Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)

Part 7

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Il duca Valentino non aveva mai calcolato di trattenersi lungamente per soggiogare Bologna. Firenze era l'oggetto de' suoi apparecchi; egli aveva chiamato alla sua armata Vitellozzo Vitelli, signore di Città di Castello, che ardentemente desiderava di vendicare la morte di suo fratello, e gli Orsini, parenti ed alleati dei Medici. Fino dal mese di gennajo aveva mandati a Pisa alcuni rinforzi sotto gli ordini di Ranieri della Sassetta, e di Pietro Gambacorti[103]. Poi ch'ebbe terminata la conquista della Romagna, mandò a Pisa altri distaccamenti comandati da Oliverotto di Fermo, favorito ed uno de' più riputati luogotenenti del Vitelli[104]. Aveva avuti alcuni abboccamenti con Giuliano de' Medici, che si era portato fino a Bologna, e sperava col di lui mezzo di armare contro la sua patria tutti i partigiani della sua esiliata famiglia. Egli ben sapeva che i Medici sarebbero sempre disposti ad accettare alle più vergognose condizioni qualunque si fosse parte della sovranità della Toscana che offrisse loro; ed infatti Giuliano de' Medici, dopo avere tutto convenuto con Cesare Borgia, partì in posta alla volta della Francia, onde persuadere Lodovico XII a rifiutare ogni soccorso ai Fiorentini[105].

[103] _Jac. Nardi, l. IV, p. 116._

[104] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 263._

[105] _Jac. Nardi, l. IV, p. 116._

Pure tutte le operazioni del Valentino dovevano rimanere subordinate ai vasti progetti che Lodovico XII aveva formati contro Napoli. E di già l'esercito destinato a tale impresa cominciava a porsi in cammino. La più forte colonna, condotta dal d'Aubignì, doveva attraversare la Romagna, e raccogliervi le truppe francesi, che sotto il comando d'Ivone d'Allegre avevano fin allora secondato il duca Valentino; un'altra colonna, sotto gli ordini del balivo d'Occan, doveva tenere la strada della Lunigiana, attraversare Pisa ed unirsi nello stato di Piombino con Cesare Borgia, ch'erasi obbligato a seguire i generali francesi nel regno di Napoli. E precisamente in occasione di questa sua andata alla volta di Piombino, egli pensava di dare compimento alle rivoluzioni di cui minacciava la Toscana.

Cesare Borgia entrò in quella provincia dalla banda di Bologna con settecento uomini d'armi e cinque mila fanti, partecipando alla repubblica fiorentina di volere attraversare il suo territorio come amico, per passare a Roma, e altro non chiedendo che vittovaglie contro pagamento a danaro. Ma quando ebbe passate le gole delle montagne, e fu arrivato a Barberino, mutò linguaggio. Allora dichiarò di non potere mostrarsi l'amico della repubblica, fintanto che non la vedesse sottomessa ad un governo del quale potesse fidarsi; che la chiamata dei Medici poteva sola rispondere a' suoi occhi di una stabile amministrazione; che in conseguenza chiedeva il ristabilimento di Piero de' Medici in tutta l'autorità che aveva avuta in addietro; e questi stava aspettando a Lojano, villaggio posto al confine del Bolognese, il risultamento di tali minacce. Inoltre il Borgia chiedeva, che sei cittadini, indicati da Vitellozzo, fossero posti in suo potere, onde portare la pena dell'ingiusta sentenza pronunciata contro Paolo Vitelli; che la signoria si obbligasse a non soccorrere il signore di Piombino; e finalmente che prendesse lui medesimo al suo soldo con una condotta conveniente all'elevata sua dignità[106].

[106] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 264. — Jac. Nardi, l. IV, p. 120. — Comm. di Filippo de' Nerli, l. V, p. 88._

I Fiorentini avevano in allora alla testa della loro repubblica una signoria che non inspirava nè rispetto nè confidenza, molti suoi membri si avevano sospetti di essere segretamente d'accordo coi Medici o col Borgia per sopprimere il gran consiglio, e per ritirare la sovranità dalle mani del popolo. Verun uomo di straordinario ingegno, veruno di grande riputazione si era acquistata una decisiva influenza sulle risoluzioni del governo; e perchè le circostanze erano realmente difficili, niuno osava prendere ardite misure per uscire d'imbarazzo. Vero è che la signoria armò una parte della milizia delle campagne, che pose alla loggia de' Pazzi, a Fiesole ed a Bello Sguardo per difendere Firenze; ma nello stesso tempo vietò qualunque ostilità, minacciò di punire severamente i contadini che opporrebbero qualche resistenza ai soldati del Borgia, ed accordò a costui di attraversare a piccole giornate il territorio fiorentino, saccheggiando e guastando tutto ciò che incontrava, sebbene pretendesse sempre di essere l'amico ed il confederato della repubblica.

