Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)

Part 23

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Prima di scendere in Italia come nemico, Massimiliano negoziava colla repubblica di Venezia. Le aveva spediti tre ambasciatori, non pel solo oggetto di chiederle il passo a traverso ai suoi stati, ma ancora per proporle un'alleanza, i di cui risultamenti dovevano essere la divisione dello stato di Milano. Affinchè i Veneziani rinunciassero alla fedeltà loro verso Lodovico XII, che il monarca francese non meritava, aveva loro comunicato il trattato di Blois, il di cui oggetto era la divisione di tutti gli stati della repubblica, facendo loro sentire che Lodovico ne sollecitava ancora l'esecuzione. Dall'altra parte Lodovico aveva saputo che Massimiliano cercava l'alleanza degli Svizzeri, e che si era guadagnato fra loro un potente partito. Quest'alleanza avrebbe privato il re di Francia della sola buona fanteria che serviva nelle sue armate; onde procurava di riconciliarsi pienamente coi Veneziani, dissipando ogni loro sospetto, e loro facendo le più vantaggiose offerte per indurli a difendere d'accordo con lui l'Italia minacciata dall'imperatore; e perchè la repubblica ricusasse il passaggio ai Tedeschi, le prometteva la perpetua guarenzia de' di lei stati di terra ferma[411].

[411] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 387. — Fr. Belcarii, Comm. Rer. Gall., l. X, p. 305._

I Veneziani tutto sentivano il pericolo della loro situazione; non si fidavano nè delle promesse di Massimiliano, nè di quelle di Lodovico XII, e temevano ad ogn'istante di vedere questi due rivali contro di lei riuniti; ma se per impedire questa coalizione essi dichiaravansi per l'uno o per l'altro sovrano, non perciò temevano meno di vedersi un giorno abbandonati da colui che sarebbesi valso della loro alleanza, e di dovere poi sostenere soli tutto il peso di una guerra in cui non avrebbero che un interesse secondario. Dopo lunghe deliberazioni, finalmente determinarono di non abbandonare il partito della Francia, e l'alleanza, colla quale essi garantivano a Lodovico XII lo stato di Milano in compenso di una somigliante garanzia, che la Francia aveva promessa per le loro province di terra ferma. In conseguenza parteciparono a Massimiliano, che in forza de' loro trattati non potevano acconsentire al passaggio del suo esercito pel loro territorio; che, quand'anche l'imperatore attaccasse il Milanese sopra altri punti, si troverebbero in dovere di somministrare alla Francia un certo numero di truppe per sua difesa; che soddisfarebbero scrupolosamente agli obblighi loro, ma che non anderebbero più in là; poichè nel tempo stesso che volevano fare il debito loro verso il re di Francia, loro alleato, desideravano altresì di conservare la buona armonia e la buona vicinanza coll'impero e coll'imperatore. Finalmente dichiararono a Massimiliano, che, se voleva pacificamente entrare in Italia per ricevere a Roma la corona d'oro, verrebbe accolto in tutti i loro stati con tutte le onorificenze che avevano sempre rendute al capo dell'Impero[412].

[412] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 387-398. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gallic., l. X, p. 305. — P. Bembi Ist. Ven., l. VII, p. 145._

Per quanto i Veneziani avessero cercato in questa risposta di non offendere Massimiliano, questi però si sentì tanto più vivamente ferito quanto si teneva più sicuro di loro. Quest'imperatore non fondava mai sui proprj mezzi il buon successo delle sue intraprese, e sempre sperava negli altrui soccorsi, che poi si maravigliava di non ricevere. Aveva cominciato a trattare coi Cantoni per levare dodici mila Svizzeri, e la dieta elvetica, non dando troppo orecchio alle rimostranze della Francia, non si era mostrata aliena dal somministrargli i soldati: ma il danaro promesso dalla dieta germanica di Costanza non bastava per fare così grosse leve, e Massimiliano l'aveva di già quasi tutto consumato in dispendiosi trasporti d'artiglieria. Egli aveva inoltre fatto fondamento sui sussidj degli stati d'Italia; ma aveva loro fatte così esorbitanti domande, che tutti si erano da lui alienati. Il vescovo di Brixen non aveva domandato ai Fiorentini meno di cinquecento mila ducati[413]: e questo fu il motivo che li consigliò, quando ancora durava il loro terrore, a far raggiugnere dal Macchiavelli, loro ambasciatore, in Inspruck Francesco Valori, per avere migliori condizioni. Ma non avendo l'imperatore voluto scendere ad alcuno ragionevole termine, cercarono dal canto loro dilazioni alla conclusione dell'affare, finchè fosse chiaro quale sarebbe il risultato di tante minacce e degli apparecchi annunciati con tanta enfasi a tutta l'Europa[414].

