Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)

Part 6

Chapter 63,717 wordsPublic domain

[83] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 262. — Burchardi Diar. Cur. Rom. p. 2128. — Jac. Nardi, l. IV, p. 118. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 263. — Diar. Ferrar., p. 394, 395. — P. Giovio Vita di Leon. X, l. I, p. 72. — Ann. Eccl. 1501, § 15, p. 507._

La conquista della Romagna era compiuta colla sommissione di Faenza, ma tuttavia mancava un atto che potesse chiamarsi legittimo, il quale servisse di fondamento al nuovo potere del duca Valentino. Il papa non poteva alienare i dominj della Chiesa senza l'assenso dei cardinali; perciò Alessandro VI con una nuova promozione volle assicurarsi la maggiorità del concistoro. Dodici nuovi cardinali, comperando a danaro contante i loro cappelli, rifecero il tesoro del pontefice, oltre l'avere anticipatamente obbligati i loro voti[84]. Il sacro concistoro acconsentì all'alienazione della Romagna, la quale si eresse in ducato a favore di Cesare Borgia, che, dopo averne ricevuta l'investitura, aggiunse questo nuovo titolo a quello di duca dei Valenziani[85].

[84] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 259._

[85] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 262. — Orl. Malavolti, p. III, l. IV, f. 107, v._

Cesare Borgia non aveva risparmiato verun tradimento per rendersi padrone della Romagna, e non lasciava ancora di tendere lacci ai piccoli principi che egli aveva spogliati per farli perire, conoscendo, che fin a tanto che rimarrebbero le antiche famiglie sovrane in istranieri paesi, cercherebbero sempre di eccitare contro di lui sollevazioni, ed il suo trono sarebbe sempre vacillante. Ma voleva nello stesso tempo adonestare agli occhi del popolo tali atti di crudeltà con un'amministrazione che facesse nei suoi stati fiorire la giustizia e la sicurezza. Erano quelle province da tanti malfattori infestate, erano in preda a così crudele anarchia, che trovò necessario di reprimere in sul principio tanti delitti con estrema severità. Creò governatore di quello stato messer Bamiro d'Orco, uomo attivo ed inesorabile, più severo per carattere che per principj, e che sembrava trovar diletto nell'ordinare supplicj. Valendosi dell'illimitata autorità accordatagli da Cesare Borgia questo supremo giudice sparse il terrore in tutte le città con sanguinose esecuzioni; perseguitò i malfattori fino negli ultimi loro nascondigli, moltissimi ne fece perire, forzò gli altri a fuggire dalla provincia, nella quale fece rivivere quella regolarità di polizia, e quella piena sicurezza nelle strade e nelle campagne, che da gran tempo più non si conoscevano. Ad ogni modo il Valentino non voleva che gli si attribuissero le crudeltà dell'amministrazione del suo luogotenente: l'ordine era ristabilito, la crudeltà più non era necessaria, e gli abitanti di Cesena furono una mattina compresi da profondo orrore e da maraviglia, trovando sulla pubblica piazza innalzato un palco sul quale stava diviso in due parti l'uomo terribile innanzi al quale avevano fin allora tremato. Il ceppo, la scure insanguinata e le due metà del cadavere rimasero esposti agli occhi di tutti senz'altra spiegazione[86].

[86] Quest'esecuzione ebbe luogo il 23 dicembre del 1502. _Machiav. Legaz. I, lett. 19, p. 63. — Idem il Principe, cap. VII._

La conquista della Romagna, ben lungi dal soddisfare l'ambizione di Cesare Borgia, non servì che ad invogliarlo di più alte intraprese. Il Bolognese, la Toscana, le Marche ed il ducato d'Urbino stuzzicavano a vicenda la sua cupidigia, e sembravangli premj promessi ad ulteriori imprese. La Toscana contava nuovamente quattro repubbliche, Firenze, Pisa, Siena e Lucca, oltre il piccolo principato di Piombino. Ma questo paese non era mai stato ridotto a tanta debolezza come al presente da imprudenti guerre, nè meno atto a resistere ad un esterno nemico. Una di queste repubbliche, quella di Siena, pareva inoltre che avesse rinunciato a quella libertà, che l'aveva renduta gloriosa. Si era data un padrone, che aveva bisogno di tutta la propria accortezza e di tutta la sua possanza per istare in sulle difese contro i suoi proprj concittadini, e per conseguenza più non poteva valersi al di fuori di una forza che consumavasi in seno allo stato.

