Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)

Part 24

Chapter 243,634 wordsPublic domain

I Fiorentini sentirono ciò che voleva dire un tale messaggio, e tali lagnanze che non avevano verun fondamento. Pisa trovavasi ridotta alle ultime estremità; il partito de' campagnuoli, che desiderava la pace, si faceva ogni giorno più numeroso; i nobili ed i cittadini, che avevano difesa l'indipendenza della loro patria con una irremovibile costanza, in gran parte distrutti dal ferro nemico, ruinati, invecchiati, scoraggiati, più non opponevano la medesima resistenza. Avvicinavasi l'istante in cui Pisa doveva volontariamente arrendersi ai Fiorentini; ma Lodovico voleva approfittare della miseria di quella città per vender loro la sua sommissione; e perciò cercava contro di loro una lagnanza priva di fondamento, per mettere in seguito a più alto prezzo la sua condiscendenza. La signoria rispose, che nel suo trattato col re di Francia aveva espressamente riservati i diritti dell'impero; che lo stesso Lodovico XII aveva così ben riconosciuti questi diritti, che non si era in verun modo obbligato a proteggere i Fiorentini contro Massimiliano; che dunque era stato necessario di cercar di regolare la legittima prestazione dovuta dalla repubblica all'imperatore quando riceveva la corona imperiale; che per altro i loro ambasciatori avevano schivato di nulla conchiudere con Massimiliano; che non gli avevano dato danaro, e che soprattutto non avrebbero mai sottoscritta con lui una convenzione, che potesse riuscire pregiudicievole alla Francia; che rispetto alla loro spedizione contro di Pisa, doveva tanto meno inquietare i loro vicini, in quanto che erasi fatta senza artiglieria, e che si era ristretta al guasto delle messi; che nel loro trattato colla Francia, nel 1502, si erano espressamente riservati il diritto di continuare la guerra contro di Pisa, e che altronde non sapevano comprendere per qual cagione volesse il re più particolarmente interessarsi per quella città dopo che aveva somministrati soccorsi ai Genovesi contro di lui, e staccarsi dai Fiorentini che gli erano sempre stati fedeli[429].

[429] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 407. — Jac. Nardi, l. IV, p. 201. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 285. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gal., l. XI, p. 310._

A tali rimproveri, come i Fiorentini lo avevano presagito, tennero subito dietro le proposizioni. Michele Rizio offrì di dar loro il possesso di Pisa per un determinato prezzo da convenirsi; ma Ferdinando il cattolico si ostinava a volere intervenire nel contratto e ritrarne profitto. Per tale motivo mandò un ambasciatore in Toscana, che prima recossi a Pisa per esortare quegli abitanti a difendersi, facendo loro sperare i soccorsi del re. In appresso quest'ambasciatore passò a Firenze, e cominciò a trattare colla signoria in concorso dell'ambasciatore francese. Così questa lunga guerra, che poteva essere terminata dalle sole armi toscane, diventava un oggetto di negoziati tra la Francia e la Spagna. Bentosto tali negoziazioni, invece di continuarsi in Toscana, si portarono a Parigi; ed i popoli d'Italia ebbero un'altra occasione di accorgersi che i proprj destini più non dipendevano da loro, poichè le proprie loro liti, sostenute colle sole loro armi e coi soli loro mezzi, dovevano decidersi dagli stranieri[430].

