Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)
Part 10
Il gonfaloniere Soderini sentiva tutta la forza delle ragioni addotte dal re di Francia; era persuaso del principio così spesso ripetuto dal Macchiavelli, che il partito di mezzo è di tutti il più pernicioso; e che, chi non si dichiara per una parte o per l'altra, scontenta sempre entrambe le parti. Vedeva che, dopo avere offeso il papa, si offenderebbe ancora il re di Francia, il quale non troverebbe che si fosse per lui fatto abbastanza, mandandogli soltanto i soccorsi stipulati dal trattato, e che ciò non pertanto sarebbe un'ostilità agli occhi di Ferdinando d'Arragona. Ma il partito, che si opponeva al gonfaloniere con intenzione di perderlo, s'ingrossava in tale occasione di tutti quelli che la debolezza del loro carattere attaccava alle misure di mezzo, e di tutti quelli che un giusto risentimento contro Lodovico XII e la casa di Francia, per le transazioni relative alla guerra di Pisa, rendeva diffidenti verso una famiglia che gli aveva così lungo tempo ingannati. Perciò, malgrado tutti gli sforzi del gonfaloniere, la repubblica si attenne strettamente all'esecuzione del trattato conchiuso con Lodovico XII, e mandò inoltre lo storico Francesco Guicciardini ambasciatore presso Ferdinando, onde scusarsi d'avere dati questi soccorsi al di lui nemico[172].
[172] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 567. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 377._
In sul finire di dicembre l'armata spagnuola e pontificia cominciò ad avanzarsi verso la Romagna. Il vicerè, don Raimondo di Cardone, si trattenne ad Imola per aspettare il rimanente delle sue truppe e la sua artiglieria, e intanto mandò Pietro Navarro, capitano generale della fanteria spagnuola, ad attaccare i possedimenti del duca di Ferrara in Romagna. Tutte le borgate e le fortezze, che il duca possedeva al mezzodì del Po, si arresero a Navarro alla semplice intimazione di un trombetta, tranne la bastia della Fossa Geniolo, ch'era stata attaccata nel precedente anno, ed opportunamente da Bajardo soccorsa. Vestidello Pagano, distinto ufficiale del duca di Ferrara, che vi comandava una guarnigione di cento cinquanta fanti, oppose una gagliarda resistenza agli attacchi di Pietro Navarro fino all'ultimo giorno dell'anno, in cui la bastia fu presa d'assalto. La guarnigione fu passata a fil di spada, e Vestidello, ferito, oppresso dalla fatica e costretto ad arrendersi, fu in seguito ucciso a sangue freddo dai Musulmani, che formavano in allora il grosso della fanteria spagnuola[173].
[173] _Ariosto Orl. Fur., c. III, stanza 54 e canto XLII, st. 5. — Fr. Guicciardini, l. X, p. 568. — P. Bembi, l. XII, p. 272. — P. Giovio vita di Alfonso, p. 71. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 377. — Muratori Ann. d'Italia ad An. 1512._
Il possedimento della bastia di Geniolo era della più alta importanza agli occhi del duca Alfonso per l'attacco o la difesa di Ferrara, perchè questa fortezza signoreggiava la navigazione del Po. Perciò, quando Alfonso seppe che il Navarro era tornato presso al vicerè, e che non vi aveva lasciati che dugento uomini di guarnigione, venne ad attaccarla con nove pezzi di cannone. Le muraglie della bastia erano ancora squarciate dal sostenuto assedio, e gli Spagnuoli non avevano avuto tempo di riparare tutte le brecce; di modo che Alfonso la prese d'assalto lo stesso giorno; ma egli riportò una ferita nel capo, ed i suoi soldati, per vendicar lui e lo sventurato Vestidello, uccisero il capitano e tutta la guarnigione, senza lasciarne un solo che portasse al papa la notizia della rotta. Tutti questi piccoli fatti ottennero un'importanza classica nel poema dell'Ariosto: essi accadevano sotto gli occhi del poeta, erano il principale titolo della gloria del di lui padrone, ed egli gli illustrò coi suoi versi[174].
