Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)
Part 22
I primi atti della sua amministrazione sembravano presagire prosperi risultamenti. Tre mila fanti ed uno squadrone di cavalleria, comandati da Girolamo, figlio di Giovan Lodovico dei Fiesco, e da suo cugino Emmanuele, si avanzavano verso Rapallo e Recco, per riacquistare il possesso di quelle due terre del dominio dei Fieschi; Paolo di Novi fece attaccare questa gente in su la strada e la sconfisse. Orlandino dei Fieschi, che cercava di penetrare nello stesso feudo per un'altra strada, fu egualmente respinto e fugato. Il Castellaccio, vecchia rocca nella più alta parte delle mura, ove i Francesi non avevano che una piccolissima guarnigione, fu forzato ad arrendersi; un nuovo riparo venne innalzato sul promontorio della lanterna, per tagliare la strada agli assalitori; e si cominciò l'assedio del Castelletto, mentre che si ebbe l'antiveggenza di levare tutti i viveri e tutti i foraggi dalla valle della Polsevera, affinchè l'armata francese non vi si potesse mantenere[392].
[392] _Ub. Folietæ Gen. Hist. l. XII, p. 700. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gal. l. X, p. 297._
Ma veruna combinazione militare può avere un felice risultamento, allorchè ne viene affidata l'esecuzione a milizie di nuova leva. Il loro coraggio è sostenuto momentaneamente dall'entusiasmo; ma poi tutto ad un tratto si lascia vincere da panici terrori, che niuna cosa poteva far prevedere. L'immaginazione, che nel soldato è una facoltà in parte soggiogata dalla disciplina, rimane sempre il più possente mobile della moltitudine. Lodovico XII, che aveva ragunata in Asti la sua armata, innoltravasi, a metà d'aprile all'incirca, per la via di Borgo de' Fornari e di Sarravalle. Perchè il paese in cui andava a portare la guerra non era fatto per la cavalleria, non conduceva che ottocento cavalieri di pesante armatura, e mille cinquecento cavaleggeri; ma loro faceva tener dietro sei mila svizzeri e sei mila fanti francesi. Paolo di Novi non aveva trascurato di fermarli alle prime gole delle montagne; aveva fatti occupare i più importanti passi da seicento fanti genovesi, perchè un maggior numero di gente sarebbe stato inutile in quegli angusti passi, e la più piccola resistenza pareva sufficiente per fermarvi il nemico. Ad ogni modo il 26 di aprile, i Genovesi, alla vista della grossa armata francese che stava per attaccarli, furono compresi da subito terrore; si posero tutti ad un tratto vergognosamente in fuga senza nè pure aver tentato di combattere; abbandonarono senza fare la menoma resistenza tutti i passi delle montagne ai Francesi, e si ripararono in Genova ove furono accompagnati da tutta la moltitudine degli abitanti della Polsevera, che cercavano di sottrarsi al saccheggio coi loro effetti e bestiami[393].
[393] _Ub. Folietæ l. XII, p. 701. — P. Bizarri S. P. Gen. Histor. l. XVIII, p. 418. — Fr. Guicciardini l. VII, p. 376. — Fr. Belcarii Com. l. X, p. 298. — Ag. Giustiniani l. VI, f. 263._
Un eguale terrore colpì gli abitanti di Genova all'arrivo di questa fuggitiva truppa. L'armata del re era di già penetrata nella Polsevera; le formidabili montagne, veri propugnacoli di Genova, erano state forzate, ed il recinto delle sue mura più non ispirava confidenza agli abitanti. Tutti si apparecchiavano ad essere saccheggiati, e d'altro omai non si occupavano che di nascondere le cose più preziose; spesso, diffidando della propria nemica fortuna, credevano più sicura della propria la casa di un altro, ed affidavano le proprie ricchezze al vicino egualmente atterrito. Per altro i cittadini facevano sui loro tetti approvvigionamenti di pietre, di dardi e di projettili, come fossero le loro case che dovevansi difendere, e non le mura della città. Queste mura erano abbandonate, e Paolo di Novi vedevasi ridotto a far barricate alle strade dopo aver alloggiati i fuggitivi della Polsevera nelle case de' nobili assenti, e ad apparecchiare la resistenza entro la città medesima, poichè non poteva persuadere i suoi concittadini a difenderne valorosamente il recinto[394].