[430] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 408._

Frattanto, siccome la miseria di Pisa andava crescendo, i re di Spagna e di Francia, temendo di perdere l'oggetto del loro traffico, gettarono più scopertamente la maschera. I Fiorentini avevano il 25 di agosto preso al loro soldo Bardella, corsaro di Porto Venere, che pel pagamento di sei cento fiorini al mese, obbligavasi a chiudere la foce dell'Arno con tre piccoli vascelli[431]. Questi fece così bene il dover suo, che Chaumont, governatore del Milanese, scrisse in Francia di apporvi rimedio, altrimenti Pisa caderebbe da sè in mano ai Fiorentini. Il re gli ordinò subito di mandarvi Giovan Giacopo Trivulzio con trecento lance, ond'essere sicuro che la città non si arrenderebbe prima che la Francia non si fosse fatta pagare il suo assenso[432]. I Fiorentini, confusi nel vedere che Lodovico XII, senza avere riguardo all'espresso tenore dei trattati, spediva soccorsi contro di loro, suoi alleati, a que' medesimi che di fresco si erano mostrati non meno suoi nemici che nemici loro, si rassegnarono finalmente a ricomprare le proprie conquiste dalle mani di coloro che si arrogavano il diritto di venderle. Offrirono cento mila ducati divisibili tra le due corti, purchè l'una corte e l'altra si obbligasse a non attraversare la loro intrapresa. Lodovico XII non volle vendere il suo assenso a meno di cento mila ducati per la sola sua parte, e non pertanto insistette perchè Ferdinando avesse dal canto suo una somma di danaro. All'ultimo i Fiorentini promisero cento mila ducati al re cristianissimo, e cinquanta mila al re cattolico; e perchè l'ultimo non si offendesse di questa diversità posta tra di loro, la fecero oggetto di un trattato segreto, col quale si riconobbero debitori di questi altri cinquanta mila ducati sotto mentito pretesto. Questa convenzione fu sottoscritta il 13 marzo del 1509: e perchè in quell'istante tutte le potenze d'Italia erano occupate da troppo più gravi interessi in occasione della lega di Cambrai, lasciarono ai Fiorentini la libertà di proseguire la guerra contro Pisa[433].

[431] _Jac. Nardi, l. IV, p. 201. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 285._

[432] _Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 417. — Jac. Nardi, l. IV, p. 202. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. XI, p. 314. — Jac. Arrosti Cron. di Pisa in Arch., f. 232._

[433] _Fr. Guicciardini, l. XIII, p. 417. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 203. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 286. — Gio. Cambi Ist. Fior., t. XXI, p. 223._

In novembre del 1508 Bardella era stato richiamato dal servizio fiorentino per espresso ordine della signoria di Genova. Lodovico XII aveva fatto dare quest'ordine per procurare un breve respiro ai Pisani, finchè fosse terminata la sua negoziazione; ma quando ebbe venduto il suo assenso, Bardella tornò al servigio della repubblica fiorentina, e la debole sua scorta bastò per chiudere la foce dell'Arno. Dal canto loro i Lucchesi non avevan cessato di soccorrere i Pisani con armi e con vittovaglie. Il commissario della repubblica presso l'armata fiorentina ebbe ordine dalla signoria di farne vendetta. Egli entrò sul territorio lucchese, e tutto lo guastò, recando con questa spedizione alla repubblica di Lucca il danno di oltre dieci mila fiorini[434], e giovò pure a farle sentire la sua debolezza ed il pericolo di provocare ancora il risentimento dei suoi potenti vicini, e la determinò a cercare finalmente di buona fede l'alleanza di Firenze. Il trattato tra queste due repubbliche fu sottoscritto l'undici di gennajo del 1509. I Lucchesi si obbligarono d'impedire ai Pisani ogni comunicazione col loro territorio, e di impedire essi medesimi ai loro contadini, troppo parziali per Pisa, di portare soccorsi a quella città. Se questa guerra doveva prolungarsi, il trattato tra Firenze e Lucca non doveva durare che tre anni; ma se Pisa cadeva entro l'anno, l'alleanza tra i Fiorentini ed i Lucchesi doveva tenersi rinnovata per dodici anni[435].

[434] _Jac. Nardi, l. IV, p. 203. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 285._

[435] _Jac. Nardi, l. IV, p. 205. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 286. — Gio. Cambi, t. XXI, p. 222. — Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 417._

In febbrajo i Genovesi tentarono ancora di spedire a Pisa un sufficiente carico di grani per alimentare quella sgraziata popolazione fino al prossimo raccolto: si presentarono all'imboccatura dell'Arno un grande vascello, quattro gallioni, quindici brigantini e trenta barche; ma questa piccola flottiglia trovò così ben chiuse le foci del Serchio e del fiume Morto, come lo era quella dell'Arno. Tre campi trincerati erano stati stabiliti dai Fiorentini a san Piero in Grado, a Bocca di Serchio ed a Mezzana; un ponte sull'Arno e delle palafitte negli altri fiumi, con bastioni coperti d'artiglieria, chiudevano assolutamente il passo. Il corsaro Bardella dava la caccia ai più piccoli battelli che tentavano di avvicinarsi alla riva: furono presi tre brigantini genovesi carichi di frumento, e gli altri tornarono a Lerici affatto convinti che più non potevansi soccorrere i Pisani[436].