Tra i capitani di Cesare Borgia eranvene due, che non parevano fatti per inspirare diffidenza ai Fiorentini. Raffaele dei Pazzi e Marco Salviati discendevano da due famiglie, rendute illustri dalla congiura del 1478, e poco doveva temersi che facessero causa comune coi Medici. Tuttavolta la vanità offesa delle grandi famiglie suole piuttosto riconciliarsi con ogni specie di tirannide che col governo popolare. I due figli di coloro che avevano congiurato a favore della libertà, congiurarono per l'assoluto potere; concertarono coi loro amici di Firenze, che i partigiani dei Medici si renderebbero padroni del palazzo, mentre ch'essi medesimi coi soldati dei Vitelli si presenterebbero alle porte della città[107]. Questa cospirazione era in sul punto di scoppiare, quando Cesare Borgia, che non aveva che pochi giorni da trattenersi in Toscana, e che, nell'istante in cui dovrebbe partire alla volta di Napoli, non potrebbe cavarne tutto quel partito che poteva sperarne in migliore congiuntura, preferì di protrarre i suoi progetti, e di approfittare del timore che aveva inspirato ai capi della repubblica per estorcere una grossa somma di danaro. Infatti si fece promettere per tre anni l'annuo soldo di 36,000 ducati, promettendo di tenere trecento uomini d'armi pronti a soccorrere la repubblica in ogni suo bisogno. Costrinse la signoria a rinunciare alla protezione del signore di Piombino, ma non si ostinò rispetto al domandato cambiamento della costituzione, o riguardo alla soddisfazione da darsi a Vitellozzo[108].

[107] _Vita di Leone X, di P. Giovio, trad. da Mes. Lod. Domenichi. Firenze 1551, in 12.º l. I, p. 74._

[108] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 264. — Jac. Nardi, l. IV, p. 122. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 263. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 161._

Non fu che il 4 luglio del 1501, che Cesare Borgia entrò finalmente nel territorio di Piombino. Il signore di quel piccolo stato, Giacomo IV di Appiano, aveva preventivamente guastato il proprio paese, bruciati i foraggi, tagliati gli alberi e le viti, e distrutte le poche fonti che somministravano acque salubri. Erasi in appresso chiuso nel castello di Piombino co' suoi più affezionati vassalli, e con alcuni Corsi che aveva preso al suo soldo. In pochi giorni Suvereto, Scarlino, l'isola d'Elba e quella di Pianosa si arresero al duca Valentino; ma il castello di Piombino richiedeva un regolare assedio; ed esso aveva di già resistito più giorni, quando il Borgia si vide forzato ad allontanarsi il 28 di giugno per seguire l'armata francese[109]. Nulladimeno lasciò ai suoi luogotenenti, Vitellozzo Vitelli e Gian Paolo Baglioni, l'ordine di stringere l'assedio. Giacomo d'Appiano, che vedevasi vicino a doversi arrendere, e che temeva di cadere in mano del crudele Borgia, passò il 17 di agosto a Livorno, ed in appresso a Genova, sperando di persuadere i Genovesi a comperare il suo piccolo feudo, e porlo così sotto la protezione della Francia; ma la guarnigione, che più non veniva incoraggiata dalla presenza del capo, si arrese il giorno 3 di settembre, ed il Borgia pose allora il primo fondamento della sua potenza in Toscana[110].

