Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 14 (of 16)
Part 1
STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE DEI SECOLI DI MEZZO
DI J. C. L. SIMONDO SISMONDI
DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI, DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.
_Traduzione dal francese._
_TOMO XIV._
ITALIA 1819.
STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE
CAPITOLO CVI.
_I Veneziani riprendono e difendono Padova; loro guerra nel Ferrarese e loro disfatta alla Polisella. Giulio II gli assolve dalla sentenza di scomunica. Campagna del principe d'Anhalt nello stato di Venezia e sue crudeltà._
1509 = 1510.
Tra le angustie in cui si trovò il senato di Venezia dopo la disfatta di Vailate, aveva presa la risoluzione di abbandonare tutti i possedimenti di terra ferma, d'aprire tutte le sue porte ai nemici, di richiamare tutte le guarnigioni, di sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà, per ultimo di rinunciare tutto ad un tratto a ciò che per più secoli era stato l'oggetto della sua politica, e di ridursi egli medesimo in più basso stato che non avrebbe potuto farlo la contraria fortuna dopo molte e tutte infelici battaglie. Una così strana risoluzione veniva da molti risguardata come una singolare testimonianza della pusillanimità di così illustre senato, da altri come quella della sua profonda politica. Coloro che lo videro riconquistare in appresso con tanta difficoltà e col dispendio di tanto danaro e di tanto sangue, ciò che aveva abbandonato in un'ora sola, inclinavano ad accusarlo di vergognosa debolezza. Altri per lo contrario, i quali osservavano, che con tale abbandono, che aveva posto il colmo alla sua malvagia fortuna, la repubblica aveavi ancora posto un termine; e che dopo tale epoca aveva cominciato ad essere secondata da favorevoli circostanze, preferirono di credere che il senato avesse prevedute tali circostanze, ed anticipatamente calcolati tutti i vantaggi che poteva ottenere coll'atto romoroso, col quale si assoggettava alla sorte. La signoria, che aveva grandissimo interesse di far credere al popolo, che in verun tempo non si era mai allontanata da quella prudenza, su di cui fondava il suo miglior diritto al comando, si vantò in appresso d'avere colla sua abilità dissipata la burrasca; e tutti gli storici veneziani gli attribuirono in questa stessa occasione il merito della più profonda antiveggenza.
Conviene non pertanto riconoscere che tutte le circostanze di questo avvenimento annunziano un grandissimo e giustissimo terrore. Tutti i mezzi erano in un medesimo istante venuti meno: l'armata trovavasi totalmente disciolta; e le poche reclute che vi si conducevano con inauditi sagrificj non compensavano le giornaliere perdite che arrecava la diserzione. Il generale, conte di Pitigliano, non meno che il suo collega Bartolomeo d'Alviano, allora prigioniere, erano ambidue vassalli di Ferdinando il Cattolico. Vero è che prima della battaglia avevano ricusato di ubbidire all'ordine di abbandonare il servigio de' nemici del loro re[1], ma poteva temersi che non fossero inaccessibili a nuove profferte quando fosse loro tolta ogni ragionevole speranza di buon successo a più ostinata resistenza. Le città, spaventate dalla minaccia del saccheggio e dalla ferocia degli oltremontani, non si mostravano altrimenti apparecchiate a sostenere un assedio per conservarsi fedeli alla repubblica. All'avvicinarsi di una rivoluzione, si risvegliavano le loro antiche fazioni, ed i Guelfi ed i Ghibellini erano a vicenda lusingati dalla speranza di essere protetti dal vincitore. I gentiluomini veneziani, incaricati del comando delle piazze, vedevansi esposti ad inevitabile prigionia, che avrebbe ruinate le loro famiglie per le esorbitanti taglie che da loro esigeva il re di Francia. Tutto pareva perduto; ogni cosa disperata; ed è perciò probabile che la maggior parte de' senatori, scoraggiati da tanta sciagura, piegassero in faccia ad un turbine cui credevano di non poter resistere.