[413] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 398._

[414] _Niccolò Macchiavelli Legaz., t. VII, p. 156-258._

Massimiliano faceva pure domandare non meno esorbitanti somme a tutti gli altri stati d'Italia, siccome prestazioni dovute in occasione della sua coronazione: ma inoltre domandava ad Alfonso, duca di Ferrara e di Modena, la restituzione della dote di Anna Sforza, prima moglie di quel duca, di cui pretendeva essere erede l'imperatrice Beatrice Sforza. Di già Massimiliano credeva di poter disporre delle immense somme che ricercava, come se in fatto le avesse ricevute: pure di tutto questo danaro non ebbe che sei mila ducati, di cui i Sienesi si confessarono debitori verso la camera imperiale[415].

[415] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 399. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. X, p. 306. — Lett. di Franc. Vettori del 24 di Gennajo 1507, p. 172._

Intanto sopraggiunse il mese di ottobre, e le truppe ordinate dalla dieta germanica cominciavano ad adunarsi; ma non si vedevano comparire che pochi battaglioni; mentre che Massimiliano passava rapidamente dai confini della Borgogna a quelli dell'Italia, e che, facendo marciare i contingenti su tutte le direzioni, e non facendo parlare l'Europa che dei movimenti delle sue truppe, lasciava tutti incerti se attaccherebbe la Francia, lo stato di Milano, o i Veneziani[416].

[416] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 400._

Lodovico XII non trascurò di apparecchiarsi a respingere quest'attacco. Ottenne licenza dal re cattolico di assoldare 2500 fanti spagnuoli; mandò soccorsi al duca di Gueldria per tenere occupato l'imperatore in Germania; levò il castello d'Arona, posto sul lago maggiore, alla famiglia Borromei, di cui non fidavasi, e vi pose guarnigione; mandò Gian Giacopo Trivulzio ai Veneziani con quattrocento lance francesi e quattro mila fanti, e considerabilmente accrebbe il numero delle sue truppe nello stato di Milano. I Veneziani dal canto loro avevano richiamati al loro soldo il conte di Pitigliano e Bartolommeo d'Alviano: il primo aveva il comando di quattrocento uomini d'armi nelle parti di Verona e di Roveredo; il secondo di ottocento verso il Friuli. Per altro queste truppe non impedirono una rapida scorreria di Giovan Battista Giustiniani e di Fregosino, emigrati Genovesi, che con mille fanti tedeschi si erano lusingati di attraversare lo stato veneziano, poi quello di Parma, per entrare nella Liguria, ma che furono poi dai Francesi trattenuti alle falde delle montagne di Parma. Tornarono a dietro, ed i Veneziani acconsentirono che rientrassero negli stati dell'impero, a condizione di deporre le armi nell'entrare nel territorio della repubblica per riceverle poi all'opposto confine[417].

[417] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 400. — Fr. Belcarii, l. X, p. 306. — P. Bembi Ist. Ven., l. VII, p. 146. — Lett. di Fran. Vettori. Bolzano, 17 gennajo 1507. In Macchiavelli, l. VII, p. 168._