[394] _Ub. Folietæ l. XII, p. 701. — Ag. Giustiniani l. VI, f. 263, v._
Ad ogni modo si ristabilì in Genova qualche ordine, prima che i Francesi potessero arrivare in faccia alle porte. Tarlatino, ch'era stato richiamato dall'assedio di Monaco, non aveva potuto entrare in città, perciocchè un corpo nemico gli tagliava la strada per terra, ed i venti contrarj gli chiudevano la via del mare; ma il suo luogotenente, Giacomo Corso, venne incaricato della difesa del promontorio che cuopre il porto: otto mila uomini di milizia sortirono con lui dalla città il 27 di aprile ed occuparono l'altura di Belvedere sotto al castello. I Francesi, ch'erano schierati in battaglia a Rivarolo, gli attaccarono e furono respinti con grave perdita fino all'istante in cui il Chaumont, avendo potuto far avvicinare due pezzi di cannone, prese di fianco i Genovesi e li costrinse a ritirarsi. Mentre riguadagnavano le montagne dietro di loro, la guarnigione, che doveva difendere il nuovo forte della Lanterna ed il suo promontorio, temette di trovarsi tagliata fuori, e fuggì vilmente senza aspettare il nemico. La truppa che ritiravasi dalla battaglia più non potendo entrare in città per Belvedere e per la Lanterna, fu costretta a tentare gli scoscesi sentieri delle alture, ove perdette molta gente[395].
[395] _Ub. Folietæ Gen. Hist. l. XII, p. 701. — P. Bizarri Genuens. Hist. l. XVIII, p. 419. — Fr. Guicciardini l. VII, p. 377. — Fr. Belcarii Com. l. X, p. 298. — Mém. du chev. Bayard, t. XV, ch. XXVII, p. 60. — Agost. Giustiniani l. VI, f. 263, v._
I Genovesi, costernati da questo secondo disastro, spedirono al re Stefano Giustiniani e Battista Rapallo per offrire di capitolare. Il cardinale d'Amboise loro dichiarò che Lodovico era determinato di non riceverli che a discrezione; che peraltro voleva promettere di rispettare le private proprietà. Mentre che si stava negoziando, una numerosa truppa che vedeva con dolore la vergogna che questa capitolazione apparecchiava alla sua patria, scese dalle alture di Castellaccio verso di Belvedere, per tentare di riconquistare quel ridotto; ma dopo una zuffa di tre ore, sostenuta con grande valore, fu costretta a rinunciare alla sua intrapresa. Andato a vuoto questo tentativo, i magistrati spedirono altri deputati a Lodovico, con facoltà di accettare tutte le condizioni, che vorrebbe imporre; mentre che il doge Paolo di Novi e tutti coloro che avevano troppo figurato nelle passate turbolenze per isperare perdono, si ritirarono a Pisa[396].
[396] _Ub. Folietae Gen. Hist. l. XII, p. 702. — P. Bizarri S. P. q. Gen. Hist. l. XVIII, p. 420. — Fr. Guicciardini, l. VII, p. 377._
Il re voleva domare i Genovesi e loro inspirare un durevole timore; ma non ruinarli. Quando gli furono consegnate le porte, ne affidò la guardia ad uomini d'armi francesi, e non voleva che gli Svizzeri, cui non avrebbe potuto impedir di rubare, entrassero in città. Egli stesso fissò di farvi il suo ingresso il 29 di aprile[397], e lo fece a cavallo, armato di tutto punto, tenendo la spada sguainata in mano. I magistrati, che si erano avanzati ad incontrarlo, lo ricevettero in ginocchioni, supplicandolo di condonare alla loro città una ribellione che non era contro di lui diretta. Le loro preghiere e quelle delle donne e de' fanciulli, che chiedevano grazia portando in mano tralci d'ulivo, parve che lo commovessero: dichiarò ai Genovesi che loro perdonava; ma era un perdono di re. S'innalzarono patiboli in molte parti della città, e molti cittadini furono appiccati dopo una processura sommaria: un falso amico, cui Paolo di Novi erasi confidato a Pisa per gire a Roma, lo vendette ai Francesi; questo rispettato doge fu ricondotto a Genova per esservi giustiziato; la sua testa fu posta in cima ad una picca sulla torre del Pretorio, e le sue membra divise in quarti vennero esposte sulle porte della città. La massa de' cittadini fu condannata ad una contribuzione militare di trecento mila fiorini, che il re poscia ridusse a dugento mila. Si edificò alla Lanterna una rocca inespugnabile, e tale da signoreggiare nello stesso tempo l'ingresso del porto e la città; finalmente tutti i privilegi di Genova, ed il suo trattato col re di Francia si bruciarono pubblicamente. Per altro Lodovico rendette alla comune un governo municipale, ma come una concessione fatta di suo beneplacito e non come un diritto, e vi ristabilì i nobili nella metà degli onori pubblici. Questa sentenza fu da tutti i cortigiani celebrata come un monumento della clemenza del re, e trovasi registrata da tutti gli storici come un testimonio della maravigliosa sua bontà[398].
