Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13 (of 16)

Part 20

Chapter 203,756 wordsPublic domain

Di quest'epoca Giulio II, di cui si erano più volte notati i vasti progetti e l'impetuoso e turbolente carattere quando non era che cardinale, nulla peranco aveva fatto dopo avere conseguito il papato che giustificasse l'universale aspettazione. Si era più volte lasciato uscire di bocca di voler purgare lo stato della Chiesa da tutti i tiranni, che se lo erano diviso; di voler ritirare dalle mani de' Veneziani anche la più piccola torre che possedessero nella Romagna; pure nè i tiranni dello stato della Chiesa, nè i Veneziani venivano da lui molestati. Ma Giulio voleva che i suoi disegni avessero intera esecuzione, e perciò gli andava cautamente maturando. Egli accumulava danaro con una economia che non erasi fin allora osservata nel suo carattere; voleva nello stesso tempo combinare gli sforzi di tutte le potenze d'Europa contro Venezia, prima di rompere apertamente con quella repubblica. Aveva da principio trovati grandemente inclinati Lodovico XII, Massimiliano e Ferdinando alla divisione loro proposta, e di già in uno de' trattati di Blois eransi gettate le basi dell'alleanza che venne in appresso stipulata a Cambrai. Ma Lodovico XII, ammaestrato intorno ai suoi veri interessi dalla gelosia che gli dava Massimiliano, sentiva allora quanto imprudente cosa fosse il distruggere la sola potenza che chiudeva alla casa d'Austria la porta d'Italia; perciò erasi ravvicinato ai Veneziani, e col mezzo loro sperava d'impedire che Massimiliano andasse a prendere a Roma la corona dell'impero. Si accontentava adunque di dare buone parole a Giulio II; era liberale promettitore, perchè sperava che mai non giugnerebbe il momento di dare esecuzione alle sue promesse; e per la nomina dei due cardinali d'Aix e di Bayeux, che aveva ottenuto dal papa, assumeva con lui obbligazioni contrarie ai suoi trattati con altre potenze, ed ai suoi proprj progetti[351].

[351] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 359. — Fr. Belcarii Com. Rer. Gal. l. X, p. 293. — Seconda legaz. di Nic. Macchiavelli alla Corte di Roma, lett. I, t. VII, op. p. 69._

Giulio II sentiva la necessità di sospendere il suo attacco contro Venezia; ma perchè non voleva più oltre languire nell'inazione, a mezza estate risolse di ricondurre sotto il diretto dominio della Santa Sede le due più potenti sue città, Bologna e Perugia, che da gran tempo ubbidivano a principi indipendenti. Invece di accertare la riuscita di quest'intrapresa con negoziati che avrebbero potuto ritardarne l'esecuzione, troncò le difficoltà col tuono autorevole con cui parlò e coll'impeto proprio del suo carattere. Per riuscire contro Bologna aveva bisogno de' soccorsi della Francia e della neutralità de' Veneziani; intimò a Lodovico XII di mandargli soldati, ed ai Veneziani di non muoversi. Nè il re, nè la repubblica, presi all'impensata, vollero romperla con un papa di cui temevano la collera, e si prestarono forzatamente a' suoi voleri, contro la propria persuasione[352].

[352] _Macchiavelli Discorsi sopra Tito Livio l. III, c. 44, p. 199._

Lodovico XII aveva solennemente preso sotto la sua protezione Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, ed aveva quello stesso interesse a mantenerlo nella sua sovranità che avevano avuto tutti i suoi predecessori i duchi di Milano. Altronde l'istante sembravagli particolarmente pericoloso per acconsentire che si facessero movimenti di veruna sorte in Italia: imperciocchè aveva saputo che Massimiliano erasi procurata una nuova convenzione col re d'Ungheria in conferma della precedente, e che, trovandosi nuovamente in libertà di passare in Italia, aveva indirettamente fatta offrire la sua alleanza ai Veneziani, loro proponendo di attaccare simultaneamente la Francia, e di dividere tra di loro il ducato di Milano.[353]. Vero è che il cardinale d'Aix aveva portata al papa una commissione sottoscritta dal re, e comunicata all'ambasciatore fiorentino, colla quale Lodovico esortava Giulio II ad attaccare il Bentivoglio, promettendogli perciò potenti soccorsi[354]. Ma questa altro non era che una di quelle astuzie con cui i capi del governo hanno così frequentemente compromesso l'onore e la buona fede della nazione francese. Lodovico XII, per dissuadere il papa da ciò che temeva, gli consigliava ciò che non lo credeva disposto di fare; e quando seppe che Giulio II, determinato di attaccare Bologna, erasi dato vanto in pieno concistoro di essere sicuro degli ajuti della Francia, de' Fiorentini e delle altre potenze d'Italia, soggiunse con amara ironia, che per certo in quel giorno il santo padre aveva meglio pranzato che gli altri giorni, alludendo all'ubbriachezza di cui davasi generalmente colpa a Giulio II[355].

