Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)
Part 8
[123] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 269. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 125. — Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2132._
Giammai non si erano vedute più illustri vittime delle politiche rivoluzioni, di quelle che allora si trovavano nell'isola d'Ischia. Eravi in quel castello Beatrice d'Arragona, sorella di don Federico, da prima consorte del gran Mattia Corvino, re d'Ungheria, poi di Uladislao, re di Boemia. Costei aveva col suo favore procurata ad Uladislao la corona d'Ungheria; e questi in contraccambio l'aveva ripudiata per isposare un'altra donna. Eravi pure Isabella, duchessa di Milano, nipote di don Federico, che aveva tutt'ad un tratto perduta la sua sovranità, quella di suo padre, il consorte e il figlio; finalmente lo stesso Federico, che trovavasi in quella rocca con sua moglie e quattro figliuoli in tenera età. Vero è che non istette lungamente in questo ritiro, dove avrebbe più prudentemente adoperato, aspettandovi qualche cambiamento di fortuna. Così violenta era la sua indignazione contro suo cugino, Ferdinando d'Arragona, che preferì di darsi in braccio ad un nemico che lo aveva sempre combattuto a forza aperta. Egli si attenne al consiglio di Filippo di Rabenstein ch'era giunto presso Ischia colla sua flotta: da quest'ammiraglio ebbe un salvacondotto per passare in Francia con cinque galere leggeri, mentre spedì la maggior parte de' suoi uomini d'armi a Taranto che si difendeva ancora a nome di suo figlio primogenito. Affidò il comando d'Ischia al marchese del Guasto ed alla contessa di Francavilla. Lasciò pure in quell'isola Fabrizio e Prospero Colonna, il primo de' quali era stato forzato a riscattarsi dai Francesi dopo la presa di Capoa. Lodovico XII, commosso dalla confidenza di don Federico, gli accordò infatti il ducato d'Angiò e trenta mila scudi di rendita, invece del regno che aveva perduto; ma a condizione che mai non uscirebbe dalla Francia: e sebbene non fosse suo prigioniere, e fosse venuto sotto la fede di un salvacondotto, Lodovico XII lo pose sotto la sopravveglianza del marchese di Rothelin, che con trecento uomini ebbe ordine di fare onorevole guardia alla sua persona, ma in fatto per tenerlo ubbidiente[124].
[124] _Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. IV, p. 537. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 269. — Jean de Saint Gelais Hist. de Louis XII, p. 163. — Barth. Senaregae de reb. Gen. p. 573. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 166. — Rayn. An. Eccl. 1501, § 74, p. 528. — Arnoldi Ferroni, l. III, p. 43._
La conquista dell'altra metà del regno di Napoli che faceva Gonsalvo di Cordova non fu così rapida; l'aveva cominciata più tardi e con più deboli forze, ed inoltre aveva incontrato maggior resistenza negli abitanti. Vedevano questi con estremo dolore la loro patria divisa, e poichè dovevano cessare d'avere il proprio re, avrebbero almeno preferito di passare sotto il dominio francese. Pure, perchè il loro sovrano gli aveva abbandonati, e niun altro principe prendeva a difenderli, si andarono assoggettando di mano in mano che gli Spagnuoli intimavano loro di arrendersi. Le sole città di Manfredonia e di Taranto sostennero un assedio: breve fu quello di Manfredonia, ma quello di Taranto lunghissimo, sebbene diretto dallo stesso Gonsalvo. La città, posta in un'isola unita da due ponti al continente e abbondantemente provveduta di vittovaglie, era abbastanza forte per rendere lungamente vani tutti gli sforzi degli assedianti; e Giovanni di Guevara, conte di Potenza, governatore del giovanetto Ferdinando, che vi comandava, affidato alla naturale forza della piazza, evitava le sortite, le scaramucce ed ogni piccola zuffa che ad altro non avrebbero servito che ad indebolire la guarnigione. All'ultimo avendo Gonsalvo trasportato una ventina di navi armate entro al seno di diciotto miglia di circuito, detto dai Tarentini mare interno, il conte di Potenza, che non credeva di essere attaccato da quella banda, e non vi aveva fatte nuove opere di difesa, si mostrò disposto a capitolare, tanto più che il Gonsalvo gli aveva fatte offrire onoratissime e vantaggiose condizioni. Il generale del re cattolico giurò sull'ostia nella più solenne forma, che accorderebbe