[397] _P. Bizarro l. XVIII, p. 420. — Fr. Belcarii, Com. l. X, p. 299. — Fr. Guicciardini l. VII, p. 378._ — Ma Giacomo Nardi che s'attiene sempre al giornale del Buonaccorsi protrae tutti questi avvenimenti tre settimane, e fissa l'ingresso del re al 17 di maggio. _Hist. Fior. t. IV, p. 193. Ag. Giustiniani l. VI, f. 264_, dice il 28 di aprile.
[398] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 379. — P. Bizarro l. XVIII, p. 422. — Jac. Nardi l. IV, p. 194. — Fr. Belcarii l. X, p. 300. — P. Giovio vita di Alfonso d'Este p. 19. — Muratori An. d'Italia 1507, t. X, p. 35. — Agost. Giustiniani l. VI, f. 264. — Arnol. Ferroni l. IV, p. 66._
Lodovico XII trovavasi solo in Italia alla testa di una formidabile armata, mentre che tutti gli altri potentati erano disarmati; ma egli ben sapeva quanto così eccitasse la loro gelosia, ed in particolare quella di Massimiliano e de' principi tedeschi; onde per calmare i loro timori si affrettò di licenziare le sue truppe, ed il 14 di maggio passò a Milano, aspettando avviso che Ferdinando il Cattolico, con cui doveva avere un abboccamento in Savona, si fosse imbarcato a Napoli.
Ferdinando era stato accolto nel regno di Napoli colle più vive speranze; non erasi dubitato che non ritornasse la pace alle province, e non ponesse fine ai disordini ed alle intollerabili estorsioni sotto cui gemevano. Ma Ferdinando era povero, ed inoltre era avaro; si era obbligato di restituire ai baroni angiovini i poderi confiscati da lui e da' suoi predecessori; e siccome in appresso erano stati cotesti poderi donati o renduti ad altri gentiluomini del partito arragonese, che Ferdinando non osava spogliare, era costretto a ricomprarli; perciò talvolta non li pagava che per metà, o non li rendeva che incompletamente; e per farlo era pure forzato di raddoppiare tutte le imposte, e di opprimere il popolo con insolite estorsioni; di modo che scontentava egualmente le due classi dei gentiluomini, e tutti i contribuenti[399].
[399] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 384. — Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXIX, c. 4, p. 262. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 195. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gal. l. X, p. 302._
Ferdinando non aveva meglio saputo cattivarsi l'amore dell'unico suo vicino, Giulio II, che de' suoi proprj sudditi. Gli aveva chiesta un'investitura piena ed intera di tutto il regno in suo proprio nome, sebbene a seconda del suo trattato colla Francia, l'Abbruzzo e la Campania, ch'erano stati ceduti a Lodovico XII col trattato di Granata, dovessero risguardarsi come formanti la dote di Germana di Foix, sua consorte. Inoltre chiedeva Ferdinando che il censo annuale, che il regno doveva alla Chiesa, fosse per lui ridotto come lo era stato per i suoi predecessori: per lo contrario Giulio insisteva per l'intero pagamento del tributo com'era regolato dalle antiche investiture. Questi punti controversi non erano ancora stati definiti, quando Ferdinando risolse di partire dal regno di Napoli per tornare a Barcellona. Salpò dalla sua capitale il 4 di giugno, e non volle approdare ad Ostia, sebbene sapesse che il papa lo stava colà aspettando per avere con lui un abboccamento[400].