[174] _Ariosto Orl. Fur., cant. III, e XLII, ne' prealleg. luoghi._
Frattanto l'armata del re di Spagna e del papa erasi riunita in Imola, e da molto tempo non erasene veduta altra più formidabile. Vi si contavano al soldo di Ferdinando mille uomini d'armi, ottocento cavaleggieri di quei, che gli Spagnuoli chiamavano _Ginetti_ ad esempio de' Mori, ed otto mila fanti spagnuoli. Fabrizio Colonna militava sotto il vicerè, col titolo di governatore generale; Prospero Colonna aveva ricusato di servire sotto il comando di un altro. Lo stesso orgoglio aveva ritratto il duca d'Urbino dall'accettare il comando dell'armata pontificia, la quale doveva essere subordinata a quella di Raimondo di Cardone; il duca di Termini, che Giulio II aveva voluto sostituirgli, era di fresco morto a Cività Castellana; ed era perciò il cardinale legato, Giovanni de' Medici, che comandava l'armata del papa, avendo sotto i suoi ordini Marc'Antonio Colonna, Giovanni Vitelli, Malatesta Baglioni e Raffaello de' Pazzi, con ottocento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri ed otto mila fanti[175].
[175] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 568. — Jac. Nardi, l. V, p. 231. — P. Giovio vita di Leon X, l. II, p. 105. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 378. — Jo. Marianae Hist. Hisp., l. XXX, c. VI, p. 307._
Il più ardente desiderio di Giulio II era quello di ricuperare Bologna, e l'armata combinata cominciò la campagna coll'assedio di quella città. Si accampò il 26 di gennajo del 1512 sul terreno coperto di nevi tra la montagna e la gran strada che va da Bologna in Romagna, mentre che Fabrizio Colonna venne colla vanguardia, composta di settecento uomini d'armi, di cinquecento cavaleggieri e di sei mila fanti, ad appostarsi sulla strada di Lombardia tra Bologna ed il ponte del Reno, occupando nello stesso tempo a sinistra le eminenze di san Michele in Bosco, e di santa Maria del Monte. Gli assedianti cominciarono subito a svolgere i canali, che conducono le acque del Reno e della Savenna nelle fosse di Bologna, ed a formare le loro spianate intorno alla città per appostarvi le batterie[176].
[176] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 368. — Jo. Marianae de reb. Hispan., l. XXX, c. VII, p. 308. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 378._
Odetto di Foix, signore di Lautrec, ed Ivone d'Allegre avevano il comando della guarnigione francese di Bologna, composta di dugento lance francesi e di due mila fanti tedeschi. I quattro fratelli Bentivoglio avevano dal canto loro armati tutti i loro partigiani. Pure le antiche fortificazioni di Bologna, che non si aveva avuto tempo di appoggiare con nuove opere, non sembravano tali da potere lungamente resistere all'artiglieria: troppo vasto era il giro delle mura, il popolo atterrito, e molti capi della nobiltà ai Bentivoglio sospetti[177].
[177] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 569. — Mém. de Fleuranges, t. XVI, p. 85. — Observations sur ces mémoires, p. 343. — P. Giovio vita di Leon X, p. 106._
Vero è che l'attacco di Bologna non presentava minori difficoltà di quello che la difesa ne presentasse. Gli assedianti avevano avuto avviso che Gastone di Foix era giunto a Finale, a metà strada tra la Mirandola e Ferrara, e ad una breve giornata da Bologna; che la sua armata era di già considerabile assai, e che andava sempre ingrossandosi con nuove truppe. Non potevasi in tanta vicinanza lasciare l'avanguardia di Fabrizio Colonna al di là di Bologna, mentre che il rimanente dell'armata trovavasi dall'altro lato; conveniva dunque richiamarla presso al quartiere generale, o andare a raggiugnerla: nel primo caso lasciavasi la città aperta ai soccorsi che cercherebbero d'introdurvi i Francesi; nel secondo l'intera armata sarebbe esposta a mancare di vittovaglie. Se, come lo consigliava Pietro Navarro, si ordinava a tutti i soldati di provvedersi di viveri per cinque giorni, s'arrischiava ancora che Bologna resistesse più a lungo, o che l'armata, costretta a ritirarsi, provasse, passando in allora sotto le mura della città, tutti gl'inconvenienti ch'erano riusciti così fatali nella rotta di Casalecchio. D. Raimondo di Cardone, incerto fra questi due partiti, non ardiva mettere in batteria la grossa artiglieria, temendo di non avere tempo per ritirarla, se Gastone di Foix veniva a dargli battaglia. D'altra parte il cardinale de' Medici, che non conosceva il mestiere della guerra, non sapendo persuadersi di tutte queste difficoltà, lo andava caldamente eccitando a cominciare l'attacco di Bologna con una insistenza che offendeva i militari spagnuoli[178].