[353] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 364. — Fr. Belcarii l. X, p. 293._

[354] _Macchiavelli Legaz. II alla Corte di Roma let. I, p. 69, 70, t. VII._

[355] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 365._

Ad ogni modo Giulio II era partito da Roma il 27 di agosto del 1506, accompagnato da ventiquattro cardinali, ed alla testa di quattrocento uomini d'armi[356]. Prese lentamente la strada di Perugia, per dar tempo ai Francesi di prestarsi ai suoi inviti. Gian Paolo Baglioni viveva in allora pubblicamente in una incestuosa relazione con sua sorella, dalla quale aveva avuti dei figli; aveva usurpato la sovrana autorità di Perugia, facendo uccidere molti suoi cugini e nipoti. Egli aveva confiscati i beni di coloro ch'erano fuggiti per sottrarsi alla sua tirannide, e quasi tutti i proscritti si trovavano presso l'armata pontificia. La maniera con cui aveva ingannati i Francesi, prendendo il loro denaro prima della battaglia del Garigliano per entrare al loro servigio, ed in appresso mancando a' suoi obblighi, aveva eccitato il risentimento di Lodovico XII; ed anche i Fiorentini, da lui ingannati nel precedente anno, vedevano con piacere la sua ruina. Ma il Baglioni, che teneva a' suoi ordini cento uomini d'armi e cento cinquanta cavaleggeri, e ch'era padrone della più forte città degli stati della Chiesa, di una città i di cui abitanti erano i più bellicosi, poteva per qualche tempo resistere colle proprie forze[357].

[356] _Macchiavelli Legaz. alla Corte di Roma l. III, da Viterbo 31 aprile, p. 76. — Jac. Nardi, l. IV, p. 189._

[357] _Macchiavelli Legaz. lett. VIII, p. 84._

Pure preferì di ricorrere alla protezione de' potenti amici ch'egli aveva nel sacro collegio ed alla corte del papa. Il duca d'Urbino e tutti coloro che avevano qualche feudo della Chiesa erano inquieti e sconfortati vedendo che il papa si faceva a spogliare i più potenti della loro classe; onde cercavano di calmare Giulio II, e nello stesso tempo incoraggiavano Giampaolo Baglioni a placarlo con un'apparente sommissione, acciò guadagnar tempo. All'ultimo essi si costituirono garanti della sua sicurezza, ed il Baglioni, cedendo ai loro conforti, andò l'8 di settembre a trovare il papa ad Orvieto, ed a porsi nelle sue mani[358]. Giulio II, sensibile a tanta confidenza, gli promise che potrebbe continuare a soggiornare in Perugia, godendovi di tutti i suoi beni. Inoltre lo prese al suo soldo con tutti gli uomini d'armi che aveva, per fare la spedizione di Bologna; ma richiese che gli si consegnassero le porte e le rocche di Perugia, onde poter riformare il governo di quella città e renderle l'antiche libertà[359].

[358] _Macchiavelli Legaz. alla Corte di Roma lett. dell'8 e del 9 settembre p. 87 e 88. — Jac. Nardi l. IV, p. 189._

