Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)
Part 4
Lodovico XII non si trattenne in Milano che poche settimane, ma in quel breve spazio di tempo tutto perdette quel favore popolare che gli aveva procurato il dominio della Lombardia. I partigiani della Francia, per prevenire il popolo in suo favore, avevano sparsa voce che il re era bastantemente ricco per abolire tutte le imposte, o almeno per ridurle nello stato in cui si trovavano ai tempi de' Visconti. Infatti Lodovico XII accordò alcune grazie pecuniarie ai nuovi suoi sudditi, ma minori di lunga mano delle imprudenti speranze che si erano loro date, di modo che il malcontento fu così generale, quanto fallace era stata la speranza. Altronde Gian Giacopo Trivulzio, che il re, partendo, aveva nominato suo luogotenente nel ducato di Milano, era piuttosto fatto per acquistare un nuovo stato che per conservarlo. Era costui capo del partito guelfo, e non sapeva dimenticare questa parzialità nell'istante in cui soltanto avrebbe dovuto pensare a governare con eguale giustizia le due fazioni, ed a ravvicinare l'una all'altra. I nobili ghibellini altro in lui non vedevano che un capo di faziosi, ed i cittadini un soldato che portava in una grande città la rozzezza e la ferocia degli accampamenti. Era stato veduto uccidere colle proprie mani alcuni macellaj sulla piazza del mercato, perchè si rifiutavano al pagamento della gabella, e co' suoi modi arbitrarj ed arroganti aveva eccitato l'odio universale contro di sè medesimo e contro il sovrano da lui rappresentato[55].
[55] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 247. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. III, p. 107. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 122. — Diar. Ferrar. anon., t. XXIV, p. 375. — Jos. Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. VII, p. 671. — Fr. Belcarii Comm., l. VIII, p. 238._
Intanto Lodovico il Moro ed il cardinale Ascanio, giunti alla corte di Massimiliano, l'avevano trovato rappacificato cogli Svizzeri. Erano da lui stati accolti con quel vivo interesse che doveva eccitare il loro infortunio, ed avevano ottenute larghe promesse di soccorsi, delle quali Massimiliano era così prodigo. Ma questo principe mai non aveva saputo condurre a compimento una sola delle grandi cose da lui annunciate: diceva uno de' suoi consiglieri, ch'egli non volle giammai gli altrui consigli, nè mai fece ciò ch'egli voleva, perchè, nascondendo nel più profondo segreto i suoi disegni, non ammetteva veruno a disaminarli con lui profondamente; e quando li faceva conoscere, allorchè cominciava ad eseguirli, lasciavasi scoraggiare dalle prime opposizioni che gli venivano fatte[56]. Massimiliano, dopo avere promessi i più potenti ajuti al duca di Milano, di cui aveva sposata la nipote, non si vergognò di chiedergli, per levare la sua armata, quel danaro che lo Sforza aveva, e che era il solo avanzo della passata sua potenza. Non ignorava il Moro che tutto il danaro che presterebbe al re de' Romani sarebbe immediatamente dissipato tra i suoi favoriti; onde preferì d'impiegare questo residuo de' suoi tesori nell'assoldare egli medesimo un'armata. La guerra della Svizzera, poc'anzi terminata, aveva lasciato nello stesso paese in cui egli si trovava molti soldati senza impiego. Gli fu dunque facile d'adunare e prendere al suo soldo cinquecento uomini d'armi borgognoni ed ottomila fanti svizzeri; e senza aspettare che tutta questa gente fosse interamente ragunata sotto le sue insegne, s'incamminò verso i confini della Lombardia[57].