al giovane Ferdinando, duca di Calabria, la libertà di ritirarsi ove più gli piacesse. La città fu ceduta a tal patto, ed il giovane principe si affrettò, in conformità agli ordini avuti da suo padre, di prendere la strada di Bitonto per passare nella parte del regno occupata dai Francesi. Ma non era appena giunto in quella città, che fu arrestato per ordine di Gonsalvo, ricondotto a Taranto, e di là imbarcato e mandato prigioniero in Ispagna, malgrado le rimostranze sue e del governatore, che amaramente rimproveravasi d'averlo precipitato nella rete. Gonsalvo di Cordova era un uomo religioso fino alla superstizione ed al fanatismo; e non pertanto si rendeva per politica colpevole del più insigne spergiuro; ma non volendo illuminare la propria coscienza, rimettevasi in tutto al suo direttore, e trovò teologi che gli dissero e pubblicarono per sua difesa, che aveva giurato non per sè medesimo, ma pel suo padrone, onde non era personalmente vincolato, come non lo era pure il suo sovrano, poichè il Gonsalvo erasi per lui obbligato senza sua saputa[125].
[125] P. Giovio, che riferisce questo sofisma, sembra risguardarlo come un argomento senza replica. _Vita Magni Consalvi, l. I, p. 195-199. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 270. — Fr. Belcarii Comm., l. IX, p. 251._
Così cadde per non rialzarsi più questo ramo della casa d'Arragona, che aveva regnato a Napoli con tanto splendore per lo spazio di sessantacinque anni, e avuto tanta influenza nell'incremento delle lettere italiane. Federico colla troppo precipitosa sua ritirata si privò dei mezzi che poteva presentargli la mala intelligenza dei monarchi che si erano diviso il suo regno. Egli morì in Angiò il 9 di settembre del 1504. Suo figlio Ferdinando, duca di Calabria, morì in Ispagna soltanto nel 1550, dopo essersi ammogliato due volte, ma sempre, secondo le viste della politica spagnuola, con donne conosciute sterili. Alfonso, il secondogenito, che aveva seguito il padre in Francia, morì a Grenoble nel 1515 non senza sospetto di veleno, e l'ultimo, Cesare, morì a Ferrara in età di diciott'anni. Tra le figlie del re Federico, la sola Carlotta, maritata col conte di Laval, lasciò prole[126].
[126] _Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. IV, p. 537. — Murat. Ann. d'Italia an. 1501, t. X, p. 7._ — Nicolò, conte di Laval, governatore ed ammiraglio di Bretagna, che sposò Carlotta, non lasciò che una figlia, Anna di Laval, maritata a Francesco de la Tremoille. Per questa la casa de la Tremoille rivendicò alcuni diritti sul regno di Napoli.
CAPITOLO CI.
_Guerra nel regno di Napoli tra Lodovico XII e Ferdinando il cattolico; rivoluzione d'Arezzo; conquiste di Cesare Borgia; carnificina di Sinigaglia; battaglia di Cerignole; i Francesi scacciati dal regno di Napoli_.
1501 = 1503.
Gli oltremontani, che in principio del sedicesimo secolo guerreggiavano in Italia, non dissimulavano in verun modo i sentimenti di diffidenza, di disprezzo, o di odio che nudrivano verso la nazione che venivano a combattere. Questi sentimenti mostravansi scopertamente nelle scritture de' contemporanei, e perchè i successivi avvenimenti più d'una volta li giustificarono, contribuirono a fondare in tutta l'Europa un pregiudizio svantaggioso alla nazione che all'ultimo soggiacque. Pure, almeno a quell'epoca, l'avversione degli oltremontani per gli Italiani altro non era che l'odio che nutrono tutti i barbari contro le nazioni ridotte a maggiore civiltà. Sentivano la superiorità dello spirito, del senno, delle cognizioni dei loro nemici, ma si esasperavano perciò contro la nazione. Essi rappresentavano questi vantaggi come necessariamente legati alla dissimulazione ed alla perfidia; si appropriavano invece la palma del valore e della lealtà, ed abbandonavano con dispregio agli Italiani il merito dell'astuzia e dell'avvedutezza. Ogni nazione, paragonandosi agli Italiani, si attribuiva qualità incompatibili con que' meschini artificj che sono proprj di un popolo giunto all'estrema civiltà; vantavano a vicenda la buona fede teutonica, la rozza franchezza elvetica, l'onore francese, la lealtà castigliana. Per altro ognuna di queste nazioni parve farsi carico di dare nel periodo di pochi mesi, in seno alla stessa Italia, tali prove di mala fede, che i più diffamati politici italiani non avrebbero mai pareggiate.