[1] _Jo. Marianae de rebus Hispaniae, l. XXIX, c. XIX, p. 287._
Ma se per lo contrario i più abili politici tra i _pregadi_ avevano calcolate le conseguenze della sommissione, i risultamenti non ingannarono la loro aspettazione. Più d'uno stato venne distrutto dal funesto errore dei popoli, che speravano di migliorare la loro sorte per l'invasione degli stranieri. Il peso de' mali presenti, l'illusione di un nuovo avvenire, persuasero spesse volte le città ad aprire le loro porte ai pretesi liberatori. La è cosa utilissima il non lasciar ignorare ai popoli che il nemico è sempre nemico. Se questo popolo non manca di virtù correggerà egli medesimo i vizj del proprio governo; ove ne manchi, li soffra pazientemente, riflettendo che non deve aspettare la riforma dal nemico. Tosto che questi avrà occupata la città, ed avrà in sua mano la provincia, non tarderà a far sentire quanto il suo giogo sia più duro e più vergognoso che non quello de' suoi compatriotti. In allora i traditori che lo avevano chiamato, e che si davano vanto d'un amore ipocrita per il popolo, perdono ogni credito presso i loro partigiani, e sono l'oggetto dell'orrore e del disprezzo de' loro concittadini. Di quanti vantaggi il senato veneto potè sperare dal subito abbandono di tutte le sue fortezze, fu questo il primo che raccolse. Non erano ancora passate sei settimane da che le truppe francesi e tedesche erano entrate nelle città veneziane, che i capi di parte, che le avevano chiamate, più non ardivano sostenere lo sguardo de' loro compatriotti.
Per lo contrario se i Veneziani avessero voluto ostinarsi in una inutile resistenza, il delitto d'avere chiamati i nemici, che non attribuivasi che a pochi individui, sarebbe stato quello di tutti gli abitanti. Da Bergamo fino a Padova tutte le città sarebbersi rendute colpevoli di ribellione per evitare gli orrori d'un assedio, e tutte sarebbersi in conseguenza trovate costrette dalla loro ribellione a difendere i nuovi possessori per sottrarsi alla vendetta degli antichi padroni. Sciogliendole tutte dal giuramento di fedeltà, il senato diede loro licenza di cedere alle circostanze senza rimorsi e senza timore dell'avvenire. Si scaricò egli stesso di tutta l'odiosità della guerra; ed oltre al non avere ancora loro chiesto verun doloroso sagrificio, cercava pure di salvarle nell'istante medesimo in cui da loro si separava; lasciando così sulle spalle de' nemici tutte le vessazioni inseparabili dagli assedj e dalle ostili conquiste.
Questa politica otteneva pure un utile risultamento sia presso le potenze nemiche che presso le neutrali. La coalizione di tutti contro un solo, quand'è offensiva, è sempre imprudente ed impolitica. Giugne tosto o tardi l'istante in cui ogni potenza sente il pericolo d'avere rovesciato l'equilibrio degli stati. Altronde ognuna, cominciando a dare esecuzione ai suoi progetti, vede sorgere imprevedute difficoltà ed ostacoli, e la divisione delle spoglie del debole diventa la prima cagione della divisione tra i forti. Finchè Venezia conservava una parte delle province destinate ad altri dal trattato di Cambrai, si andava dilazionando ogni discussione intorno alla nuova divisione, e la lega, intenta solamente a vincere rimaneva sempre unita. Ma evacuando le armate veneziane tutta la terra ferma, chiamarono gli alleati a dare immediata esecuzione al trattato di Cambrai, e permisero che si manifestassero tutte le gelosie ed i timori che quel trattato dovea produrre. Frattanto il senato avea il vantaggio di avere tra le lagune un sicuro asilo, ove la sede del governo, il tesoro, l'armata e la flotta potevano tenersi senza sospetto, aspettando che le vessazioni dei nemici dessero nuovi alleati alla buona causa.
Mentre Massimiliano, che nulla aveva fatto, nè attenuta veruna promessa, proponeva di spingere ancora più in là quei successi, cui egli non aveva contribuito, di prendere la stessa città di Venezia, di dividerla in quattro giurisdizioni, fabbricando in ognuna una fortezza, e dandone una in guardia ad ogni potenza alleata[2], Ferdinando il Cattolico, pago d'avere ricuperati i suoi porti di mare, cominciava di già a desiderare il ristabilimento della potenza veneziana; Lodovico XII, che aveva acquistato tutto quanto eragli assegnato dal trattato di Cambrai, e che non aspirava ad occupare altri paesi, aveva licenziata la sua formidabile armata, e ritornava in Francia; finalmente Giulio II si rimproverava di avere schiacciata la Custode delle porte d'Italia, e di avere introdotti i barbari in seno a così bel paese. Le potenze neutrali tremavano per la funesta preponderanza ottenuta dagli stati condividenti, e quelle stesse, che per debolezza e per timore avevano preso parte all'alleanza, facevano voti per vederla disciolta.