[56] _Machiavelli il Principe, c. 23, p. 347._
[57] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 247. — P. Bembo Ist. Ven., l. V, p. 99. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 136. — Diar. Ferrar. anon., t. XXIV, p. 378. — Jos. Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. VII, p. 672. — Arn. Ferroni, l. III, p. 39._
Quando Gian Giacopo Trivulzio ebbe avviso che si avvicinava lo Sforza, domandò al senato di Venezia di far avanzare le sue truppe sull'Adda, e richiamò Ivone d'Allegre, che si era recato in Romagna per ispalleggiare i progetti di Cesare Borgia. Ma la rapidità dello Sforza non lasciò tempo di riunirsi ai Francesi e ai loro alleati. In sul cominciare di febbrajo del 1500 egli valicò le Alpi, ed attraversò il lago di Como colle barche che trovò alle sue rive. Gli abitanti di Como, quand'ebbero avviso della sua venuta, manifestarono così vivamente la loro parzialità per lo Sforza, che i Francesi si videro costretti a ritirarsi, abbandonandogli quella città. I cittadini di Milano, ed in particolare coloro che appartenevano alla fazione ghibellina, sentendo che trovavasi in Como Lodovico il Moro, ne festeggiarono il ritorno con un entusiasmo che incuteva terrore agli attuali loro ospiti. Il Trivulzio, credendo vicina a scoppiare una sollevazione, si chiuse precipitosamente in castello, e dopo avervi posta una sufficiente guarnigione, ne uscì il susseguente giorno e si ritirò verso Novara, inseguito dal popolo sollevato fino alle rive del Ticino. Il Trivulzio lasciò pure quattrocento lance in Novara, indi condusse il rimanente della sua armata a Mortara, per ricevere colà gli ajuti che aveva caldamente chiesto al re di mandargli dalla Francia[58].
[58] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 248. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 138. — Fr. Belcarii Comm., l. VIII, p. 239. — Agost. Giustiniani Cron. di Genova, l. V, f. 255._
Appena si erano i Francesi ritirati da Milano, quando vi rientrò il cardinale Ascanio, e poco dopo suo fratello. Era questi uscito dalla sua capitale il 2 di settembre del 1499, accompagnato dalle maledizioni del popolo che affrettava la sua fuga, vi rientrò cinque mesi dopo, il 5 febbrajo del 1500, ed i Milanesi sembravano inebbriati di gioja nel rivedere l'antico loro sovrano. Questi rapidi cambiamenti non devono risguardarsi come indizj dell'incostanza del popolo: questo popolo abborriva sempre egualmente le vessazioni arbitrarie, le estorsioni de' finanzieri, le perfidie della corte ed il despotismo: soltanto porgeva troppo facile orecchio alle promesse de' principi; inconsideratamente rigettava con troppo favorevole prevenzione tutti i vizj de' sovrani sui loro ministri, attribuendo ai primi tutti i nobili e generosi sentimenti; troppo facilmente davasi a credere che la disgrazia avrebbe emendati coloro che vedeva esposti a' suoi colpi; ed il sovrano presente, non iscordando giammai di scioglierlo dalla data fede colla violazione delle sue promesse, il popolo non aveva altro torto che quello di conservare una troppo tenera memoria del precedente sovrano; era troppo più sedotto dalla costanza delle sue affezioni che dalla sua leggierezza.
Tutta la Lombardia era animata dai medesimi sentimenti verso lo Sforza. Parma e Pavia proclamarono immediatamente l'antico loro duca, Lodi e Piacenza erano sul punto di fare lo stesso; ma l'armata veneziana, rapidamente marciando verso quelle città, riuscì a tenerle in dovere. Alessandria e tutto il paese d'oltre Po, trovandosi più esposti agli attacchi de' Francesi, aspettavano gl'avvenimenti per decidersi; Genova non volle prendere parte nella rivoluzione. Frattanto lo Sforza non perdeva tempo, e niente trascurava di tutto quanto poteva contribuire a dare maggiore consistenza a' suoi nuovi successi; mandò il cardinale di Sanseverino a Massimiliano per informarlo de' primi avvenimenti e chiedergli soccorso, ed il vescovo di Cremona a Venezia per offrire a quella repubblica d'accettare qualunque condizione piacesse al senato