ferdinando saputo approfittare della sua influenza sul suo genero, il re d'Inghilterra, per persuaderlo a firmare in Londra, il 17 novembre del 1511, un'alleanza il di cui oggetto manifesto era quello di far ricuperare all'Inghilterra il possedimento della Guienna, mentre Ferdinando contava di approfittarne per riconquistare egli stesso la Navarra. Giovanni d'Albretto, re di Navarra, era ciecamente entrato in tutti gli interessi della Francia: per far cosa grata a Lodovico XII aveva riconosciuto il concilio di Pisa, e si trovava colpito dalle scomuniche fulminate contro i fautori di Lodovico. Ferdinando non credeva d'abbisognare di verun altro pretesto per invadere i suoi stati; ma conveniva rendere altrove necessarj i soccorsi che avrebbe potuto dargli la Francia. A tale oggetto Ferdinando persuadeva Enrico VIII ad attaccare la Guienna, e gli offriva per ajutarlo a conquistarla cinquecento uomini d'armi, mille cinquecento cavaleggieri e quattro mila fanti[196].
[196] _Rymer Foedera et Conventiones, t. XIII, p. 311. — Rapin de Thoyras, Hist. d'Angleterre l. XV, t. VI, p. 41._
Enrico VIII tenne per qualche tempo segreto il trattato che sottoscritto aveva con Ferdinando; negò a Lodovico XII, che ne aveva avuto qualche sentore, l'esistenza del medesimo; ed il 9 di dicembre ricevette da questi l'ultimo pagamento de' sussidj, che il re di Francia aveva promesso di dargli pel mantenimento della pace[197]. Ma in occasione dell'apertura del parlamento, il 4 febbrajo 1512, partecipò a quest'assemblea il suo progetto di attaccare la Francia, per isciogliere il concilio di Pisa, e far restituire Bologna alla Chiesa. Ottenne dal parlamento considerabili sussidj per l'esecuzione di tali progetti, che pure sembravano affatto stranieri all'Inghilterra[198]. Una nave del papa, la prima che spiegasse bandiera pontificia nelle acque del Tamigi, giunse a Londra carica di vini greci e di frutta del mezzogiorno, che il papa mandava in dono ai prelati, ai lordi ed ai membri della camera dei comuni: questo nuovo inaudito onore sedusse non meno gl'Inglesi che il loro re; e l'intera nazione si associò con entusiasmo ad una guerra senza motivo[199].
[197] _Rymer, Foedera et Conv., t. XIII, p. 310._
[198] _Rapin de Thoyras, l. XV, p. 44. — Hume's History of England, ch. XXVII, t. V, p. 112._
[199] _Fr. Guicciardini l. X, p. 578. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 383._
Lodovico XII doveva temere l'attacco degl'Inglesi su tutte le coste, quello di Ferdinando su tutta la linea de' Pirenei, quello degli Svizzeri sulla Borgogna o in Italia. Nella quale ultima contrada il papa, il vicerè di Napoli ed i Veneziani, minacciavano di nuovo il suo luogotenente, il duca di Nemours, mentre che Massimiliano, il suo solo alleato, pel quale erasi fin allora esaurito di uomini e di danaro, non solo non lo assecondava, ma inoltre gli faceva ad ogni istante temere di porsi coi suoi nemici. Massimiliano gli aveva nuovamente promessa la continuazione della sua amicizia, ma l'aveva accompagnata con tali esorbitanti domande, con lagnanze tanto ingiuste e ridicole, che facevano presagire una vicina rottura[200]; e siccome egli non manifestava i suoi segreti a verun confidente, non si sa accertare se fin d'allora avesse intenzione d'ingannare Lodovico XII, o se cedesse senza un premeditato progetto alla sua abituale instabilità.