Nel 1495, temendo i Sienesi la vendetta de' Fiorentini, cui avevano tolto Montepulciano, introdussero nella loro città un corpo permanente di truppe di linea, cui avevano dati per capi due loro concittadini Lucio Bellanti e Pandolfo Petrucci. Avevano in pari tempo accordato a questi due capitani un'illimitata autorità giudiziaria per castigare le cospirazioni da cui si credessero minacciati. Le funzioni di questi due giudici militari non dovevano durare che pochi mesi[87]; ma Pandolfo Petrucci era troppo ambizioso per rinunciare ad un potere di cui era stato una volta rivestito, e troppo accorto per lasciarselo rapire. A lui solo essendo affezionati i soldati da lui dipendenti, fece accusare Lucio Bellanti, suo collega, di segrete pratiche coi Fiorentini e con ciò lo costrinse a fuggire. E perchè suo suocero, Niccolò Borghese, capo d'una fazione opposta alla sua, cercava ancora di limitare la di lui autorità, Pandolfo lo fece tagliare a pezzi sulla pubblica piazza il giorno 19 di luglio del 1500[88]. Fu questa, a dir vero, la sola circostanza in cui versò sangue; ma con ciò atterrì gli altri suoi avversarj, che presero volontario esilio. Egli palliò la sua autorità sotto quella dell'ordine dei Nove cui apparteneva e cui mostrava di servire; nè mai prese verun titolo, nè mai si allontanò dalle costumanze di semplice cittadino: nè col proprio matrimonio, nè con quello dei suoi figliuoli cercò d'imparentarsi con famiglie principesche, ma soltanto coi suoi concittadini, fin allora suoi eguali. Conservò sempre le semplicità delle vesti, il mantello nero che portavano tutti i Sienesi; e ne' suoi pranzi si contenne costantemente entro i limiti di modesto ed economo cittadino; non edificò che una privata comoda abitazione, senza darle la sontuosa eleganza de' palazzi; e per dirlo in una parola, in tutto il corso del viver suo cercò di coprire e di far dimenticare l'assoluta sua autorità[89].

[87] _Orl. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VI, f. 102, v._

[88] _Id., f. 105._

[89] _P. Giovio Elogi d'Uomini illustri, l. V, p. 299._

Non pertanto il duca Valentino risguardava il nuovo principato di Pandolfo Petrucci e la piccola signoria di Piombino, appartenente a Giacomo IV d'Appiano, come le due parti della Toscana che potrebbe attaccare con migliore speranza di felice successo, e quelle che dovevano fargli strada ai suoi vasti disegni di conquiste; nello stesso tempo gli altri stati della provincia gl'inspiravano poco timore; perciocchè la repubblica di Firenze, che ne' precedenti tempi era sempre stata la gelosa custode dell'indipendenza italiana, trovavasi talmente spossata dalla guerra di Pisa, dallo spirito rivoluzionario de' suoi sudditi, e dai disordini dell'interna sua amministrazione, che tutto aveva a temere dall'ambizioso vicino che attaccava un dopo l'altro e si assoggettava tutti i confinanti stati, prima di venire con essa all'esperimento delle armi.

