Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)
Part 25
Tuttavolta è difficile il farsi illusione sull'assurdità di questo sistema d'imprescrittibile legittimità, che verun trattato, veruna convenzione tra gl'interessati, veruna umana autorità non può cambiare. Fermando ogni movimento nelle cose di questo mondo, respingendo tutti i progressi, tutte le innovazioni, cotale sistema riconduce gli uomini ad uno stato primitivo, e perciò sconosciuto; ad uno stato, che avendo preceduto lo sviluppo delle società ed i loro nuovi interessi, non potrebbe essere mantenuto senza rendere stazionarj, l'incivilimento, la popolazione, le cognizioni e lo stesso ordine politico. I diritti che Massimiliano e Lodovico XII pretendevano di attivare contro i Veneziani, erano stati prescritti da un tranquillo possesso, che rispetto ad alcune province contava due e tre secoli. Ma se niuna durata di possesso, nè veruna specie di trattati potevano fondare i diritti de' Veneziani, gli antichi sovrani rappresentati da Massimiliano e da Lodovico XII non avevano potuto acquistarne di più cogli stessi mezzi. Converrebbe provare che la legittimità non abbia mai cominciato, onde concluderne che non deve giammai aver fine; altrimenti le medesime cause che avevano dato origine ai diritti degli imperatori e dei re di Francia, potevano altresì dare origine ai diritti dei loro successori. D'uopo è inoltre convenire che il principio della legittimità o non esiste per chicchessia, o esiste egualmente in tutte le linee della sovranità. L'espropriazione del più piccolo principe non ferisce meno questo principio che quella del più grande monarca. Venezia, che si presentava come il più antico stato della cristianità, come la sola legittima figlia della repubblica romana, poteva allegare diritti anteriori a quelli di tutti i sovrani. Le famiglie de' principi di Padova e Verona, cui era succeduta, non erano meno legittime che quelle dei re di Francia e di Germania. O tutti dovevano essere ristabiliti ne' loro antichi diritti, o niuno poteva pretenderlo.
Il sistema del diritto dei trattati è certamente assai meno assurdo che quello della legittimità. Non avendo le nazioni giudici al disopra di loro, nè altra autorità che decida tra di loro, tranne la forza, le loro reciproche convenzioni possono soltanto mettere fine alle loro contese. Esse medesime devono avere la facoltà di obbligarsi, o di rinunciare ai loro diritti; che se non fosse niuno l'avrebbe per loro, e le guerre sarebbero eterne. La violenza loro fatta non potrebbe annullare i loro contratti senza annullare nello stesso tempo tutti i possibili trattati; imperciocchè ogni trattato è opera della forza o della minaccia, ogni trattato è stato fatto per terminare la guerra o per evitarla, ogni trattato è una concessione che il più debole fa al più forte, sagrificando una parte de' suoi diritti per salvare il rimanente, ogni trattato è una concessione di questo rimanente che il più forte fa al più debole in ragione de' suoi mezzi di resistenza.
Ma se il diritto de' trattati non è che una conseguenza del diritto del più forte, è difficile che lungamente si conservi obbligatorio dopo che la bilancia delle forze avrà cambiato. Una nuova lotta, il di cui risultamento sarà diverso, darà luogo ad un nuovo trattato non meno legittimo del precedente: e per tal modo si distruggerebbe ogni idea del giusto e dell'ingiusto, e diventerebbe impolitica ogni moderazione del vincitore, poichè tutte le forze che col favore di un trattato lascerebbe al suo nemico, potrebbero in breve rivolgersi contro di lui.
La terza base del pubblico diritto, l'interesse dei popoli, è la sola che sostener possa una profonda disamina, e che possa nello stesso tempo ammettere alcune parti degli altri due sistemi. Richiede l'interesse de' popoli la conservazione del loro riposo; e per guarentire questo riposo ammette la legittimità non come un diritto, ma come una presunzione della volontà nazionale. Ammette ancora la prescrizione non come un diritto, ma come una presunzione della vicendevole soddisfazione delle parti. Ammette i trattati, siccome l'unico mezzo di disarmare gli odj popolari, e di salvare il vinto dalla rabbia del vincitore. Ammette ancora la violazione di questi medesimi trattati, come unico e necessario rimedio, quando condizioni crudeli o disonoranti furono imposte dall'abuso della forza. Questa violazione può allora diventare giusta, perciocchè nè il governo che ha stipulato aveva il diritto di legare la nazione ad una cosa vergognosa o ruinosa, nè l'attuale generazione aveva il diritto, pel suo proprio vantaggio, di legare la posterità. L'interesse nazionale, che lascia una speranza ai vinti cui viene imposto un disonorevole trattato, insegna ai vincitori pel loro proprio vantaggio a non abusare della vittoria.