[178] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 571. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 379._
Finalmente il Cardone, avvisato che Gastone di Foix aveva preso a sottomettere Cento, la Pieve ed altri castelli bolognesi dalla parte di Ferrara, mentre si andava ragunando la sua armata, pensò che avrebbe tempo di stringere l'attacco di Bologna; ed aprì le sue batterie verso porta a santo Stefano, che conduce in Toscana, avvicinandosi alla sua vanguardia. In breve tempo fu aperta nelle mura una breccia di più di cento braccia di lunghezza, e la torre della porta fu talmente danneggiata, che gli assediati furono forzati ad abbandonarla. Dopo ciò si sarebbe potuto dare l'assalto con qualche speranza di prospero successo; ma Pietro Navarro volle che si aspettasse l'esplosione di una mina ch'egli faceva scavare sotto la cappella del Barracano, onde attaccare contemporaneamente la città sopra due punti. Intanto Nemours, informato del pericolo di Bologna, vi mandò cent'ottanta lance e mille fanti[179].
[179] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 572._
La mina apparecchiata da Pietro Navarro era terminata; egli vi appiccò il fuoco; ma non produsse lo sperato effetto: il muro non crollò, e la piccola cappella rimase al suo luogo. Pretesero gli assalitori d'avere veduto nell'istante dell'esplosione la piccola cappella alzata in aria, la città aperta, ed i soldati ordinati in battaglia entro la medesima; ma che ricadendo nello stesso luogo in un solo blocco, dessa cappella aveva riempita esattamente la breccia che aveva prima lasciata. Si prestò fede avidamente a coloro che pretendevano di avere veduto questo miracolo frammezzo ad un denso fumo in un istante di terrore e di pericolo; non si domandò punto al capitano Brisson, banderale del maresciallo di Fleuranges, che difendeva questa stessa cappella, in qual modo non si fosse accorto del prodigio: ed il piccolo santuario si trasformò in un tempio colle offerte dei devoti[180].
[180] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 573. — Mémoir. du maréchal de Fleuranges, t. XVI, p. 85._ — La narrazione del Guicciardini fu copiata da Paolo Giovio, _vita di Leon X, p. 108, e da Belcario, l. XIII, p. 380._
Questo miracoloso avvenimento fu seguito da un altro, che non pare meno incredibile. Gli assedianti, informati dei soccorsi che Nemours aveva introdotti in Bologna, supposero ch'egli avesse rinunciato al progetto di avvicinarsi coll'armata alla città, e diventarono più trascurati a guardare la campagna. Frattanto Nemours aveva sentita la necessità di respingere gli Spagnuoli prima che si avanzassero i Veneziani, onde non avere addosso nello stesso tempo le due armate; perciò era partito da Finale la notte del 4 al 5 di febbrajo, con mille trecento lance, sei mila fanti tedeschi, ed ottomila tra francesi ed italiani, per entrare in Bologna. Era stato in viaggio continuamente accompagnato da un vento e da una neve terribili, e non aveva trovato in verun luogo, presso i molti canali che avea dovuto attraversare, nè corpi di guardia, nè scolte; verun contadino per la malvagità del tempo era uscito di casa per portarne notizia al nemico, e due ore prima di notte il Nemours era entrato in Bologna senza aver dato un colpo di lancia. Si era a bella prima determinato ad attaccare gli Spagnuoli la mattina del susseguente giorno, 6 di febbrajo; ma perchè non dubitava che il nemico non fosse informato della di lui venuta, e non isperava di sorprenderlo, facilmente si accomodò al parere di coloro che lo consigliavano di dare un giorno di riposo alle sue truppe dopo una tanto penosa marcia. Ad ogni modo Raimondo di Cardone non ebbe avviso della venuta del Nemours lo stesso giorno, nè all'indomani prima del mezzodì. Quando gliene diede avviso un cavaleggiere, fatto prigioniere dalle sue truppe, egli giudicò subito necessario di ritirarsi. Nella notte del 6 al 7 di febbrajo fece levare i cannoni dalle batterie, e la seguente mattina, appena fatto giorno, si recò ad Imola, lasciando il fiore delle sue truppe in coda dell'armata per respingere gli attacchi dei Francesi[181].