[400] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 384. — Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXIX, c. VIII, p. 269. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall. l. X, p. 302._
Ferdinando era sollecitamente richiamato in Ispagna dal bisogno di provvedere al governo del regno di Castiglia. La di lui figlia, Giovanna, dopo la morte di Filippo, suo sposo, era oppressa dal dolore; e pareva che non comprendesse se non ciò che risguardava il perduto suo sposo, e non si poteva intorno a qualsiasi altro argomento ottenere da lei risposta. Sebbene la sua condotta sembrasse frequentemente straordinaria, ed eccessivo il suo dolore, non perciò erasi ancora conosciuto che aveva perduta la ragione. Un tale sospetto presentasi sempre tardi ai cortigiani, ed è lungamente respinto malgrado l'evidenza. Pure la regina non voleva dare verun ordine, non voleva sottoscrivere decreti, e l'inalterabile attaccamento de' Castigliani alle loro forme legali gettava il regno in una assoluta anarchia. La nobiltà di ogni paese era divisa in fazioni, che cominciavano a farsi giustizia da loro colle armi alla mano; la nazione non era per anco accostumata all'orrore delle procedure dell'inquisizione stabilita da Isabella, e Cordova erasi sollevata per iscuotere il giogo degl'inquisitori[401]. Ferdinando era da tutti i partiti richiamato in un regno, da cui era stato espulso pochi mesi prima; pareva che la sola sua mano potesse mettere fine all'anarchia.
[401] _Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXIX, c. III e V, p. 261, 264._
Ferdinando più non doveva trovare in Ispagna il celebre avventuriere che vi aveva fatto condurre prigioniero. La libertà del duca Valentino, Cesare Borgia, era stata da Ferdinando rifiutata al re di Navarra, di cui egli aveva sposata la sorella, al duca di Ferrara che aveva sposata la sua, e che si faceva garante pel Valentino, finalmente ai cardinali spagnuoli debitori della loro elezione ad Alessandro VI[402]. Ma il Borgia aveva potuto salvarsi colla fuga, valendosi di una scala di corda per iscendere dalle mura della fortezza di Medina del Campo dov'era stato chiuso, ed erasi rifugiato presso suo cognato Giovanni d'Albret, re di Navarra. Questi, che in allora trovavasi in guerra col conte di Lerin, credette di non poter confidare a miglior capitano il comando della sua armata. Pure Cesare Borgia il 10 di marzo fu tratto da un corpo di cavalleria, che fuggiva innanzi a lui, in un'imboscata che gli si era apparecchiata in vicinanza di Viane; rovesciato da un colpo di lancia dal suo cavallo, continuò ancora a difendersi valorosamente a piedi, finchè, oppresso dal numero, fu ucciso. Quest'uomo, renduto celebre da tanti delitti, non era privo di virtù; valoroso, eloquente, accorto, prodigo de' suoi beneficj senza mai sbilanciare le sue finanze, zelante per la conservazione della giustizia ne' suoi stati, abbastanza illuminato per dar loro un'amministrazione che li fece in poco tempo prosperare, egli seppe rendersi caro ai suoi sudditi ed a' suoi soldati, mentre era l'orrore e lo spavento de' principi suoi vicini e di coloro che non erano a lui soggetti[403].
[402] _Ivi, l. XXVIII, c. XII, p. 240._
[403] _Jo. Marianae de reb. Hisp., l. XXIX, c. VI, p. 266. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 199._
Ferdinando arrivò a Savona il 28 di giugno, e vi trovò Lodovico XII, che lo stava attendendo, e colà i due sovrani si trattennero quattro giorni in segrete famigliarissime conferenze. Lodovico XII era stato il primo a visitare Ferdinando sulla sua galera; lo ricevette in appresso a vicenda in casa sua; e l'Italia non poteva concepire come questi due monarchi, tanto tempo nemici, e di così poco dilicata parola, si fidassero alternativamente l'uno dell'altro. Gonsalvo di Cordova accompagnava il re cattolico, che non aveva voluto lasciarlo solo a Napoli; Lodovico XII, pieno di ammirazione pel generale che gli aveva fatto tanto male, volle che solo degli uomini privati fosse ammesso alla mensa a cui mangiavano i due re e la regina. Tutta la corte di Francia mostrava lo stesso rispetto per Gonsalvo; ma fu questo l'ultimo giorno di trionfo di quel gran capitano: tanti onori non servirono che ad accrescere la diffidenza di Ferdinando, il quale, ricusandogli la carica di gran maestro di Compostella, cercando di scemare la sua ricchezza, di abbassare la sua famiglia, di perderlo nell'opinione de' suoi amici, lo ritenne a Loxa, lontano 10 miglia da Granata, in una specie d'esilio fino al 2 di dicembre del 1515, in cui Gonsalvo morì di doppia febbre quartana nell'età di sessantatre anni[404].