Mentre che Cesare Borgia terminava colle truppe francesi la conquista della Romagna, i Fiorentini avevano cercato di sottomettere Pisa, valendosi ancor essi delle truppe francesi, ma non avevano provati che rovesci. Lodovico XII, dopo la conquista di Milano e mentre si apparecchiava a fare l'impresa di Napoli, aveva cercato di tenere in Italia esercitati i suoi soldati e di mantenerveli a spese de' suoi alleati, ed aveva con tali viste prestato orecchio alle contrarie negoziazioni dei Fiorentini e de' Pisani. I primi chiedevano al re l'adempimento de' trattati tante volte rinnovati con Carlo VIII, e la restituzione di Pisa e delle sue fortezze; domandavano gli altri che sostenuta fosse una indipendenza loro data dalla Francia, e di concerto coi Sienesi, coi Genovesi, coi Lucchesi, offrivano cento mila ducati per prezzo della libertà di Pisa, di Montepulciano e di Pietra Santa; inoltre promettevano l'annuo tributo di cinquanta mila ducati, se il re obbligava i Fiorentini a rendere a Pisa il porto di Livorno, che in addietro apparteneva a quella repubblica. Gian Giacopo Trivulzio e Gian Luigi del Fiesco caldamente appoggiavano i Pisani, ma in quest'occasione il cardinale d'Amboise preferì l'onore e la parola del re all'esca del danaro che venivagli offerto. Con tutti i suoi trattati la Francia aveva guarentita la restituzione di Pisa ai Fiorentini, e pareva che questi avessero acquistati ulteriori diritti alla riconoscenza del re collo zelo con cui avevano somministrati sussidj in danaro per ricuperare lo stato di Milano dopo l'invasione di Lodovico il Moro. Perciò Giorgio d'Amboise stipulò con loro un nuovo trattato, in forza del quale loro prometteva di ajutarli a ricuperare Pisa e Pietra Santa, ed obbligavasi a mandar loro a tal fine pel primo di maggio del 1500 seicento lance e cinque mila Svizzeri, coll'artiglieria e munizioni necessarie. Durante questa spedizione gli uomini d'armi dovevano essere al soldo del re; ma gli Svizzeri dovevano essere pagati dalla repubblica fiorentina[90].

[90] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 254. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 259. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 110. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 150._

Il re aveva determinato di dare il comando di quest'armata ad Ivone d'Allegre, uno de' suoi migliori ufficiali; ma i Fiorentini, che più volte avevano avuto cagione di non essere contenti de' generali francesi, un solo ne conoscevano nel quale avessero intera confidenza, e questi era Ugone di Belmonte, il quale, essendo stato nella precedente guerra incaricato del comando di Livorno, avea loro consegnata quella piazza nel convenuto termine, senza cercare pagamento per aver fatto il suo dovere, e senza pensare come i suoi colleghi a vendere a' nemici del suo padrone l'ingresso della sua fortezza. Perciò chiesero premurosamente a Lodovico XII il Belmonte per comandare la loro armata, e l'ottennero, sebbene il re trovasse questo gentiluomo di meno elevato grado che non si conveniva per tenersi ubbidiente e rispettosa una così ragguardevole armata[91].

[91] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 254 — Jac. Nardi, l. IV, p. 110. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 259._

Intanto il Belmonte si pose in cammino; ma prima che giugnesse ai confini della Toscana, i Fiorentini ebbero nuove occasioni di lagnarsi della mala fede de' Francesi. Fin dal primo di maggio i pedoni erano al soldo della repubblica; si era calcolato che costerebbero ventiquattro mila ducati al mese, lo che corrisponde ad una lira e 92 centesimi dell'attuale moneta al giorno per ogni pedone svizzero. Non pertanto tutto il primo mese si consumò nel porre a contribuzione i piccoli signori di Carpi, di Correggio e della Mirandola, che si erano dichiarati a favore di Lodovico Sforza. Dopo avere estorti a questi piccioli principi di Lombardia venti mila ducati ed altri quaranta mila a Giovanni Bentivoglio[92], l'armata francese entrò finalmente in Toscana per la strada di Pontremoli; ma le prime ostilità furono dirette contro Alberico Malaspina, alleato della repubblica, che i Francesi spogliarono della signoria di Massa per darla a suo fratello Gabriele. Colà i commissarj fiorentini, Giovan Battista Ridolfi e Luca Antonio Albizzi, trovarono l'armata del Belmonte e la passarono in revista. Avevano seguite le bandiere due mila Svizzeri di più di quelli ch'erano stati domandati; e fu d'uopo cominciare dal pagar loro due mesi di soldo senza che avessero prestato verun servigio. Per altro l'armata si avanzò e si fece aprire le porte di Pietra Santa; ma invece di consegnare quella fortezza ai Fiorentini, in conformità del trattato, la ritenne in deposito, finchè il re potesse decidere, dopo la sommissione di Pisa, intorno alle ragioni di coloro che la pretendevano[93].

