Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)

Part 9

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Erano di già più mesi passati da che Gonsalvo di Cordova teneva chiusa la sua armata entro le mura di una povera città, che gli offriva così pochi mezzi. La corte di Spagna colla consueta sua lentezza nulla aveva fatto per soccorrerlo. Egli più non aveva nè danaro, nè vesti; ed ai suoi soldati cominciavano pure a mancare le vittovaglie e le armi, ma loro aveva saputo inspirare tanto amore, aveva così profondamente penetrato il carattere spagnuolo, e approfittato così destramente dell'orgoglio, della costanza e della sobrietà nazionali, che in mezzo a tante privazioni i suoi soldati non diedero verun indizio d'impazienza, d'indisciplina, o di scoraggiamento. Finalmente una nave siciliana portò a Gonsalvo il frumento di cui aveva urgentissimo bisogno; un'altra gli recò da Venezia armi, vesti, scarpe, che affatto mancavano alla sua truppa; comperò tutti questi oggetti sul credito di Isabella di Arragona e de' più ricchi mercanti di Bari, e mentre trovavasi affatto senza danaro, fece credere ai suoi soldati che un forziere, che loro mostrava, fosse tuttavia pieno d'oro, e che lo teneva in serbo per pagare il loro soldo il giorno dopo la battaglia[136].

[136] _P. Jovii vita M. Consalvi, l. II, p. 209. — Alf. de Ulloa vita di Carlo V, l. I, f. 20. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 295._

In tal modo si consumò tutta la campagna del 1502. Frattanto il duca di Nemours, avanti di distribuire le sue truppe ne' quartieri d'inverno, le condusse sotto le mura di Barletta, ed invitò il Gonsalvo per mezzo di un araldo d'armi a misurarsi con lui in aperta campagna. Il Gonsalvo lo ringraziò della sua offerta, ma gli fece dire che gli sarebbe ancora più tenuto, se da lui otteneva di aspettare la propria convenienza, tanto più ch'egli non aveva costume di ricevere consiglio dal suo nemico circa al tempo di combattere o no. Il Nemours, contento di avere terminata la campagna con questa braveria, si ritirò verso Canosa, e senza temere un nemico che ricusava di venire a battaglia, non camminava ordinatamente, lasciando che i suoi battaglioni si sbandassero a molta distanza gli uni dagli altri. Tutt'ad un tratto Diego di Mendoza, che gli teneva dietro con Prospero Colonna, piombò sulla retroguardia, l'avviluppò cogli uomini d'armi italiani, e gli fece moltissimi prigionieri[137].

[137] _P. Jovii vita M. Consalvi, l. II, p. 210. — Alf. de Ulloa vita di Carlo V, l. I, f. 20, v._

Trovavasi tra costoro Carlo Hennuyer de la Mothe, illustre ufficiale francese, che co' suoi compagni di sventura, fu il giorno susseguente invitato ad un banchetto in casa del Mendosa, di cui era prigioniero. Il capitano spagnuolo, rendendo giustizia al valore francese, attribuì tutta la riuscita della vigilia all'intrepidezza ed alla precisione dei movimenti della cavalleria italiana comandata da Prospero Colonna. I Francesi erano ben contenti di dividere la palma del valore cogli Spagnuoli, ma risguardavano come un insoffribile affronto il paragone cogl'Italiani. Il La Mothe sostenne caldamente che gl'Italiani, tante volte vinti, non potevano con verun'arme, in veruna sorta di zuffa essere eguali ai Francesi. Non si astenne nel susseguente giorno di ripetere a sangue freddo le stesse ingiuriose parole in faccia a Prospero Colonna, che lo aveva interpellato appostatamente, e che in risposta gli diede una mentita. L'onore delle due nazioni parve interessato in questa privata contesa; e i due generali furono contenti che si venisse solennemente all'esperimento delle armi. Tredici Italiani e tredici Francesi armati di tutto punto dovettero trovarsi in campo chiuso per battersi fino all'ultimo sangue. Il campo venne scelto ad eguale distanza tra Barletta, Quadrata e Andria; gli fu dato l'estensione di un ottavo di miglio quadrato, e segnato con semplice solco d'aratro: e fu convenuto che chiunque verrebbe spinto fuori di questo recinto, si riconoscerebbe per vinto, nè più potrebbe rientrare nella pugna. I due generali in capo, che avevano acconsentito ad una tregua, eransi avanzati colle loro armate in ordine di battaglia per la guardia del campo. I campioni erano stati diligentemente scelti, ed in particolare dal lato degl'Italiani, il di cui onore sembrava più gagliardamente compromesso. In conformità della disfida di La Mothe ogni parte doveva armarsi a piacere, e come troverebbe più vantaggioso di fare; sicchè le armi non erano eguali. Gl'Italiani usavano lance più lunghe di un piede, ed avevano inoltre piantato sul campo di battaglia due spiedi di riserva per uso de' cavalieri che si troverebbero scavalcati. I vinti dovevano restar prigionieri dei vincitori, a meno che non si riscattassero con cento scudi d'oro per cadauno.