d'imporgli: fece chiedere ai Fiorentini qualche pagamento in conto d'alcune somme loro sovvenute, ciò che questi ricusarono di fare con maggior lode di prudenza che di buona fede. I piccoli principi colsero avidamente quest'occasione di riprendere un servigio attivo: il fratello del marchese di Mantova, i signori della Mirandola, di Carpi e di Correggio, Filippo de' Rossi ed i conti del Verme, ricuperarono i feudi ch'erano stati confiscati a loro pregiudizio da' Francesi o dallo stesso Sforza, ed in appresso raggiunsero il duca di Milano colle compagnie d'uomini d'armi che ognuno di loro aveva formate. Coll'ajuto di costoro lo Sforza riunì mille cinquecento uomini d'armi e molti fanti italiani: incaricò suo fratello Ascanio dell'assedio del castello di Milano, mentre ch'egli, passato il Ticino, prese Vigevano ed assediò Novara. Frattanto Ivone d'Allegre, tornando di Romagna coll'armata francese, e con tutti gli Svizzeri rimasti in Italia al soldo della Francia, attraversò il territorio di Parma e di Piacenza dopo avere con questi due popoli patteggiata una sospensione delle ostilità durante il passaggio della sua armata. Giunto presso Tortona ricevette una deputazione dei Guelfi di quella città che gli chiedevano vendetta contro i Ghibellini, i quali, secondo essi dicevano, avevano segrete intelligenze con quelli di Milano, e si rallegravano per la ritirata de' Francesi. Ivone d'Allegre s'incaricò volentieri di questa vendetta; si fece aprire le porte della città, e l'abbandonò tutta al saccheggio senza fare distinzione tra Guelfi e Ghibellini. Dopo ciò continuò il suo cammino alla volta d'Alessandria[59].
[59] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 249. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 109. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 141._
Gli Svizzeri, che in addietro dimoravano chiusi nelle loro montagne, e non guerreggiavano che per difesa della propria libertà, erano da sei anni in poi diventati quasi i soli soldati dell'Europa. Non eravi altra fanteria che potesse fargli fronte, onde tutte le potenze mettevano all'incanto i loro servigj. Permettendo loro tutti gli eccessi dell'indisciplina, esse li cuoprivano di oro, e conducendoli ne' più ricchi e più voluttuosi paesi dell'Europa, gli avvezzavano a tutte le delizie dell'opulenza. Una spaventosa corruzione era stato il frutto di così subita mutazione in tutte le abitudini di un popolo in addietro tanto riputato per la purità de' suoi costumi e per la sua buona fede. Tutta la nazione era diventata avventuriera e mercenaria; la Svizzera aveva somministrato alle varie armate delle potenze belligeranti assai maggior numero di uomini, di quello che un saggio governo non armerebbe nemmeno per difendere la patria nel più grave pericolo. L'abitudine di non vedere altro nella guerra che il danaro da guadagnare, ed i piaceri di una vita indipendente, erasi sparsa in tutta la popolazione; l'antico punto d'onore veniva sagrificato alla cupidigia ed al gusto de' piaceri, e finchè si mantenne l'incantesimo di questa nuova bevanda, la nazione non fu più riconoscibile. In allora fu perfino in procinto di macchiare la sua gloria con odiosi tradimenti.
I Francesi furono i primi a soffrire i danni della mala fede degli Svizzeri. Quattrocento di loro, che con Ivone d'Allegre si erano chiusi in Novara per rinforzare la guarnigione, non tardarono ad avere comunicazione coi loro compatriotti che gli assediavano; e sentendo da questi che nel campo nemico si viveva meglio e si aveva più grosso soldo, e che, per quanto potevano essi giudicarne, si avevano più fondate speranze di buon successo, passarono tutti sotto le bandiere dello Sforza. Il loro arrivo agevolò la presa di Novara, che si arrese per capitolazione. Lo Sforza fece religiosamente condurre a Vercelli la guarnigione francese rimasta in Novara, ed intraprese l'assedio della rocca, che forse era miglior senno di abbandonare per andare ad attaccare l'armata francese a Mortara, prima che ricevesse nuovi rinforzi[60].