Massimiliano d'Austria, che ambiva di essere ancora più cavaliere che re, non aveva fino a tale epoca presa veruna importante parte negli affari d'Italia; soltanto più tardi ed in occasione delle sue contese con Venezia mostrò in particolar modo il suo disprezzo per le proprie promesse. Pure la sua inconseguenza aveva di già renduta la di lui alleanza fatale a coloro che l'avevano comperata: questa aveva ingannati i Pisani, cagionata la ruina di Lodovico Sforza, e contribuito a quella di Federico d'Arragona. Questo re di Napoli aveva prestati a Massimiliano quaranta mila fiorini, a condizione che non farebbe accordi colla Francia senza comprendervelo. Ma Massimiliano, che dalla sua insensata prodigalità veniva reso dipendente da tutti gli avvenimenti, e che durante tutto il suo regno altro non fece che dare parole a prezzo di danaro, e che mancare di fede per ricevere altre somme, acconsentì per un sussidio pagatogli dalla Francia a fare con questa una tregua di più mesi senza comprendervi don Federico, dando così tempo a Lodovico XII d'attaccare il re di Napoli e di precipitarlo dal trono[127].
[127] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 260._
Il tradimento degli Svizzeri a Novara, di cui fu vittima Lodovico Sforza, lasciava a quella nazione pochi titoli per vantare la sua lealtà; tanto più che quella transazione fu preceduta e seguita da molte altre, che, sebbene meno strepitose per l'importanza degli avvenimenti, e meno funeste nelle loro conseguenze, non perciò riuscivano meno contrarie alla fedeltà ed all'onore militare.
La condotta del governo francese era quasi sempre stata macchiata da un'eguale mala fede: aveva trafficate le sue alleanze coi Pisani, coi Fiorentini, col duca Valentino; aveva per una somma di danaro abbandonati ai suoi nemici coloro cui avevano più solennemente accordata protezione; e la costante sua alleanza con Cesare Borgia l'aveva fatto partecipe di tutti i delitti di quell'uomo perfido. Ad ogni modo la Spagna superava tutte le altre potenze per la impudenza della sua mala fede. Pareva che Ferdinando il Cattolico si recasse a merito di non promettere che per mancare, si facesse un trastullo de' giuramenti, come i fanciulli de' fantocci, e pigliasse diletto a moltiplicare gl'inganni anche più che non richiedeva il buon esito de' suoi disegni. I due spagnuoli, Alessandro VI e Cesare Borgia suo figlio, fondarono in certo qual modo col loro esempio la terribile scuola machiavellica; e lo stesso eroe della Spagna, Gonsalvo di Cordova, si espose più volte al rimprovero di perfidia.
Ma veruna transazione del secolo non portava l'impronta d'una violazione più perfida di tutti i diritti, di tutti i doveri, quanto il trattato di Granata per la divisione della monarchia di Napoli: verun'altra transazione disvelava in coloro che sottoscrissero un più alto disprezzo per le obbligazioni morali e per le leggi dell'onore. Bisognava essere accecati dalla cupidigia per isperare che l'una parte o l'altra eseguirebbe di buona fede una convenzione fondata sopra la sovversione di ogni fede, di ogni principio. Una tale convenzione non poteva produrre che la guerra e non la pace; ed infatti appena fu terminata la conquista del regno di Napoli dai due principi che avevano concertato tale tradimento, che cominciarono a contendersene le province.