[109] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 265. — Jac. Nardi, l. IV, p. 123. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 264. — Or. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VI, f. 107, v._

[110] _Bart. Senaregae de reb. Gen., p. 574. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 264. — Jac. Nardi, l. IV, p. 126. — Burchardi Diar. Curiae Rom., p. 2133. — Orl. Malavolti, p. III, l. VI, f. 108. — Agost. Giustiniani Ann., l. VI, f. 257._

Il compimento degli ambiziosi disegni del Borgia veniva sospeso dal passaggio dell'armata francese a traverso all'Italia, e la politica di tutti i potentati della penisola era subordinata a quella della corte di Francia, la quale omai non risguardava la conquista del Milanese che come un passo necessario per far quella del regno di Napoli; l'imprudente intrapresa di Carlo VIII pareva diventata pel di lui successore di facile ed indubitata esecuzione. Le truppe francesi, quando avevano valicate le Alpi, trovavano in Lombardia abbondanti granai e fortissime città, di cui liberamente disponevano, e che loro assicuravano il cammino fino nel centro dell'Italia. La repubblica di Venezia, che aveva contrariati i progetti di Carlo VIII, era alleata di Lodovico XII; e trovavasi inoltre implicata in una pericolosa guerra coll'impero turco, onde non poteva temersi che volesse provocare ostilità sugli opposti confini. La Toscana divisa e debole dipendeva dagli ordini della Francia, e non erano meno ubbidienti i principi confinanti coi Veneziani. Il papa, non prendendo consiglio che dall'ambizione di suo figliuolo, era diventato egli stesso un affezionato servitore del re. Don Federico, riposto sul trono dall'affetto dei popoli, non aveva nè tesoro nè armate; il suo regno guastato, le fortezze atterrate, gli arsenali vuoti, non gli lasciavano quasi verun mezzo di resistenza; ed i suoi sudditi, ruinati da una guerra crudele, non potevano pagare le imposte necessarie per ristaurare tutto ciò ch'era stato distrutto.

Ma se Lodovico XII risguardava facile la conquista del regno di Napoli, non vedeva la stessa facilità di conservarlo; aveva timore dei re di Spagna, i quali dai porti della Catalogna e della Sicilia potevano con estrema facilità spedire rinforzi al re di Napoli, e nello stesso tempo fare una diversione dalla banda dei Pirenei; temeva Massimiliano, che, pubblicando in ogni dieta il proprio risentimento, poteva finalmente armare contro di lui la Germania; non si fidava degli Svizzeri, che, fatti più inquieti ed intrattabili dopo avere tradito Lodovico Sforza, mostravano di voler cancellare con qualche luminoso fatto la vergogna di cui si erano coperti, e che da Bellinzona, in cui si afforzavano, minacciavano tutta la Lombardia. All'ultimo Lodovico XII temeva che le proprie truppe cadessero vittime di quel clima meridionale, di cui avevano di già sperimentata la funesta influenza.

Dal canto suo don Federico tutta conosceva la propria debolezza, e non aveva risparmiate nè le preghiere, nè le più rispettose pratiche per ottenere la pace. Aveva offerto di riconoscersi feudatario del re di Francia, di pagargli un tributo, di dargli in mano le più forti sue piazze e di ricevervi guarnigione francese. Si era insomma fatto conoscere apparecchiato di cedere al re tutti i vantaggi di una conquista, senza esporre i soldati alle vicende della guerra, nè i paesi contestati ai loro guasti[111]. Per uno strano accecamento Lodovico XII rifiutò tutte queste offerte, e preferì di trattare a meno vantaggiose condizioni con un uomo, che doveva inspirargli maggiore diffidenza, e che, non potendo secondarlo senza commettere una perfidia, avrebbe dovuto farlo arrossire di così fatta alleanza.