[181] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 575. — Jac. Nardi, l. V, p. 231. — P. Bembo, l. XII, p. 275. — P. Giovio Vita di Leone X, l. II, p. 111. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 380. — Jo. Marianae de rebus Hisp., l. XXX, c. VII, p. 309._
Ma Nemours, mentre faceva levare l'assedio di Bologna, provava le più vive inquietudini sul conto di Brescia. In questa città ed in tutte quelle della Lombardia veneta il governo francese era detestato: i contadini mantenevano il più vivo attaccamento verso la repubblica, l'armata veneziana s'avvicinava ai confini, ed era comandata dal provveditore Andrea Gritti, che alla politica di un senatore veneziano aggiugneva l'attività di un generale. I timori di Nemours non tardarono a realizzarsi; il 3 di febbrajo, due giorni prima dell'ingresso dell'armata francese in Bologna, Andrea Gritti erasi impadronito di Brescia, ed aveva assediata la fortezza[182].
[182] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 574._
I Francesi avevano pensato di tenere Brescia ubbidiente col rigore. Avevano fatto decapitare il conte Giovan Maria Martinengo; avevano mandati in Francia, come ostaggi, molti altri gentiluomini, ed in una contesa, accaduta tra il conte Gambara ed il conte Luigi Avogaro, avevano mostrato contro il secondo una parzialità che lo avea determinato alla vendetta[183].
[183] _Mém. du chev. Bajard, c. XLVIII, p. 230._
L'Avogaro scrisse al consiglio dei dieci a Venezia per offrirgli la sua assistenza e quella di un numeroso partito, onde ricondurre la sua patria sotto l'autorità della repubblica. Egli erasi trattenuto in Brescia per dare esecuzione alla trama che aveva formata; ma al primo avvicinarsi d'Andrea Gritti, la moglie di uno dei congiurati, amica del comandante della fortezza, rivelò a questi la congiura: l'Avogaro appena ebbe tempo di sottrarsi all'arresto ordinato dal comandante. Intanto il Gritti erasi incamminato verso Brescia con trecento uomini d'armi, mille trecento cavaleggieri, e tre mila fanti: aveva passato l'Adige ad Alberé presso Legnago, ed il Mincio tra Goito e Valeggio, e si era presentato nel convenuto giorno alla porta che doveva essergli aperta dal conte Avogaro; ma la fuga d'Avogaro e la scoperta della sua trama, resero vano il tentativo, ed il figlio dell'Avogaro venne dai Francesi posto in prigione[184].
[184] _P. Bembi Hist. Ven., l. XII, p. 272._
Questa stessa sventura raddoppiò l'attività del conte ed il suo desiderio di vendicarsi. Egli si recò nella val Trompia e nella val Sabbia, tra i fiumi Mella e Chiesa, chiamò alle armi tutti i montanari e gli abitanti delle rive del lago di Garda, ed il giorno 3 di febbrajo rinnovò l'attacco di concerto con Andrea Gritti. Mentre questi richiamava l'attenzione dei Francesi ad una delle porte, una banda di contadini passò sotto le mura attraversando la griglia che chiude il canale del ruscello, detto Garzetta, là dove questo ruscello sbocca fuori dalla città. Bentosto in tutte le contrade si udì gridare: san Marco! san Marco! ed il signore di Lude, che aveva il comando della guarnigione di Brescia, i suoi soldati e i gentiluomini attaccati al partito francese si ripararono nella rocca; le loro case furono dal popolo saccheggiate, come pure gli equipaggi della guarnigione; furono uccisi molti Francesi che si trovarono sparsi per le strade, e demolito il palazzo del conte Gambara rivale dell'Avogaro[185].
