Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)

Part 21

Chapter 213,599 wordsPublic domain

[375] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 368. — P. Jovii Vita M. Consalvi l. III, p. 251. — Belcarii Com. l. X, p. 294. — Macchiavelli Legaz. lett. XXIII, ex Urbino 28 sett. p. 113. — Summonte Ist. di Napoli l. VI, c. V, t. IV, p. 4. — Jac. Nardi l. IV, p. 190. — Ist. di Gio. Cambi t. XXI, p. 213. — P. Bembi Ist. Ven. l. VII, p. 143._

CAPITOLO CIV.

_Sollevazione di Genova, e sua punizione per parte di Lodovico XII; abboccamento di questo monarca con Ferdinando il cattolico; Massimiliano minaccia la Francia, attacca i Veneziani, poi fa con loro la pace; miseria di Pisa e sua sommissione ai Fiorentini._

1506 = 1509.

Non eravi stato verun periodo nella storia d'Italia, in cui Genova avesse meno richiamato l'attenzione degli altri popoli, e provato minor numero di quelle intestine convulsioni di cui abbiamo parlato. Vero è che la repubblica più non era libera, più non aveva volontà propria, nè più dipendeva dalle sue deliberazioni il partito cui s'appiglierebbe; Genova, che la violenza delle sue rivoluzioni aveva gettata sotto il dominio degli Sforza, era in appresso passata sotto l'autorità del re di Francia, quasi facesse parte del ducato di Milano. Pure in forza di una volontaria capitolazione ella aveva accordate al sovrano di Lombardia press'a poco le stesse prerogative che prima esercitava il suo proprio doge. Questa capitolazione sussisteva sempre tra Genova e la Francia, e sebbene la libertà più non fosse intera, sebbene la pubblica energia fosse scemata nella stessa proporzione che i diritti dei cittadini, sebbene non avessero più flotte dominatrici del Mediterraneo, non armate che disputassero l'impero dell'Italia, non tesori con cui assoldare le potenze straniere, non commercio finalmente che potesse rivalizzare con quello di Venezia, o soltanto di Firenze, pure la sua amministrazione era tuttavia repubblicana, la costituzione rimasta press'a poco conforme all'antica, e passabilmente guarantita la sicurezza delle persone e delle proprietà.

Le fazioni che non molti anni prima avevano dato a Genova una così formidabile potenza, sentivansi contenute dal timore del monarca, nè più versavano sangue, nè più si disputavano la suprema autorità colle armi alla mano. La legge aveva divise le magistrature in eguali porzioni tra la nobiltà e la plebe, e tutti erano rimasti lungo tempo soddisfatti di questa divisione. Ma dopo che un governatore francese occupava in Genova la carica di doge, questo governatore, vanaglorioso de' suoi natali, aveva data una decisa preferenza alla nobiltà del paese da lui amministrato. Egli più non ammetteva che nobili nella sua società, loro accordava il vantaggio in tutte le contestazioni, e quando ancora faceva eseguire tra di loro ed il popolo la disposizione delle capitolazioni, si maravigliava che _uomini da nulla_ avessero osato di dettare leggi _a persone di qualità_.

La nobiltà genovese, approfittando del favore del governatore, aveva preso verso le classi inferiori un contegno insolente, che non si era mai permesso di mostrare, finchè, secondo le antiche leggi dello stato, il doge erasi scelto esclusivamente nell'ordine plebeo. Nello stesso tempo, sagrificando ogni altra considerazione ai suoi personali vantaggi, la nobiltà più non prendevasi pensiero dell'indipendenza della patria, e ad ogni contesa abbracciava sempre l'interesse del padrone straniero che signoreggiava la repubblica[376].