[60] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 249. — Barth. Senaregæ de reb. Gen., t. XXIV, p. 571. — Chr. Ven., t. XXIV, p. 148. — Diar. Fer. anon., t. XXIV, p. 382._
Infatti Lodovico XII opponeva alla diligenza dello Sforza un'eguale diligenza: dopo avuta notizia della rivoluzione di Milano aveva affrettata la partenza di tutti i suoi uomini d'armi; aveva mandato il balivo di Digione ad assoldare nuovi Svizzeri, e lo stesso suo ministro, il cardinale d'Amboise, aveva passate le Alpi e si era fissato in Asti per affrettare l'unione dell'armata, che in poco tempo s'ingrossò a dismisura: perciocchè la Tremouille vi condusse mille cinquecento lance e sei mila fanti francesi, ed il balivo di Digione dieci mila Svizzeri. Quest'armata ne' primi giorni di aprile, trovandosi più numerosa di quella dello Sforza, andò ad accamparsi tra Novara e Milano. In ambedue le armate gli Svizzeri formavano essi soli quasi tutta l'infanteria, e, trovandosi in procinto di venire alle mani gli uni contro gli altri, ricominciarono ad unirsi agli avamposti, ad abboccarsi fra di loro, ed a ristringere le relazioni d'amicizia o di parentela che gli univa gli uni agli altri. Coloro che militavano nell'armata francese erano stati levati con espressa licenza della federazione, ed avevano alla loro testa le bandiere de' rispettivi cantoni: per lo contrario quelli del duca erano individualmente entrati al suo soldo, senza l'assenso dei loro governi. Sì gli uni che gli altri ricevettero nello stesso tempo un ordine della dieta, che li richiamava in patria, e loro vietava di spargere reciprocamente il sangue de' proprj fratelli. Gli Svizzeri del duca, sedotti dalle pratiche de' loro compatriotti, e probabilmente dall'oro francese, si tennero come più particolarmente obbligati ad ubbidire. Essi dichiararono che, combattendo contro le bandiere de' loro cantoni, rendevansi colpevoli di ribellione e si esponevano a capitale castigo. Frattanto andavano cercando qualche pretesto per abbandonare il principe cui servivano, e chiesero allo Sforza con minacciose e tumultuarie grida di pagar loro il soldo arretrato. Il duca corse subito tra le loro linee, e raccomandandosi alla loro generosità, distribuì tutta l'argenteria e tutti gli effetti preziosi che aveva con sè: inoltre attestava con giuramento di avere fatto chiedere danaro a Milano, e li supplicava a pazientare tanto solamente che giugnesse questo danaro. Ottenne in tal modo di calmarli per brevi istanti; indi scrisse a suo fratello per affrettarlo a condurgli quattrocento cavalli ed otto mila fanti italiani ch'egli aveva adunati, onde servirgli di difesa in mezzo a così barbara soldatesca[61].
[61] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 250. — Jos. Ripamonti Hist. Urb. Med., l. VII, p. 672. — Barth. Senaregae de reb. Genuens., p. 572._
Intanto i Francesi si andavano avanzando fra il Ticino e Novara, sicchè, volendo Lodovico Sforza mantenersi libera la comunicazione con Milano, era costretto di venire a battaglia; e così risolse di fare: il 10 d'aprile fece uscire dalle mura la sua armata, e cominciò la battaglia colla sua cavalleria leggiera e co' suoi uomini d'armi borgognoni. Ma gli Svizzeri, di già disposti in ordine di battaglia, dichiararono di non volere combattere contro i loro compatriotti, e di volere immediatamente prendere la strada della loro patria. Nello stesso tempo rientrarono disordinatamente in città, e tutti gli altri soldati, vedendosi da loro abbandonati, furono costretti a seguirli. Lo Sforza, disperando di poterli ricondurre sul campo di battaglia, o di essere vittorioso con truppe così mal disposte, domandò almeno nella più commovente maniera, che le truppe che volevano ritirarsi provvedessero prima alla sua sicurezza, e lo conducessero con loro. Era questo il preciso dovere degli Svizzeri, e l'onore della nazione vi era talmente interessato, che l'avrebbero sentito gli stessi loro compatriotti che militavano nell'armata nemica, e non sarebbe stata difficil cosa che la ritirata dello Sforza fosse stata per espressa condizione convenuta nella loro capitolazione. Ma gli Svizzeri lo ricusarono aspramente, e solo offrirono al duca ed a quelli dei suoi generali che potevano avere ragioni di essere personalmente maltrattati, di nascondersi travestiti tra i loro squadroni. Lo Sforza, di già vecchio, di colore oscuro, e di scarna corporatura, non poteva passare per uno di que' robusti montanari. Prese un abito di frate francescano, e, postosi sopra un cattivo cavallo, tentò di passare pel loro cappellano. Galeazzo di Sanseverino, il Fracassa ed Anton Maria, suoi fratelli, vestirono gli abiti di soldati Svizzeri, e sfilarono così tra le linee dell'armata francese, ma furono tutti quattro riconosciuti e fatti prigionieri senza che i pretesi loro fratelli d'armi si movessero in loro difesa. Alcuni traditori accrebbero in tal modo l'infamia degli Svizzeri, additando queste quattro vittime ai loro nemici[62].