Fu in nome di questo nazionale interesse che Giulio II pretese nel corso della presente guerra, che veruna linea legittima, veruna successione, nè verun trattato avesse potuto trasferire una parte della sovranità dell'Italia ai barbari; che ogni convenzione era nulla, quando così essenzialmente derogava all'interesse ed all'onore dei popoli; che qualunque linea di legittimità doveva essere riguardata come interrotta, quando dava per capi alle nazioni dei re, che avevano interesse non già alla loro grandezza ma all'abbassamento ed alla ruina loro. Pure i governi che abbracciarono questo sistema ne temettero sempre le applicazioni contro di loro medesimi, e sono caduti in contraddizioni inestricabili, perchè non si potesse loro domandar conto poscia dell'interesse e dell'onore dei proprj loro popoli.
Del resto per quanto fallaci fossero gli argomenti con cui i potentati colorivano le loro pretese, la cupidigia, la gelosia, ed il timore di umilianti paragoni, erano i veri motivi che loro ponevano le armi in mano. Le grandi potenze non potevano vedere senza invidia la ricchezza, la prudenza ed i prosperi costanti successi della repubblica di Venezia. Con meno di tre milioni di sudditi sopra un'estensione di territorio minore della decima parte della Francia, della Spagna o della Germania, Venezia si era innalzata al livello de' più grandi imperj; aveva sostenuti a vicenda gli attacchi de' Musulmani, de' Francesi, degli Spagnuoli e de' Tedeschi, senza dar segni di debolezza; il più vivo commercio animava la capitale, numerose manifatture fiorivano in tutte le città suddite, le campagne prosperavano mercè un'industre agricoltura, vaste opere erano state terminate per l'irrigazione di un suolo che coprivasi di ricche messi, ed i contadini erano felici. I sudditi de' vicini monarchi, paragonando la loro miseria con tanta forza, tanta opulenza e sicurezza, potevano essere tentati di chiedere da che procedesse tale diversità, e rispondere a sè medesimi: che non vedevansi in Venezia, nè lo stolido lusso di una corte voluttuosa, nè le ruberie dei ministri e de' loro subalterni, nè la petulante ignoranza e i ruinosi intrighi di giovani favoriti. Senza voler dare ammaestramenti, senza avvicinarsi alla perfezione, Venezia era una viva satira degli altri governi, i quali per istinto e senza rendersi conto de' loro motivi, da gran tempo desideravano di distruggerla.
Fino dall'anno 1504, Lodovico XII, Massimiliano e Giulio II, avevano progettata la divisione degli stati di Venezia, piantandone i fondamenti nel trattato di Blois del 22 di settembre; ma la versatilità di Massimiliano, la diffidenza di Giulio II, la gelosia di Ferdinando, avevano a quell'epoca sottratta la repubblica alla congiura contro di lei formata. Il violento risentimento di Massimiliano, dopo le sconfitte avute in principio del 1508, lo persuase a rinnovare le stesse negoziazioni, ed a ricercare l'alleanza de' Francesi, da lui detestati, per vendicarsi coll'ajuto loro della repubblica che lo aveva umiliato[444].