[359] _Macchiavelli Legaz. lett. X, p. 88._

Quand'ebbe sottoscritta questa convenzione, il Baglioni ripartì subito alla volta di Perugia, onde apparecchiarsi ad accogliervi il papa, che viaggiava più lentamente e visitava i castelli delle rive del lago. Infatti Giulio II, il cui ardente carattere non conosceva pericoli, entrò il 13 di dicembre in Perugia con tutta la sua corte senza avere avuta la custodia di una sola porta della città, ponendosi in tal modo in balìa di un uomo da lui offeso, ed alle di cui promesse nè egli nè altri in Italia davano fede. Vero è che il Baglioni non si assicurò degli ostaggi che si erano da sè medesimi imprudentemente rimessi fra le sue mani; ma fu piuttosto per mancanza di coraggio o di presenza di spirito, che per uno scrupolo ch'egli non conosceva[360]. La città, dopo partiti il Baglioni ed il papa, il quale lentamente prendeva la strada della Romagna, rimase ancora qualche tempo sotto l'influenza dei partigiani del Baglioni; ma all'ultimo i cittadini lungamente oppressi cominciarono a riprendere confidenza nelle leggi; la magistratura dei Dieci della Balìa instituita dal tiranno, per mezzo della quale egli manteneva la sua autorità, venne solennemente abolita, e Perugia ricominciò a godere sotto la protezione della Chiesa i privilegj di città libera[361].

[360] _Macchiavelli de' discorsi l. I, p. 27, 125. — Idem, Legazione alla corte di Roma, lett. del 13 settembre da Perugia p. 95. — Fr. Guicciardini l. VII, p. 366._

[361] _Macchiavelli Legaz. lett. XXVII, Cesena 4 ottobre, p. 122._

Giulio II riponeva ancora maggior zelo nella riforma di Bologna. Giovanni Bentivoglio non aveva usurpato l'assoluto potere, che ruinando tutte le potenti famiglie che fin allora godevano qualche opinione nella sua patria. Egli aveva quattro figli, la di cui insolenza era diventata insopportabile ai loro concittadini, ed il di cui lusso e largo spendere aggravavano la pubblica miseria. Egli più non cercava di guadagnarsi gli animi colla clemenza e colla dolcezza ma per lo contrario a contenerli colle armi, ad atterrirli coi supplicj[362]. Credevasi assicurato in sul trono dalle alleanze strette co' suoi vicini; ma egli stesso aveva loro insegnato a sacrificarle senza scrupolo ad un presente vantaggio. I Fiorentini, malgrado il loro trattato col Bentivoglio, avevano mandato il Macchiavelli al papa nell'atto che questi era uscito di Roma promettendogli di unire i loro uomini d'armi alla sua armata. Il marchese di Mantova, dopo avere ottenuto l'assenso della Francia, aveva pure poste le sue truppe sotto le bandiere pontificie; i Veneziani avevano offerto a Giulio II di cacciare essi medesimi il Bentivoglio da Bologna, purchè a tale condizione Giulio ratificasse il loro possesso di Faenza e di Rimini. La sola cosa che potesse sembrare dubbiosa era la cooperazione della Francia, perchè se il re l'aveva promessa al papa, aveva ancora solennemente promesso al Bentivoglio di difenderlo, e gliene aveva riconfermata la promessa dopo che Giulio trovavasi in cammino colla sua armata[363].

[362] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 363. — Fr. Belcarii l. X, p. 292._

[363] _Macchiavelli seconda Legaz. alla corte di Roma, lett. I alla XX, fino al 25 di settembre p. 64-109._

Ma l'impeto di Giulio spaventava coloro che dovevano trattare con lui. Il cardinale d'Amboise rappresentò al re: che non cedendo egli in questa occasione, renderebbe il papa suo accanito nemico; onde Lodovico si svincolò dalla protezione promessa al Bentivoglio con un indegno sotterfugio: dichiarò di essersi obbligato a difenderlo nel possesso de' suoi stati, ma non già in quello degli stati della Chiesa, ed ordinò al signore di Chaumont, governatore del milanese, di avanzarsi contro Bologna con seicento lance, tre mila fanti svizzeri e ventiquattro pezzi d'artiglieria[364].