[92] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 255._

[93] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 255. — Jac. Nardi, l. IV, p. 111. — Scipione Ammirato, l. XXVII, p. 259._

Finalmente l'armata arrivò sotto Pisa, e il 29 di giugno aprì la trincea tra la porta a Mare e la porta di Calci: durante la notte furono posti i cannoni in batteria, ed all'indomani, tre ore prima di notte, erano di già state atterrate quaranta braccia di mura. I Francesi e gli Svizzeri corsero subito all'assalto senza voler altro aspettare e senza aver fatta riconoscere la breccia. Ma quand'ebbero appena passata la muraglia, furono trattenuti da una larga fossa, che non credevano di trovare, e che non potevano superare. Dopo avere fatto qualche inutile sforzo per attraversarla ed avere perduta molta gente, furono dall'oscurità della notte costretti a ritirarsi nel loro accampamento; e dopo questo sperimento più non vollero tentare verun vigoroso attacco[94].

[94] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 255. — Jac. Nardi, l. IV, p. 112. — Scipione Ammirato, l. XXVII, p. 260._

Non è già che alle truppe francesi mancasse il coraggio, ma sibbene la volontà di nuocere ai Pisani. Appena avevano questi veduto avvicinarsi l'armata destinata ad espugnarli, che avevano trovato il modo di risvegliare nella medesima col loro affetto, colla loro confidenza, e nello stesso tempo col loro valore l'antica parzialità tanto chiaramente dichiarata ai tempi di Carlo VIII. L'armata francese trovavasi ancora nel territorio di Lucca, allorchè due ambasciatori pisani eransi presentati al Belmonte per dichiarargli che ponevano la loro città sotto la protezione del re di Francia. Altri nello stesso tempo erano stati a portare una simile dichiarazione a Filippo di Rabenstein, governatore di Genova a nome del re, e questo capitano l'aveva imprudentemente accettata a nome di Lodovico XII. Allorchè il Belmonte spedì un araldo d'armi ad intimare ai Pisani d'aprirgli le porte della città, risposero di non aver altro desiderio che quello d'ubbidire al re di Francia, e di ricevere la sua armata entro le loro mura; al che non mettevano che una sola condizione: che il re non gli assoggetterebbe giammai ai Fiorentini[95].

[95] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 256._

Dal canto suo il Belmonte aveva mandato ai Pisani due gentiluomini, Giovanni d'Arbouville ed Ettore di Montenart, per invitarli a darsi volontariamente agli antichi loro padroni. Questi cavalieri, condotti in cerimonia al palazzo del comune, vi trovarono il ritratto di Carlo VIII esposto alla venerazione del popolo col titolo di liberatore di Pisa: furono supplicati a non distruggere l'opera di questo re, protettore della libertà pisana, ma piuttosto ad invitare il loro capo a ricevere sotto il dominio francese i liberti di Carlo, o almeno ad accordar loro un asilo in Francia, poichè i Pisani erano apparecchiati ad abbandonare le case e la patria loro, piuttosto che tornare sotto il comando de' Fiorentini. Cinquecento fanciulle, vestite di bianco, si fecero loro intorno, e stringendo le loro ginocchia, e piangendo gli andavano scongiurando a mostrarsi, secondo il loro giuramento di cavalleria, i difensori delle matrone e delle vergini contro la brutale insolenza de' loro nemici: «Se voi non potete, soggiunse una di loro, accordarci l'ajuto delle vostre spade, non ci rifiuterete quello delle vostre preghiere;» ed all'istante li trassero innanzi all'immagine della Beata Vergine, dove cominciarono a cantare in così pietosi modi e con tali lamentevoli voci, che cavavano le lagrime a tutte le persone[96].