[200] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 579. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 383._
I medesimi Fiorentini vacillavano nell'alleanza colla Francia; i loro soccorsi non giugnevano all'armata; il termine dell'alleanza andava a spirare entro pochi mesi, ed essi ricusavano di rinnovarla; intanto negoziavano con Ferdinando e con don Raimondo di Cardone, ed avevano ottenuto dal papa l'assoluzione della scomunica contro di loro pronunciata. Egli è vero che il duca di Ferrara ed i Bentivoglio mantenevansi fedeli a Lodovico XII; ma la loro alleanza era piuttosto un carico che un beneficio; incapaci di difendersi da sè medesimi, non isperavano salvezza che dalla Francia. Ogni speranza di Lodovico XII era riposta nell'armata di Gastone di Foix; la quale, se batteva Raimondo di Cardone, poteva inspirare a Giulio II tanto terrore da ridurlo a sottoscrivere la pace[201].
[201] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 580. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 384._
Quando Gastone di Foix seppe che l'armata era giunta a Finale di Modena, si affrettò di raggiugnerla: aveva ricevuto rinforzi dalla Francia, ed aveva a sua disposizione mille seicento lance, cinque mila fanti tedeschi, cinque mila Guasconi ed ottomila tra Italiani e Francesi. Il duca di Ferrara gli condusse pure cent'uomini d'armi, dugento cavaleggieri, ed un treno d'artiglieria, il più bello che allora si vedesse presso verun principe d'Europa. Il cardinale di Sanseverino, che dal concilio di Pisa trasferitosi a Milano, si era fatto dare il titolo di legato di Bologna, aveva raggiunta l'armata con militare apparato, trovandosi felice di poter abbandonare un'assemblea che non riceveva che mortificazioni, perciocchè i prelati non erano stati più favorevolmente ricevuti a Milano, di quello che lo fossero stato a Pisa. Il popolo li caricava d'ingiurie nelle strade, ed il clero, assoggettandosi all'interdetto pronunciato dal papa, aveva sospeso i divini ufficj[202].
[202] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 560 e 581. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 385. — Jac. Nardi, l. V, p. 233._
Il 26 di marzo Gastone partì da Finale di Modena per innoltrarsi nella Romagna. Quant'egli desiderava di venire a battaglia, altrettanto Raimondo di Cardone cercava di schivarla. Aveva questi sotto i suoi ordini mille quattrocento uomini d'armi, mille cavaleggieri, sette mila fanti spagnuoli, e tre mila Italiani: aspettava inoltre sei mila Svizzeri, che il cardinale di Sion aveva promesso di condurgli a spese comuni del papa e de' Veneziani. Frattanto Ferdinando gli avea ordinato di non esporsi ad una battaglia, per aspettare che l'invasione degl'Inglesi obbligasse Lodovico a richiamare dall'Italia la sua armata. Perciò si andava Raimondo ritirando in faccia all'armata francese, occupando sempre vantaggiose posizioni, ove non poteva essere attaccato che con grande svantaggio[203].
[203] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 581. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 385. — Mém. du chev. Bayard, ch. L, p. 257._
Gastone tentò da principio di penetrare tra Castel Guelfo e Medicina, al levante di Bologna, e gli Spagnuoli presero posto in distanza di quattro miglia, sotto le mura d'Imola. Gastone andò a cercarli, avvicinandosi fino ad un miglio dall'armata nemica; ma conoscendone la posizione quasi inattaccabile, continuò a marciare verso Forlì. Mentre le due armate erano vicine, gli Spagnuoli credendosi in sul punto di essere attaccati si andavano affollando intorno al legato Giovanni dei Medici, per ottenere l'assoluzione de' loro peccati. Avevano un così vivo desiderio di toccare le sue vesti, che, abbandonando le loro insegne e le loro file per affollarsi intorno a lui, eccitarono ne' loro capitani la più viva inquietudine. Intanto, racconta Giovio, che il legato piangeva di gioja, vedendo come questi tanto feroci Spagnuoli, dediti alla rapina ed alle stragi, nudrivano nello stesso tempo così religiosi sentimenti. Il Medici si recò fra di loro con una croce d'argento, pronunciò la loro assoluzione, loro promettendo l'eterno premio, se venivano uccisi per la difesa dell'autorità papale; ma nello stesso tempo gli scongiurò a non uscire dalle loro file, finchè il nemico si trovava così vicino[204].
[204] _P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 117._
Ne' susseguenti giorni Nemours cercò con accorte marcie di tirare gli Spagnuoli fuori della loro posizione; ma questi tenevano appoggiata la loro sinistra all'Appennino, e trovavano sempre vantaggiosi accampamenti, tenendo quest'ala per perno; mentre i Francesi, che si avanzavano in una pianura bassa e tagliata da frequenti canali, mai non trovavano una posizione in cui potessero con vantaggio dare battaglia[205].