[364] _Macchiavelli Legaz. lett. XXVI, Cesena 3 ottobre p. 119 e seg._

Tosto che Giulio II ebbe avviso dell'avvicinamento de' Francesi, entrò in Romagna pel ducato di Urbino, rimettendo la pace nelle città che attraversava, richiamandole all'ubbidienza della Chiesa, e non pertanto schivando di mettere piede nel territorio di Rimini, o di Faenza, per non sanzionare nemmeno con una sola occhiata l'occupazione di que' principati fatta dai Veneziani[365]. Giunto a Forlì, sei ambasciatori bolognesi gli presentarono le condizioni colle quali il Bentivoglio era apparecchiato a sottomettersi; voleva tra le altre cose che il papa non potesse entrare in Bologna che colla sua guardia di dugento cinquanta in trecento svizzeri, obbligandosi a non soggiornarvi oltre un determinato tempo. Ma questo non era il modo che doveva adoperarsi trattando con un vecchio orgoglioso ed irascibile: invece di rispondere a tali proposizioni, Giulio II il 10 di ottobre pubblicò in Cesena una bolla contro Giovanni Bentivoglio ed i suoi partigiani, dichiarandoli ribelli alla santa Chiesa; abbandonava le loro sostanze al saccheggio e le persone loro alla schiavitù di chi le prenderebbe; accordava indulgenza plenaria a chiunque combatterebbe o ucciderebbe i fautori del Bentivoglio; indi ordinò immediatamente al particolare deputato del Bentivoglio di sortire subito dagli stati della Chiesa, minacciandolo dell'ultimo supplicio, se giammai ricadeva nelle sue mani[366].

[365] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 366. — Macchiavelli Legaz. lett. XXXV, XXXVI, XXXVII, del 16 al 21 ottobre p. 135._

[366] _Macchiavelli Legaz. lett. XXXI, ex Forlì 10 oct., p. 128. — Bulla apud Rayn. Ann. eccl. 1506, § 25-27, p. 41._

Il papa giunse ad Imola il 20 di ottobre alla testa di un'assai ragguardevole armata, di cui diede il comando al marchese di Mantova. Oltre ai quattrocento uomini d'armi coi quali Giulio era partito da Roma, Giovan Paolo Baglioni ne conduceva cento cinquanta; Marc'Antonio Colonna, condottiere de' Fiorentini, ne aveva cento; cento il duca di Ferrara; il marchese di Mantova dugento cavaleggeri; e v'erano di più cento Stradioti venuti dal regno di Napoli, e parecchie migliaja di fanti levati nel ducato di Urbino, nella Toscana e nella Romagna. Dall'altra parte lo stesso giorno in cui il marchese di Mantova attaccava san Pietro, primo castello de' Bolognesi dalla banda d'Imola, il signore di Chaumont con seicento lance francesi e tre mila Svizzeri entrava in Castel-Franco, primo castello del Bolognese dalla parte di Modena. Per tal modo il papa aveva ottenuto di far sì che quello tra i suoi feudatarj, la di cui indipendenza contrariava più d'ogni altra i suoi ambiziosi progetti, fosse da que' medesimi attaccato che avrebbero avuto maggiore interesse a difenderlo[367].

[367] _Macchiavelli Legaz. l. XXXVIII, ex Imola 22 oct. p. 140. — Fr. Guicciardini l. VII, p. 367. — Fr. Belcarii l. X, p. 294. — Scip. Ammirato l. XXVIII, p. 283._

In tutti i suoi discorsi, in tutte le sue dichiarazioni, Giovanni Bentivoglio aveva fin allora affettato molto coraggio ed una ferma risoluzione di respingere la forza colla forza. Infatti aveva armate le milizie ed afforzata la sua capitale; ma non sapeva risolversi a spendere per la sua difesa quel danaro che risguardava come l'estremo suo appoggio se perdeva la sovranità. Non aveva perciò fatte sufficienti leve; altronde comunicava a' suoi sudditi la propria diffidenza, lasciandola travedere, ed inimicavasi tutti coloro ai quali chiedeva que' sacrificj cui dubitava di fare egli stesso. Pure perchè i suoi vicini, che lo volevano salvare, non cessavano di lusingarlo d'interporsi a di lui favore; e perchè il signore di Chaumont gli fece sapere ch'egli non lo attaccherebbe, il Bentivoglio faceva ancora buon contegno. Ma il 15 di ottobre il signore di Chaumont gli fece intimare che dovesse entro due giorni assoggettarsi a tutti gli ordini del papa, se non voleva perdere la protezione della Francia ed essere immediatamente da lui attaccato. Nello stesso tempo, purchè ubbidisse subito, il Chaumont gli assicurava il godimento di tutte le proprie sostanze patrimoniali, e la libertà di vivere in Bologna come semplice privato co' suoi figliuoli[368].