Questa breve spedizione non erasi tampoco risguardata come un cominciamento d'ostilità: i Veneziani, che non erano personalmente attaccati, invece di attribuirla a Massimiliano, non avevano voluto ravvisarvi che la conseguenza di qualche pratica di Giulio II. Sapevano che questo pontefice permetteva nello stesso tempo un adunamento di emigrati genovesi in Bologna; che accusava il Bentivoglio d'avere tentato di farlo avvelenare da un prete, e che aveva spedito il cardinale di santa Croce a Massimiliano per muoverlo contro i Francesi[418]: Ma Giovanni Bentivoglio, che teneva Giulio II in tanti sospetti, morì a Milano in febbrajo del 1508, in età di settant'anni. Aveva goduta quarant'anni nel suo principato una inalterabile prosperità, di cui andava più debitore alla fortuna che ai suoi talenti o alle sue virtù, e non seppe poi sostenere le traversie che vennero in appresso. Poco dopo la di lui morte, Annibale il primogenito, ed Enrico l'ultimo de' suoi figliuoli, sorpresero a Bologna la porta di san Momolo coll'ajuto dei Pepoli e di alcuni altri gentiluomini: ma bentosto furono scacciati dal popolo, che preferiva il dominio della Chiesa a quello de' suoi antichi signori; ed il re di Francia, irritato per questo intempestivo attacco dei Bentivogli, li fece uscire dalla Lombardia, ordinando al signore di Chaumont di difendere Bologna contro chiunque volesse turbare la Chiesa nel possesso di quella città. Il papa, soddisfatto della protezione offertagli da Lodovico XII, impose silenzio al suo odio contro la Francia, e non volle avere parte nella guerra che andava a scoppiare[419].

[418] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 400._

[419] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 401. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 307. — Sansovino Famiglie illustri d'Italia, f. 187._

Massimiliano era giunto a Trento in principio dell'anno, per mettersi alla testa della spedizione da tanto tempo annunciata. Il giorno 3 di febbrajo recossi processionalmente alla Chiesa, preceduto dagli araldi d'armi dell'Impero e portando la spada sguainata in mano. Il suo cancelliere, Matteo Langen, vescovo di Gurck, salì sopra un'alta tribuna per annunziare al popolo, che Massimiliano entrava in Italia alla testa del suo esercito, e che recavasi a Roma a prendere la corona imperiale. Infatti l'imperatore eletto partì da Trento nella seguente notte con mille cinquecento cavalli e quattro mila fanti tirolesi, mentre che il marchese di Brandeburgo con cinquecento cavalli e due mila fanti avanzavasi per un'altra strada sopra Roveredo. Ma il marchese, non avendo potuto entrare in questa città, tornò subito a dietro; e Massimiliano, dopo aver guastato il territorio dei sette comuni, dove alcuni montanari quasi indipendenti vivevano sotto la protezione della repubblica di Venezia, il quarto giorno si allontanò bruscamente dai confini, e tornò a Bolzano, senza che si potesse spiegare la bizzarria di questo movimento retrogrado[420].

[420] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 401. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 307. — Lett. di Fr. Vettori da Trieste, 8 febbrajo 1508. In Mach. Legazione, t. VII, p. 183._

Dalla banda del Friuli quattrocento cavalli e cinque mila fanti austriaci entrarono nel territorio di Cadore, i di cui abitanti erano affezionatissimi ai Veneziani. Mentre che i Tedeschi assediavano in quel paese alcune rocche, Massimiliano andò a raggiugnerli con sei mila fanti: scorse circa quaranta miglia di paese al di là dei confini veneti, commettendovi grandissimi guasti; ma tutt'ad un tratto tornò con celerità ad Inspruck in sul finire di febbrajo per impegnarvi tutti i suoi giojelli; giacchè il danaro, che avea creduto bastante per tutta la campagna, era di già consunto. Quando giunse in quella città, seppe che gli Svizzeri, non ricevendo da lui danaro, avevano dato licenza al re di Francia di levare soldati nel loro paese, e che infatti cinque mila Svizzeri al soldo di Lodovico XII e tre mila al soldo della repubblica veneziana erano di già entrati in Italia. Massimiliano irritato volò ad Ulma per addirizzarsi alla lega delle città imperiali della Svevia, e persuaderla ad attaccare gli Svizzeri; nello stesso tempo esortava gli elettori a continuargli per altri sei mesi il servigio delle truppe dell'impero, perciocchè i sei primi mesi che gli erano stati accordati erano quasi terminati[421].