[62] Memorie di Lodovico della Tremouille, _t. XIV, c. X, p. 162_. L'autore dichiara d'avere egli stesso conosciuto ed arrestato Lodovico il Moro in abito di francescano. Gli altri lo dicono travestito da svizzero. — _Giovanni d'Auton Storia di Lodovico XII, p. 110. — Mém. pour l'histoire de France, t. XIV, p. 292. — Saint Gelais hist. de Louis XII, publ. par Téod. Godefroi, Paris 1622, 4.º, p. 159. — Garnier, hist. de France, t. XXI, p. 125, 4.º. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 151._ — Rodolfo di Salis, detto il Lungo, Grigione, e Gasparo Silen d'Uri, che servivano nell'armata di Lodovico il Moro, sono da Giovio e dopo di lui da Belcario accusati d'averli additati ai Francesi. _Comm. Rer. Gallic., l. VIII, p. 240._
Gli Svizzeri, dopo essersi infamati con questo tradimento, ripigliarono la via delle loro montagne. Pure, passando per Bellinzona, quelli di loro ch'erano usciti dai quattro cantoni posti in sulle rive del lago di Lucerna, occuparono quella piccola città, che diventava per loro la chiave della Lombardia, ed approfittarono della circostanza in cui Lodovico XII trovavasi implicato in mille affari per assicurarsi una conquista fatta in tempo d'intera pace[63].
[63] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 250. — Jac_. _Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 110. — P. Bembi Ist. Ven., l. V, p. 100. — Barth. Senaregae de Reb. Gen., t. XXIV, p. 572. — Josephi Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. VII, p. 673._
Le truppe italiane, abbandonate in Novara dagli Svizzeri, vennero svaligiate. Il cardinale Ascanio non potendo in Milano difendersi colle poche truppe che gli restavano, fuggì coi principali capi della nobiltà ghibellina. Prese la strada dello stato di Piacenza per recarsi nel regno di Napoli; ma giunto essendo a Rivolta presso Corrado Lando, gentiluomo suo parente e suo antico amico, gli chiese ospitalità per riposarsi una notte, trovandosi stanco all'estremo. Corrado gli promise piena sicurezza, ed intanto fece avvisati dell'emergente alcuni capitani veneziani, che si trovavano in Piacenza, i quali durante la notte circondarono la sua casa e fecero prigioniere Ascanio con tutti i gentiluomini che lo accompagnavano. Lodovico XII, sapendo in appresso che questi prigionieri erano stati tradotti a Venezia, li domandò al senato. Egli non voleva lasciare in mano di un popolo vicino pretendenti allo stato che aveva allora conquistato, ed accompagnò le sue inchieste con tanta alterigia e tante minacce, che non solo il cardinale Ascanio e tutti gli arrestati con lui furono consegnati alla Francia, ma le furono inoltre ceduti altri gentiluomini Milanesi, ai quali aveva accordata una formale salvaguardia[64].