Il trattato di divisione di Granata aveva avuto per base l'antica divisione del regno di Napoli in quattro province, attribuendosene due ogni potenza. La Campania comprendeva ciò che oggi chiamasi Terra di Lavoro ed i due principati; l'Abbruzzo comprendeva i due moderni Abbruzzi e la contea di Molise. Queste erano le province assegnate alla Francia. La Puglia comprendeva la Capitanata, la terra di Bari e quella di Otranto; la Calabria comprendeva la Basilicata e le due moderne Calabrie. Per altro quest'antica divisione di province era stata cambiata dal re Alfonso I. Le province della Capitanata e della Basilicata, staccate una dalla Puglia l'altra dalla Calabria, non erano state chiaramente indicate nel trattato di Granata siccome devolute al re di Spagna. Alcune città della prima erano state occupate, senza rimostranze in contrario, a nome del conte di Lignì, cui erano state accordate in feudo da Carlo VIII: altronde pareva che la Capitanata non si potesse separare dagli Abbruzzi; il quasi intero prodotto delle quali due province consisteva nelle gabelle delle mandre che in tempo d'estate pascolavano le erbe delle alte montagne dell'Abbruzzo e nell'inverno quelle delle aduste campagne della Puglia[128].
[128] _P. Jovii Vita M. Consalvi, l. I, p. 199. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 18. Venezia 1574 in 4.º — Fr. Guicciardini, l. V, p. 274. — Fr. Belcarii Comm., l IX, p. 253._
Le ostilità cominciarono ad Atripalda nella Basilicata; i Francesi vi si erano stabiliti, e gli Spagnuoli li sorpresero e li discacciarono. Pure nè gli uni, nè gli altri erano apparecchiati ad una nuova guerra. Luigi d'Armagnacco, duca di Nemours, vicerè di Napoli a nome di Lodovico XII, acconsentì di scontrarsi con Gonsalvo di Cordova nella chiesa di sant'Antonio tra Atella e Melfi, per regolare i punti intorno ai quali non andavano d'accordo. Convennero che in pendenza della decisione dei loro monarchi per la dilucidazione del trattato, le città controverse sarebbero governate in comune dai due vicerè, che vi spiegherebbero le insegne delle due nazioni, e che le gabelle pel pedaggio delle mandre, che davano cento mila ducati all'anno, e che formavano il reddito più depurato del regno, ma che sarebbe stato totalmente perduto pei Francesi se avessero rinunciata la Capitanata, verrebbe in eguali porzioni diviso fra loro e gli Spagnuoli[129].
[129] _Pauli Jovii de Vita M. Consalvi, l. II, p. 201. — Al. de Ulloa vita di Carlo V, l. I, f. 18. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 275._
Quest'accomodamento favorevole ai Francesi non era stato dal Gonsalvo accettato che per conoscersi più debole; egli diede il tempo di scrivere alle corti. Confessarono i due re di non conoscere il paese e di non avere prevedute le difficoltà che si affacciavano; ma sentendo ambidue l'impossibilità di conservare la pace, invece di commettere al rispettivo luogotenente di ultimare la controversia all'amichevole, l'invitarono ad approfittare il più che potesse delle presenti circostanze, ed a spiegare a suo vantaggio tutto ciò che fosse oscuro. L'uno e l'altro volevano la guerra, ma i Francesi trovaronsi apparecchiati a sostenerla prima degli altri. Perciò il 19 di giugno del 1502 il Nemours fece dichiarare al Gonsalvo, che se non gli veniva restituita la Capitanata, i Francesi si farebbero da sè giustizia colle armi; e subito dopo attaccò Atripalda, l'occupò di nuovo, e nello stesso tempo fece cominciare le ostilità su tutta la linea. Il Gonsalvo, sentendo che i principi di Salerno e di Bisignano eransi dichiarati a favore dei Francesi, e che tutto il paese era in fermentazione, fuggì di notte da Atella, e si ritirò successivamente verso Andria, Bitonto e Barletta, distribuendo tutte le truppe che gli restavano nelle fortezze, ed abbandonando la campagna alle incursioni de' Francesi[130].