[436] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 204. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 287. — Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 417. — Niccolò Macchiavelli commissione al campo contro Pisa, t. VII, p. 240._

I magistrati di Pisa e coloro che mai non si erano smossi dalla risoluzione di difendere fino alla morte l'indipendenza della loro patria, più non sapevano come resistere alle grida del popolo ed in particolare de' contadini, che perivano di fame e domandavano di trattare. Per soddisfarli furono in marzo costretti di rivolgersi al signore di Piombino, implorando la sua mediazione. Giacomo d'Appiano, signore di Piombino, invitò diffatti i Fiorentini a mandargli negoziatori; ed il Macchiavelli, che di già trovavasi all'armata passò a Piombino il 14 di marzo, per trovarvi i deputati pisani; ma non tardò ad avvedersi che questi non volevano che guadagnar tempo e non avevano intenzione di conchiudere. Avevano essi chieste guarenzie pel mantenimento dell'assoluta amnistia, che loro prometteva Firenze; e quando il Macchiavelli gli strinse a spiegarsi, dichiararono che altra non ne conoscevano che quella di custodire essi medesimi la loro città, abbandonando ai Fiorentini tuttociò che era fuori delle mura. A tale inchiesta fu rotta la conferenza ed il Macchiavelli tornò al campo per affrettare gli attacchi[437].

[437] _Commis. data al Macchiavelli 10 marzo e sua lett. da Piombino 15 marzo, t. VIII, p. 246-249. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 288. — Gio. Cambi, t. XXI, p. 229._

A Pisa mancavano affatto il vino, l'olio, l'aceto ed il sale; il frumento vi si vendeva due scudi d'oro ogni stajo, o circa sessanta franchi al quintale. Più non v'era cuojo per fare scarpe, ed i soldati ed i cittadini camminavano a piedi nudi[438]. L'ora di Pisa era finalmente giunta. Dopo quattordici anni e sette mesi di guerra, sostenuta con maraviglioso coraggio, con una costanza e con una rassegnazione di cui forse non trovasi esempio in altri popoli, convenne cedere alla necessità. Le minute circostanze di questa lunga lotta non ci furono trasmesse che dai nemici dei Pisani; niuna cronaca contemporanea di quella città non fu scritta nè conservata; veruno storico ci lasciò un quadro degli sforzi interni, delle deliberazioni, de' consigli, de' sacrificj dei cittadini. Appena ci fu conservato il nome di tre o quattro Pisani in un'epoca in cui tanti uomini meritarono per il loro attaccamento, pel loro valore, per l'eloquenza, per la destrezza delle loro negoziazioni, un'eterna fama; pure a traverso alle prevenzioni nemiche di coloro che soli ci trasmisero la memoria di questi avvenimenti, si scuopre una grandezza ed un eroismo che non trovansi presso verun'altra città d'Italia.

[438] _Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 286. — Gio. Cambi, p. 225._

Tarlatino, che con tanto valore comandò la guarnigione di Pisa, avendo il venti di maggio fatto chiedere salvacondotti al campo fiorentino, quattro deputati di Pisa si recarono presso i tre commissari della repubblica, domandando loro passaporti per dodici ambasciatori, che la loro patria aveva finalmente determinato di spedire a Firenze per capitolare. Questi deputati non lasciarono dubbiezze intorno alla sincerità delle loro intenzioni; ed i tre commissarj, Antonio Filicaja, Alamanno Salviati e Nicola Capponi, che colla instancabile loro attività avevano ridotta Pisa a tali estremi, furono altresì i primi a far conoscere ai Pisani che il loro ardore per la riuscita poteva combinarsi coll'umanità e colla più nobile generosità. Le negoziazioni, trattate ora in Firenze ora nel campo, durarono diciotto giorni, nei quali i Pisani sotto mille pretesti visitavano il campo fiorentino, onde ottenere alimenti dall'ospitalità dei soldati e portarli alle loro famiglie[439].