[2] _Jo. Marianae de Reb. Hisp., l. XXIX, c. XIX, p. 228. — Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 437._
Andrea Foscolo, ambasciatore della signoria a Costantinopoli, scrisse al senato che il sultano Bajazette II gli aveva manifestato il dolore con cui udì i disastri della repubblica, ed il suo rincrescimento che i Veneziani non fossero a lui ricorsi, quando si videro minacciati da così potente lega; aggiugneva d'essere apparecchiato ad assisterli con tutte le sue forze di terra e di mare, come buono e fedele alleato e vicino. Questa notizia giunse a Venezia quasi contemporaneamente alle prime lettere degli ambasciatori mandati a Roma, che davano parte dell'estremo orgoglio con cui erano stati ricevuti da Giulio II, e delle insultanti sue inchieste. Aveva domandato che la repubblica abbandonasse a Massimiliano tutti i suoi stati di terra ferma; che rinunciasse alla sovranità del golfo Adriatico, ed a tutte le sue immunità ecclesiastiche, ed umilmente confessasse d'avere peccato contro la santa sede. Lorenzo Loredano, figlio del doge, propose alla signoria di domandare immediatamente gli ajuti del sultano contro Giulio, certo meno papa che carnefice de' Cristiani; ma i più savj senatori, che conoscevano il carattere di Giulio II, pensarono che si dovesse qualche cosa condonare alla di lui alterigia ed impetuoso temperamento, e che quando non si rompessero con lui le negoziazioni, si ridurrebbe in breve ad abbracciare con calore gl'interessi di quella stessa repubblica ch'egli sembrava ancora perseguitare[3].
[3] _P. Bembi Hist. Ven., l. VIII, p. 183._
Massimiliano tenevasi sempre ai confini dell'Italia, continuando a passare da un luogo ad un altro, senza che i suoi più favoriti cortigiani ne sapessero mai il motivo. Credeva con tale profondo segreto d'acquistarsi nome di grande politico, come colla incessante sua attività quello di sommo capitano. Intanto l'armata, ch'egli avrebbe dovuto ragunare, ancora non trovavasi in verun luogo, e le città che gli si erano volontariamente date non avevano guarnigione bastante per tempi di pace. Leonardo Trissino con trecento fanti tedeschi e Brunoro di Serego con cinquanta cavalieri occupavano Padova, sebbene questa città, vicinissima a Venezia, fosse una delle più esposte. I gentiluomini padovani avevano quasi tutti abbracciato il partito imperiale, ed eransi tra di loro divisi i palazzi ed i poderi che avevano i Veneziani nel loro territorio[4]. Avevano sperato, dichiarandosi per l'imperatore, che otterrebbero distinzioni alla sua corte, e che col di lui appoggio otterrebbero di stabilire il sistema feudale nelle belle pianure della Lombardia. Desideravano ardentemente di far rientrare i borghesi ed i contadini di Padova in quello stato di abbietta sommissione, in cui tenevano i loro vassalli e servi i gentiluomini dell'Austria e dell'Ungheria. I Tedeschi non avevano comandato in Padova che quarantadue giorni, e la nobiltà di quella terra aveva di già avuto il tempo di far sentire a tutti i loro compatriotti quella arroganza che andava crescendo in ragione che la patria era più umiliata; ma quanto più la nobiltà rendevasi ligia all'Austria, la repubblica poteva avere maggiore fiducia nell'attaccamento di tutti i contadini e di quasi tutti i borghesi[5].