[64] _F. Guicciardini, l. IV, p. 251. — Chr. Ven., t. XXIV, p. 153-155-157. — Jos. Ripamontii Hist. Med., l. VII, p. 673. — Mém. de Mess. Louis de la Tremouille, t. XIV, p. 165._
Francesco Sforza aveva fondata la sua sovranità co' suoi talenti militari, ed aveva dovuto credere la propria dinastia solidamente stabilita; per lo contrario Lodovico XII, che risguardavasi quale legittimo erede del ducato di Milano, era animato da non minore invidia che odio contro colui ch'egli chiamava l'usurpatore. Egli fece conoscere questi suoi sentimenti dopo la vittoria, e trattò tutti i membri della famiglia di Francesco Sforza caduti in suo potere con quella implacabile durezza con cui la mediocrità suole vendicarsi quando la fortuna le fa buon viso. Tra i prigionieri del re trovavansi due figliuoli del grande Francesco Sforza, Lodovico il Moro ed Ascanio, un nipote legittimo, Ermes, e due bastardi, Alessandro e Contino, tutti e tre figliuoli di Galeazzo, e finalmente un pronipote, Francesco, figlio di Gian Galeazzo e d'Isabella d'Arragona, la quale aveva avuto l'imprudenza di porlo essa medesima in mano di Lodovico XII. Il re forzò quest'ultimo a vestire in Francia l'abito monastico[65]. Fece chiudere il cardinale Ascanio in quella medesima torre di Bourges in cui era stato egli stesso da due anni prigioniere. Fece gettare i tre figli di Galeazzo in un oscuro carcere. Lodovico il Moro, di tutti il più pericoloso per i suoi straordinari talenti, per la sua eloquenza, pel suo spirito insinuante, per la memoria di suo padre, e per la compassione che ispiravano la sua fortuna e le sue disgrazie, fu condotto a Lione ove in allora trovavasi il re. Venne introdotto in quella città di pieno mezzo giorno tra un affollato popolo che rallegravasi della sua miseria; fece calda istanza per vedere il re, ma gli fu rifiutata questa grazia, e dopo essere stato traslocato da Pietro in Scisa al Lis San Giorgio, venne chiuso nella rocca di Loches, dove terminò i suoi giorni, dopo dieci anni di prigionia, di assoluta solitudine, di rigorosi trattamenti e di dolori[66].
[65] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 247. — Rayn. Ann. Eccl. 1499, § 24, p. 483. — Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 384._
[66] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 252. — Chron. Veneta, t. XXIV, p. 161. — Uberti Folietae Gen. Hist., l. XII, p. 675. — P. Bizzaro Sen. Pop. que Gen. Hist., l. XVI, p. 378. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. VIII, p. 241. — Orl. Malavolti stor. di Siena, p. III, l. VI, f. 106, v. — Mémoires de chev. Bayard, c. XVI, t. XV, des. Mém. pour servir à l'Hist. de France, p. 1. — Ag. Giustiniani An. di Gen., l. V, f. 256. — Ar. Ferronii, l. III, p. 41._
CAPITOLO C.
_Conquista della Romagna fatta da Cesare Borgia e sua invasione della Toscana. — Alleanza di Lodovico XII con Ferdinando il Cattolico contro Federico d'Arragona. — Si dividono tra di loro il regno di Napoli_.
1499 = 1501.
In sul finire del quindicesimo secolo la Chiesa aveva per capo l'uomo più immorale della cristianità, un uomo che il pudore più non frenava nelle sue dissolutezze, la buona fede non legava ne' suoi trattati, la giustizia non tratteneva nella sua politica, non moderava nelle vendette la compassione. Questo prete, che non pertanto mostrava di voler essere il difensore della fede, ed il vindice delle eresie, non aveva maggior rispetto per le cose della religione di cui era sommo pontefice, di quel che avesse riguardi per le umane cose, e scandalizzava i fedeli non meno con decisioni contrarie alle leggi della sua Chiesa, che colla sua condotta. I divorzj dei principi, i voti dei prelati, i tesori destinati dai cristiani per la guerra sacra, tutto a' suoi occhi era subordinato alla politica, tutto sagrificato al più leggiere vantaggio temporale di sè medesimo o di suo figlio.
Ma se alcuna cosa può giustificare o spiegare in parte la profonda immoralità del sovrano di Roma, è la deplorabile corruzione del paese soggetto al di lui governo. Forse in allora lo stato della Chiesa era di tutti i paesi della terra il più male amministrato: ogni giorno si avevano sotto gli occhi tanti esempi di assassinj, di perfidia e di ferocia, e l'abitudine di vederli rinnovati ad ogni istante aveva talmente diminuito l'orrore che devono naturalmente inspirare, che la pubblica morale aveva perduta la sua maggiore guarenzia, che consiste nella maraviglia e nello spavento che dovrebbe sempre produrre l'aperta violazione delle sue leggi fondamentali.