[439] _Lettere de' Commissarj generali del 20 di maggio 1509, al 6 giugno. In Macchiavelli Legazioni, t. VII, p. 267-288._

Finalmente il trattato sottoscritto a Firenze il 4 di giugno e ratificato a Pisa da tutto il popolo, il 7, ebbe esecuzione nel susseguente giorno. L'armata fiorentina entrò in Pisa l'8 di giugno del 1509 e restituì l'abbondanza agli assediati estenuati. Non solo furono perdonate tutte le offese e restituiti ai Pisani tutti i loro poderi; ma la signoria fece ancora pagare ad ogni cittadino le rendite, i frutti ed il prezzo degli annui affitti, che erano stati percetti sul territorio pisano. Lo storico Giacomo Nardi, che fu egli stesso incaricato di regolare questi conti, ci accerta che la signoria fiorentina lo fece con tanta liberalità, che pareva piuttosto ricevere che dare la legge[440]. La capitolazione fu egualmente liberale per ogni rispetto; confermò tutti gli antichi privilegj e tutte le magistrature indipendenti del comune di Pisa; restituì ai Pisani la franchigia del commercio e delle manifatture di cui erano stati in addietro privati; loro aprì un appello per le cause criminali avanti ai medesimi tribunali che giudicavano i Fiorentini, ed alleviò, per quanto poteva farlo una capitolazione, il dolore di perdere la loro indipendenza[441].

[440] _Jac. Nardi, l. IV, p. 207-208. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 288. — Gio. Cambi t. XXI, p. 251. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 323. — Jac. Arrosti Chron., f. 233. — Fr. Guicciardini, l. VIII, p. 437._

[441] _Capitolazione per la resa della città di Pisa, sotto al dominio della repubblica fiorentina. Presso Flaminio del Borgo Raccolta di diplomi Pisani 4.º 1765, p. 406-408._

Ma nè l'orgoglio de' Pisani, nè il loro patriottismo potevano accomodarsi alla servitù. Tutti coloro che pel loro nome godevano di qualche considerazione all'estero, che colle loro ricchezze potevano conservare qualche indipendenza, o che coi loro talenti militari e col loro valore potevano acquistare la ricchezza che loro mancava, abbandonarono una patria fatta serva. I Torti, gli Alliati e molti altri rifugiati passarono a Palermo, ove dopo tale epoca trovaronsi quasi tutti i nomi della nobiltà pisana; i Buzzacarini, ramo della casa Sismondi, passarono a Lucca con molti loro concittadini; altri cercarono un asilo in Sardegna; e finalmente un numero ancor maggiore andò a raggiugnere l'armata francese, che aveva di già invaso il territorio veneziano. Rinieri della Sassetta e Pietro Gambacorti avevano adunati cento cinquanta fanti pisani in Lombardia[442]. Una folla di altri, tra i quali un ramo di Sismondi, si posero sotto le medesime insegne. Rinnovando coi capitani francesi quei legami d'ospitalità, che con tacito studio avevano essi cercato di stringere in occasione del passaggio di Carlo VIII, e che avevano più volte rendute inutili le negoziazioni del gabinetto e salvata Pisa per opera delle armate medesime che l'assediavano, si fecero una patria del campo francese, rimpiazzarono la libertà civile coll'indipendenza delle armi, trovarono nella gloria qualche conforto al loro esilio, e senza avere un sicuro domicilio continuarono a sentirsi come a casa loro in tutta l'Italia, fino all'epoca in cui l'armate francesi ne furono scacciate, ed in cui queste proscritte famiglie andarono a cercare nelle province meridionali della Francia una immagine del bel clima della Toscana cui esse avevano rinunciato[443].

