Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)
Part 3
Precisamente nell'epoca in cui la repubblica di Venezia accettava il duca di Ferrara come arbitro delle sue contese con Firenze, e ritirava le sue armate dalla Toscana, conchiudeva con Lodovico XII un assai più importante trattato, e prendeva parte ad un'alleanza che sembrava smentire l'antica sua riputazione di prudenza e di moderazione. Il trattato tra la repubblica di Venezia e Lodovico XII fu sottoscritto il 9 di febbrajo del 1499, ma per tre mesi si mantenne nascosto ai sospetti di Lodovico il Moro e di tutta l'Italia: e quando fu pubblicato portava la data di Blois del 15 di aprile[34]. Con questo trattato i Veneziani riconoscevano i diritti di Lodovico XII sul ducato di Milano, e si obbligavano a concorrere colle loro forze a dargliene il possedimento. Dovevano perciò somministrargli mille cinquecento cavalli e quattro mila pedoni, che sarebbero spesati dal re; nello stesso tempo promettevano d'attaccare il ducato di Milano ai confini verso levante, nello stesso tempo in cui l'armata francese l'attaccherebbe dalla banda d'occidente. In ricompensa di questo servigio Lodovico XII loro cedeva Cremona e la Ghiara d'Adda fino alla distanza di ottanta piedi dal fiume di tal nome; ed i due stati sì promettevano la vicendevole garanzia di tali possedimenti, divisi prima di conquistarli[35].
[34] _P. Bembo Ist. Ven., l. IV,. 85. — Léonard, Traités de paix, t. I, p. 419 e seg._
[35] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 213._
Senza avere avuta diretta notizia di questo trattato Lodovico il Moro non ignorava quanto i Veneziani l'odiassero, e con quanta attività Lodovico XII apparecchiavasi a muovergli guerra; onde dal canto suo cercava di fortificarsi con nuove alleanze. Aveva particolarmente riposta la sua fiducia in quella di Massimiliano, che aveva sposata la di lui nipote, e che in ricompensa delle sue proteste di attaccamento e di protezione si faceva continuamente prestare danaro. Massimiliano nudriva contro i Francesi un'animosità sempre pronta a scoppiare; egli voleva far rivivere sulle province venete e su tutta l'Italia i diritti dell'impero, da più secoli dimenticati. Pareva dunque che i suoi interessi e le sue passioni dovessero portarlo a difendere Lodovico il Moro; ma non poteva farsi maggior conto de' suoi progetti che delle sue promesse: conciossiacchè, non prendendo consiglio che dalle presenti circostanze, egli si riduceva quasi sempre a fare ciò che non aveva preveduto e ciò che non aveva voluto. Erasi obbligato verso Lodovico il Moro a non fare convenzioni colla Francia senza comprendervelo, e ciò non gli aveva impedito di prolungare fino alla fine d'agosto la tregua che aveva fatta con Lodovico XII, senza far parola del duca di Milano[36]. Intanto egli faceva la guerra nella Gueldria; ma essendo scoppiata in sul finire di febbrajo qualche ostilità fra i suoi sudditi e gli Svizzeri ne' paesi posti alle sorgenti del Reno, la lega di Svevia prese a difendere i possedimenti austriaci, e Massimiliano vi si recò immediatamente per porsi alla testa delle sue armate. Fece dichiarare l'impero contro gli Svizzeri; entrò nel loro paese con forze di lunga mano maggiori, e non pertanto venne sempre respinto: senza poter venire ad una generale battaglia, vide le sue truppe consumarsi in sanguinose scaramucce. Assicurasi che perirono ventimila uomini in così breve guerra, e che un numero ancor maggiore perì vittima della fame e della miseria. Massimiliano, che aveva presa parte in questa lite piuttosto per collera e per orgoglio che per politica, faceva bruciare le case, le capanne, i granai, i villaggi, lusingandosi di far perire di fame, in mezzo ai loro ghiacci ed alle loro rupi, i contadini, che non aveva potuto raggiugnere. Ma cotali atti di ferocia producevano orribili rappresaglie, e Lodovico Sforza, vedendolo consumare tutte le sue forze contro gli Svizzeri, nulla poteva da lui sperare[37].