[4] _P. Bembi Hist. Ven., l. VIII, p. 186._
[5] _P. Bembi, l. VIII, p. 189. — Fr. Belcarii Rer. Gallic. Comm., l. XI, p. 323._
Per altro il doge Loredano non credeva ancora giunto l'istante di riprendere l'offensiva; ma il senatore Molino comunicò ai senatori il coraggio di ricominciare le battaglie. L'armata francese era licenziata, Giulio II e Ferdinando lasciavano sperare che potrebbero staccarsi dalla lega: il Molino giudicò quest'istante opportuno per azzuffarsi con Massimiliano, e ritorgli colla forza ciò che gli era stato ceduto senza resistenza. Il provveditore Andrea Gritti s'incaricò di sorprendere Padova, ove teneva segrete intelligenze. Era cominciato il raccolto de' secondi fieni, ed ogni mattina entravano in città carichi di questa derrata tanti carri, che impedivano ai landsknechts, che stavano di guardia alle porte, di vedere a qualche distanza. La mattina del 17 di luglio Andrea Gritti fece avanzare per la porta di Coda Lunga un grosso convoglio di carri di fieno; ma tra il quinto ed il sesto carro trovavansi sei uomini d'armi veneziani, con sei pedoni dietro di loro. Nell'istante in cui trovaronsi entro la porta, ognuno uccise un landsknecht, indi suonarono il corno per chiamare i rinforzi. Il Gritti, che li seguiva a poca distanza, occupò la porta con quattrocento uomini d'armi, due mila cavaleggieri e tre mila fanti, prima che gli imperiali avessero potuto apparecchiarsi alle difese. Nello stesso tempo Cristoforo Moro, l'altro provveditore, con trecento fanti e due mila contadini, faceva un falso attacco al portello per deviare l'attenzione de' nemici[6].
[6] _Mém. du chev. Bayard, t. XV, ch. XXX, p. 77._
Padova era in allora, come lo è presentemente, una vastissima ma deserta città, i di cui quartieri sono separati dalle mura, e formano altrettante diverse città. In quelle strade senza abitatori la stessa notizia dell'attacco non aveva potuto diffondersi, ed era presa la città prima che la metà dei Padovani sapessero d'essere minacciati. Il Trissino ed il Serego si ordinarono in battaglia colla loro poca truppa in sulla piazza, sperando d'essere bentosto raggiunti dai gentiluomini, ch'eransi mostrati così zelanti per la loro causa; ma niuno si mosse per soccorrerli. I Tedeschi furono respinti con perdita nella fortezza, la quale non essendo provveduta di vittovaglie dovette arrendersi dopo poche ore. Non fu possibile di contenere i contadini, i quali saccheggiarono i palazzi di ottanta gentiluomini i più parziali per gli alleati, ed il quartiere degli Ebrei. La folla dei contadini del vicinato accorreva per aver parte al saccheggio; e per lo stesso oggetto partivano numerose barche da Venezia e rimontavano la Brenta ed il Bacchiglione; finalmente prima di sera arrivò l'intera armata del Pitigliano: ma i provveditori fecero bandire che cessasse il sacco sotto pena di morte; ed in tal modo sottrassero Padova al totale esterminio. All'indomani la fortezza capitolò, ed i suoi comandanti furono mandati prigionieri a Venezia[7].
[7] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 439. — P. Bembi, l. VIII, p. 190. — Anon. Padov. MS. presso Muratori Ann. d'Italia, t. X, p. 50. — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 24. — Jacopo Nardi, l. V, p. 209. — Jo. Marianae de Reb. Hisp., l. XXIX, c. XX, p. 289. — Fr. Belcarii Comment., l. XI, p. 324._
Il giorno in cui fu ricuperata Padova si consacrò dal senato ad una solenne festa di rendimento di grazie: ed infatti in questo giorno potè fissare l'epoca del risorgimento della repubblica. Tutto il territorio di Padova seguì immediatamente la sorte della sua capitale. Vicenza, che pure trovavasi in sul punto di sollevarsi, fu a stento contenuta da Costantino Cominates, che v'introdusse tutte le truppe imperiali che gli riuscì di raccogliere. Legnago colle sue fortezze aprì le porte ai Veneziani, e diede loro un punto d'appoggio per essere a portata di attaccare come loro meglio piacesse o Vicenza, o Verona. La torre Marchesana, lontana otto miglia da Padova, che apriva l'ingresso del Polesine di Rovigo, non fu salvata che dai pronti soccorsi mandati dal cardinale d'Este[8].