[421] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 402. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gall, l. XI, p. 308. — Lett. di Fr. Vettori del dì 8 di febbrajo da Trento, p. 184._

Intanto i Tedeschi, ch'egli aveva lasciati a Trento, erano rientrati nella valle del Cadore in numero di circa nove mila, ed avevano colà prese diverse fortezze; ma in appresso si lasciarono chiudere dall'Alviano, il quale, prevenendoli colla consueta sua rapidità, occupò i passaggi per i quali pensavano di ritirarsi, e fece custodire tutti i sentieri delle montagne da contadini affezionati ai Veneziani.

I Tedeschi, formando un battaglione quadrato, nel di cui centro posero le loro donne ed equipaggi, tentarono di aprirsi un passaggio il 2 di marzo: accanita fu la battaglia e d'infelice riuscita; essendo più di mille di loro rimasti sul campo, e gli altri tutti fatti prigionieri. Dopo questa vittoria l'Alviano attaccò la fortezza di Pieve di Cadore e la riconquistò. Carlo Malatesta, uno de' signori di Rimini spogliati dal papa, fu ucciso in questa battaglia[422].

[422] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 403. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 308. — P. Bembi, l. VII, p. 148. — Lett. di Fr. Vettori, d'Inspruk, 22 di marzo. Presso Machiav. Legazioni, t. VII, p. 206._

Essendosi in tal guisa dissipata l'armata austriaca, ed allontanatosi l'imperatore per cercare nuovi soccorsi, Bartolommeo d'Alviano entrò negli stati di Massimiliano con intenzione di spogliarlo di tuttociò che possedeva sul golfo di Venezia. Infatti in pochi giorni prese Gorizia, che fortificò per servire di difesa all'Italia contro i Turchi; Trieste, cui impose una grossa contribuzione, onde punirla dei contrabbandi co' quali si era arricchita; Pordenone, che poi la repubblica diede in feudo allo stesso generale per ricompensarlo de' suoi servigj; ed all'ultimo Fiume ai confini della Schiavonia[423].

[423] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 404. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 308. — P. Bembi, l. VII, p. 150-152. — Lett. di Fr. Vettori, da Trento, 30 maggio, p. 224._

I Tedeschi, che non davano unione alle loro operazioni, tentarono nello stesso tempo di avanzarsi dalla banda di Trento e del lago di Garda, ed ottennero qualche vantaggio a Calliano. Ma due mila Grigioni, che si trovavano nella loro armata, essendosi ritirati, perchè mal pagati, anche gli altri dovettero allontanarsi. Le due armate, veneziana ed austriaca, separate dalla muraglia che taglia la valle dell'Adige tra Pietra e Calliano, si limitarono per qualche tempo ad osservarsi, non facendo che qualche leggiera scaramuccia; in appresso la veneziana ritirossi a Roveredo, e l'altra a Trento, ove si disperse. Massimiliano non aveva mai potuto avere nello stesso tempo nella sua armata più di quattro mila uomini di truppe dell'impero: quando giugneva un contingente per cominciare il suo servigio, l'altro aveva di già terminati i suoi sei mesi e si ritirava. La dieta convocata in Ulma era stata prorogata; e Massimiliano, invece di tornare alla sua armata, erasi recato a Colonia. Per alcune settimane non si seppe nemmeno dove fosse; ed a ragione indispettito per tanti disastri, egli sarebbesi volentieri sottratto agli sguardi di tutto il mondo. Se i Francesi, che si erano uniti a Roveredo all'armata veneziana, avessero voluto attaccare Trento, potevano facilmente spingere molto avanti le loro conquiste; ma il Trivulzio dichiarò che aveva ricevuto ordine dal re di difendere i passaggi dell'Italia, e non di attaccare la Germania[424].