[36] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 222. — Barth. Senaregae de reb. Gen., t. XXIV, p. 565._
[37] Bilibaldo Pyrckeimer di Norimberga, che militava nell'esercito dell'imperatore, vide ai confini della Valtellina, durante questa guerra, un branco di quaranta fanciulli d'ambo i sessi, condotti ne' campi da due donne attempate per cogliervi erbe crude onde cibarsene. Erano stati uccisi i loro parenti, bruciate le loro case, distrutti i loro approviggionamenti, sicchè non avevano che questo miserabile cibo; essi perivano gli uni dopo gli altri, e di ottanta ch'erano da principio, erano ridotti a soli quaranta; ai quali, se dovevasi giudicarne dalla loro magrezza e pallidezza, non restava che un soffio di vita. _Apud Rayn. Ann. Eccl. 1499, § 14, p. 481._
Lodovico il Moro aveva pure chiesto ajuto a Bajazette II, imperatore de' Turchi, al quale oggetto gli spedì due segretarj per rappresentargli che Lodovico XII rinnovava i progetti di conquiste del suo predecessore, e minacciava l'impero di Oriente; che essendosi collegato coi Veneziani, aveva maggiori mezzi di nuocere alla Porta ottomana che non aveva avuto Carlo VIII; che perciò era d'uopo prevenirlo col fare una diversione contro i Veneziani, e che i Turchi salverebbero la Grecia attaccando l'Italia. Federico di Napoli appoggiò con tutta la sua influenza i deputati di Lodovico Sforza, onde Bajazette, cedendo alle loro istanze, ordinò d'attaccare i Veneziani nel Peloponneso, nella Macedonia e nell'Istria[38].
[38] _Ann. Eccl. 1499, § 5, p. 480. — Fr. Belcarii Comm., l. VIII, p. 231._
Diffatti in ottobre del 1499 Scander Bassà, governatore della Bosnia, penetrò nel Friuli colla sua cavalleria, e tutta la saccheggiò fino alla Livenza, distruggendo e bruciando tutte le ricchezze del paese che scorreva. Vi aveva fatto un grandissimo numero di schiavi, ma quando ritirandosi giunse in sulle rive del Tagliamento non volle imbarazzare la sua armata con tanta gente, e dopo avere scelti coloro che potevano essere più utili, fece uccidere tutti gli altri[39].
[39] _Ann. Eccl. 1499, § 7 e 8, p. 480. — Chron. Ven., p. 116. — Jos. Ripamontii Hist Urb. Mediol., l. VII, p. 662. — P. Jovii de Vita magni Consalvi, l. I, p. 188._
Sebbene i re di Spagna non avessero quasi preso parte nella guerra contro Carlo VIII, erano non pertanto entrati nella precedente lega d'Italia: ma il duca di Milano più non poteva avere in loro veruna fidanza avendo essi rinunciato ai precedenti loro obblighi, ed avendo col trattato sottoscritto da Ferdinando e da Isabella con Lodovico XII a Marcussi il 5 agosto del 1498, nominato, tra gli alleati che si riservavano di poter difendere contro la Francia, soltanto l'imperatore, l'arciduca suo figlio, il duca di Lorena ed il re d'Inghilterra, senza aver fatto un'eguale riserva a favore di verun sovrano d'Italia[40].
[40] _Garnier Hist. de France, t. XI, p. 53. — Dumont, Corps Diplom., t. III._
Il papa aveva dato qualche speranza a Lodovico il Moro: tutta la sua ambizione aveva per iscopo di fare sposare a suo figlio, Cesare Borgia, una principessa di sangue reale, ed aveva fissate le sue viste sopra Carlotta, figliuola di Federico, re di Napoli. Incaricò Lodovico il Moro di trattare per lui questo matrimonio, che doveva essere seguito da un'intima alleanza tra il papa, il re di Napoli ed il duca di Milano. Ma e Federico, e sua figlia Carlotta sentivano pel prete apostata, bastardo e figlio d'un prete, per l'assassino del proprio fratello, per l'amante della propria sorella, una così invincibile ripugnanza, che non vollero a tale prezzo comperare la loro sicurezza. A cagione del loro rifiuto Cesare Borgia sposò Carlotta, figlia d'Alano d'Albretto, e sorella del re di Navarra. Il quale parentado lo univa alla reale famiglia di Francia e lo attaccava al partito francese[41].