[404] _P. Jovii Vita M. Consalvi l. III, p. 252 usque ad finem, p. 268. — Fr. Guicciardini, l. VII, p. 385. — Jo. Marianae de reb. Hisp. l. XXIX, c. IX, p. 270. — P. Bizarri Gen., l. XVIII, p. 425. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 198. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall. l. X, p. 303._
Le risoluzioni prese dai due re nella loro conferenza di Savona, e che seppersi in seguito avere avuto per principale oggetto gli affari di Venezia e quelli di Pisa, rimasero alcun tempo ancora avviluppate in profondo segreto; mentre che l'ingresso di Lodovico XII in Italia con una potente armata, che la sommissione di Genova, che il suo soggiorno in Milano ed il suo abboccamento in Savona con Ferdinando, sorprendevano tutti i popoli, e spaventavano tutte le corti. Lo scioglimento dell'armata francese, ed il ritorno di Lodovico in Francia, non calmarono questi timori che dopo di aver loro lasciato il tempo di produrre importanti effetti. Tanti stati si trovavano in allora in una precaria situazione; tanti malcontenti e segrete gelosie dividevano i governi, che verun di loro non vedeva senza un estremo terrore un monarca straniero comandare in Italia un'armata, che sola bastare poteva a regolare i destini di tutto il paese.
In particolare Giulio II, sebbene avesse più volte eccitato Lodovico XII ad unirsi a lui contro i Veneziani, presentemente accoglieva contro di lui i più ingiuriosi sospetti. La subita collera e la diffidenza succedevansi nell'animo di questo papa con una strana rapidità; ed il suo carattere bollente ed impetuoso manifestava maggior debolezza che verace magnanimità. Annibale Bentivoglio aveva cercato di rientrare in Bologna con seicento fanti assoldati nel Milanese; il papa non si accontentò di prendere motivo da questo tentativo per fare spianare dal popolo ammutinato il palazzo del Bentivoglio a Bologna, monumento della più bella architettura[405], ma domandò ancora che tutti i Bentivogli gli fossero consegnati, o per lo meno scacciati dallo stato di Milano. Per costringere il re ad assoggettarsi a così indegna condizione, ricusò il cappello di cardinale al vescovo d'Albi, fratello di Chaumont, cui lo aveva promesso, e nello stesso tempo addirizzò un breve all'imperatore, nel quale gli annunziava che il re di Francia non aveva avuto altro scopo, entrando in Italia con una così potente armata, che quello d'innalzare alla santa sede il suo favorito, il cardinale Giorgio d'Amboise, dopo di avere invasi gli stati della Chiesa; che quest'ambizione di Lodovico XII e del suo favorito più non si potevano dissimulare al mondo; che quegli aveva di già cercato di dominare il conclave col terrore delle sue armi, nelle due precedenti elezioni, e che l'altro suo segreto pensiero di farsi all'ultimo conferire la corona dell'impero dal papa ch'egli avrebbe creato, e che gli sarebbe interamente ligio, più non poteva richiamarsi in dubbio[406].