[111] _Summonte dell'Ist. di Napoli, l. VI, c. IV, p. 534._

Lodovico XII riaprì adunque con Ferdinando il cattolico le negoziazioni cominciate sotto Carlo VIII, e ch'egli aveva rotte, smentendo le facoltà de' suoi agenti, quando aveva creduto di non aver che temere da quel monarca. Pretendeva Ferdinando che Alfonso I non avesse avuto il diritto di disporre del regno di Napoli, da lui conquistato, a favore di suo figlio naturale; e, dichiarandosi egli medesimo erede di quel monarca, offriva a Lodovico XII di dividere quel regno, sul quale la casa di Francia pretendeva di avere legittimi diritti quale erede della casa d'Angiò, e la casa di Arragona quale erede di quella di Durazzo, senza venire nuovamente all'esperimento delle armi per cotali diritti controversi che avevano tanto tempo lordato di sangue l'Italia. Ferdinando facevasi garante verso Lodovico XII del buon successo dell'impresa; conciossiachè Federico aprirebbe egli medesimo le migliori sue piazze alle truppe spagnuole, che vi sarebbero ricevute per difenderle, ma che invece non vi entrerebbero che per darle alla Francia. L'undici di novembre del 1500 venne sottoscritto in Granata questo trattato d'Alleanza tra Lodovico XII e Ferdinando ed Isabella, ma si tenne gelosissimamente segreto. Le parti contraenti convennero di attaccare contemporaneamente il regno di Napoli, e di dividerselo in maniera, che a Lodovico restasse Napoli, la Terra di Lavoro e gli Abbruzzi coi titoli di re di Gerusalemme e di Napoli, ed al re Ferdinando toccasse la Puglia e la Calabria col titolo di duca di quelle due province. I due re non si obbligavano ad ajutarsi reciprocamente nell'acquisto delle province rispettive, ma soltanto a non nuocersi. In seguito dovevano ambidue ricevere l'investitura dal papa, riconoscendosi immediatamente dipendenti dalla Chiesa[112].

[112] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 260. — Hist. de Louis XII par Jean de Saint Gelais, p. 162. Paris 1622, 4.º — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gal., l. IX, p. 248. — P. Jovii vita Magni Consalvi, l. I, p. 193. — Summonte Ist. di Napoli, l. VI, c. VI, t. III, p. 535. — Arn. Ferroni, l. III, p. 43._

Nello stesso tempo in cui Ferdinando sottoscriveva questo trattato, prendeva le opportune misure per eseguirlo, senza nè risvegliare i sospetti di don Federico, nè di verun principe dell'Europa, ma per lo contrario affettando, secondo la consueta sua politica, di essere soltanto inteso ai vantaggi della Chiesa ed alla difesa della Cristianità. Erasi mostrato vivamente commosso dalle vittorie ottenute dai Turchi sopra i Veneziani nel Peloponneso e nell'Adriatico, ed aveva mandato in ajuto della repubblica il suo migliore generale, Gonsalvo di Cordova, con una flotta di quasi sessanta vascelli armati a Malaga, e montati da mille dugento cavalli e da otto mila fanti della miglior milizia. Quest'armata, di cui dovremo parlare in appresso, secondò valorosamente i Veneziani, poi svernò in Sicilia, per essere pronta ad eseguire i segreti disegni di Ferdinando il Cattolico[113].

[113] _P. Jovii vita M. Consalvi, l. I, p. 191, 192._

Lodovico XII più svelatamente apparecchiavasi alla guerra per eseguire un trattato non meno imprudente che vergognoso, in forza del quale introduceva in quell'Italia, di cui era arbitro, un rivale che un giorno potrebbe scacciarnelo. Il suo esercito, comandato dal d'Aubignì, contava mille lance, quattro mila Svizzeri e sei mila tra Guasconi ed avventurieri. In pari tempo Filippo di Rabenstein, fratello del duca di Cleves, governatore di Genova, conduceva sulle coste del regno di Napoli sedici vascelli brettoni e provenzali, sei caracche genovesi e sei mila cinquecento uomini da sbarco[114].

[114] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 265._

Dal canto suo don Federico, il quale aveva preso al suo soldo i Colonna, teneva sotto i suoi ordini settecento uomini d'armi, seicento cavalleggeri e sei mila fanti; ma riponeva ogni sua speranza in Gonsalvo di Cordova, che sapeva trovarsi in Sicilia con un'armata composta di eccellenti truppe, e che gli era annunciato da suo cugino Ferdinando come apparecchiato a difenderlo. Federico affrettava Gonsalvo a raggiungerlo a Gaeta, e gli faceva aprire tutte le città della Calabria, nelle quali diceva il generale esservi bisogno di porre guarnigioni per guarentire le posizioni della sua armata. Nello stesso tempo Federico faceva istanza all'imperatore dei Turchi di difendere un regno che poteva risguardare come antimurale del suo impero. Mandò a Taranto, la più forte città de' suoi stati, il suo figliuolo primogenito Ferdinando, sebbene ancora fanciullo; ed egli andò ad accamparsi a san Germano, dove dovevano raggiugnerlo tutte le truppe che gli conducevano i Colonna e quelle di Gonsalvo di Cordova[115].