[130] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 275. — P. Jovi Vita M. Consalvi, l. II, p. 202. — Al. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 18._
Gonsalvo di Cordova aveva scelta Barletta per riunirvi la sua armata, aspettarvi i soccorsi della Spagna, e lasciar tempo ai Francesi di snervarsi in una guerra di avamposti. Questa città, fabbricata dall'imperatore Eraclio al sud-est della foce dell'Ofanto, era stata spesse volte la sede degli antichi re di Napoli: angusto era il suo porto e non sicuro per tutti i venti, e le vecchie sue mura non avevano terrapieni. Ma il Gonsalvo vi adunava i suoi più valorosi soldati, ed i baroni del regno che si erano dichiarati a favore della Spagna. Le era rimasto fedele l'antico partito arragonese, il quale non aveva preso parte al vivissimo sdegno di Federico, e mentre che questo re aveva preferito di porsi in mano della Francia, piuttosto che commettersi a suo cugino, quasi tutti coloro che l'avevano seguito nel suo esilio, e particolarmente Prospero Colonna trovavansi in allora presso Gonsalvo. Per lo contrario l'antica fazione d'Angiò si era ovunque dichiarata favorevole ai Francesi, ed era appunto più potente nelle province cedute alla Spagna.
Nel consiglio di guerra tenuto dal duca di Nemours intorno al suo piano di campagna, Andrea Matteo d'Acquaviva, duca d'Adria, il più riputato tra i baroni angiovini e come letterato e come guerriero, propose di assediare Bari, la più florida città ed il miglior porto che gli Spagnuoli avessero sull'Adriatico. Diceva che la sua conquista trarrebbe seco quella di Giovenazzo e di Bitonto, e la rivoluzione di tutta la provincia. Ma Isabella di Arragona, figlia di Alfonso II e vedova di Giovan Galeazzo Sforza, aveva il comando di Bari assegnatale per suo appannaggio; ed i generali francesi non sapevano senza ripugnanza risolversi ad attaccare una donna, il di cui padre e marito erano stati da loro privati del trono, e di cui ne tenevano in prigione il figliuolo; una donna fatta da loro tanto infelice, e di cui rispettavano il carattere. Ivone d'Allegre e la Palice dissero ch'essi credevano più conveniente al carattere de' cavalieri francesi ed in pari tempo alle regole dell'arte militare di attaccare lo stesso Gonsalvo nella città in cui si era chiuso, di non dargli tempo di accrescere le fortificazioni, e di approfittare dell'impeto francese per terminare la guerra sulle medesime brecce di Barletta[131].
[131] _P. Jovii vita M. Consalvi, l. II, p. 203. — Alf. de Ulloa vita di Carlo V, l. II, f. 18._
Il duca di Nemours, che non aveva nè talenti distinti nè carattere, appigliossi, come il più delle volte sogliono fare gli uomini mediocri, ad un partito di mezzo tra i due che gli venivano proposti, e con una fallace prudenza rinunciò ai vantaggi dell'uno e dell'altro. Attaccando Bari, temeva di lasciare il Gonsalvo in libertà; temeva, assediando Barletta, di avere a lottare coi talenti di un grande generale e col vigore di una grossa armata, e risolse di bloccare soltanto Barletta. Luigi d'Ars, Chatillon de Formant, e Chandieu o Chandenier, comandante degli Svizzeri, furono dello stesso parere. Il d'Aubignì fu staccato con un terzo dell'armata francese per fare un'invasione nella Calabria. Egli si era fatto amare e rispettare in quella provincia in tempo della precedente guerra colla giustizia e colla dolcezza del suo governo; ed infatti non vi fu appena rientrato, che i principi di Salerno e di Bisignano, della casa di Sanseverino, ed il conte di Mileto, si posero sotto le sue bandiere; tutte le città, e la stessa Cosenza, capitale della provincia, aprirono le loro porte ai Francesi; e le guarnigioni ed i magistrati spagnuoli si ritirarono in Sicilia, lasciando che il d'Aubignì stendesse il suo dominio fino allo stretto di Messina[132].
[132] _P. Jovii vita M. Consalvi, l. II, p. 204. — Al. de Ulloa vita di Carlo V, l. I, p. 19._
Intanto il duca di Nemours andava prendendo varie posizioni intorno a Barletta, ed occupando tutti i vicini castelli; tentava di togliere al Gonsalvo i viveri e le comunicazioni colle altre parti del regno: egli non entrava colle sue truppe che in iscaramucce di poca importanza; e rinnovava l'errore in cui caddero diversi generali francesi, di lasciar languire il soldato, di annojarlo ed impazientarlo, dissipando in tal modo quell'ardore e quell'impeto nazionale, che gli avrebbero data la vittoria.