[8] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 440. — P. Bembi, l. IX, p. 193._
Il vescovo di Trento, che si era incaricato della difesa di Verona, non aveva in quella città che dugento cavalli e settecento fanti: temeva di vedersela tolta ad ogni istante, e chiamò in suo ajuto il marchese di Mantova. Questi, essendosi avanzato in sui confini del Veronese fino all'isola della Scala, terra aperta in riva al Tartaro, press'a poco ad eguale distanza tra Mantova e Verona, entrò in negoziazione con alcuni Stradioti, che sperava di far disertare dall'armata veneziana; ma essi lo ingannavano con un doppio trattato. Avevano avvisato Lucio Malvezzi e Zittolo di Perugia, ch'eransi segretamente recati a Legnago con dugento cavalli ed ottocento pedoni, e che investirono la Scala la notte del 9 agosto. Gli Stradioti, avvicinandosi, andavano ripetendo il grido di guerra del marchese, onde non eccitare la diffidenza delle sue guardie: altronde i contadini erano tutti per loro, e loro se ne aggiunsero bentosto più di mille cinquecento. Boissì, luogotenente del marchese, e nipote del cardinale d'Amboise, venne arrestato nel suo letto e fatto prigioniere con tutti i suoi soldati; il Gonzaga fuggì in camicia fuori da una finestra, e si nascose in un campo di miglio turco; ma, scoperto dai contadini che ricusarono con inaudito disinteresse le prodigiose somme loro promesse per la sua liberazione, lo consegnarono alla signoria, che lo tenne in prigione nella torre del palazzo pubblico[9].
[9] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 442. — Anon. Padov. MS. presso Murat. Ann. d'Italia, t. X, p. 51. — P. Bembi Hist. Ven., l. IX, p. 196. — P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 50. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. V, p. 210._
Erasi da principio creduto che questi due così subiti rovesci avuti dalla lega, tratterrebbero Lodovico XII, che trovavasi tuttavia a Milano, e non gli permetterebbero di tornare in Francia; ma questo monarca, dopo d'avere conquistate le province altra volta milanesi, solo oggetto della sua ambizione, cominciava ad avvedersi d'avere con un fallace calcolo sagrificata la sicurezza del totale all'acquisto d'una parte. La volubilità di Massimiliano gli faceva sentire quanto poco potesse fidarsi d'un tale alleato, e malgrado la diffidenza che in allora mantenevasi viva tra questo monarca e Ferdinando, l'avanzata età dell'ultimo faceva prevedere vicino l'istante in cui il loro comune nipote riunirebbe sul di lui capo le corone della Germania a quelle della Spagna: allora quella stessa casa d'Austria, la di cui alleanza era sì poco utile, diventerebbe una pericolosa nemica, ed il possedimento delle province venete, che la Francia aveva poste in sua mano, comprometterebbero il ducato di Milano.
Lodovico XII non desiderava, nè la vittoria de' Veneziani, troppo giustamente contro di lui irritati, nè quella di Massimiliano, che porrebbe tutta l'Italia a discrezione de' Tedeschi. L'imperatore chiedeva ragguardevoli soccorsi d'uomini e di danaro, e non era prudente consiglio il rifiutarli, perciocchè l'incostanza del suo carattere, e la conosciuta disposizione delle altre potenze, rendevano possibile agli occhi del re di Francia una alleanza di Massimiliano coi medesimi Veneziani, colla Chiesa e con Ferdinando, per iscacciare i Francesi d'Italia. Fra tanti dubbj e timori, accresciuti da così luminose vittorie, Lodovico XII risolse di lasciare ai confini del Veronese la Palisse con cinquecento lance, cui si unirono Bajardo e dugento gentiluomini volontarj; loro ordinò di soccorrere, in caso di bisogno, l'imperatore; ma egli tornò subito in Francia per togliersi ad ulteriori istanze di più potenti ajuti. Sperò che l'imperatore ed i Veneziani s'anderebbero reciprocamente consumando con una ruinosa guerra, e che Massimiliano in circostanze d'estremo bisogno gli venderebbe Verona, colla quale acquisterebbe la chiave dell'Italia dalla banda del Tirolo[10].