[368] _Legaz. di N. Macchiavelli l. XL, ex Imola 26 oct., p. 145. — Fr. Guicciardini l. VII, p. 367. — Fr. Belcarii l. X, p. 294._

Quand'ebbe questa intimazione, il Bentivoglio perdette ogni speranza, dimenticò le sue proteste d'irremovibile costanza, ed i sarcasmi coi quali aveva accolto Pietro de' Medici, allorchè questi senza combattere aveva abbandonato la città in cui regnava. Questo principe, di già in età di settant'anni, si recò il 2 di novembre al campo francese colla sua sposa, Ginevra Sforza, e tutti i suoi figliuoli, per implorare dal signore di Chaumont migliori condizioni. Ebbe costui tanta viltà di farsi pagare dodici mila ducati dal principe fuggitivo per patrocinare i di lui interessi. In appresso convenne col papa che il Bentivoglio conserverebbe a Bologna il godimento di quegl'immobili di cui proverebbe il legittimo acquisto, che liberamente esporterebbe il danaro ed i mobili, e che potrebbe vivere in perfetta sicurezza colla sua famiglia nel ducato di Milano[369].

[369] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 367. — Diar. Parisii de Grassis ap. Rayn. 1506, § 29, p. 42. — Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 190._

Appena partito il Bentivoglio, i Bolognesi spedirono altri ambasciatori al papa, per chiedergli soltanto l'assoluzione dalle pene ecclesiastiche, e la guarenzia che l'armata francese non entrerebbe nella loro città. Giulio II non aveva al certo intenzione di ricevere que' pericolosi alleati; perciocchè temeva egualmente e l'indisciplina de' soldati, e l'ambizione del governo, che potrebbe voler conservare alcuni diritti nella sua conquista. Di già l'armata del Chaumont si era innoltrata sin presso le mura tra le porte di Saragossa e di san Felice, e ad alte grida chiedeva il sacco di quella così ricca e commerciante città. Trovandosi l'armata schierata lungo il canale che conduce le acque del Reno a Bologna, il papa diede licenza ai Bolognesi di chiudere la porta di ferro che attraversa il canale a' piè delle mura, e di far così rifluire le acque sulla campagna in cui stavano i Francesi. Questi, scacciati dall'inondazione, si ritirarono disordinatamente al ponte del Reno, lasciando nel fango una parte della loro artiglieria e dei loro equipaggi. In appresso il papa congedò il signore di Chaumont, facendogli un dono di otto mila ducati per lui e di dieci mila da distribuirsi all'armata, e aggiungendovi la promessa di accordare un cappello cardinalizio al di lui fratello. Il vescovo d'Alby. Poscia l'undici di novembre, giorno di san Martino, fece con gran pompa il suo solenne ingresso in Bologna; conservò alla città i suoi privilegi e la sua amministrazione repubblicana, ma ne mutò la costituzione. Fin allora Bologna era stata governata da sedici magistrati; Giulio ne escluse tre dalla signoria, cioè Giovanni Bentivoglio e due de' suoi più zelanti partigiani; incorporò gli altri tredici in un nuovo senato, composto di quaranta membri, al quale affidò tutta l'autorità. Dopo tale epoca e fino a questi ultimi tempi l'oligarchia de' quaranta di Bologna amministrò quella provincia con varie prerogative, che ricordavano la sua libertà e l'antica indipendenza. La loro situazione, in opposizione a quella della corte di Roma, li rendeva, a dispetto di una stretta oligarchia ereditaria, i veri rappresentanti del popolo, ed i costanti propugnatori de' suoi privilegj. Con ciò ottennero di far rifiorire nella loro città le arti ed il commercio sbandeggiati dagli altri stati della Chiesa; ma dopo quest'epoca Bologna più non venne annoverata tra gli stati indipendenti d'Italia, e più non iscosse che una sola volta e per breve intervallo il giogo impostole da Giulio II[370].

[370] _Fr. Guicciardini l. VII, p. 368. — Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 191. — Ist. di Gio. Cambi t. XXI, p. 214. — P. Bembi Ist. Ven. l. VII, p. 144._

L'Italia non fu quest'anno turbata da verun altro movimento militare; i Fiorentini, spossati dalla guerra di Pisa, soffrivano un'estrema carezza di frumento in primavera del 1506. Vi avevano provveduto colla consueta loro generosità, senza nemmeno scacciare i poveri forastieri che da ogni banda si affollavano nella loro città per partecipare alle pubbliche carità[371]; ma in questa campagna non fecero veruna spedizione contro Pisa, neppure per guastarne il territorio. Avevano pure in aprile del 1506 rinnovata per tre anni la loro tregua con Pandolfo Petrucci e coi Sienesi, rinunciando per tutto questo tempo a far valere i loro diritti sopra Montepulciano, ed obbligandosi ancora a non accettare questa borgata quand'anche offrisse di darsi spontaneamente. Avevano preferito di fare quest'accordo con un vicino di cui non si fidavano, ma che non temevano, al pericolo di chiamare in Toscana un alleato, che sarebbesi portato da padrone; ed avevano rifiutate le offerte del re di Francia, che loro proponeva di mandare contro Pandolfo Petrucci cinquecento lance e due mila svizzeri da mantenersi a spese comuni[372].