[376] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 370._

L'opposizione tra il pubblico interesse de' cittadini, e l'interesse del cortigiano, che animava i nobili, si manifestò quando i Pisani nel 1504 vollero darsi ai Genovesi, impetrando colle più calde istanze ciò che in altro tempo i Genovesi avrebbero risguardato come il più luminoso vantaggio. Tutto il partito popolare si mostrò desideroso di accettare tale proposizione; per lo contrario la nobiltà, conoscendo le intenzioni della corte, vi si oppose con estrema ostinazione[377]. Colui che fra gli altri nobili si adoperò con maggior zelo per rendere vano il comune voto de' suoi concittadini, fu Gio. Lodovico del Fiesco, di quest'epoca il più ricco di tutti i membri della nobiltà, e quello che contar poteva sopra un maggior numero di clienti; perciocchè da un canto possedeva nella riviera di Levante ragguardevoli feudi, dall'altra aveva ricevuto dalla bontà del re importanti governi nella riviera di Ponente. Giovan Lodovico del Fiesco opponevasi all'acquisto di Pisa, perchè voleva tenere la repubblica genovese in uno stato di debolezza tale da potervi con minori ostacoli fondare il credito di sua famiglia; perchè voleva piacere a Lodovico XII, che vedeva con gelosia accrescersi la potenza dei Genovesi; finalmente perchè accarezzava i Fiorentini, dall'oro dei quali la pubblica opinione accusavalo in Genova d'essere stato guadagnato[378]. Ma il ragionamento con cui cercò di far prevalere la propria opinione manifesta lo strano indebolimento della repubblica; invece di marinai e di soldati la popolazione di Genova più non contava che tessitori e manifatturieri; di modo che difficilmente trovavasi gente da armare due o tre galere per la guardia del porto, mentre non v'era tesoro, e non si voleva, o non si poteva sopportare straordinarie imposte[379].

[377] _P. Bizarri Sen. Pop. Gen. Hist. l. XVII, p. 412._

[378] _Ub. Folietæ Gen. Hist. l. XII, p. 681._

[379] _Ivi l. XII, p. 682._

L'irritamento del popolo contro la nobiltà andò sempre crescendo dopo questa contestazione intorno all'acquisto di Pisa. Il popolo cominciò ad accusare la nobiltà di avere sagrificato l'onore della patria ai personali vantaggi che si riprometteva dalla corte. Altronde di quest'epoca il nome di nobiltà ristringevasi in Genova ai soli discendenti delle quattro potenti famiglie che avevano pel corso di un secolo esercitata la sovranità in quella repubblica; mentre che i discendenti di coloro che prima del tredicesimo secolo avevano divisa l'amministrazione coi Doria e cogli Spinola, coi Fieschi e coi Grimaldi, o di coloro che si erano innalzati dopo il 1339, erano egualmente confusi sotto il nome di popolo. Quest'ultimo ordine pareggiava quello dei nobili in ricchezze ed in talenti, e non credevasi pure per conto dei natali da meno di loro. Sì gli uni che gli altri si consacravano al commercio, che suole inspirare sentimenti di eguaglianza; e quando i nobili cominciarono ad armarsi di pugnale, sul di cui manico avevano fatto incidere castiga villano, i plebei, che si sentivano ad un tempo minacciati ed oltraggiati da tanta insolenza, giurarono di vendicarsi di un disprezzo così poco meritato[380].

[380] _Jean d'Anton Hist. de Louis XII, an. 1506, p. 47. — Observations sur les Mém. de Fleuranges t. XVI, p. 329. — Uberti Folietæ l. XII, p. 687. — Ag. Giustiniani An. di Genova l. VI, f. 258._

Ogni giorno qualche gentiluomo insultava qualche cittadino dell'ordine del popolo; ma questi non poteva sperare soddisfacimento, perchè la metà di tutti i tribunali e di tutti i consiglj era composta di nobili, determinati a sottrarre i loro compagni ad ogni castigo, e perchè il governatore reale era sempre disposto ad assecondarli. Perciò dopo qualunque oltraggio, dopo qualsiasi atto violento, il popolo si adunava sempre per domandare, che, postocchè le famiglie dell'ordine popolare, illustri, ricche e da gran tempo in possesso del governo, erano il doppio più numerose di quelle dei nobili, ottennessero altresì i due terzi de' pubblici impieghi. Questa domanda, presentata più volte, era dai nobili sdegnosamente respinta e dal governatore delusa. Ma questi cominciava a concepire qualche inquietudine dell'universale fermento, per calmare il quale si adottò la norma, qualunque volta un nobile faceva ingiuria ad un popolano di bandire l'offensore e l'offeso; onde sottrarli così ambidue agli occhi de' faziosi che potevano inasprirsi.