[424] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 404. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall., l. XI, p. 309. — Lett. del Vettori. Trento, 16 aprile e 30 maggio. Machiav. Leg., t. VII, p. 218-232._

Finalmente il prete Luca Renaldi, comunemente chiamato il prete Luca, che aveva la confidenza di Massimiliano, recossi a Venezia per fare alcune proposizioni di pace. Offriva ai Veneziani una tregua di tre mesi, che venne altamente da questi rifiutata, quando seppero che l'imperatore non voleva comprendervi la Francia. Troppo ruinati erano gli affari di Massimiliano, perchè egli potesse star fermo in tale pretesa; acconsentì ad una tregua di tre anni per l'Italia. Ma Lodovico XII vi si rifiutò perchè voleva farvi comprendere il duca di Gueldria. Il senato di Venezia non aveva veruna alleanza con questo duca, e risguardava la sua contesa come cosa affatto estranea alla politica d'Italia, e ad una guerra trattata soltanto ai confini della penisola. Dopo di avere fatto calde istanze agli ambasciatori di Francia di accettare la tregua tal quale veniva offerta, alfine l'accettò egli stesso semplicemente, e senza nemmeno aspettare la risposta di Lodovico XII, cui era stato spedito un corriere. Questa tregua si pubblicò il 7 di giugno ne' due campi: doveva essere comune a tutti gli alleati, che dall'una o dall'altra parte sarebbero nominati entro tre mesi, e non comprendere che l'Italia. Massimiliano nominò subito il papa, i re di Spagna, d'Inghilterra e d'Ungheria, e tutti gli stati dell'impero; i Veneziani nominarono i re di Francia e di Spagna, e tutti gli stati italiani loro alleati. Tutte le conquiste fatte nella presente guerra dovevano essere conservate da chi le aveva fatte; e l'una e l'altra potenza riservavasi il diritto d'innalzare entro la linea dei suoi confini tutte le fortificazioni che troverebbe convenienti[425].

[425] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 405. — Fr. Belcarii, l. XI, p. 309. — P. Bembi, l. VII, p. 153. — Jac. Nardi, l. IV, p. 200. — Lett. del Vettori. Trento, 8 giugno 1508; e del Mac. Bologna, 14 giugno, p. 237-257._

Una guerra che pareva minacciasse tutta l'Italia di una nuova invasione degli oltremontani, era così terminata in pochi mesi; ma per altro lasciava dietro di sè molti semi di malcontento. Massimiliano sentivasi profondamente umiliato d'avere annunciate così grandi cose, di averne eseguite di così piccole, e di avere in due mesi perduti tutti i porti di mare ch'egli possedeva sul golfo Adriatico, porti così preziosi pel commercio de' suoi stati. I Veneziani avevano fatto esperimento della gelosia de' Francesi, ed erano irritati per l'abbandono del Trivulzio, che non aveva voluto ajutarli a proseguire le loro conquiste. Finalmente Lodovico XII affettava di essere vivamente offeso perchè i Veneziani avessero sottoscritta la tregua contro il parer suo, e senza pure aspettare l'ultima sua risposta.

Per altro niuno aveva meno ragione di Lodovico XII di lagnarsi in questa occasione. Non solo i Veneziani avevano usato dei loro diritti, consultando piuttosto i proprj che i di lui interessi, e ricusando di continuare una guerra senza scopo, per fare una diversione a favore del duca di Gueldria con cui non avevano che fare; essi conoscevano abbastanza la perfida condotta del re di Francia per non credersi obbligati ad avere troppi riguardi alle sue raccomandazioni.

Lodovico XII era legato coi Veneziani da molti trattati, quando avea conchiuso con Massimiliano il trattato di Blois, in forza del quale egli e l'imperatore stipulavano la divisione degli stati di quella repubblica; e non aveva verun motivo di lagnarsi della medesima. Di nuovo le si era legato colle più strette relazioni, nello stesso tempo in cui nel precedente anno aveva avuto con Ferdinando l'abboccamento di Savona, ed aveva cercato d'interessare nella stessa divisione questo secondo potentato. In mezzo alle più amichevoli negoziazioni, in seno alle più intime alleanze Lodovico XII non cessava di aguzzare la spada con cui ferì la repubblica nell'istante della lega di Cambrai. Verun altro motivo non potrebbe darsi a questa perfida condotta, se non che i governi assoluti risguardano sempre le repubbliche come fuori del diritto delle genti, e cercano ogni occasione di distruggerle.