[444] _Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. XI, p. 311._
La tregua di tre anni, che il re de' Romani aveva di fresco conchiusa colla repubblica di Venezia e co' suoi alleati, non comprendeva il duca di Gueldria allora in guerra con lui e con suo nipote. Era questo duca protetto dalla Francia, e sotto pretesto di fare la sua pace particolare, si aprirono delle conferenze a Cambrai tra il cardinale d'Amboise, ministro e confidente di Lodovico XII, e Margarita d'Austria, figlia dell'imperatore Massimiliano e vedova del duca di Savoja. Il cardinale e la principessa avevano l'intera confidenza de' loro committenti. L'una aggiugneva tutta la forza di spirito di un uomo a tutta l'accortezza di femmina; l'altro conservava odio contro Venezia, fin dall'epoca dei due conclavi in tempo de' quali erasi trovato in Roma, e nel consiglio del re non aveva voluto ascoltare Stefano Poucher, vescovo di Sens, il quale rappresentava quanto la conservazione di Venezia fosse necessaria alla difesa del Milanese; quanto la Francia si era pochi anni prima pentita di aver chiamato un potentato straniero a dividere il regno di Napoli, e quanto doveva temersi che la progettata divisione della Lombardia la precipitasse tutta intera sotto il dominio della casa d'Austria[445].
[445] _Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. XI, p. 310. — Arn. Ferroni, l. IV, p. 67._
Il cardinale d'Amboise e Margarita d'Austria, essendosi uniti a Cambrai sotto colore di trattarvi gli affari di Gueldria, non ammisero alle loro conferenze gli ambasciatori di Ferdinando il cattolico, sebbene Lodovico XII avesse comunicati a questo monarca i suoi disegni sopra Venezia nell'abboccamento di Savona, e gli avesse offerto come prezzo della sua cooperazione le città marittime della Puglia, che i Veneziani tenevano in pegno del danaro somministrato alla casa d'Arragona: non ammisero nemmeno il nunzio del papa, sebbene Giulio II, per ricuperare le sue città di romagna, fosse stato il primo a suggerire l'idea di questa associazione. Il cardinale e la principessa deliberarono soli e senza assistenti, e le loro negoziazioni diedero luogo a così vivi alterchi, che Margarita scriveva, _poco mancò che il signor legato ed io non ci prendessimo pei capelli_; ma queste negoziazioni furono tosto terminate da due trattati sottoscritti il 10 di dicembre del 1508. Col primo le vertenze del duca di Gueldria coll'arciduca Carlo vennero conciliate, siccome ancora quelle intorno all'eredità dei feudi dei Paesi Bassi dipendenti dalla corona di Francia; ed in conseguenza Massimiliano si obbligò di dare a Lodovico XII una nuova investitura del ducato di Milano[446]. Col secondo fu stipulata la lega dell'Europa contro Venezia, tenendosi per certi i due plenipotenziarj di ottenere la ratifica degli altri sovrani, sebbene il nunzio del papa, interpellato, rifiutasse la sua per mancanza di formale istruzione.
[446] _De Flassan, Hist. de la Diplom. Française t. I, l. II, p. 286. — Léonard Corps Diplom., t. II._
Questo secondo trattato, che viene propriamente indicato dal nome di Lega di Cambrai, portava: che, avendo l'imperatore ed il re di Francia determinato, dietro le istanze di Giulio II, di fare un'alleanza per portare la guerra contro i Turchi, avevano essi preventivamente convenuto: «di far cessare le perdite, le ingiurie, le rapine, i danni, che i Veneziani hanno apportato non solo alla santa sede apostolica, ma al santo romano impero, alla casa d'Austria, ai duchi di Milano, ai re di Napoli ed a molti altri principi, occupando e tirannicamente usurpando i loro beni, i loro possedimenti, le loro città e castella, come se cospirato avessero per il male di tutti.» Per tutte queste ragioni, aggiungono i monarchi: «noi abbiamo trovato non solo utile ed onorevole, ma ancora necessario, di chiamar tutti ad una giusta vendetta per ispegnere, come un incendio comune, la insaziabile cupidigia dei Veneziani e la loro sete di dominare[447].»