[185] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 574. — Mémoires du cheval. Bayard, c. XLVIII, p. 231. — P. Bembi Hist. Ven., l. XII, p. 273. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 381._
Alla sollevazione di Brescia tenne dietro subito quella di tutti i paesi che i Francesi avevano occupati nel territorio della repubblica. Bergamo inalberò lo stendardo di san Marco, e la guarnigione francese si ritirò ne' due castelli che signoreggiavano la città: Orci Vecchi, Orci Nuovi, Pontevico, e tutti i castelli bresciani e bergamaschi aprirono le loro porte ad Andrea Gritti. Cremona e Crema aspettavano ansiosamente che si avvicinasse; ma i Veneziani, che festeggiarono queste conquiste con trasporti di gioja, e all'istante nominarono governatori per tutte le piazze che avevano ricuperate, non adoperarono un'eguale diligenza nello spedir loro i necessarj soccorsi. Per altro ordinarono a Giovan Paolo Baglioni di far avanzare la sua armata per secondare il Gritti, e per attaccare la cittadella di Brescia, le di cui mura erano di già mezzo aperte, e dove il de Lude col capitano Herigoye non avevano che poche vittovaglie[186].
[186] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 575. — Mém. de Bayard, c. XLVIII, p. 233. — P. Bembi, l. XII, p. 274._
All'indomani della ritirata degli Spagnuoli, Gastone di Foix ricevette a Bologna il messo del signor de Lude, che gli partecipava la perdita di Brescia, e gli chiedeva pronti soccorsi. Egli lasciò trecento lance e quattro mila fanti nella città che aveva liberata, e ripartì subito col rimanente dell'armata, che fece camminare con una sollecitudine fin allora sconosciuta. Per tenere una linea più diritta attraversò il Mantovano, senza chiederne licenza al sovrano, che dopo essere di già entrato nel di lui territorio; a tre miglia d'Isola della Scala sorprese Gian Paolo Baglioni, che non lo sospettava vicino, e che non sapeva adoperare tanta diligenza. Gastone attaccò immediatamente coi pochi uomini d'armi che aveva intorno il Baglioni, il quale sostenne il primo urto assai valorosamente; ma l'armata francese andava sempre ingrossando, ed il Baglioni fu costretto a fuggire dopo avere perduta molta gente. Gastone dopo ciò proseguì il suo viaggio, e giunse innanzi a Brescia il nono giorno dopo la sua partenza da Bologna[187].
[187] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 575. — Mém. de Bayard c. XLIX, p. 235-239. — Fleuranges, t. XVI, p. 87. — Jac. Nardi, l. V, p. 232. — P. Bembo, l. XII, p. 275. — P. Giovio Vita di Leone X, l. II, p. 113. — Fr. Belcarii, l. XII, p. 381._
La porta esterna ossia del soccorso del castello di Brescia era aperta all'armata francese; la porta interna, che comunicava colla città, non era per anco chiusa che da un terrapieno innalzato in fretta da Andrea Gritti, ma difeso da otto mila uomini di buone truppe. Nemours fece loro intimare la resa della piazza, loro promettendo salve le persone e gli averi. Risposero che la città apparteneva ai Veneziani, e che speravano, coll'ajuto di san Marco, di potergliela conservare. All'indomani, 19 di febbrajo, giorno del giovedì grasso, i Francesi in su lo spuntare dell'aurora scesero dal castello nella corte. «Tutta l'armata del re di Francia, dice il leale servitore, non contava allora più di dodici mila combattenti; ma non eravi da che dire sul poco numero, perchè era tutto fiore di cavalleria[188].» Il capitano Bajardo, avendo domandato d'essere il primo ad attaccare, si pose alla testa della colonna francese colla sua compagnia di cento cinquanta uomini d'armi, che aveva fatti smontare da cavallo; stavano a' suoi fianchi i capitani Molart e Herigoye coi loro Baschi a piedi; venivano in appresso due mila landsknecht del capitano Jacob, ed in ultimo circa settemila fanti francesi sotto i capitani Bonnet, Maugiron ed il bastardo di Cleves. Il duca di Nemours veniva in coda coi suoi uomini d'armi ch'eran pure smontati da cavallo e con Luigi di Breze, gran siniscalco di Normandia, coi cento gentiluomini della casa del re. Ivone d'Allegre era stato lasciato fuori di città con trecento uomini d'armi a cavallo onde custodire la porta di san Giovanni, la sola che i Bresciani non avessero murata[189].