Quest'artificio ritardò per qualche tempo una esplosione che sembrava inevitabile, ma non potè impedirla. Una contesa, accaduta in un mercato per leggierissimo motivo tra Visconti Doria, gentiluomo altronde universalmente stimato, ma orgoglioso ed irascibile come i suoi pari, ed un popolano[381], fece immediatamente prendere a tutti le armi. Paolo Battista Giustiniani ed Emmanuello Canali, ambidue dell'ordine del popolo, sebbene appartenenti ad illustri famiglie, si posero alla testa de' sollevati. Visconti Doria fu ucciso, un altro Doria ed alcuni altri nobili feriti, e Roccabertino, luogotenente del re, non ottenne di calmare il popolo che col promettere che d'ora innanzi l'ordine del popolo avrebbe due parti nelle elezioni, e la nobiltà la terza. La proposizione fu portata nel susseguente giorno al supremo consiglio; approvata; ed ebbe forza di legge[382].

[381] «Fu un certo Guillon, della classe del popolo, dice Giovanni d'Anton, storico francese contemporaneo, il quale contrattava con taluno che colà si trovava dei funghi, e li voleva portar via; così li voleva pure Visconti Doria, gentiluomo, il quale diede di piglio al paniere dov'erano detti funghi. Il Guillon, che ancora non gli aveva pagati, li volle per sè, dicendo ch'era stato il primo a contrattarli, e che gli avrebbe; ciò vedendo il detto gentiluomo diede un gran pugno sul volto al Guillon, dicendo: Porta via cotesto, ed io i funghi. Ed infatti sguainò una daga e volle ferire il detto Guillon che subito si trasse a dietro, e come oltraggiato d'essere stato battuto, tutto pieno d'ira e di livore cominciò a gridare: _Popolo! popolo! addosso ai gentiluomini!_ onde tutt'ad un tratto il popolo si mosse.... Sicchè in meno di un'ora più di dieci mila villani furono armati per le strade.» _Giovanni d'Anton Ist. di Lodovico XII, p. 47. — Observ. sur les Mémoires de Fleuranges t. XVI, p. 330. — Ag. Giust. VI, f. 259._

[382] _Ub. Folietæ l. XII, p. 690. — P. Bizarro Hist. Gen. l. XVIII, p. 414. — Fr. Guicciardini l. VII, p. 371. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall. l. X, p. 296. — Ag. Giustiniani Ann. l. VI, f. 260._

Ma la vittoria dovevasi ad una sollevazione di tutto il popolo, mentre che le illustri famiglie dell'ordine popolare sembravano aver voluto riservarne a sè sole tutti i frutti; ben tosto più non furono padrone delle classi inferiori da loro poste in movimento. Tre giorni dopo ch'era stata portata la legge che cambiava la divisione de' pubblici onori; la plebaglia sollevossi di nuovo, andò ad attaccare le case dei nobili, ed a saccheggiarle. I capi dell'ordine popolare si opposero con tutte le forze che avevano a questo anarchico tumulto; i nobili fuggirono ed implorarono contro la loro patria l'assistenza degli stranieri[383].

[383] _Ub. Folietæ Hist. Gen. l. XII, p. 691. — Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 192._

I nobili genovesi fuggiaschi avevano convenuto di trovarsi in Asti, ove si adunarono presso Filippo di Ravenstein, che Lodovico XII aveva nominato governatore di Genova, affinchè l'alto rango di questo signore, e la memoria del potere da lui in altri tempi esercitato in quella città, rendesse più facilmente i cittadini ubbidienti. Ma mentre che Giovan Lodovico dei Fieschi e tutti i gentiluomini fuggitivi eransi ragunati intorno al Ravenstein, giunsero presso di lui gli ambasciatori della repubblica per giustificare la condotta de' loro concittadini, ed assicurare il governo dell'intera loro sommissione. Il Ravenstein entrò in Genova il 15 di agosto, circondato dalle truppe e preceduto dai magistrati a piedi. Egli cercava d'inspirar terrore, ed invece eccitò la diffidenza ed il risentimento. L'aristocrazia plebea, che aveva cominciata la rivoluzione, temeva di compromettersi in faccia al governatore, ed altronde temeva la rivalità delle classi inferiori: ma queste fecero col loro vigore comprendere al Ravenstein il pericolo di provocare una potente città, che il più leggiere abuso d'autorità potrebbe spingere alla ribellione. Egli costrinse Giovan Lodovico del Fiesco ad uscire da Genova; acconsentì che si nominassero i magistrati in conformità del decreto che faceva una nuova divisione de' pubblici onori; e non si oppose alla creazione di otto tribuni scelti dal popolo per essere i loro protettori[384].