Questo conflitto, cui gl'Italiani diedero maggiore importanza che ad una formale battaglia, ebbe luogo il 13 di febbrajo del 1503. I loro campioni erano stati scelti tra gli uomini d'armi di Prospero Colonna, il quale per altro aveva avuto l'avvedutezza di prenderne qualcuno di ogni provincia d'Italia. I voti dei generali, dell'armata, del popolo, gli accompagnarono; e non dobbiamo maravigliarci, che una nazione oppressa, assai più divisa che vinta, e che versava il proprio sangue per gli stranieri, senza trovare occasione di spargerlo per la propria indipendenza, cogliesse avidamente l'occasione di salvare il proprio onore, quando aveva perduta ogni altra cosa, e che accogliesse poi con trasporti di gioja e con entusiasmo i campioni che lo difesero. Questi campioni furono vittoriosi. Invece di mettere in piena corsa i loro cavalli, come fecero i loro avversarj, gli aspettarono di piè fermo, ed ingannandoli rispetto allo spazio che dovevano percorrere, li disordinarono. Alcuni cavalli francesi oltrepassarono il solco, ed i loro cavalieri rimasero esclusi dalla pugna. Altri cavalieri furono rovesciati dalle più lunghe lance degl'Italiani, senza che potessero raggiugnerli colle loro. Due cavalieri italiani, caduti nel primo urto, diedero di mano agli spiedi posti in serbo, ed atterrarono varj cavalli francesi. Un solo francese fu ucciso; i suoi camerata, scavalcati gli uni dopo gli altri, s'arresero successivamente agl'Italiani che li fecero prigionieri, e dopo un'ostinata lotta si diedero per vinti e furono condotti in trionfo a Barletta: niuno di loro aveva portati i cento scudi pel suo riscatto, perchè niuno aveva creduta possibile la loro sconfitta[138][139].

[138] Tutti gli storici Italiani parlarono con manifesta compiacenza di questa zuffa ed assai circostanziatamente. _Fr. Guicciardini, l. V, p. 296-298. — P. Jovii vita M. Consalvi, l. II, p. 211-214. — Ejusdem vita di Pompeo Colonna, p. 354. — Summonte istor. di Napoli, l. VI, c. IV, p. 542, e 552. — Alfonso de Ulloa vita di Carlo V, l. I, f. 21. — Arn. Ferroni, l. III, p. 47._

[139] Il nostro autore, che d'ordinario si mostra parziale per gl'Italiani, pare che in questa circostanza accordi la vittoria piuttosto all'accortezza che al vero valore de' campioni italiani. Oltre i citati autori e molti altri che non importa ricordare, non dobbiamo ommettere il frammento di un poema latino del Vida, pubblicato in Milano nel 1818, e probabilmente dall'autore non veduto. Io mi limiterò a riferire, secondo lo stesso Vida, i nomi de' guerrieri italiani:

Fieramosca Capuano Miale o Aminale Toscano Mariano da Sarni Napolitano Pachis } Siciliani Salamene } Braccaleone Romano Capoccio Romano Carellario Napolitano Fanfulla Cremonese Riccio Parmigiano Lod. d'Abenavolo Napolitano Practius } Siciliani Gelenus }