[442] _Lettera di N. Capponi ed Alamanni Salviati, ex castris apud Mezzanam, die 1 junii 1509. Machiavelli, t. VII, p. 276._

[443] È un notabilissimo monumento dell'orrore che inspirava ai Pisani questo giogo straniero, e dell'emigrazione che seguì dopo il suo stabilimento, il registro aperto nel 1566, d'ordine del gran duca Cosimo I, per inscrivervi tutti gl'individui rimasti in Pisa, che potrebbero provare che i loro antenati partecipavano prima del 1494 alla magistratura ed agli onori della città. Comprende tutti i maschi di ogni famiglia, anche i preti, che pure non potevano lasciare discendenza, nè esercitare magistrature; si estende fino alle più basse professioni, e non pertanto non comprende che settecento ventisette nomi; tanto l'emigrazione nel corso di un mezzo secolo aveva scemata la popolazione di una città, capace di tener testa a tutta la Toscana, di una città la di cui lunga e valorosa resistenza aveva richiamata l'attenzione di tutta l'Europa. Trovasi stampato ne' _Diplomi Pisani di Flaminio del Borgo in 4.º 1765, p. 433._

CAPITOLO CV.

_Lega di Cambrai, battaglia di Vailate o di Agnadello, conquista di tutto lo stato di terra ferma dei Veneziani._

1508 = 1509.

La lega conclusa a Cambrai tra le grandi potenze dell'Europa per attaccare e spogliare i Veneziani, fu, dopo le crociate, la prima intrapresa eseguita di concerto, con uno scopo comune da tutti gli stati inciviliti. Per la prima volta i padroni delle nazioni convennero di dividere fra di loro uno stato indipendente; per la prima volta fecero essi rivivere col sussidio d'una pedantesca erudizione inveterate pretese; finalmente per la prima volta riclamarono gl'imprescrittibili diritti della loro legittimità. Le crociate avevano mostrato un'unione europea fondata sullo zelo e sull'entusiasmo religioso; nella lega di Cambrai si vide un nuovo accordo europeo, che altro principio non aveva fuorchè il personale momentaneo interesse dei forti che spogliavano il debole, non altra sanzione che le pretese da gran tempo abbandonate di coloro che risguardavano i loro titoli come non caduchi. Pure gli è a questo avvenimento che può attribuirsi l'origine del diritto pubblico, che da tre secoli e fino ai nostri giorni ha governata l'Europa. Questo diritto cominciò colla più clamorosa ingiustizia; e la scienza diplomatica, che in qualche modo si vide nascere nel sedicesimo secolo, fu dopo tal epoca adoperata il più delle volte a somministrare pretesti alla rapacità ed alla mala fede.

Non è questa l'idea che abbiamo costume di formarci del diritto pubblico o internazionale: l'umana società avrebbe bisogno di un'altra guarenzia; avrebbe bisogno di una legislazione che regolasse le nazioni nelle relazioni fra di loro, in quel modo che il diritto civile regge i cittadini in una stessa nazione. I nostri desiderj ci persuadono agevolmente che abbia esistito ciò che noi desideriamo. Qualunque volta proviamo grandi abusi di potere, confrontiamo avidamente i presenti tempi, in cui trionfa l'ingiustizia, con quel passato, che ci dipinge l'immaginazione, in cui non si ricorreva alla guerra che per dare esecuzione a diritti di già stabiliti dai trattati e in cui la conquista medesima non somministrava pretese al possesso ove non fosse sanzionata da legittimi titoli. Ma noi cerchiamo invano nella storia quell'epoca in cui la giustizia prendeva il luogo della forza, ed in cui la potenza dei trattati o degli imprescrittibili diritti incatenava la stessa violenza.