[41] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 223. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall. l. VIII, p. 232._
Il re Federico di Napoli aveva promesso a Lodovico il Moro di mandargli Prospero Colonna con quattrocento cavalieri e mille cinquecento fanti; ma, spossato com'egli era dalla precedente guerra, non tenne la promessa, sebbene l'avesse fatta non meno pel vantaggio del suo alleato che pel proprio. I Fiorentini, implicati trovandosi nella guerra di Pisa, non potevano ajutare il duca di Milano, ed il duca di Ferrara, quantunque suo suocero, non volle promettergli il più leggiere ajuto per timore di compromettere la sua neutralità in faccia al re di Francia.
Lodovico Sforza, da tutti abbandonato, non perciò perdette il coraggio; fortificò diligentemente il castello d'Annone, posto a breve distanza da Asti, come pure Alessandria e Novara; incaricò Galeazzo di Sanseverino d'opporsi ai Francesi che volessero dal Piemonte o dal Monferrato penetrare in Lombardia; gli diede seicento uomini d'armi, mille cinquecento cavalleggieri, diecimila fanti italiani e cinquecento tedeschi, perciocchè la guerra tra la lega sveva e gli Svizzeri non gli avea accordato d'assoldare presso gli ultimi maggiore quantità di gente. Contava d'opporre ai Veneziani il marchese di Mantova con un'altra armata, ma scontentò il marchese per fare cosa grata a Galeazzo Sanseverino, la cui vanità non poteva soffrire che un altro generale avesse un più elevato grado del suo: onde dietro il rifiuto del Gonzaga diede quest'armata al conte di Cajazzo. Dicesi per cosa certa che un servitore fedele avvisò Lodovico il Moro, che quel Galeazzo di Sanseverino, cui aveva affidato col comando di tutte le sue forze una quasi assoluta autorità, lo tradiva. Lodovico, dopo avere alcun tempo ponderati gl'indizj che gli si davano di tale perfidia, rispose sospirando che non poteva figurarsi tanta ingratitudine, e che quand'anche fosse vera non saprebbe come rimediarvi; che niuno poteva avere maggiori diritti alla sua confidenza quanto coloro ch'egli aveva colmati di beneficj, e che tornava lo stesso l'arrischiare di essere tradito dagli amici, quanto l'esporsi a perdere i loro ajuti per mal fondati sospetti[42].
[42] _Fr. Guicciardini, l. IV, p, 255. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. VIII, p. 234._
Lodovico Sforza aveva raccomandato a' suoi generali di schivare ogni decisiva battaglia, di chiudersi nelle fortezze, e di condurre la guerra in lungo, per dar tempo a Galeazzo Visconti, che aveva mandato tra gli Svizzeri, di negoziare un trattato di pace tra Massimiliano ed i cantoni, e di condurre a' suoi servigi quelle armate che si andavano consumando in una guerra impolitica. Infatti il Sanseverino non si mosse contro i Francesi che si andavano adunando in Piemonte, ed aspettò d'essere attaccato. Questi valicavano le Alpi sotto gli ordini di Gian Giacomo Trivulzio, di Lodovico di Lussemburgo, conte di Lignì, e di Everardo Stuardo, signore d'Aubignì, i quali tenevano sotto i loro ordini 1,600 lance, ossia 9,600 cavalli, cinque mila Svizzeri, quattro mila Guasconi, e quattro mila avventurieri levati nelle altre province della Francia. Lodovico XII era rimasto a Lione, di dove dirigeva i movimenti de' suoi generali ed i rinforzi che loro abbisognavano[43].
[43] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 226. — P. Bembi Hist. Ven., l. IV, p. 86._ Quest'ultimo vuole che l'armata francese fosse più grossa.
L'armata francese, essendosi finalmente adunata, attaccò il 13 agosto del 1499 la rocca d'Arazzo posta in riva al Taro in faccia d'Annone. Sebbene difesa da cinquecento pedoni questa fortezza fu vilmente ceduta ai primi colpi di cannone, e subito dopo venne attaccato Annone. Questa grossa terra era stata diligentemente fortificata da Lodovico Sforza, ma i settecento uomini di guarnigione erano fresche reclute, e quando il Sanseverino volle mandarvi qualche rinforzo, più non potè farlo. La breccia fu aperta il secondo giorno; Annone presa d'assalto, e passata a fil di spada tutta la guarnigione. Allora i Francesi si allargarono per tutto il paese d'Oltrepò. Il Trivulzio faceva ai popoli in loro nome le più lusinghiere promesse; i soldati italiani non ardivano di venire alle mani con quelle barbare armate, ed i borghesi temevano la sorte degli abitanti d'Annone; perciò Valenza, Bassignana, Voghera, Castel Nuovo, Ponte Corone, ed all'ultimo Tortona colla sua rocca affrettaronsi d'aprire ai Francesi le loro porte[44].