Mentre che i generali francesi conservavano la loro superiorità nel regno di Napoli, piuttosto pel vantaggio del numero, che per quello de' talenti, i loro commilitoni non erano senza qualche inquietudine nel ducato di Milano. I figli di Lodovico il Moro si erano rifugiati alla corte di Massimiliano, re de' Romani. Questo principe, che aveva sposata una loro cugina, ed era vincolato col loro genitore non meno dall'amicizia che dai trattati, nudriva da gran tempo tanta gelosia contro la Francia, che non aspettava che l'istante propizio di manifestarsi. Egli non aveva riconosciuti i pretesi diritti della casa d'Orleans; rifiutava a Lodovico XII l'investitura del ducato di Milano, e con tale rifiuto annullava, secondo il diritto feudale, la di lui conquista. Il ministero francese mai non aveva potuto ottenere da Massimiliano che tregue di pochi mesi, e le aveva tutte comperate col danaro. Temeva ad ogni istante che l'imperatore invadesse la Lombardia, e con ciò mettesse in pericolo il regno di Napoli. Il cardinale d'Amboise, primo ministro di Lodovico XII, risoluto di non risparmiare alcuna cosa per conservare la pace con Massimiliano, recossi a Trento per avere con lui un abboccamento. Lodovico XII non aveva figli maschi, ed il cardinale offrì la figlia del suo re, madama Claudia di Francia, in matrimonio al nipote di Massimiliano, Carlo, figliuolo di Filippo e di Giovanna di Castiglia, il quale trovavasi ancora in fasce. Questi due sposi fanciulli dovevano avere per loro appannaggio il ducato di Milano, di cui Massimiliano darebbe loro l'investitura. Filippo, sovrano de' Paesi Bassi, era stato illuminato dall'interesse de' suoi industri sudditi; desiderava conservare la pace colla Francia, ed incaricavasi con zelo delle parti di mediatore tra Massimiliano, suo padre, e Lodovico XII, suo formidabile vicino. Perciò la negoziazione, cominciata molto prima dell'abboccamento di Trento, pareva portata a buon termine: il cardinale d'Amboise vi aveva aggiunto il progetto della riforma della Chiesa nel suo capo e nelle sue membra, credendo con ciò di farsi strada al papato. Si mostrò quindi facile rispetto alle condizioni accessorie, e tra le altre cose promise di porre in libertà Lodovico Sforza, il cardinale Ascanio e gli altri prigionieri milanesi. Ma non era facile a regolarsi la quistione principale. Lodovico XII poteva ancora avere un figlio, e non voleva preventivamente diseredarlo a favore di sua figlia: e l'imperatore non volle mai acconsentire alla riserva che Lodovico avrebbe voluto fare di questo diritto contingente, onde si ruppe la conferenza di Trento, senz'altro risultamento che quello di aver prolungata di pochi mesi la tregua[140].

[140] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 271._

Intanto Massimiliano, che credevasi chiamato a far rivivere tutti i diritti della casa di Sassonia o di Hohenstauffen sopra l'Italia, vi spedì due ambasciatori, il marchese Ermes Sforza ed il proposto di Brixen, per rivendicare le prerogative de' suoi predecessori. Costoro entrarono solennemente in Firenze il 21 di febbrajo del 1502. Esposero alla signoria che il loro padrone, apparecchiandosi a venire a prendere la corona imperiale a Roma, per andare in appresso ad attaccare i Turchi, domandava alla loro repubblica, quale parte dell'impero, ed in conformità delle antiche sue obbligazioni il pagamento di cento mila fiorini per le spese della spedizione, metà subito, e l'altra metà nel passaggio del monarca, che a questo prezzo dichiaravasi disposto a porre in obblio la predilezione che i Fiorentini avevano sempre mostrato per la casa di Francia[141].

[141] _Fr. Guicciardini, p. 273. — Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 127. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 265._

I Fiorentini non avevano altrimenti vaghezza di trattare con Massimiliano, particolarmente a così onerose condizioni; ma la sola apparenza di questa negoziazione riuscì loro vantaggiosa. Lodovico XII, dopo la sgraziata spedizione del signore di Belmonte, non aveva loro perdonati i torti suoi proprj, gli aveva privati della sua protezione, ed abbandonati alle malvage pratiche del duca Valentino. Ebbe finalmente paura che i Fiorentini stancheggiati cercassero in Massimiliano un altro protettore, ed il 16 di aprile acconsentì a sottoscrivere con loro un trattato, col quale, mercè un annuale sussidio di quaranta mila fiorini, assicurava per tre anni i loro attuali possedimenti, e lasciava che colle forze loro tentassero di ricuperare ciò che avevano precedentemente perduto[142].