[405] _Jac. Nardi, l. IV, p. 191. — P. Jovii Epit. Hist., l. IX, p. 156._
[406] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 380. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gall., l. X, p. 300._
Massimiliano, che di quest'epoca aveva fatto un viaggio in Fiandra per domandare agli stati di quelle province l'amministrazione e la tutela dell'eredità di suo nipote, e che non aveva potuto ottenerla, tornò a Costanza, dove aveva adunata una dieta dell'impero. Espose in quell'assemblea con molto calore ed eloquenza le lagnanze del papa, ed i disegni de' Francesi: Massimiliano era coraggiosissimo, aveva eleganti maniere, ed un'affettazione cavalleresca, che seduceva la sua corte, e che presso di quella lo faceva passare per un grand'uomo, sebbene la sua prodigalità e la sua instabilità avessero da molto tempo fatto conoscere il poco conto che poteva farsi di lui. Egli parlò ai Tedeschi della loro gloria militare, di cui i Francesi tentavano di rapir loro il premio, usurpando la corona imperiale; dei pericoli che avevano sprezzati; de' sagrificj che avevano di buon animo sostenuti, per salvare l'onore della nazione; della lunga discordia del corpo germanico, sola cagione della sua debolezza; e per ultimo di quella potenza con cui potrebbe dettare leggi alla Francia e riconquistare l'Italia, quando volesse soltanto spiegarla. Veruna dieta dell'impero era stata da lungo tempo così numerosa, veruna aveva manifestato un così vivo entusiasmo, veruna erasi mostrata così disposta ad adottare le più vigorose determinazioni. Massimiliano aveva domandato che fosse posto sotto i suoi ordini un esercito, non al solo oggetto di prendere la corona imperiale in Italia, ma ancora di ricuperare il Milanese, la di cui investitura a favore del re di Francia, condizionata al matrimonio di Claudia di Francia con Carlo, era stata annullata dopo la rottura di detto matrimonio. La dieta dell'impero accolse avidamente questa proposizione, e parve determinata a mettere sotto il comando del suo capo assai maggiori forze di quelle che mai non avesse avute veruno de' suoi predecessori[407].
[407] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 380. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IV, p. 199. — Fr. Belcarii, l. X, p. 301._
Intanto i principi tedeschi non tardarono ad avere notizia che Lodovico XII aveva licenziato il suo esercito dopo la conquista di Genova, di modo che non poteva avere più vasti progetti di quelli che aveva annunciati. Altronde i segreti agenti del re di Francia si erano separatamente diretti a ciascheduno de' principi tedeschi e protestando che il loro padrone non covava ostili intenzioni nè contro la Chiesa nè contro l'impero, avevano risvegliata l'antica loro diffidenza verso l'imperatore: lo avevano essi rappresentato siccome colui che cercava sotto vani pretesti di disporre di tutte le loro forze per ridurli in ischiavitù, ed avevano avvalorate queste insinuazioni col danaro sparso tra i principi e tra i loro ministri. Volendo la dieta regolare i sussidj che aveva promessi, domandò che la spedizione d'Italia si facesse in di lei nome, che dalla dieta si nominassero i generali, e che le conquiste appartenessero a tutto il corpo germanico. Massimiliano rifiutò tali condizioni, e con ciò accrebbe la diffidenza de' Tedeschi. Dichiarò che preferiva di ricevere piccoli sussidj, e restare solo capo dell'intrapresa; in conseguenza la dieta gli accordò un'armata di otto mila cavalli e di ventidue mila fanti, pagati per sei mesi, a datare dalla metà di ottobre, ed inoltre un sussidio di 120,000 fiorini per l'artiglieria e per le spese straordinarie. Dopo di ciò si sciolse il 20 di agosto, senza avere meglio provveduto delle precedenti diete all'esecuzione di così magnifiche promesse[408].
[408] _Fr. Guicciardini, l. VII, p, 386. — Fr. Belcarii, l. X, p. 304._
Massimiliano, il quale credeva che tutta l'arte del regnare consistesse nel celare a tutti i proprj segreti, assegnò tre luoghi molto distanti per l'unione delle tre armate dell'impero. Una doveva raccogliersi in Trento per minacciare il Veronese, l'altra a Besanzone per minacciare la Borgogna, l'ultima nella Carniola per minacciare il Friuli[409]. Non permetteva che i ministri esteri si trattenessero presso di lui, tenendoli in certo qual modo relegati in qualche piccola città, a Trento, a Bolzano, a Morano, lontani dalla corte e dall'armata; e con ciò li poneva nell'impossibilità di penetrare i suoi disegni, o di valutare le sue forze[410].
[409] _Machiavelli Legaz. all'imp. lett. di Bolzano del 17 gennajo 1508, t. VII, p. 161._
[410] _Lettere del Macchiavelli e Fran. Vettori nella Legaz. all'imp., t. VII, passim._