[384] _Ub. Folietæ Hist. Gen. l. XII, p. 692. — P. Bizarri S. P. Hist. Gen. l XVIII, p. 415 — Fr. Guicciardini l. VII, p. 371. — Ag. Giustiniani l. VI, f. 260, v._

La stessa causa che si agitava innanzi al Ravenstein, trattavasi ancora innanzi a Lodovico XII, cui dalla repubblica era stato spedito il giureconsulto Nicolò Oderici, in qualità di ambasciatore, per difendere le pretese del popolo. Il motivo col quale i nobili avevano principalmente cercato d'irritare il re, fu appunto quello che gli fece sentire il bisogno di procedere con moderazione, avendo essi rappresentati i loro avversarj in atto di deliberare se dovessero assoggettare la repubblica ad un altro principe estero.

Di quest'epoca Filippo I, re di Castiglia, viveva ancora; e Lodovico XII, che lo vedeva camminare rapidamente a quella potenza cui giunse in seguito Carlo V, aveva di lui concepita un'estrema diffidenza. Per non dargli occasione di prendere piede a Genova, Lodovico acconsentì a sanzionare egli medesimo il decreto che riduceva i nobili al terzo de' pubblici onori; ma vi aggiunse una condizione: che tutti i feudi che Giovan Lodovico del Fiesco possedeva nella Riviera di levante gli sarebbero restituiti. In tempo delle turbolenze il partito popolare gli aveva attaccati, e conquistatone il maggior numero. Michele Rizio, giurisconsulto ed emigrato napolitano, venne incaricato di recare a Genova il decreto, e di dargli esecuzione[385].

[385] _Uberti Folietæ Hist. Gen. l. XII, p. 693. — P. Bizarri Hist. Gen. l. XVIII, p. 416. — Fr. Guicciardini l. VII, p. 372. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gall. l. X, p. 296._

Gli uomini più distinti del partito popolare erano contenti, e non chiedevano di più. Ma il popolo ed i tribuni da lui scelti non erano di ciò soddisfatti; essi dicevano, che richiamando in Genova un gentiluomo orgoglioso, vendicativo, e che aveva abjurata la patria per vendersi alla corte, che restituendogli que' feudi che gli davano il modo di avere a sua disposizione alcune migliaja di vassalli e le migliori rocche della Liguria, non potevasi trovare veruna guarenzia nelle leggi ch'egli aveva così frequentemente violate. Erano ben contenti di ricevere entro la loro città Giovan Lodovico del Fiesco, ma a condizione che i suoi feudi fossero governati dalle leggi comuni, e subordinati ai magistrati della repubblica. Si è più volte rinfacciato ai riformatori di non aver saputo contenersi entro un limite nelle loro riforme: in fatti il rimprovero è fondato; volendo sempre avanzare, compromettono ciò che hanno di già acquistato, ed arrivano frequentemente a perdere un vantaggio certo per avere voluto ottenerne un altro di cui avrebbero potuto far senza. Ma non dobbiamo dimenticare quale sia lo stato della legislazione, quale sia l'ordine pubblico ne' paesi in cui s'intraprendono tali riforme; ovunque non s'incontrano che abusi, usurpazioni e patimenti. I riformatori hanno quasi sempre giustissimi motivi per distruggere ciò che attaccano, sebbene avrebbero mostrato maggiore prudenza e moderazione conservando una parte dell'edificio ed approfittandone mentre che rifacevano l'altra parte. In appresso vengono severamente giudicati dietro le istituzioni con cui rimpiazzarono le abolite; ma quelle non hanno a favor loro nè l'appoggio dell'esperienza che supplisce al raziocinio, nè la sanzione del pregiudizio, che dispensa dalla disamina. La forza d'inerzia conserva ancora lungamente il movimento acquistato di una cattiva macchina; la stessa forza si oppone altresì lungamente al movimento, che si vuole dare ad una macchina migliore d'assai, ma che non fu peranco adoperata.