[96] _Garnier Hist. de France, règne de Louis XII, t. XI, p. 130._

Il Belmonte aveva ottenuto di spingere le sue truppe al primo assalto, perchè il sentimento dell'onore e della militare disciplina avevano fatto tacere gli affetti del cuore. Ma dopo essere stati perdenti in questo primo attacco, i Francesi cercarono avidamente qualche pretesto per non tentarne altri. I Pisani mai non ricusavano, fosse di giorno o di notte, di aprire le porte ai soldati francesi che desideravano di entrare in città. Sempre gli accoglievano colla medesima ospitalità e collo stesso affetto; li colmavano di doni, e loro mostravano pure le batterie coperte, affinchè i loro amici, che stavano al campo, non vi si esponessero. I Francesi non erano meno attenti a gratificare i Pisani, lasciando entrare i rinforzi che loro giugnevano dalle altre città della Toscana, e lasciando tra gli altri passare Tarlatino di Città di Castello, luogotenente di Vitellozzo, che tanto si rese illustre in questa guerra coll'intelligenza somma e colla costanza con cui diresse dopo tale epoca la difesa dei Pisani. Dall'altro canto i Francesi saccheggiarono i convoglj di vittovaglie, che venivano condotti al proprio accampamento, per avere poi occasione di lagnarsi dei Fiorentini che loro mancar lasciassero i viveri. Ogni giorno manifestavasi sempre più contro di questi la loro animosità. Non potendo il Belmonte rimettere la disciplina nel suo campo, all'ultimo disse a Luca degli Albizzi, commissario rimasto presso di lui, ch'egli era determinato di levare l'assedio; e perchè l'Albizzi si opponeva con vivacità per l'onore medesimo del re di Francia e delle sue armi, gli Svizzeri lo fecero prigioniero, dichiarando di volerlo custodire come pegno di certi soldi dovuti ad alcuni loro compatriotti fin dal tempo della guerra di Livorno. Convenne assoggettarsi a questa nuova violenza; Luca degli Albizzi venne redento con mille trecento ducati, e l'armata, che aveva fatta una così vergognosa campagna, ripigliò il 18 di luglio la strada della Lombardia[97].

[97] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 256. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 260. — Jac. Nardi Ist., l. IV, p. 112. — Istor. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 151._

La ritirata delle truppe francesi ridusse i Fiorentini alla disperazione. Contando essi sulla potente loro assistenza, e non potendo nel medesimo tempo sostenere una duplicata spesa, avevano licenziati i proprj soldati, di modo che si trovavano quasi del tutto disarmati, onde i Pisani non durarono fatica a riprendere Librafratta ed il bastione della Ventura. Inoltre Lodovico XII, siccome usano di fare le potenze alleate a più deboli stati, imputava ai Fiorentini la cagione del mal esito, dovuto all'indisciplina delle sue proprie truppe. Estremo era il suo sdegno contro la repubblica, ch'egli accusava d'avere lasciato il campo senza vittovaglie, d'avere male assecondati i suoi generali, ed in particolare di essersi ostinata a scegliere il Belmonte piuttosto che Ivone d'Allegre. Convenne che i Fiorentini pensassero a giustificarsi innanzi a quegli di cui avevano ragione di dolersi, e convenne addolcire il rifiuto, che la repubblica credette di dover fare, di condurre nel susseguente anno una nuova armata francese sotto Pisa per attaccare quella città con maggiore vantaggio[98].

[98] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 257. — Jac. Nardi, l. IV, p. 113. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 261._

Dopo così sgraziata campagna, Firenze rimase debole e circondata di nemici: le rivali città di Genova, di Lucca e di Siena si rallegravano della sua umiliazione, ed apertamente soccorrevano i Pisani. Nello stesso territorio fiorentino, in proporzione delle sventure della metropoli, si accrescevano il malcontento e le disposizioni alla ribellione. A Pistoja le due fazioni dei Cancellieri e dei Panciatichi ricominciarono una guerra civile di cui credevasi spenta ogni ricordanza dopo un intero secolo di un più fermo governo. In sul cominciare del 1501 tutti i Panciatichi furono cacciati di città; il 25 di febbrajo furono condannati come ribelli, e si bruciarono le loro case, abbandonando ai soldati i loro effetti. In appresso i Cancellieri li perseguitarono anche fuori di città fino a san Michele e gli assediarono nella chiesa di tal nome; ma vennero colà sorpresi dai partigiani de' Panciatichi, che si erano adunati in gran numero per liberare i loro capi, e gli assedianti perdettero più di dugento persone[99]. La repubblica fiorentina, che non aveva quasi più soldati sotto i suoi ordini, ed il di cui tesoro era stato affatto smunto dalle incessanti domande del re di Francia, nè poteva tenere la campagna contro Pisa, nè frenare i Pistojesi, nè gastigare i capi delle nuove sedizioni.