[10] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 441. — Fr. Belcarii Comment. Rer. Gallic., l. XI, p. 324._
Prima d'abbandonare la Lombardia aveva Lodovico XII conchiuso ad Abbiategrasso un nuovo trattato d'alleanza col cardinale di Pavia, legato di Giulio II. Il papa ed il re si obbligavano reciprocamente a difendere gli stati l'uno dell'altro, riservandosi l'uno e l'altro la libertà di trattare con chiunque volessero, purchè ciò non tornasse in pregiudizio d'una delle due parti contraenti; ma il re prometteva dal canto suo di non accettare la protezione di veruno mediato o immediato feudatario della Chiesa, espressamente annullando qualunque protezione di tale natura cui potesse inaddietro essersi obbligato. Distruggeva in tal modo i solenni trattati che aveva stipulati coi duchi di Ferrara, alleati ereditarj della casa di Francia. Il papa si riservava la nomina ai beneficj attualmente vacanti in tutti gli stati del re; ma accordava a Lodovico la nomina di quelli che si renderebbero in appresso vacanti[11].
[11] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 440. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 324._
Pareva finalmente che Massimiliano cominciasse ad arrossire dell'estrema sua negligenza; egli risguardava la perdita di Padova come un affronto personale, e le sue truppe, tanto tempo aspettate, arrivavano finalmente ai confini. Rodolfo, fratello del regnante principe d'Anhalt, entrò nel Friuli con dieci mila uomini. Dopo avere attaccato invano Montefalcone, occupò Cadore[12], di cui uccise la guarnigione; mentre i Veneziani s'impadronivano di Serravalle[13] e di Belluno. Dall'altro canto il duca di Brunswick dovette abbandonare l'assedio di Udine, poi strinse Cividale del Friuli, che Giovanni Paolo Gradenigo, provveditore di quella provincia, valorosamente difese con cinquecento pedoni. In Istria Cristoforo Frangipani, generale ungaro al servizio di Massimiliano, dopo avere battuti i Veneziani presso Verme, occupò Castelnuovo e Raprucchio, mentre che Angelo Trevisani, capitano delle galere della repubblica, riprendeva Fiume ed attaccava Trieste. Tutte le quali province, diventate il teatro della guerra, erano ridotte nella più spaventosa desolazione, perciocchè la stessa città, lo stesso castello, erano in pochi giorni presi e ripresi, ed ogni volta saccheggiati. I soldati delle due armate erano egualmente barbari, egualmente stranieri al paese in cui combattevano, e la loro cupidigia nella vittoria non veniva contenuta da veruna disciplina. I Tedeschi, non contenti di tormentare i contadini che cadevano nelle loro mani, aveano ammaestrati certi cani per discoprire le donne ed i fanciulli appiattati ne' campi[14].
[12] Cioè il castello di Pieve di Cadore, capitale della provincia di tal nome. N. d. T.
[13] Altro non può essere la Val di Sera di cui parla il nostro autore. _N. d. T._
[14] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 443._
Non dubitavano i Veneziani, che quando fosse tutta unita l'armata dell'imperatore, non attaccasse Padova; onde nulla ommisero per porla in istato di resistere lungamente. Vi fecero entrare il conte di Pitigliano, loro generale, con tutta la sua armata. Bernardino del Montone, Antonio de' Pii, Lucio Malvezzi e Giovanni Greco, comandavano la loro cavalleria, composta di seicento uomini d'arme, di mille cinquecento cavaleggieri e di mille cinquecento Stradioti. Erano alla testa di dodici mila fanti, i migliori dell'Italia, Dionigi Naldo, Zittolo di Perugia, Lattanzio di Bergamo e Saccoccio di Spoleti; tutti i quali capitani eransi acquistato gran nome nelle lunghe guerre d'Italia. Inoltre il senato aveva mandati a Padova dieci mila fanti, schiavoni, greci o albanesi, levati dalle galere della repubblica, che sebbene inferiori agli Italiani chiamati _Brisighella_, erano pure capaci di rendere importanti servigj[15].
[15] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 444-451. — Pietro Bembo, l. IX, p. 199. — Mémoir. du chev. Bayard, t. XV, ch. XXXIII, p. 90._