[188] _Mém. du chev. Bayard, c. L, p. 240._
[189] _Mém. de Bayard, p. 241. — Mémoires de Fleuranges, t. XVI, p. 87. — P. Bembi Hist. Veneta, l. XII, p. 275. — P. Giovio Vita di Leon X, l. II, p. 115. — Fr. Belcarii, l. XIII, p. 382._
Una leggiera pioggia aveva renduto il terreno sdrucciolevole, e gli uomini d'armi, coperti delle loro pesanti armature, colle quali non erano accostumati a camminare a piedi, sdrucciolavano frequentemente, tanto nello scendere dal castello, che nel salire sul bastione con cui il Gritti aveva chiusa la città. Il duca di Nemours diede a tutti l'esempio di levarsi le scarpe, per tenersi più fermo sul terreno, e la cavalleria francese, avendo l'abitudine dei più duri esercizj, marciava a piedi ignudi con passo più sicuro[190]. L'assalto fu violento; ostinata la resistenza; finalmente Bajardo superò il primo il bastione; ma quando l'ebbe appena oltrepassato ricevette nella parte superiore della coscia un così fiero colpo di picca, che la picca si ruppe, ed il ferro e parte dell'asta rimasero nella ferita. «Ben pensò, al dolore che sentì, di essere mortalmente ferito, e voltosi al signore di Molart, gli disse: compagno, fate avanzare le vostre genti; la città è presa; per me altro non posso fare, perchè io sono morto.» Due de' suoi arcieri, staccando una porta, ve lo posero sopra, e lo portarono in una delle più appariscenti case della città, che la presenza del cavaliere salvò dal saccheggio[191].
[190] _Mém. du chev. Bayard, c. L, p. 245._
[191] _Ivi, p. 247._
La caduta del cavaliere senza paura e senza difetti aveva inspirato ai soldati francesi che lo seguivano un vivo desiderio di vendicarlo. I ripari erano stati superati, ed i Veneziani inseguiti si erano ritirati avanti al palazzo del capitano di giustizia sulla piazza del Broletto. Subito dopo di loro vi giunsero i Francesi, e la battaglia ricominciò con maggiore accanimento. Gli abitanti non si scoraggiavano, e facevano piovere dalle finestre e dai tetti, pietre, tegole, travi infiammati, ed acqua bollente sopra gli assalitori. La truppa veneziana diede sulla piazza del Broletto una seconda battaglia non meno ostinata di quella sostenuta sui bastioni; ma essa venne egualmente respinta, e dopo ciò più non trovò rifugio. I vincitori l'andavano inseguendo di strada in strada per farne un'orribile carnificina. Il Gritti e l'Avogaro speravano tuttavia di fuggire per la porta di san Giovanni; ma appena fecero abbassare il ponte levatojo, che Ivone d'Allegre vi si precipitò, attaccandoli di fronte, mentre che avevano Nemours alle spalle. Ambidue furono fatti prigionieri, e veruno de' loro soldati fu risparmiato. L'uccisione si andò continuando, finchè durò la resistenza in qualche lato; onde i più moderati contano sette in otto mila morti, le Memorie di Bajardo ventidue mila, e quelle di Fleuranges quaranta mila[192].
[192] _Fr. Guicciardini, l. X, p. 577. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, f. 281. — Jac. Nardi, l. V, p. 233_, il quale assicura che si contarono quindici mila morti. — _Mém. de Bayard, c. L, p. 254. — Mém. de Fleuranges, p. 88._