[115] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 265._

Ma il 6 di giugno del 1501, essendo l'armata francese, divisa in due colonne, entrata già nello stato della Chiesa, gli ambasciatori francesi e spagnuoli presentaronsi insieme al papa ed al sacro collegio per partecipar loro il trattato di divisione del regno di Napoli, sottoscritto già da sei mesi dai proprj sovrani. Nello stesso tempo dichiararono che i loro padroni non miravano ad altro, mettendosi in possesso del regno di Napoli, che ad acquistare nuovi mezzi per attaccare di concerto l'impero ottomano. Chiesero al papa di appoggiare così pia intenzione, accordando ai loro sovrani l'investitura delle province toccate nella divisione all'uno ed all'altro. Alessandro VI non poteva che applaudire ad un accomodamento che veniva a farlo arbitro fra i suoi due potenti feudatarj. Pure non pubblicò la sentenza che spogliava Federico del trono di Napoli che quando l'esito della guerra era già deciso, sebbene cotale sentenza fosse già stata pronunciata in un segreto concistoro tenuto il 25 di giugno[116].

[116] _Raynald. Ann. Eccl. t. XIX, 1501, § 50 a 72, p. 519-527. — Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2129-2131. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 266. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. IX, p. 249. — Scip. Ammirato, t. XXVII, p. 264._

Ferdinando era il più prossimo parente di don Federico, ed il suo più intimo alleato; gli aveva inspirato una illimitata confidenza; aveva di fresco impetrato ed ottenuto il soprannome di Cattolico, e sempre ostentava in faccia alla Cristianità l'ipocrita suo zelo pel dilatamento della fede e per la difesa della Chiesa; onde l'insigne suo tradimento eccitò quasi tanta indignazione negli stranieri che nello stesso don Federico. Gonsalvo di Cordova, volendo fino alla fine ingannare questo sventurato principe, gli scrisse per ismentire ciò che l'ambasciatore spagnuolo aveva pubblicato in Roma, e per dichiarare d'essere sempre disposto a difendere colla sua armata il nipote ed il più caro alleato del suo padrone. Queste proteste gli servirono a calmare le province ch'egli voleva attraversare, ed a facilitargliene l'occupazione: e soltanto dopo che l'armata francese toccò i confini del regno, Gonsalvo, confessando la vergognosa sua commissione, spedì sei galere a Napoli per levare le due vecchie regine, una sorella, l'altra nipote dei suo re[117].

[117] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 267._

I mezzi di resistenza che Federico aveva apparecchiati più non bastavano contro questa doppia aggressione. I suoi soli alleati, i Colonna, erano dal canto loro attaccati ad Alessandro VI, ed avevano preso il necessario partito di abbandonare tutte le loro terre, ad eccezione di Amelia e di Rocca di Papa, nelle quali avevano poste guarnigioni[118]. La ribellione era di già scoppiata in san Germano e ne' vicini luoghi, non perchè Federico non fosse amato più che i Francesi, ma perchè i suoi sudditi non volevano prender parte in una guerra che loro non lasciava veruna speranza. Federico, tuttavia incerto sul partito cui doveva appigliarsi, e non potendo mantenersi in campagna, chiuse le sue truppe nelle migliori piazze, per darsi tempo di prendere più maturi consiglj. Fabrizio Colonna, cui fu dato per compagno il conte Rinuccio di Marciano, entrato recentemente al servizio di Napoli, fu incaricato della difesa di Capoa con trecento uomini d'armi, alcuni cavalleggeri e tre mila fanti; don Federico occupò Aversa con un'altra parte della sua armata, e Prospero Colonna prese sopra di sè la difesa di Napoli[119].