Era indubitatamente dannoso alla repubblica il lasciare in mano di Giovan Luigi del Fiesco, dichiarato nemico dell'ordine popolare, la metà delle terre murate nelle due riviere, e quelle in particolare da cui la città traeva le sue vittovaglie; di modo che questo cittadino poteva all'ombra della pace tenere la sua patria come assediata. Per altro le persone prudenti avrebbero desiderato di assoggettarsi a quest'inconveniente, piuttosto che esporsi al pericolo assai più grave di ricusare l'aggiustamento proposto dal re: per lo contrario il popolo, invece di voler rendere al suo nemico de' feudi, che non possedeva con altro titolo che con quello di un'antica usurpazione, risolse di riconquistare un altro feudo egualmente tolto alla repubblica da una famiglia nobile, quello di Monaco, di cui erasi impadronito Luciano Grimaldi, e di cui, sotto la protezione di una fortissima rocca, aveva formato un asilo pei pirati armati a danno del commercio di Genova. I tribuni del popolo chiamarono da Pisa Tarlatino, che aveva con tanto valore difesa quella città, e che nel presente anno vi si credeva inutile, perchè i Fiorentini avevano sospesi i loro attacchi. I Tribuni gli diedero due mila uomini con due galere ed alcuni piccoli vascelli, e gli ordinarono in sul finire di settembre di attaccare Monaco[386].

[386] _Ub. Folietæ l. XII, p. 694. — P. Bizarro l. XVIII, p. 416. — Fr. Guicciardini l. VII, p. 373. — Jacopo Arrosti Cron. di Pisa in Arch. Pisano f. 228, v. — Ag. Giustiniani l. VI, p. 261._

Il Ravenstein, irritato da questa mancanza di riguardi, il 25 di ottobre abbandonò una città dove l'autorità reale più non era rispettata. Altronde la gelosia del signore di Chaumont, nipote del cardinale d'Amboise e governatore di Milano, e quella del luogotenente del re, Roccabertino, che aveva comandato in tempo di sua assenza, rendevano la sua situazione critica e spiacevole. Altri emigrati della nobiltà avevano invocata la protezione di Lodovico XII, il quale, liberato per la morte di Filippo, re di Castiglia, dai timori che aveva concepiti per conto dell'Italia, risolse di ristabilire con aperta forza la sua autorità in Genova, di condurvi egli medesimo la sua armata, onde non esporsi ai danni che la divisione dell'autorità aveva in addietro cagionato ai suoi luogotenenti, e di approfittare di questa spedizione per avere in Bologna col papa un abboccamento intorno agli affari di Venezia, che Giulio II chiedeva caldamente già da qualche tempo[387].

[387] _P. Bizarro Hist. l. XVIII, p. 417. — Ub. Folietæ l. XII, p. 696. — Fr. Belcarii Comm. l. X, p. 296. — Ag. Giustiniani l. VI, f. 262._

Mentre che Lodovico XII adunava le sue truppe per la spedizione d'Italia, ordinò al comandante del Castelletto di Genova, ed al signore di Chaumont, di trattare i Genovesi come nemici. Il primo, uomo crudele ed avido, colse con piacere quest'occasione che gli si offriva di far del male. Una festa aveva chiamata alla chiesa di san Francesco, attigua al Castelletto, una numerosa congregazione: il comandante, senza prima avere denunciato il cominciamento delle ostilità, occupò le porte di quella chiesa, e dopo averne fatti uscire i gentiluomini e le donne, fece porre in carcere tutti i cittadini che vi si trovarono, ai quali non diede la libertà che pel prezzo di dieci mila fiorini. Subito dopo cominciò a bombardare la città ed il porto; calò a fondo molti vascelli e distrusse parecchie case, ove gli abitanti erano affatto fuori di sospetto dall'aspettarsi una tale violenza. Nello stesso tempo Roccabertino lasciò una città che risguardava come ribelle, sebbene lo stendardo reale continuasse ancora lungo tempo a sventolare sul pretorio. Il signore di Chaumont vietò ai Genovesi ogni commercio colla Lombardia, e loro ricusò il frumento che solevano esportarne. Intanto Ivone d'Allegre s'incamminò verso Monaco per costringere il Tarlatino a levarne l'assedio[388].