[44] _Arn. Ferroni, l. III, p. 38. — Fr Guicciardini, l. IV, p. 226. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. III, p. 103. — P. Bembo Ist. Ven., l. IV, p. 87._ Ma per errore di stampa fu sostituito il nome di Novi a quello di Non o Annone. — _Cron. Ven., t. XXIV, p. 92. — Barth. Senaregæ de Reb. Gen., t. XXIV, p. 566. — Fr. Belcarii Comm., l. VIII, p. 233._
Il popolo di Milano soffriva di mal animo la signoria di Lodovico Sforza; lagnavasi delle eccessive contribuzioni ond'era aggravato; trovava ridicolo l'orgoglio del sovrano, la sua politica imprudente e macchiata di mala fede; ed inoltre non gli perdonava l'usurpato dominio, cui aggiugneva il sospetto dell'avvelenamento di suo nipote. Frattanto quando Lodovico il Moro conobbe la sua potenza vacillante per le rapide conquiste de' Francesi, tentò di riacquistare la popolarità, onde avere i sudditi in sua difesa. Adunò un consiglio, al quale chiamò tutte le più distinte persone di Milano per nobiltà, per ricchezze o per riputazione. Spiegò loro la sua condotta e la necessità in cui erasi trovato di mantenere molte truppe, di pagare sussidj a straniere potenze, e perciò di dover levare considerabili imposte per allontanare la guerra dai confini dello stato. Ricordò che durante la sua lunga amministrazione i Milanesi mai non avevano veduti soldati forastieri, che se il suo governo aveva costato al popolo molto danaro, era però stato sempre giusto ed eguale; ch'egli stesso erasi sempre fatto accessibile ai suoi sudditi, che mai non aveva trascurate le cure ed i lavori amministrativi per darsi in braccio ai piaceri, che non gli si poteva rimproverare veruna crudeltà, e che non eravi sovrano in Italia che avesse al pari di lui risparmiati i supplicj ed il sangue. Invitò i Milanesi a confrontare la sua liberale amministrazione con quella che dovevano aspettarsi dai Francesi, stranieri di costumanze e di lingua, orgogliosi e sempre disposti a sprezzare e ad opprimere la nazione italiana. Non trattavasi, loro diceva egli, che di opporre un poco di fermezza e di costanza al primo urto del nemico, perchè i soccorsi del re di Napoli, dell'imperatore e degli Svizzeri non tarderebbero[45].
[45] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 227. — Jos. Ripamontii Hist. Urb. Mediol., l. VII, f. 658._
Ma questi ragionamenti facevano pochissimo effetto sullo spirito di un popolo scosso ed intimidito, che cercava scuse al suo terrore affettando il malcontento. Lo Sforza aveva fatto fare in Milano le liste di tutti gli uomini in istato di portare le armi; aveva in pari tempo abolite alcune delle più odiose imposte, ma non altro si ravvisava in queste troppo tarde misure che il suo terrore e la sua debolezza. Quantunque i Veneziani, attaccandolo contemporaneamente ai Francesi, si fossero di già impadroniti di Caravaggio[46], egli richiamò il conte di Cajazzo destinato a far loro testa, per farlo passare a Pavia, onde unirsi poi a suo fratello presso Alessandria. Ma questo fratello, favorito e genero di Lodovico il Moro, questo Galeazzo di Sanseverino, che aveva opinione d'essere un gran militare, perchè trattava con grazia la lancia ne' tornei, e vinceva in simulate battaglie, era di già stato segretamente guadagnato dai Francesi. Tre giorni dopo l'arrivo di questi presso Alessandria, egli fuggì vilmente nella notte del 25 di agosto dalla sua armata che tuttavia contava mille dugento uomini d'armi, altrettanti cavalleggeri e tremila fanti. Lo accompagnò Giulio Malvezzi, ed in breve, essendosi in Alessandria sparsa la voce della sua fuga, più ad altro i soldati non pensarono che a fuggire, o a nascondersi, e tutta l'armata si disperse[47].