[142] _Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 266. — Jac. Nardi, l. IV, p. 128. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 270._

Il solo nome della protezione di Francia era per la repubblica una potente salvaguardia, che la guarentiva dagli aperti attacchi di Cesare Borgia, il quale, circondando di già i di lei confini, ed avendo in sul piede di guerra un formidabile corpo d'uomini d'armi, minacciava ad ogni istante la stessa di lei esistenza. Il Borgia, padrone della Romagna, arbitro supremo di tutto lo stato della Chiesa, aveva di fresco afforzata la sua casa con una potente alleanza. Il 4 di settembre del 1501 aveva fatta sposare sua sorella Lucrezia ad Alfonso, figliuolo primogenito del duca di Ferrara; ed il 5 di gennajo del 1502 Lucrezia era partita da Roma per recarsi alla corte degli Estensi[143].

[143] _Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 397-405. — P. Bembi Ist. Ven., l. VI, p. 128. — Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2133 e 2136._

Il duca di Ferrara aveva veduto Cesare Borgia attaccare successivamente tutti i vicarj pontifici; l'aveva veduto ajutato dalla Francia, accarezzato dai Veneziani, non trovare chi si opponesse a' suoi disegni. Onde non sapeva qual sorte si riservasse a lui medesimo, e si pose premurosamente al coperto degli attacchi di così potente ad un tempo e perfido vicino con un parentado, che a dir vero la casa d'Este doveva trovare alquanto vergognoso. Lucrezia Borgia, sebbene ancora giovane assai, aveva di già avuto tre mariti. Suo padre prima di giugnere al pontificato l'aveva data ad un gentiluomo napolitano mentre ella non era ancora nubile. Ma poichè fu fatto papa, pronunciò il suo divorzio per maritarla a Giovanni Sforza, signore di Pesaro. Tra poco parve ai Borgia che il parentado di così piccolo principe non fosse corrispondente al grado loro, ed il papa nel 1497 pronunciò un secondo divorzio per maritare sua figlia nel susseguente anno ad Alfonso d'Arragona, duca di Biseglia, principe di Salerno, e figliuolo naturale di Alfonso II re di Napoli[144]. Mentre ciò si trattava, il regno di Napoli fu conquistato dai Francesi; il principe di Biseglia, che non aveva che diciassette anni nel momento del matrimonio, invece di essere il nipote di un gran re, più non fu che quello di un proscritto. I Borgia non avevano mai avuta l'ambizione di mantenersi fedeli a coloro che la fortuna abbandonava. Il 15 di luglio del 1501 il terzo sposo di Lucrezia venne assassinato sulla scala della basilica di san Pietro. Si vietò qualunque processura contro gli uccisori; e perchè non moriva abbastanza sollecitamente per le riportate ferite, il 18 di agosto fu strozzato nel suo letto[145]. I disordini della privata vita di Lucrezia superavano ancora lo scandalo de' suoi matrimoni e dei suoi divorzj: perciocchè il pubblico l'accusava di essere stata l'amante di suo padre e de' suoi fratelli: era stata veduta presiedere ai banchetti delle cortigiane ed alle scandalose feste con cui Alessandro infamava il Vaticano: invece di tornei Lucrezia instituiva lotte di libertinaggio; giudicava co' suoi occhi il valore de' combattenti, e distribuiva premj ai vincitori[146][147].

[144] _Burchardi Diar. Cur. Rom., p, 2096._

[145] _Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2122, 2123. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 126. — Raynal. An. Eccl. 1501, § 21, p. 511._

[146] _Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2134._

[147] Il signor Roscoe nella vita di Leon X, _t. 1_, si sforza di voler difendere da così gravi imputazioni la duchessa di Ferrara, Lucrezia Borgia, ma trattò l'argomento piuttosto da retore che da storico imparziale. Avrebbe fatto miglior senno ad abbandonare le difese della Borgia prima del suo matrimonio con Alfonso d'Este, per dimostrarla savia principessa dopo quest'epoca, ai quale oggetto non doveva che distruggere qualche sospetto di soverchia domestichezza con Pietro Bembo e con qualche altro illustre personaggio; potendosi in generale asserire che alla corte di Ferrara si contenne come si conviene a saggia e colta principessa. _N. d. T._