[447] _Manifesto di Massimiliano in data del 5 di gennajo del 1509, che serve di preambolo al trattato di Cambrai. Ann. Eccles. Rayn. An. 1509, § 2, 3, 4, t. XX, p. 64._
Dopo questo preambolo, il trattato porta: che i confederati agiranno di comune accordo per costringere i Veneziani a rendere alla santa sede, Ravenna, Cervia, Faenza, Rimini, Imola e Cesena. I plenipotenziarj negoziarono con tanta inavvertenza o ignoranza, che non rimarcarono neppure che Imola e Cesena erano già da lungo tempo state cedute al papa. Il trattato aggiugne: che i Veneziani renderebbero all'impero, Padova, Vicenza e Verona, ed alla casa d'Austria, Roveredo, Treviso ed il Friuli; che i Veneziani verrebbero obbligati di cedere al re di Francia, Brescia, Bergamo, Crema, Cremona, la Ghiara d'Adda e tutte le dipendenze del ducato di Milano; al re di Spagna e di Napoli, Trani, Brindisi, Otranto, Gallipoli, Mola e Polignano con tutte le città che avevano ricevute in pegno da Ferdinando II; al re d'Ungheria, se entrasse in quest'alleanza, tutte le città della Dalmazia e della Schiavonia, che avevano già un tempo appartenuto alla di lui corona; al duca di Savoja, il regno di Cipro; alle case d'Este e di Gonzaga, i possessi che la repubblica aveva conquistati sui loro antenati; e rispetto alle potenze che non avevano niente a pretendere sulle spoglie di Venezia, come l'Inghilterra, potrebbero ancora quelle essere ammesse a questa alleanza, se lo domandassero avanti che fosse spirato il termine di tre mesi[448].
[448] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 412. — Jac. Nardi, l. IV, p. 204. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 311. — Hist. de la diplom. française, t. I, l. II, p. 288. — Alf. de Ulloa vita di Carlo V, l. I, f. 53._
Quanto ai modi d'esecuzione, era convenuto con questo trattato: che il re di Francia attaccherebbe in persona i Veneziani, il primo giorno d'aprile; che nello stesso tempo il papa fulminerebbe contro loro tutte le censure ecclesiastiche, e che dimanderebbe l'assistenza dell'imperatore come avvocato della chiesa. Questa domanda doveva sciogliere Massimiliano dagli impegni che aveva contratti pochi mesi avanti, e dargli motivo per attaccare i Veneziani, ciò ch'egli prometteva di fare in persona entro quaranta giorni dopo l'attacco del re di Francia. Nello stesso tempo Ferdinando e gli altri alleati dovevano, ciascuno per parte sua, impadronirsi delle province loro assegnate. Ognuno de' confederati doveva agire per conto proprio, e tener dietro alle proprie conquiste senz'obbligo di assecondare i suoi associati.
I coalizzati non si limitavano a promettersi la divisione di uno stato col quale erano legati da solenni trattati; per compiere con maggior sicurezza quest'atto d'iniquità bisognava sorprendere i Veneziani, e togliere loro la notizia del trattato che avevano sottoscritto. Contribuì a coprire lo scopo de' confederati la convenzione fatta nello stesso tempo col duca di Gueldria: i plenipotenziarj si affrettarono di partire da Cambrai, per non richiamar troppo sopra di loro l'attenzione dell'Europa; e l'ambasciatore veneziano, avendo avuto qualche sospetto del turbine che lo minacciava, Lodovico XII gli protestò che nulla erasi conchiuso a Cambrai che potesse riuscire svantaggioso alla sua repubblica, e che egli non prenderebbe mai parte in tuttociò che potesse nuocere a così antichi alleati[449].
[449] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 412. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 312. — Alf. de Ulloa vita di Carlo V, l. I, f. 54._
Lodovico XII aveva senza esitanza ratificato il trattato di Cambrai. Alberto Pio, signore di Carpi, ed il vescovo di Parigi, deputati di Massimiliano, ottennero altresì immediatamente la sua ratifica; nè più lungo tempo si fece desiderare quella di Ferdinando il cattolico, che, sebbene temesse la potenza degli stranieri in Italia, e diffidasse egualmente di Massimiliano e de' Francesi, non sentendosi però abbastanza forte per difendere i Veneziani, preferì di cominciare ad ingrandirsi a spese loro[450].