[371] _Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 173. — Scip. Ammirato l. XXVIII, p. 276. — Gio. Cambi t. XXI, p. 209._

[372] _Jac. Nardi Ist. Fior. l. IV, p. 186. — Scip. Ammirato l. XXVIII, p. 282._

La tranquillità di cui godeva l'Italia raddoppiava la sua attenzione ai movimenti di Ferdinando il Cattolico, diventato uno de' suoi più potenti sovrani. Questo monarca si era imbarcato a Barcellona il 4 di settembre ed aveva dato fondo con una flotta di cinquanta galere prima in Provenza, indi a Genova, ove fu ricevuto con infinite onorificenze: poco dopo, trattenuto dai venti a Porto Fino nella riviera di Levante, vi ricevette l'inaspettata notizia della morte di suo genero, Filippo I, accaduta in Burgos il 25 di settembre del 1506 dopo una breve malattia. Questo principe, che aveva mostrata tanta premura di regnare e che aveva per così dire spinto in esiglio il suo suocero per occupare il di lui trono, non aveva potuto goderlo più di tre mesi. Alcuni attribuivano la sua morte ad uno smoderato esercizio, altri ad una malattia epidemica, altri all'intemperanza propria di un Fiammingo, diventata assai più pericolosa in un clima tanto diverso dal suo. Molti finalmente, i quali sapevano con quanto rincrescimento avesse Ferdinando ceduta la Castiglia, lo sospettavano vittima di lento veleno[373]. Pure invece di tornare addietro per riprendere le redini di un governo che aveva abbandonato con tanto dispiacere, Ferdinando continuò il suo viaggio alla volta di Napoli. Arrivò il giorno 18 ottobre a Gaeta, ma si trattenne in quella città o a Portici fino al primo di novembre, giorno da lui destinato al suo solenne ingresso in Napoli. Gonsalvo di Cordova, che sapevasi avere così vivamente eccitata la gelosia di Ferdinando, e che aveva avuto amichevoli avvisi di non porsi tra le di lui mani, non fece difficoltà di andare a bordo della di lui galera, e di affidarsi a lui interamente[374]. Ferdinando, accolto con entusiasmo dai Napolitani, che gli diedero magnifiche feste, volle partecipe di tutti questi onori il gran capitano che gli aveva conquistato il regno. Volle che il solo Gonsalvo gli presentasse tutta la nobiltà di Napoli e tutti coloro che meritavano i suoi favori; lo colmò di distinzioni e di gloria; gli confermò il possesso del ducato di sant'Angelo, de' suoi beni nel regno di Napoli, che gli fruttavano ventimila ducati, e vi aggiunse l'ufficio di grande contestabile del regno; ma era al tutto determinato di non lasciarlo dietro di sè a Napoli, e facevagli sperare la carica di gran maestro dell'ordine di san Giacomo di Compostella per compensarlo degli onori e dell'autorità cui Gonsalvo doveva rinunciare lasciando l'Italia per la Spagna[375]. L'Europa, che conosceva la fede di Ferdinando il Cattolico, non vide senza una certa sensazione di duolo il grand'uomo che l'aveva tanto tempo intrattenuta colle sue imprese, ripartire di là a cinque mesi col suo padrone per rientrare nell'oscurità.

[373] _Macchiavelli Legaz. a Roma lett. XXIX, ex Cesena 6 oct., t. VII, p. 125. — Jo. Mariana Hist. de las Españas, t. II, p. 225. — P. Jov. Epit. Hist. l. IX, p. 156. — Ejusd. Vita M. Consalvi l. III, p. 251. — Alf. de Ulloa Vita di Carlo V, l. I, f. 53._

[374] Il Guicciardini dice che il Gonsalvo andò incontro a Ferdinando fino a Genova. Il Giovio nella Vita del Gonsalvo, indica che lo aspettava al capo di Miseno.