[46] _P. Bembi Hist. Ven., l. IV, p. 87. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 98. — Fr. Belcarii, Comm. l. VIII, p. 234._
[47] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 228. — P. Bembo Ist. Ven., l. IV, p. 87. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 99._
I Francesi entrarono in Alessandria nella susseguente mattina, svaligiarono i soldati italiani che non erano fuggiti, ed abbandonarono la città al saccheggio. Frattanto il Sanseverino per coprire il suo fallo spargeva voce d'avere avuti pressanti ordini da Lodovico il Moro di tornare a Milano. Credettero alcuni che le lettere da lui citate fossero state falsificate da suo fratello, il conte di Cajazzo, e nell'universale disordine non fu possibile di riconoscere se fu perfido o ingannato, onde Lodovico il Moro non lo privò della sua confidenza. Intanto i Francesi, avendo passato il Po, attaccarono Mortara e ricevettero la capitolazione di Pavia prima di giugnere alle sue porte. In pari tempo i Veneziani s'erano impadroniti della fortezza di Caravaggio, ed i loro avamposti arrivavano fino a Lodi. Tutte le città della Lombardia erano in grandissimo fermento, e nella stessa Milano il popolo già sollevato uccise di bel mezzogiorno Antonio Landriano, tesoriere del duca, nell'atto che usciva dal castello[48]. Conoscendo lo Sforza l'impossibilità di sostenersi più oltre, fece partire i figli alla volta della Germania sotto la custodia di suo fratello, il cardinale Ascanio, con il residuo del suo tesoro in allora ridotto a 240,000 ducati. Pose in libertà Francesco Sforza, figliuolo di Giovan Galeazzo, suo nipote e suo predecessore, e lo consegnò a sua madre, Isabella d'Arragona, eccitandola per altro a sottrarlo alla gelosa diffidenza di Lodovico XII. Isabella, cui egli mostrava un troppo tardo affetto, lo temeva assai più che i suoi nemici. Invece di ritirarsi in Germania volle aspettare i Francesi per porre nelle loro mani il suo figliuolo; ma questi vindici da lei invocati non tardarono a mostrarsi ancora verso di lei più crudeli che non lo era l'usurpatore cui felicitavasi d'essersi sottratta[49].
[48] _Jos. Ripamontii Hist Urb. Med., l. VII, p. 659._
[49] _Ivi._
Lodovico il Moro fece entrare nel castello di Milano, che in allora veniva risguardato come inespugnabile, approviggionamenti e munizioni di guerra bastanti per sostenere un lungo assedio. Portò la guarnigione a tre mila fanti, diretti da ufficiali da lui scelti con estrema diligenza, e ne affidò il comando a Bernardino Corte nativo di Pavia, e da lui educato, e nel quale aveva tanta confidenza che lo preferì a suo fratello Ascanio, che volontariamente si offriva di chiudersi nel castello. Lasciò il comando di Genova ad Agostino ed a Giovanni Adorno; accordò grazie ai principali gentiluomini di Milano, ed il 2 di settembre uscì dal suo castello protetto da un piccolo corpo di truppe, comandato da Galeazzo di Sanseverino e da Giulio Malvezzi, e si avviò per la Valtellina in Germania[50]. Ma non era appena uscito di Milano che gli si accostò il conte di Cajazzo per dirgli che, abbandonando egli i suoi stati, veniva con ciò a sciogliere i suoi soldati dal giuramento di fedeltà, e li lasciava in libertà di provvedere come meglio loro piaceva alla propria sicurezza. Nello stesso tempo alzò le insegne della Francia, e colla truppa formata a spese del duca di Milano tenne dietro al principe come nemico, finchè questi si trovò fuori de' suoi stati. Lo Sforza, giunto a Como, s'imbarcò sul lago alla volta di Bellagio di dove passò a Bormio ed in appresso ad Inspruck[51].