[450] _Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXIX, c. XV, p. 280._
L'odio che Giulio II aveva concepito contro i Veneziani veniva accresciuto da due nuove offese: essi avevano accordato ai Bentivoglio un asilo negli stati della repubblica dopo la loro espulsione dal Milanese, e il loro senato aveva rifiutato di ammettere al vescovado di Vicenza il nuovo cardinale di san Pietro _ad Vincula_, nipote del papa, e da lui recentemente nominato[451]. Pure Giulio II esitava più che gli altri confederati a ratificare il trattato di Cambrai. Sentiva che questa lega accrescerebbe la potenza degli oltremontani in Italia, mentre che l'oggetto de' suoi più ardenti desiderj tendeva a purgarla da coloro ch'egli chiamava barbari. La sua diffidenza verso i Francesi veniva inoltre accresciuta dal suo odio contro il cardinale d'Amboise, ch'egli risguardava come colui che aspirava a succedergli, e di cui temeva le trame contro la propria sua vita. Aveva di fresco provato, in occasione del tumulto di Genova, quanto poco lo rispettassero i Francesi, e non poteva senza timore accrescere ancora la loro preponderanza. Massimiliano non era meno formidabile alla santa sede, sia per le pretese che l'impero aveva sempre avute sopra l'Italia, sia perchè il di lui erede essendo nello stesso tempo quello di Ferdinando, poteva di già temersi di vedere il nipote di questi due sovrani riunire le due monarchie in allora rivali; e se desso aggiugneva il regno di Napoli e la Marca veronese a tanti altri estesissimi stati, la santa sede, chiusa da ogni banda, più sperar non poteva di conservare la propria indipendenza, ed inutili diventavano tutti gli sforzi fatti da Giulio II per riunire le province staccate della Chiesa.
[451] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 410._
L'Epirota, Costantino Cominates, trovavasi in allora in Roma, ambasciatore di Massimiliano, che lo aveva in grandissimo favore. Era questi colui che in altri tempi ebbe la tutela dei giovani marchesi di Monferrato, e che in appresso, cacciato dai Francesi da quel principato, aveva contro di loro concepito grandissimo odio. Dopo di aver conferito con Giulio II, fu da lui incaricato di parlare segretamente al ministro della repubblica in Roma, Giovanni Badoero. Andò a trovarlo di notte; gli comunicò il trattato di Cambrai, di cui la repubblica non aveva ancora avuta contezza; e nello stesso tempo gli dichiarò che, se il senato voleva restituire al papa Faenza e Rimini, questi si staccherebbe dalla lega; che il senato potrebbe ancora disgustare Massimiliano colla Francia, assecondando i progetti dell'imperatore sul Milanese. Queste aperture furono immediatamente comunicate al consiglio dei dieci, che verso lo stesso tempo aveva da Milano avuto sentore del trattato[452].
[452] _P. Bembi Hist. Ven., l. VII, p. 158._
Il consiglio dei dieci, prima di trattare col papa, volle tentare se infatti potrebbe staccarsi l'imperatore dall'alleanza della Francia. Gli mandò Giovan Pietro Stella, segretario del senato, colle più vantaggiose proposizioni. Ma quest'inviato non seppe conservare un impenetrabile segreto; l'ambasciatore francese, informato della sua venuta, impedì che fosse ricevuto: fu egualmente rimandato un altro negoziatore. Una conciliatrice proposizione che lo stesso Giulio II fece a Giorgio Pisani, secondo ambasciatore della repubblica a Roma, fu sdegnata da quest'uomo acre e di un carattere contraddicente, che neppure la comunicò ai suoi capi[453]. Finalmente la signoria, dopo avere deliberato intorno ai mezzi di staccare il papa dalla lega contro di lei formata, trovò, dietro il consiglio di Domenico Trevisani, che col cedere alla Chiesa, senza combattere, ciò che questa a stento potrebbe ottenere colle armi, si veniva ad acquistare a carissimo prezzo la neutralità di così debole nemico, e si dava in principio della guerra una troppo pericolosa prova di pusillanimità. Il papa, che aveva protratta fino all'ultimo giorno la ratifica del trattato, finalmente vi acconsentì; ma sotto l'espressa condizione ch'egli non agirebbe scopertamente contro i Veneziani, che quando i Francesi avrebbero di già cominciate le ostilità[454].