[205] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 582. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 385._
Mentre i due generali spiegavano la loro cognizione militare in questi movimenti, Gastone di Foix ricevette da Lodovico XII un corriere per affrettarlo a venire a battaglia. Il re aveva penetrato che Massimiliano coll'intervento del papa aveva conchiusa una tregua di dieci mesi coi Veneziani, a condizione che questi gli pagherebbero 50,000 fiorini, e che l'una e l'altra potenza conserverebbero ciò che possedevano. Nello stesso tempo Girolamo Cavanilla, ambasciatore del re d'Arragona, aveva domandata l'udienza di congedo, lo che sembrava annunciare un vicino attacco dalla banda de' Pirenei. Lo stesso Gastone aveva ricevute notizie tali che accrescevano la sua impazienza di combattere, ma che teneva cautamente celate a tutti i suoi ufficiali. Il capitano de' suoi landsknecht, Giacomo von Embs, o Empser, trovavasi da molto tempo al servigio della Francia; era stato ben trattato dal re, e, sebbene non parlasse l'idioma francese, aveva un onorato grado nella milizia. L'8 di aprile, il giorno susseguente alla venuta di Bajardo al campo, Empser ricevette un ordine dall'ambasciatore dell'imperatore Massimiliano a Roma, diretto a tutti i Tedeschi che militavano nell'armata francese, col quale veniva loro ingiunto a nome dell'imperatore di abbandonare immediatamente l'armata e di ricusare di combattere contro le truppe del papa o del re d'Arragona. Giacopo Empser, senza comunicare quest'ordine a chicchessia, lo portò a Bajardo, chiedendogli consiglio. Bajardo lo condusse al duca di Nemours; e tutti due persuasero il capitano Giacomo a promettere di tenere la cosa segreta: ma un secondo corriere poteva recare un somigliante ordine ad altri capitani tedeschi; e se questi ubbidivano, se i loro compatriotti, che formavano il terzo dell'armata francese, si ritiravano, quest'armata era perduta senza combattere[206]. Tali motivi consigliarono Nemours a volgersi bruscamente verso Ravenna, persuaso che Raimondo di Cardone non acconsentirebbe che fosse presa sotto i suoi occhi una così importante città, e accorrendo per difenderla gli offrirebbe la bramata occasione di tentare la sorte d'una battaglia[207].
[206] _Mém. du chev. Bayard, t. XV, ch. LII, p. 258._
[207] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 583. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 386. — P. Giovio Vita di Leone X, l. II, p. 118._
Infatti il Cardone risolse di difendere Ravenna; vi mandò Marc'Antonio Colonna con sessanta uomini d'armi, cento cavaleggieri e seicento fanti spagnuoli; ma per ridurre Marc'Antonio a chiudersi in quella città convenne che il vicerè, il legato, Fabrizio Colonna e Pietro Navarro, obbligassero la loro fede a soccorrere Ravenna, se i Francesi l'assediavano.
I due primi fiumi che scendendo dagli Appennini mettono foce in mare e non nel Po, il Ronco ed il Montone, passano uno a destra, l'altro a sinistra di Forlì, a non molta distanza dalla città, e, riunendosi sotto le mura di Ravenna, si gettano in mare tre miglia più abbasso. Il Nemours erasi avanzato fra questi due fiumi, vi aveva preso e saccheggiato il forte castello di Russi, indi aveva segnato il suo accampamento innanzi a Ravenna, appoggiando l'ala destra al Ronco, e la sinistra al Montone ed aveva aperte le sue batterie. Di già cominciavano a mancargli le vittovaglie; i suoi saccomanni dovevano fare sette o più miglia di strada per trovare qualche cosa da prendere in campagna, ed i Veneziani, padroni del Po, gli toglievano ogni comunicazione con Ferrara[208].
[208] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 584. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 386. — Mém. du chev. Bayard, ch. LII, p. 258. — Jo. Marianae de Reb. Hisp., l. XXX, c. IX, p. 312._