Tre basi assolutamente diverse sono date al diritto pubblico; i loro principj sono direttamente contraddittorj, e fino a tanto che la scelta fra questi principj venga fissata di concerto da tutte le nazioni, ciaschedun sovrano troverà sempre il modo d'accomodar la propria causa all'uno o all'altro sistema, ed egli sarà ancor sempre impossibile, com'è stato finora, d'intendersi sopra alcun fatto o sopra alcuna conseguenza. Queste tre basi sono la legittimità imprescrittibile, il diritto dei trattati, e le convenienze nazionali. Per la prima volta, all'occasione della lega di Cambrai, questi tre principj furono messi in opposizione. L'imperatore ed il re di Francia annunziarono che prendevano le armi per ricuperare i loro diritti imprescrittibili, l'uno sulle terre dell'impero della Venezia, e l'altro sul ducato di Milano. I Veneziani difendendosi invocavano il diritto pubblico dei trattati che loro guarentivano tutti i loro possedimenti di terra ferma. Il papa, dopo avere egli medesimo ricuperato ciò che pretendeva essere di suo imprescrittibile diritto, più non fece valere nel secondo anno della guerra che le convenienze nazionali, l'indipendenza dell'Italia, dalla quale voleva scacciare i Barbari; la sovranità di un popolo sul proprio territorio, ed il vantaggio di una nazione che non può essere vincolata dal primitivo contratto forse favoloso co' suoi sovrani, nè dai trattati impostile dalla forza.

Ciascheduno di questi sistemi politici è in sè stesso difettoso, e nella sua applicazione soggetto a grandi difficoltà: ma quanto non lo diventano ancora di più, allorchè confondonsi l'uno coll'altro; allorchè, dopo avere riclamato a favor suo diritti imprescrittibili, si pretende poi di limitare quelli degli altri coi trattati, o di spiegarli dietro l'interesse dei popoli. Pure niuna potenza non si è mai fedelmente attenuta all'una o all'altra di queste ruinose basi, e non ha confessate tutte le conseguenze che discendevano dal primo principio: perciò la scienza del diritto pubblico altro mai non è stata che un vano studio di sofismi; col suo ajuto sonosi risvegliate le passioni dei popoli onde secondassero l'ambizione dei loro governi, e col mezzo di questi si è dissimulata agli occhi dei primi l'ingiustizia dei pretesi diritti.

Lodovico XII, quando aveva voluto togliere a Lodovico Sforza il ducato di Milano, aveva egli medesimo cercato l'assistenza dei Veneziani, ai quali per ricompensa aveva anticipatamente accordato Cremona e la Ghiara d'Adda, che effettivamente rimasero in potere della repubblica allorchè i Francesi furono padroni del Milanese. Pure Lodovico XII, oramai riconosciuto quale legittimo successore di Valentina Visconti, desiderava quelle province che pretendeva inalienabili, credendo di conservare imprescrittibili diritti sopra possedimenti da lui medesimo ceduti. Ma ciò non basta, i Visconti, de' quali egli aveva raccolta l'eredità, avevano essi medesimi, in occasione delle loro guerre coi Veneziani, perdute Brescia e Bergamo, che prima si risguardavano come parte del ducato di Milano; e sebbene queste città colle loro province fossero incorporate alla repubblica di Venezia fino dal 1426, e che gli stessi Visconti non le avessero possedute così lungamente quanto i Veneziani, Lodovico XII le risguardava come comprese nella sua inalienabile eredità, pretendendo conservare sopra di loro tali diritti, che niun tempo, niun trattato, niuni prestati servigj, potevano distruggere.

Dal canto suo Massimiliano si risguardava come il legittimo successore non solo de' più potenti monarchi germanici, ma ancora degli imperatori romani: perciò credevasi autorizzato ad attivare tutti i diritti che avevano esercitati Federico Barbarossa ed Ottone il Grande, e lo stesso Trajano ed Augusto. Parevagli che la repubblica di Venezia si fosse innalzata sulle ruine dell'impero, e credevasi chiamato a spogliarla di queste antiche usurpazioni. A' suoi occhi, Treviso, Padova, Verona e Vicenza erano sempre terre dell'impero, e questa opinione, spalleggiata dall'autorità degli antiquarj, era in allora generalmente ricevuta, e niuno storico del tempo dubitò de' diritti di Massimiliano. Pure questi diritti non erano fondati che sopra un'antica conquista. I monarchi tedeschi non avevano potuto mantenere più di cento cinquant'anni un dominio dubbioso e spesso interrotto: in appresso, pel corso di tre secoli, alcune repubbliche ed i principi di Carrara e della Scala avevano colle armi difesa la loro sovranità; loro era finalmente succeduta da circa un secolo la repubblica di Venezia; ma in questo sistema i potenti non possono mai perdere i loro diritti, ed i deboli mai non possono acquistarne.