[50] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. III, p. 104 — Jos. Ripamontii, l. VII, p. 659. — Arn. Ferroni, l. III, p. 38._
[51] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 230. — Burchardi Diar. t. V, p. 580. — Rayn. Ann. Eccl. 1499, § 17, P. 582. — P. Bembo Ist. Ven., l. IV, p. 88. — Chron. Ven., t. XXIV, p. 100. — Barth. Senaregæ de Reb. Gen., t. XXIV, p. 566. — Fr. Belcarii Comm., l. VIII, p. 235._
I Francesi avanzarono rapidamente per approfittare della sollevazione della Lombardia e del terrore della famiglia Sforza. In distanza di sei miglia da Milano incontrarono i deputati di quella città che venivano ad offrire le chiavi delle sue porte, colla riserva per altro di capitolare collo stesso re, quando verrebbe a prendere il possesso de' suoi nuovi stati. Cremona, di già assediata da' Veneziani, chiese di arrendersi ai Francesi; ma questi addirizzarono i deputati della città ai generali della repubblica. Genova si arrese colla medesima facilità; e gli Adorni e Giovan Luigi del Fiesco facevano a gara nel mostrarsi più affezionati alla Francia. All'ultimo il comandante del castello di Milano, che lo Sforza aveva scelto fra tutti i suoi più affezionati per affidargli una fortezza di tanta importanza, non aspettò pure il primo colpo di cannone, e la cedette al nemici per una grossa somma di danaro dodici giorni dopo il loro arrivo: ma in appresso que' medesimi che lo avevano corrotto, gli mostrarono tanto disprezzo, che, sostenere non potendo tanta infamia, morì disperato dopo pochi giorni[52].
[52] _Fr. Guicciardini, l. IV, p. 231. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. III, p. 105. — P. Bembo Ist. Ven. l. IV, p. 88. — Agost. Giustiniani Cron. di Gen., l. V, f. 255._
La conquista del ducato di Milano erasi dai Francesi effettuata in venti giorni. Il popolo, oppressato dal governo cui era stato fin allora subordinato, erasi volontariamente posto sotto il giogo degli stranieri. Lodovico XII appena ebbe avviso dell'accoglimento fatto a' suoi capitani, che si affrettò di scendere in Italia per prendere possesso de' suoi nuovi acquisti. Quando seppesi il suo imminente arrivo tutti gli ordini de' cittadini si portarono per riceverlo tre miglia fuori di Milano: lo precedevano nel suo ingresso quaranta fanciulli vestiti di stoffe di seta e d'oro, cantando inni in onor suo, e chiamandolo il gran re, il liberatore della patria. I senatori, i giudici, il clero, la nobiltà, i mercanti, tutti s'affrettavano di fargli corona come se Lodovico XII recasse alla loro patria la pace e la libertà[53].
[53] _Naurclerus, l. II apud Rayn. Ann. Eccl. 1499, § 20, p. 483._
Il primo pensiero di Lodovico fu quello di rassodarsi ne' suoi nuovi possedimenti, facendo trattati cogli stati d'Italia suoi vicini. Trovò nella sua capitale gli ambasciatori di tutti i sovrani d'Italia, a riserva di quello del re di Napoli, don Federico. Accolse con dimostrazioni di singolare favore il marchese di Mantova, cui tenevasi obbligato per non avere preso servigio sotto Lodovico Sforza; ma non volle ricevere sotto la sua protezione nè il duca di Ferrara, nè Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, che mediante l'esborso di ragguardevoli somme, come compenso del favore che mostrato avevano verso il Moro. Accolse ancora più ostilmente gli ambasciatori di Firenze. Tutti i capitani del suo esercito accusavano quella repubblica d'avere fatto ingiustamente perire Paolo Vitelli, che aveva con loro militato nel regno di Napoli e guadagnata la loro stima ed affetto. Altronde non avevano dimenticata l'antica loro parzialità per i Pisani, che trovarono meritevoli di maggiore stima dopo la generosa loro resistenza. Dimenticavano invece i lunghi servigj e l'antica alleanza de' Fiorentini per non ricordarsi che della fresca loro alleanza con Lodovico Sforza. All'ultimo, dopo infinite difficoltà, il re acconsentì a rinnovare l'alleanza fra i due stati. Prometteva che, venendo attaccati i Fiorentini, li difenderebbe con seicento lance e con quattro mila fanti; ed i Fiorentini si obbligavano a guarentire gli stati del re in Italia con quattrocento lance e tre mila fanti; inoltre si obbligavano a somministrargli cinquecento lance e cinquanta mila ducati per l'impresa di Napoli; ma ciò soltanto dopo che avrebbero ricuperata Pisa. A tali condizioni il re prometteva d'ajutarli a riacquistare Pisa e Montepulciano[54].
[54] _Fr. Guicciardini_, che per attestato del Nardi era uno degli ambasciatori, l. IV, p. — _Jac. Nardi, l. III, p. 106. — Scip. Ammirato, l. XXVII, p. 258._