[118] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 267. — Burchardi Diar. Cur. Rom., p. 2129._

[119] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 268._

Frattanto il d'Aubignì aveva, avanzandosi, bruciato Marino, Cavi ed altri castelli dei Colonna, per vendicare alcuni baroni, partigiani della Francia, che questi avevano fatto uccidere in Roma. Giulio Colonna, che doveva difendere Montefortino, abbandonò quella piazza in un modo poco onorevole, e l'armata francese si trovò padrona di tutto il paese di confine fino al Volturno. Questo fiume sarebbesi difficilmente passato in faccia a Capoa, ma il d'Aubignì, avvicinandosi alle montagne, lo attraversò a minore distanza dalla sua sorgente, ed occupò Aversa, da cui Federico dovette ritirarsi, indi sottomise Nola e tutto il paese fino a Napoli. In seguito ripiegò verso Capoa e la investì contemporaneamente dalle due bande del fiume. La guarnigione rispinse valorosamente il primo assalto dato dai Francesi, ma si trovò molto danneggiata: aveva veduto da vicino il pericolo, e temeva di soggiacere in un altro attacco; di modo che il 24 di luglio del 1501 domandò di capitolare. Il conte di Cajazzo venne ricevuto sul bastione ad un abboccamento con Fabrizio Colonna, per trattare intorno alle condizioni della resa. La guarnigione, che già da otto giorni veniva chiamata alla custodia delle mura, credette non essere più necessaria tanta vigilanza, quando erano omai convenute le condizioni della resa; e mentre si stava trattando, i Francesi penetrarono in città. Assicurasi che un borghese ne aprì loro le porte, ma che fu all'istante ucciso dai vincitori. Capoa, sorpresa mentre credeva di arrendersi, venne trattata con tutta la crudeltà in allora propria delle guerre degli oltremontani in Italia: furono uccisi sette mila abitanti nelle strade[120], tutte le proprietà saccheggiate, e tutte le donne abbandonate alla brutale libidine de' soldati; ma tanto grande era l'orrore che inspiravano, che non poche matrone si precipitarono nei pozzi per sottrarsi colla morte al disonore. Nè più degli altri luoghi furono rispettate le chiese ed i conventi, e finchè agli sventurati Capoani rimase qualche cosa da perdere, i generali francesi, che in faccia a que' nuovi sudditi pretendevano di rappresentare il legittimo sovrano, non li coprirono colla loro protezione. Finalmente il saccheggio era cessato, il soldato era calmato e ristabilita la disciplina, quando si seppe che una torre della città aveva servito di rifugio a molte donne. Cesare Borgia le fece tutte condurre presso di sè, e dopo averle diligentemente esaminate, scelse le quaranta più belle e le mandò nel suo palazzo di Roma per formare il suo serraglio[121].

[120] _Burchardi Diar. Cur. Rom. p. 2132. — Fer. Belcarii Comm. l. IX, p. 250. — Summonte Stor. di Napoli l. VI, c. IV, p. 535._

[121] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 268. — Jac. Nardi l. IV, p. 124. — Orl. Malavolti Stor. di Siena p. III, l. VI, f. 103._

Fabrizio Colonna, don Ugo di Cardone, e più altri distinti capitani rimasero tra i prigionieri. Il conte Rinuccio di Marciano, ferito da una freccia, era pure rimasto in mano de' soldati del Valentino, ma morì il secondo giorno; e fu creduto che Vitellozzo Vitelli avesse fatte avvelenare le sue ferite, sovvenendosi che la rivalità di questo capitano con suo fratello Paolo era stata una delle cagioni del di lui supplicio[122].

[122] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 269._

La perdita di Capoa portò l'ultimo colpo alla di già vacillante fortuna di Federico. Egli abbandonò la sua capitale, che più non poteva difendere, si chiuse in Castel Nuovo, e permise alle città di Napoli e di Gaeta di aprire, senza essere attaccate, le porte ai Francesi. La prima si riscattò dal sacco con una contribuzione di sessanta mila ducati; ed il 25 di agosto, sei giorni dopo l'ingresso dei Francesi in Napoli, don Federico consegnò loro anche Castel Nuovo. Egli convenne col d'Aubignì di porlo pacificamente in possesso di tutto ciò che ancora possedeva in quella parte del regno di Napoli, che dava ai Francesi il trattato fatto con Ferdinando il Cattolico, riservandosi soltanto l'isola d'Ischia che per lo spazio di sei mesi non potrebbe essere attaccata. Nello stesso tempo stipulò un'amnistia per tutti coloro che si erano dichiarati contro la Francia dopo la conquista di Carlo VIII, e riservò ai cardinali Colonna e di Arragona il godimento delle rendite ecclesiastiche che avevano nel regno[123].