Mentre che i due generali scansavano le regolari battaglie e le azioni sanguinose, uno per prudenza l'altro per imperizia, le due armate, la di cui cavalleria era tutta formata di coraggiosa nobiltà, cambiava la guerra in tornei ed in duelli nelle forme. Gli uomini d'armi francesi, confessando il valore della fanteria spagnuola, sprezzavano la cavalleria, che risguardavano come formata nella scuola dei Mori, e più fatta per caracollare che per combattere. Loro rispondevano gli Spagnuoli, che con armi eguali ed in egual numero, non temevano i Francesi. Si convenne perciò che si proverebbero undici cavalieri contro undici. Erano i più distinti tra i campioni francesi, Bajardo, il cavaliere senza paura e senza macchia, e Francesco d'Urfè, signore d'Orose; tra gli Spagnuoli Diego de Vera e Diego Garcia de Paredes. I Veneziani, che comandavano a Trani, e che osservavano una perfetta neutralità fra le due armate, accordarono lo steccato e nominarono i giudici della zuffa. Doveva terminare al tramontare del sole, e coloro che verrebbero scavalcati, o cacciati fuori dell'aringo più non dovevano prendervi parte. Al primo urto furono rovesciati sette francesi o uccisi i loro cavalli; ma i quattro che rimanevano, cioè Bajardo, Orose, Torci, luogotenente de la Palice, e Montdragon, chiudendosi come in un baluardo dietro i cavalli de' loro compagni, stesi sul campo di battaglia, vi si difesero tanto valorosamente e con tanta costanza, che dopo sei ore d'inutili sforzi, essendo caduto il sole, i giudici della battaglia divisero i combattenti, e dichiararono la gloria fra di loro eguale[133].
[133] _P. Jovi vita M. Consalvi, l. II. p. 205. — Mém. du chev. Bayard, t. XV, c. 13, p. 36. — Alf. de Ulloa vita di Carlo V, l. I, f. 19._
Le due nazioni avevano fatto un accordo pei prigionieri, e si facevano un punto d'onore di trattarli con umanità. Don Alonzo de Sotomajor, il quale era stato prigioniere del cavaliere Bajardo, lagnavasi di essere stato trattato con soverchia severità. Protestava il Bajardo di non averlo ristretto che dopo che il Sotomajor aveva tentato di fuggire malgrado la data parola. I due cavalieri terminarono la loro lite in uno steccato, ove il Sotomajor fu ucciso; e gli stessi Spagnuoli fecero plauso alla vittoria del guerriero che rispettavano, risguardandola come un giudizio di Dio contro il loro compatriotta[134].
[134] _P. Jovii vita M. Consalvi, l. II, p. 206. — Ar. Ferroni, l. III, p. 45. — Mém. du chev. Bayard, c. 19-22, p. 15 e segu. — Alf. de Ulloa, l. I, f. 19._
Queste battaglie in isteccato chiuso, questi cavallereschi riguardi tra i soldati delle due armate non avevano luogo che tra i gentiluomini; i pedoni ignobili non erano trattati con minore crudeltà che in addietro, nè i contadini spogliati meno barbaramente. Intanto il Gonsalvo andava ogni giorno afforzando Barletta con nuove opere, ed il Nemours, che aveva trascurato di attaccarlo vivamente nel primo istante, non avrebbe oramai potuto farlo con isperanza di riuscita. Si limitò quindi ad occupare le fortezze del vicinato, Cerignole, l'antica rocca di Gerione, che aveva resistito ad Annibale, e dove Zarate e d'Acunha comandavano agli Spagnuoli, e Canosa difesa da Pietro Navarro. Questi due assedj furono valorosamente sostenuti; ma conoscendo il Gonsalvo che finalmente quelle guarnigioni avrebbero dovuto cedere, e non volendo esporsi a perdere così buoni ufficiali e tanti valorosi soldati, ordinò loro di evacuare quelle due città e di ritirarsi a Barletta[135].
[135] _Pauli Jovii vita M. Gonsalvi, l. II, p. 207. — Alf. de Ulloa vita di Carlo V, l. I, f. 20._