Lucrezia portò al suo sposo cento mila ducati di dote, la cessione di alcuni feudi ecclesiastici in Romagna, e la protezione del papa per la casa d'Este, che valeva più di tutt'altra cosa. L'alleanza poi del duca di Ferrara copriva il nuovo ducato di Romagna dalla banda de' confini più esposti, e lasciava a Cesare Borgia la facoltà di volgere tutte le sue forze e tutta la sua attenzione verso la Toscana e verso l'Ombria. In fatti partì da Roma il 13 giugno del 1502 per avvicinarsi a quelle province[148].

[148] _Burchardi Diar. Curiae Rom., p. 2138._

Il giorno 1.º di maggio del precedente anno il papa aveva pronunciato in concistoro una sentenza contro Giulio Cesare da Varano, signore di Camerino, colla quale, per castigo dell'assassinio di suo fratello Rodolfo, e dell'asilo che aveva accordato ai banditi ed ai ribelli dello stato della Chiesa, il Varano era spogliato del suo feudo, ed il piccolo principato di Camerino riunito alla camera apostolica[149]. Il duca Valentino, poichè fu arrivato ai confini del territorio perugino, diede voce che stava per dare esecuzione a tale sentenza. Mandò il duca di Gravina Orsini ed Oliverotto di Fermo, suoi luogotenenti, a guastare la Marca di Camerino; e nello stesso tempo domandò a Guid'Ubaldo di Montefeltro, duca d'Urbino, di prestargli tutti gli uomini d'armi e tutta l'artiglieria che aveva; e perchè Guid'Ubaldo non aveva veruna contesa col pontefice e niun motivo di diffidenza, si affrettò di ubbidire, onde non compromettersi con un così formidabile vicino. Ma quando il Borgia ebbe in sua mano tutti i mezzi di difesa del duca, condusse improvvisamente le sue truppe nel suo ducato, ed occupò lo stesso giorno Cagli, una delle quattro città di quello stato. Guid'Ubaldo spaventato fuggì senza far resistenza, si ritirò a Ravenna in abito di contadino e di là passò a Mantova; suo nipote, Francesco Maria della Rovere, prefetto di Roma e signore di Sinigaglia, fuggì nello stesso tempo, e Cesare Borgia non incontrò verun ostacolo a ridurre in suo potere tutto il ducato d'Urbino, tranne le fortezze di san Leo e di Majolo[150].

[149] _Rayn. Ann. 1501, § 17, p. 508._

[150] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 278. — Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2138 — P. Bembi Ist. Ven., l. VI, p. 130. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 132, — Ist. di Gio. Cambi, p. 179._

Questa è una delle occasioni assai rare in cui viene dagli storici accennata la repubblica di san Marino. Due villaggi presso la sommità del monte Titano formano tutt'intero quel piccolo stato, che si era fin allora conservato libero, ma sotto la protezione del duca d'Urbino. Gli abitanti, spaventati dalla ruina del loro protettore, offrirono ai Veneziani di darsi a loro, se volevano difenderli contro Cesare Borgia; ma i Veneziani non ardirono di accettarli. Dall'altra banda il Borgia loro domandò soltanto di ricevere un podestà dalle sue mani; i cittadini di san Marino vi acconsentirono, ed approfittarono delle prime rivoluzioni della Romagna per riporsi in libertà[151].

[151] _P. Bembi, Ist. Ven., l. VI, p. 130. — Melch. Delfico Mem. Stor. di san Marino cap. VI, p. 175._

Mentre il Valentino conquistava il ducato d'Urbino, e teneva aperti gli occhi sulle rivoluzioni che scoppiavano in Toscana, il suo luogotenente, Vitellozzo Vitelli, signore di Città di Castello aveva intavolata una cospirazione con alcuni cittadini d'Arezzo per farsi dare in mano la città. Guglielmo de' Pazzi, ch'era colà commissario della repubblica fiorentina, la scuoprì, e fece arrestare due de' più colpevoli; ma il partito de' ribelli, ch'era più numeroso ch'egli non credeva, fece che prendesse le armi tutta la città per liberarli, ed avendo imprigionato il commissario stesso con tutti i suoi ufficiali, gli Aretini proclamarono nello stesso giorno, il 4 giugno del 1502, il ristabilimento dell'antica loro repubblica, e cinsero d'assedio la rocca[152].