Infatti nello stesso tempo la condotta di Lodovico XII verso la seconda, in potenza, delle repubbliche d'Italia, non era quasi meno falsa nè meno ingiusta. Malgrado la sua alleanza coi Fiorentini, malgrado lo zelo che questo stato aveva sempre mostrato per il partito francese, egli protraeva la conquista di Pisa, che i Fiorentini erano in sul punto di effettuare; contrariava tutte le loro operazioni militari, ed all'ultimo metteva sfacciatamente a prezzo il suo assenso alla riduzione di una città, ch'egli medesimo risguardava come ribellata, e che più volte erasi obbligato a far rientrare nell'ubbidienza.

Dopo la conferenza del precedente anno col re Ferdinando, Lodovico XII aveva cominciato a riguardare come oggetto di speculazione finanziera la sommissione di Pisa. I Pisani, indeboliti da così lunga guerra, più non potevano ricevere soccorsi da Genova dopo la scossa provata da quella città, e pochissimi e nascostamente ne ricevevano da Lucca e da Siena. Sentivano avvicinarsi la loro ultima ora; i contadini rifugiati in città, e che in allora formavano più della metà della sua popolazione, cominciavano a sospirare l'istante di tornare ai loro campi, e la loro ostinazione più non era quella di prima. Pisa sarebbe probabilmente caduta fino dal 1507 in potere dei Fiorentini, se i due potenti monarchi, che in allora dettavano alternativamente le leggi all'Italia, non avessero voluto farsi pagare un avvenimento che non doveva dipendere da loro. Il re d'Arragona dichiarò agli ambasciatori fiorentini, che gli furono mandati per complimentarlo, che Lodovico XII aveva in lui rimessi gli affari di Pisa, e ch'egli prenderebbe quella città sotto la sua protezione, e non ne permetterebbe la conquista, se prima la repubblica non prometteva ai due re un onesto compenso pel loro assenso. Lodovico XII confermò questo discorso; ed all'ultimo i due re convennero di domandare ognuno cinquanta mila ducati. Promettevano a tale prezzo di mandare in Pisa una guarnigione, che i Pisani avrebbero ricevuta senza diffidenza, che dopo otto mesi avrebbe aperta la città ai Fiorentini. Questa proposizione non fu accettata, ma impedì ai Fiorentini di fare in quell'anno guastare il territorio di Pisa[426].

[426] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 195. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 283. — Jac. Arrosti Chron. di Pisa in Arch. Pisano, f. 230. — Fr. Guicciardini, l. VII, p. 388._

Dopo la partenza dei due re, i Fiorentini ricominciarono le loro spedizioni nel piano di Pisa: anzi fu questa la prima impresa della milizia ch'essi avevano ordinata in battaglioni dietro proposta del Macchiavelli, secondo i principj da lui esposti nel suo Trattato _dell'Arte della guerra_. La legge ch'egli medesimo aveva redatta intorno all'_Ordinanza Fiorentina_ fu approvata nel gran consiglio il 6 dicembre del 1506. Un corpo di dieci mila contadini venne scelto in tutto il territorio della repubblica, vestito per la prima volta dell'assisa fiorentina, con abito bianco, con calzoni per metà bianchi e rossi, ed armato come le truppe svizzere e tedesche, e come quelle esercitato tutti i giorni di festa. Questa milizia, che fu detta l'_Ordinanza_ costò alla repubblica molto meno che non costavano le truppe straniere, e si mostrò molto più disciplinata ed ubbidiente ai suoi ufficiali[427].

[427] _Macchiavelli opere, t. IV, p. 331, 356. — Jac. Nardi, l. IV, p. 200. — Scip. Ammirato, l. XXVIII, p. 284._

Tostocchè Lodovico XII si trovò liberato dall'inquietudine che gli aveva cagionato l'attacco di Massimiliano, spedì ai Fiorentini Michele Rizio per rimproverar loro le negoziazioni avute coll'imperatore. Essi avevano mostrato, diceva egli, soverchia premura di pagare un tributo alla camera imperiale, quando il loro danaro doveva essere adoperato contro il re di Francia o suoi alleati. A tale oggetto essi avevano spedito fino in Germania i loro deputati, e nello stesso tempo con un imprudente attacco contro di Pisa avevano arrischiato di accendere la guerra nel centro dell'Italia, e di fare in tal guisa una pericolosa diversione alle armi del re[428].

[428] _Fr. Guicciardini, l. VII, p. 407._