[453] _Ivi._
[454] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 414. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 312._
Vero è che il loro attacco non doveva più lungamente differirsi; Lodovico XII si era recato a Lione per affrettare la marcia delle sue truppe verso l'Italia; ii cardinale d'Amboise, che avidamente cercava un pretesto per rompere l'antica alleanza, aveva, in presenza di tutto il consiglio, fatti sanguinosi rimproveri all'ambasciatore veneziano, perchè i di lui padroni facevano afforzare l'abbadia di Cerreto, nello stato di Crema, contro il tenore di un trattato conchiuso dalla repubblica con Francesco Sforza il 29 aprile del 1454[455]. Lodovico XII nello stesso tempo si faceva dare, per questa guerra, vascelli dai Genovesi, danaro dai Fiorentini, danaro e soldati dai Milanesi, ai quali stavano sul cuore le province del loro stato cedute dalla Francia alla repubblica di Venezia. Finalmente in sul cadere di gennajo la corte di Francia si cavò la maschera; richiamò da Venezia il suo ambasciatore, rimandò quello de' Veneziani, come pure il segretario della repubblica residente in Milano, e pubblicò il suo manifesto. Per lo contrario Ferdinando il cattolico, seguendo la sua astuta politica, fece dichiarare alla repubblica: ch'egli era entrato nella lega sottoscritta a Cambrai contro i Turchi, ma non in quella contro Venezia; che gli erano ignoti i motivi di Lodovico XII per attaccare la signoria, ma che le offriva tutti i buoni ufficj ch'ella aveva diritto di ripromettersi dal suo affetto e dalla sua ricchezza[456].
[455] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 418. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 314._
[456] _P. Bembi Hist. Ven. l. VII, p. 159._
Le ostilità erano già cominciate in riva all'Adda tra alcune truppe leggeri francesi e veneziane, allorchè l'araldo d'armi di Francia, introdotto in senato, denunciò la guerra a Leonardo Loredano, doge di Venezia, ed a tutti i cittadini di quella città, qualificandoli come uomini infedeli, che ingiustamente ritenevano le città del sommo pontefice e dei re dopo averle occupate colla violenza. Rispose il Loredano: che la repubblica non aveva mancato di fede a chicchessia, e che se ella non avesse troppo scrupolosamente osservati i suoi impegni verso la Francia medesima, Lodovico XII non avrebbe in Italia tanto terreno da poter riporre il piede. Dopo queste solenni proteste da ambedue le parti, ad altro non si pensò che alla guerra[457].
[457] _P. Bembi, l. VII, p. 162. — Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 421._
I Veneziani, sebbene abbandonati agli attacchi di quasi tutta l'Europa, e senza alleati, non disperavano della salute pubblica. Purchè non soggiacessero alla prima aggressione, essi non dubitavano che la lega non si sciogliesse entro pochi mesi: gli alleati erano posti in movimento da troppo discordi interessi, ed il carattere del papa e di Massimiliano promettevano troppo poca costanza per poter credere che lungo tempo persistessero in un'intrapresa tanto contraria ad ogni sana politica. I Veneziani pensarono adunque a porsi in sulle difese; le loro ricchezze, che ancora erano intatte, e la prosperità del commercio, non ancora scemato dai progressi de' Portoghesi nelle Indie, mettevano a loro disposizione tutti i condottieri, e loro permettevano di ragunare sotto lo stendardo di san Marco la più bell'armata che avesse fino allora combattuto nelle guerre d'Italia. Ma queste ricchezze, che formavano tutta la loro forza, furono successivamente disperse da fortuiti accidenti, come se il cielo medesimo si fosse unito alla lega di tanti nemici della repubblica. Il magazzino della polvere dell'arsenale di Venezia scoppiò con orribile fracasso, mentre che il consiglio stava adunato, e quest'incendio coprì l'intera città di ceneri e di brage. La fortezza di Brescia fu colpita da un fulmine, che spaccò le sue mura; una barca, che portava a Ravenna dieci mila ducati per pagare le truppe, affondò. Finalmente gli archivj della repubblica, che contenevano tutte le più preziose carte, furono preda del fuoco: e queste replicate disgrazie non erano tanto dannose per sè medesime, quanto per la funesta influenza che avevano sul coraggio del popolo, il quale le risguardava come altrettanti funesti presagj[458].