[152] _Jac. Nardi, Ist. Fior., l. IV, p. 129. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 177 — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 267._

Cosimo de' Pazzi, vescovo d'Arezzo e figlio del commissario, essendosi chiuso nella rocca, fece frettolosamente chiedere soccorsi a Firenze: ma quelli de' ribelli erano più vicini, e Vitellozzo Vitelli entrò quasi subito in Arezzo cogli uomini d'armi di Città di Castello. Gian Paolo Baglioni, signore di Perugia lo seguì immediatamente, seco conducendo Fabio, figliuolo di Paolo Orsini, ed i due Medici, Pietro e suo fratello cardinale, sempre apparecchiati ad unirsi a tutti i nemici della loro patria. Pandolfo Petrucci loro mandò da Siena danaro ed artiglieria, ed il 18 di giugno la rocca d'Arezzo, che i Fiorentini non avevano potuto soccorrere, dovette arrendersi[153].

[153] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 276. — Burchardi Diar., p. 2138. — Jac. Nardi, l. IV, p. 130. — Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VI, f. 108, v._

Tutti i capitani che avevano preso parte nella rivoluzione d'Arezzo, Vitellozzo, gli Orsini, Baglioni e Petrucci erano al soldo del duca Valentino; e se questi non erasi immischiato nella trama, almeno sembrava tenersi pronto a coglierne i frutti; ma quando era in sul punto di entrare in Toscana, ebbe comunicazione del trattato di protezione soscritto il 16 di aprile tra il re di Francia e la repubblica fiorentina, ed un formale divieto di Lodovico XII di molestare i Fiorentini. Egli si vide costretto ad ubbidire, almeno in apparenza, e si accontentò di far passare segretamente a Vitellozzo tutti gli uomini d'armi di cui poteva disporre[154]. Nello stesso tempo rivolse le sue forze dalla banda di Camerino, entrò in quella città per sorpresa, si assicurò della persona di Giulio Cesare di Varano e di due de' suoi figliuoli, e li fece subito strozzare[155].

[154] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 277. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 132. — Orl. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VI, f. 109. — P. Giovio Vita di Leon X, l. I, p. 79. — Fr. Belcarii Comm., l. IX, p. 254._

[155] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 279. — Burchardi Diar., p. 2141. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 268. — Jac. Nardi, l. IV, p. 134._

Intanto Vitellozzo teneva sotto i suoi ordini ottocento uomini d'armi e tre mila fanti; assumeva il titolo di generale dell'armata della Chiesa, e continuava la guerra contro Firenze. E perchè tutto il raccolto era ancora ne' campi, i contadini, temendo di esporli ad essere bruciati, non osavano fare resistenza; onde Vitellozzo non incontrò difficoltà alcuna ad impadronirsi di Monte Sansovino, di Castiglione Aretino, di Cortona e di tutte le terre murate di Val di Chiana[156]. Se si fosse immediatamente avanzato nel Casentino sarebbe giunto fino alle mura di Firenze, non vi essendo armata apparecchiata a resistergli; perchè la fanteria adunata a Quarata nell'istante della ribellione d'Arezzo, era stata compresa da tale terrore per l'occupazione de' Castelli di Val di Chiana, che si era tutta dispersa. Ma Vitellozzo non si prendeva verun pensiero di rimettere i Medici in Firenze, finchè poteva sperare di tenere in suo dominio le conquiste che farebbe ne' contorni del suo piccolo stato di Città di Castello. Invece adunque di passare avanti, piantò le sue batterie da principio contro Anghiari, in appresso sotto Borgo san Sepolcro, e prese quelle due terre. D'altra parte i Fiorentini avevano ricorso in principio di questa guerra a Chaumont d'Amboise, governatore del Milanese, per avere i soccorsi cui Lodovico XII si era obbligato. Di già dugento lance francesi, comandate dal capitano Imbault, erano giunte a Firenze, ed altre dugento si avvicinavano. Vitellozzo, che aveva fatto intimare la resa al castello di Poppi, quand'ebbe avviso della loro venuta, si ritirò immediatamente e si chiuse in Arezzo[157].

[156] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 131. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 178. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 267._