[99] _Guicciardini, l. V, p. 258. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 262. — Jac. Nardi, l. IV, p. 117. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 152. — Michel Ang. Salvi delle Istor. di Pist., t. III, l. XVIII, p. 15-28._

La libertà toscana pareva minacciata dal più triste avvenire; un'invincibile gelosia acciecava tutti i vicini di Firenze e li faceva cospirare alla ruina di lei; un generale fermento faceva temere nuove rivoluzioni tra i sudditi di lei; l'instabilità di un governo che rifacevasi ogni due mesi, e che non conservava per verun rispetto la tradizione dell'antica sua politica, inspirava uguale diffidenza agli stranieri ed ai cittadini. Venezia aveva preso a proteggere la famiglia usurpatrice, che voleva risalire sul trono; il duca di Milano ed il re di Napoli più non tenevano alternativamente la bilancia dell'Italia, ed il re di Francia, ch'era succeduto al primo e stava per rovesciare l'altro, più non proteggeva la repubblica. Il papa di lei più prossimo vicino era pure il di lei più pericoloso nemico, perciocchè, sagrificando ogni sentimento di dovere, ogni cura dell'indipendenza della Chiesa, e la buona fede ed il pudore all'ingrandimento di suo figlio, aggiugneva le perfidie ed i falsi giuramenti alle armi spirituali e temporali per assoggettare la Toscana a Cesare Borgia.

La repubblica, costretta dalla sua povertà a deporre le armi, pareva comprovare ai suoi vicini le pacifiche sue disposizioni, ed invece somministrò precisamente con tale atto a Cesare Borgia il pretesto che desiderava per cominciare le ostilità. Questi, dopo avere occupata Faenza il 22 aprile del 1501, disponevasi ad attaccare Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, quando il condottiere Rinuccio di Marciano, licenziato dai Fiorentini, passò al soldo di questo signore colla sua compagnia; il papa e suo figliuolo si dolsero subito altamente che la repubblica spedisse soccorsi ai loro nemici, cercando soltanto di travisarli con una troppo comune astuzia[100].

[100] _Jac. Nardi Ist., l. IV, p. 117._

Cesare Borgia si era innoltrato verso i confini del Bolognese fino a castel san Piero sulla strada d'Imola. Colà ebbe ordine da Lodovico XII di non passar oltre, perchè il Bentivoglio si era posto sotto la speciale protezione della Francia[101]. Infatti si astenne dall'attaccarlo, ma si valse dello spavento che gli faceva per dettargli nuove condizioni. Da lui ottenne la cessione di Castel Bolognese posto tra Imola a Faenza, la promessa di un tributo di nove mila ducati, e quella di cento uomini d'armi e di due mila fanti, che il Borgia contava di adoperare contro Firenze. Per prezzo di questa nuova alleanza il perfido Borgia rivelò al Bentivoglio le intelligenze che aveva coi Marescotti, potente e ricca famiglia e seguìta da numerosi clienti, la quale fin allora erasi mostrata interamente attaccata al principe. Il Bentivoglio ordinò a suo figliuolo Ercole di assassinare Agamennone Marescotti, capo di quella famiglia, ed in seguito fece uccidere altre trentaquattro persone tra fratelli, figli, figlie o nipoti, e altre dugento parte parenti e parte amici. Finchè tanta carnificina non fu terminata, le porte di Bologna si tennero chiuse. Il Bentivoglio costrinse tutti i figli delle più nobili famiglie a prendervi parte, per renderli odiosi al partito contro cui voleva inferocire, e per attaccarli alla propria fortuna col timore della rappresaglia[102].

[101] _Fr. Guicciardini, l. V, p. 263. — Raynaldi An. Eccl. 1501, § 16, p. 507._

[102] _Diar. Ferrar., t. XXIV, Rer. It., p. 395. — Gio. Cambi, t. XXI, p. 156. — Fr. Guicciardini, l. V, p. 263. — Jac. Nardi, l. IV, p. 118. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 263._