[388] _P. Bizarro l. XVIII, p. 417. — Ub. Folietæ l. XII, p. 698. — Fr. Guicciardini l. VII, p. 374. — Ag. Giustiniani l. VI, f. 262, v._

Carlo Domenico del Carretto, cardinale di Finale, esortava i Genovesi, suoi compatriotti, a pacificarsi col re, onde non provocare contro di loro tutte le di lui forze, in un tempo in cui si vedevano senz'alleati; offrì loro la sua mediazione, promettendo di conservare tutti i privilegi alla città ed al partito popolare. Ma i Genovesi non si credevano così privi di mezzi come effettivamente lo erano. Avevano essi implorata l'assistenza del papa, il quale, nato a Savona, era loro compatriotto, e che per conto di sua famiglia apparteneva al partito popolare. Giulio II aveva infatti scritto al re assai caldamente in favore della sua patria, e perchè le sue rimostranze erano rimaste infruttuose, aveva dispettosamente abbandonata Bologna il 22 di febbrajo per tornare a Roma, rendendo in tal modo impossibile l'abboccamento che il re si era proposto di avere con lui in Italia, e tanto più mostrandosi sollecito di partire, quanto maggiori erano le istanze del cardinale d'Amboise per trattenerlo[389].

[389] _Ub. Folietæ l. XII, p. 697. — P. Bizarro l. XVIII, p. 417. — Fr. Guicciardini l. VII, p. 374. — Jac. Nardi l. IV, p. 192. — Parisius a Grassis in Itinere Julii II apud Rayn. An. eccl. 1507, § 1, t. XX, p. 48._

I Genovesi avevano pure trovato favorevole accoglimento presso l'imperatore Massimiliano, di cui avevano invocata la protezione. Questo monarca, sempre apparecchiato a tutto intraprendere, sempre incapace di condurre a fine verun suo disegno, sempre compromettendo la sua dignità imperiale col suo ardore di voler far rivivere certi diritti dell'impero andati in desuetudine e colla debolezza e coll'instabilità con cui poco dopo gli abbandonava, scrisse caldamente a Lodovico XII per raccomandargli i Genovesi; gli rammentò che dipendevano dalla camera imperiale, e che avevano diritto alla sua protezione; e perciò offriva la sua mediazione pel ristabilimento della pace. Questa lettera vivamente eccitò la gelosia di Lodovico XII, poichè questi risguardolla come una prova della _defezione_ dei Genovesi, i quali scuotevano il giogo della sua autorità per porsi sotto quella dell'imperatore. Peraltro egli conosceva bastantemente per lunga esperienza il carattere di Massimiliano, onde essere sicuro che le sue parole non sarebbero seguite dai fatti; e questa lettera non produsse altro effetto che quello di affrettare la sua spedizione[390].

[390] _Ub. Folietæ Hist. l. XII, p. 699. — P. Bizarri Gen. Hist. l. XVIII, p. 418._

Le vane speranze con cui Massimiliano aveva nudriti i Genovesi, gli spinsero finalmente ad iscuotere del tutto il giogo dell'autorità francese, che avevano fin allora rispettata. Nominarono un doge, lo che tornava lo stesso che proclamare la loro indipendenza; e perchè le illustri famiglie dell'ordine popolare si tenevano lontane, sia per timore del risentimento del re, sia per gelosia delle classi inferiori che si erano poste in movimento, il 15 di marzo conferirono questa sublime dignità a Paolo di Novi, direttore d'una tintoria di seta, uomo di non distinti natali, e probabilmente povero; ma che aggiungeva a molta forza di carattere, ed a somma integrità, un'attitudine agli affari ed un coraggio degni di più felici circostanze[391].

[391] _Ub. Folietæ Gen. Hist. l. XII, p. 699. — P. Bizarri l. XVIII, p. 417. — Fr. Guicciardini l. VII, p. 375. — Ag. Giustiniani l. VI, f. 263._